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    Carmine Di Sante

     

    "I suoi fratelli lo odiavano"

    Anche Giuseppe, come Isacco, è figlio di una sterile, di Rachele, figlia di Labano, "bella di forme e avvenente di aspetto" (Gn 29, 17). Di lei Giacobbe si invaghisce perdutamente e, per averla in sposa, offre in cambio al suocero sette anni di lavoro ("che gli sembrarono pochi giorni, tanto era il suo amore per lei") e ancora altri sette quando, con inganno, fu costretto a sposare prima Lia, la sorella meno bella. Ardentemente desiderato, Giuseppe arriva quando non più atteso: «Poi Dio si ricordò anche di Rachele; Dio lo esaudì e la rese feconda. Essa concepì e partorì un figlio e disse: "Dio ha tolto il mio disonore". E lo chiamò Giuseppe dicendo: "Il Signore mi aggiunga un altro figlio" » (Gn 30, 22-24).
    Ma inaspettatamente su Giuseppe si abbatte l'odio dei fratelli, perché il padre lo amava più di tutti gli altri e perché faceva sogni strani nei quali i fratelli leggevano allusioni e minacce: «Ora Giuseppe fece un sogno e lo raccontò ai fratelli, che lo odiarono ancor di più. Disse dunque loro: "Ascoltate questo sogno che ho fatto. Noi stavamo legando covoni in mezzo alla campagna, quand'ecco il mio covone si alzò e restò diritto e i vostri covoni vennero intorno e si prostrarono davanti al mio"» (Gn 37, 6-8). Di qui allora la decisione di ucciderlo: «Essi lo videro da lontano e, prima che giungesse vicino a loro, complottarono di farlo morire. Si dissero l'un l'altro: "Ecco, il sognatore arriva! Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in qualche cisterna! Poi diremo: Una bestia feroce l'ha divorato! Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni"» (Gn 37, 19-20).
    Il seguito della storia è noto: due dei fratelli, Ruben e Giuda, ebbero un ripensamento e quest'ultimo disse: "Che guadagno c'è ad uccidere il nostro fratello e a nasconderne il sangue? Su vendiamolo agli ismaeliti e la nostra mano non sia contro di lui, perché è nostro fratello e nostra carne" (Gn 37, 26-27). Il consiglio fu accolto e Giuseppe fu venduto ad una carovana di madianiti che lo condussero in Egitto e lo vendettero a Potifar, consigliere del Faraone e comandante delle guardie. I suoi fratelli scannarono poi un capro, presero la sua tunica dalle lunghe maniche, la intinsero nel sangue e la fecero pervenire al padre dicendo: "L'abbiamo trovata; riscontra se è o no la tunica di tuo figlio! Una bestia feroce l'ha divorato. Giuseppe è stato sbranato" (Gn 37, 32-33). A questa notizia, Giacobbe si stracciò le vesti, si pose un cilicio attorno ai fianchi e, rifiutandosi di farsi consolare, a chi lo consolava diceva: "No, io voglio scendere in lutto dal figlio mio nella tomba" (Gn 37, 35).
    Di nuovo una storia di odio e di violenza che esplode tra fratelli a causa dell'invidia e della gelosia: "Israele [cioè Giacobbe] amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, perché era il figlio avuto in vecchiaia e gli aveva fatto una tunica dalle lunghe maniche. I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non potevano parlargli amichevolmente" (Gn 37, 3-4). Ma anche qui, entro la storia di odio e di violenza, la storia dell'amore di Dio che la trascende.

    Interrogarsi

    - Perché Giuseppe è odiato dai fratelli ed amato da Giacobbe più degli altri?
    - Hai mai riflettuto sul potere distruttivo dell'odio e della gelosia, sentimenti che crescono soprattutto nell'ambito delle relazioni parentali?
    - Hai ceduto qualche volta alla violenza di questi sentimenti?

    Preghiera

    Non permettere
    Signore
    che Odio
    e Gelosia
    abitino la mia casa.
    Donami
    ti prego
    un cuore trasparente
    che si rallegri
    del fratello
    e l'ami
    con lo stesso amore
    con cui tu lo ami.
    Amen.

