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    In ascolto della sua voce /1. Abramo



    Carmine Di Sante

    ABRAMO
    La chiamata

    "Il Signore disse ad Abram"


    Da Ur dei Caldei, dov'era nato intorno al 1850 a. C., Abramo si trasferisce a Carran, la città a nord della Mesopotamia, la fertile terra tra il Tigri e l'Eufrate dove, fin dalle epoche più antiche, fiorì una tra le più splendide civiltà mondiali. E' proprio qui a Carran che ad Abramo capitò un fatto sconvolgente che modificò il corso della sua vita e della storia umana:

    «Il Signore disse ad Abram:
    "Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria
    e dalla casa di tuo padre,
    verso il paese che io ti indicherò.
    Farò di te un grande popolo
    e ti benedirò,
    renderò grande il tuo nome
    e diventerai una benedizione.
    Benedirò coloro che ti benediranno
    e coloro che ti malediranno maledirò
    e in te si diranno benedette
    tutte le famiglie della terra" » (Gn 1, 1-3).
    Abramo si trova di fronte a un Dio che gli parla. Fatto inaudito: perché per Abramo e i suoi contemporanei era l'uomo a rivolgersi a Dio ma non Dio all'uomo. Dio non poteva rivolgersi all'uomo essendo pienezza e perfezione non mancante di nulla. Al contrario solo l'uomo si rivolgeva a Dio, per desiderarne la vicinanza e invocarne la forza.
    L'esperienza sconvolgente di Abramo è che, all'improvviso, questa concezione gli si sfalda e Dio gli "appare", cioè gli si rivela, come altro: non come la perfezione verso la quale l'uomo tende per spinta naturale, bensì come Tu che liberamente si china sull'uomo, rivolgendogli la parola per primo, come fa l'innamorato con l'amata, e instaurando con lui un rapporto di comunione e di dialogo. L'esperienza sconvolgente di Abramo è di aver capito che, nella sua profondità ultima e radicale, l'uomo è relazione di fronte a Dio: il suo essergli interlocutore e partner. Certo, anche per Abramo l'uomo è e resta sempre appartenenza: ad una terra, ad un'epoca storica, ad una cultura, ad una politica, ad una "ideologia", ad una religione, ecc. Ma dentro la logica delle appartenenze, Abramo scopre un "di più" che, pur dentro tutte le appartenenze, le trascende e le relativizza: "Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre". Questo "di più" che Abramo coglie dentro il "paese", la "patria" e la "casa di suo padre", cioè entro la totalità onnicomprensiva della civiltà in cui viveva, è "il di più" della relazione con Dio. Un "di più" irriducibile alla totalità e instauratore di novità radicale.
    "Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò": la novità che si dischiude dal trovarsi di fronte a Dio che ti parla non è la riproduzione del "passato" e del "già dato" ma l'apparire, nella tua vita, del totalmente altro, del "Tu" divino" che ti ama e ti accompagna in ogni istante.

    Interrogarsi

    - Cosa ti colpisce della figura di Abramo, il patriarca al quale Dio rivolge la parola chiedendogli di uscire dalla "propria" terra?
    - Cosa vuol dire per te uscire, come Abramo, dal "tuo paese", dalla "tua patria" e dalla "casa di tuo padre"?
    - Riesci a sentire il senso di libertà e di felicità per il fatto di trovarti di fronte al Tu di Dio che ti ama?

    Preghiera

    Dovunque io vada, tu!
    dovunque io sosti, tu!
    solo tu, ancor tu, sempre tu!
    tu, tu, tu!
    Se mi va bene, tu!
    se sono in pena, tu!
    solo tu, ancor tu, sempre tu!
    tu, tu, tu!
    Cielo, tu, terra, tu,
    sopra, tu, sotto, tu,
    dove mi giro, dovunque miro,
    solo tu, ancor tu, sempre tu
    tu, tu, tu (M. Buber).

    Ruminatio

    Signore, tu mi scruti e mi conosci (Sal 139, 1).