    Ruminatio

    A te, mia forza, io mi rivolgo ( Sal 59, 10).


    GIUSEPPE
    Salvato

    "A lui tutto riusciva bene"

    Nella storia di odio e di rifiuto di cui Giuseppe è vittima si delinea in filigrana una controstoria di Dio che lentamente la contrasta e la ribalta.
    Il primo momento di questa controstoria è il successo di Giuseppe in Egitto dove "Potifar, consigliere del faraone e comandante delle guardie, un Egiziano, lo acquistò da quegli Ismaeliti che lo avevano condotto laggiù. Allora il Signore fu con Giuseppe: a lui tutto riusciva bene e rimase nella casa dell'egiziano suo padrone. Il suo padrone si accorse che il Signore era con lui e che quanto egli intraprendeva il Signore faceva riuscire nelle sue mani. Così Giuseppe trovò grazia agli occhi di lui e divenne suo servitore personale; anzi quegli lo nominò suo maggiordomo e gli diede in mano tutti i suoi averi. Da quando egli lo aveva fatto suo maggiordomo e incaricato di tutti i suoi averi, il Signore benedisse la casa dell'Egiziano per causa di Giuseppe e la benedizione del Signore fu su quanto aveva, in casa e nella campagna. Così egli lasciò tutti i suoi averi nelle mani di Giuseppe e non gli domandava conto di nulla, se non del cibo che mangiava. Ora Giuseppe era bello di forma e avvenente di aspetto" (Gn 39, 1-6).
    Il secondo momento è la promozione insperata di Giuseppe a ministro del faraone, per avergli interpretato il sogno delle sette vacche belle e delle sette vacche magre, delle sette spighe belle e delle sette spighe arse, come annuncio di un periodo di abbondanza cui sarebbe seguito un periodo di terribile carestia: «Poi il faraone disse a Giuseppe: "Dal momento che Dio ti ha manifestato tutto questo, nessuno è intelligente e saggio come te. Tu stesso sarai il mio maggiordomo e ai tuoi ordini si schiererà tutto il mio popolo: solo per il trono io sarò più grande di te". Il faraone disse a Giuseppe: "Ecco io ti metto a capo di tutto il paese d'Egitto". Il faraone si tolse di mano l'anello e lo pose sulla mano di Giuseppe; lo rivestì di abiti di lino finissimo e gli pose al collo un monile d'oro. Poi lo fece montare sul suo secondo carro e davanti a lui si gridava: "Abrech" [evviva!]. E così lo si stabilì su tutto il paese d'Egitto. Poi il faraone disse a Giuseppe: "Sono il faraone, ma senza il tuo permesso nessuno potrà alzare la mano o il piede in tutto il paese d'Egitto". E il faraone chiamò Giuseppe Zafnat-Paneach e gli diede in moglie Asenat, figlia di Potifera, sacerdote di On. Giuseppe uscì per tutto il paese d'Egitto. Giuseppe aveva trent'anni quando si presentò al faraone, re d'Egitto» (Gn 41, 39-46).
    Attraverso questo racconto, il testo biblico insegna come Dio agisce nella storia umana: come signore che la guida e la in-quieta, mettendo in crisi la quiete dei vincitori e capovolgendo la sorte degli sconfitti. La storia di Giuseppe è la storia di come Dio sovverte i progetti umani sottesi dall'odio e dalla violenza vanificando la volontà di morte dei loro artefici e restituendo la vita alle vittime. È la storia di come Dio si prende gioco, ieri come oggi, dei malvagi e dei potenti impedendo che l'ultima parola dell'umano sia quella dell'ingiustizia e della violenza.

    Interrogarsi

    - Per la bibbia, come agisce Dio nella storia ?
    - Cosa insegna il racconto biblico di Giuseppe elevato a ministro del faraone?
    - Qual è la controstoria che Dio scrive dentro le nostre storie?

    Preghiera

    Il forte
    che schiaccia il debole,
    il furbo
    che inganna il semplice,
    il ricco
    che affama il povero,
    l'uomo
    che domina l'uomo:
    è questa, Signore,
    la storia.
    Ma tu,
    Signore,
    sei dentro la storia
    e le nostre storie
    e dal di dentro
    le capovolgi
    trasformi
    e rinnovi.
    Amen.

    Ruminatio

    Benedetto il Signore, Dio d'Israele (Sal 106, 48).


    GIUSEPPE
    Salvatore

    "Dio mi ha mandato qui”

    Dio capovolge la storia di Giuseppe non solo sottraendolo alla morte e restituendogli la vita, ma costituendolo salvatore dei suoi stessi fratelli che ne volevano la fine.
    Per una grande carestia, infatti, i figli d'Israele scesero in Egitto per cercarvi frumento e, per l’occasione, si incontrarono con Giuseppe che li riconobbe: «Diede in un grido di pianto e tutti gli Egiziani lo sentirono e la cosa fu risaputa nella casa del faraone. Giuseppe disse ai fratelli: "Io sono Giuseppe! Vive ancora mio padre?". Ma i suoi fratelli non potevano rispondergli, perché atterriti dalla sua presenza. Allora Giuseppe disse ai fratelli: "Avvicinatevi a me!". Si avvicinarono e disse loro: "Io sono Giuseppe, il vostro fratello, che voi avete venduto per l'Egitto. Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservarvi in vita. Perché già da due anni vi è la carestia nel paese e ancora per cinque anni non vi sarà né aratura né mietitura. Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente. Dunque non siete stati voi a mandarmi qui ma Dio ed Egli mi ha stabilito padre per il faraone, signore su tutta la sua casa e governatore su tutto il paese d'Egitto. Affrettatevi a salire da mio padre e ditegli: Dice il tuo figlio Giuseppe: Dio mi ha stabilito Signore di tutto l'Egitto. Vieni quaggiù, presso di me, e non tardare» (Gn 45, 2-9).
    Facendosi riconoscere dai fratelli, Giuseppe lungi dall'accusarli li "giustifica", leggendo nel loro gesto di esclusione il disegno divino che li trascende: "Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venduto quaggiù, perché Dio mi ha mandato qui prima di voi". A monte della decisione dei fratelli di venderlo ad un mercante in Egitto, Giuseppe riconosce la decisione di Dio, per cui può concludere: "Dunque non siete stati voi a mandarmi qui ma Dio". E, ironia della sorte, la ragione di questa decisione è di destinare Giuseppe ad essere il salvatore proprio di quei fratelli che volevano la sua morte: "Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente".
    Ciò che questo racconto svela è che Dio è "dietro" e "dentro" la storia e le nostre storie e che egli si "serve" del male "a fin di bene", non soccombendo al male ma vincendolo: non nel senso che egli progetti il male, decidendo per l'uomo e deresponsabilizzandolo, ma nel senso che, con la sua potenza d'amore, egli è in grado di "convertire" e di "correggere" le decisioni malvage degli uomini in occasioni di bene. Dio è Dio, per la bibbia, perché capace di insinuarsi, come un ladro di notte, nei progetti umani, svelandone l'inconsistenza e la fallacia e riconvertendoli alla giustizia e al bene.

    Interrogarsi

    - In che senso Giuseppe è più che salvato?
    - Come intendere la frase di Giuseppe che è stato Dio a mandarlo in Egitto e non i fratelli?
    - Come interpretare l'espressione: "Dio si serve del male a fin di bene"?

    Preghiera

    Studio la storia
    ascolto la TV
    parlo con la gente
    apro il giornale:
    Signore,
    più che il bene
    mi colpisce il male,
    più che l'amore
    l'indifferenza
    e l'odio.
    Ma il tuo Amore
    Signore
    è più forte dell'indifferenza,
    più forte dell'odio.
    Signore
    che io creda in te
    e nella potenza del tuo Amore
    che mi chiama ad amare.
    Amen.

    Ruminatio

    Signore, qui c'è la tua mano (Sal 109, 27).


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