    ABRAMO
    La risposta

    "Allora Abram partì"

    A Dio che gli si rivela come Tu che lo comanda, Abramo risponde obbedendo: "Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore". E' questa l'annotazione scarna del testo biblico. Obbedire rimanda alla radice latina ob-audire e vuol dire ascolto acconsentito, ascolto che, mentre ascolta, aderisce con il proprio "sì" a ciò che ascolta. La risposta di Abramo a Dio che gli si rivela è l'obbedienza, un'obbedienza immediata, che non chiede nulla: né una spiegazione o una motivazione ("chi sei Tu che mi chiami?"), né una rassicurazione o garanzia ("è proprio vero quello che dici e che prometti?") e neppure un tempo di riflessione, di approfondimento o di ripensamento ("fammici pensare"). "Allora Abram partì": una obbedienza muta e silenziosa, che non fa domande e non pone interrogativi ma semplicemente agisce accogliendo ed eseguendo l'ordine ricevuto. Dio comanda ad Abramo: "vàttene dal tuo paese", ed egli va; "esci dalla tua patria", ed egli esce; "lascia la tua casa", ed egli lascia; "parti", ed egli subito parte". In questo "partire" ("Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore") senza domande, pura espressione della sua obbedienza, c'è tutto Abramo: il suo abbandono, la sua fede e la sua fiducia nel Dio che gli si rivela.
    Ma perché obbedire così immediatamente? Perché non chiedere nulla? Perché non fare domande? Perché non esigere spiegazioni? Perché non porre condizioni? "Vàttene dal tuo paese". Per quale ragione? E per andare dove? "Fuori" dalla propria terra conosciuta, "fuori" dal proprio spazio noto, "fuori" dai propri sentieri familiari. Ma perché andare "fuori" e perché cercare "altrove"? Quale il significato di questo "fuori" e di questo "altrove"?
    Abramo non si pone queste domande e semplicemente obbedisce, dicendo "sì", non perché non voglia sapere bensì perché ha scoperto un nuovo sapere dischiuso dal quel Tu che gli ha parlato. Abramo sa - e per questo non chiede - perché si fida del Tu che gli ha parlato. E sa che ciò che il Tu gli dice corrisponde alla verità non perché è in grado di capirlo con l'intelligenza o verificarlo bensì perché si fida di chi gli ha parlato.
    Per questo Abramo è, secondo la definizione di Paolo, "il padre di tutti i credenti" (Rm 4,11ss). Egli è il "paradigma" della fede, colui il quale, con il suo sì a Dio, mostra ai credenti di tutti i tempi e anche a noi oggi cosa vuol dire avere fede e credere in Dio: fidarsi della sua Parola e abbandonarsi al suo Tu che non può deludere. Fidarsi sempre e comunque, cioè incondizionatamente, anche quando i conti non tornano, anche quando la logica sembra contraddetta, come quando Dio chiede ad Abramo di sacrificargli il suo figlio Isacco sul monte Moria. Il senso di questa pagina, la più tesa e drammatica del testo biblico, non è di presentare Abramo alle prese con un Dio assurdo e insostenibile ai limiti della violenza (come è possibile che Dio comandi ad un padre di sacrificare suo figlio?), bensì quello di disegnare in Abramo, con la potenza del linguaggio narrativo, l'esemplare della fede radicale che, mentre contesta il divino come violenza (Isacco non viene infatti sacrificato!), si affida incondizionatamente a Dio: non perché la fede incondizionata possa convivere con l'assurdo e con la violenza bensì perché la fede incondizionata dischiude un orizzonte di luminosità tale - l'orizzonte della fede appunto - dove ciò che alla ragione o al buon senso appare come assurdo e violenza, si dilegua come nebbia al sole.

    Interrogarsi

    - Perché Abramo obbedisce a Dio senza chiedere nulla e porre condizioni?
    - Cosa vuol dire "obbedire"?
    - Hai mai pensato al senso dell'obbedienza come fiducia e affidamento a Dio?

    Preghiera

    Signore,
    Tu mi rivolgi la parola,
    chiamandomi per nome
    e interessandoti
    alla mia storia.
    Come Abramo,
    mi fido di te
    e mi abbandono a Te
    perché so
    che sei l'Amore
    che non deludi
    e sconfiggi
    le tenebre
    del caos
    e della morte.
    Amen.

    Ruminatio

    In te, mai sarò deluso (Sal 31, 2).


    ABRAMO
    La promessa di felicità

    "Diventerai una benedizione"

    Abramo si fida del Tu che lo comanda e gli chiede di uscire dalla sua "terra" per avventurarsi in un "altrove" ignoto ed obbedisce senza chiedere spiegazioni e senza esigere garanzie. Ma come è possibile, ti chiederai, obbedire senza chiedere spiegazioni e senza esigere garanzie? E poi l'obbedienza non mette in causa l'autonomia e la dignità dell'io? Non è vero che l'uomo adulto e maggiorenne che tu sogni e che la modernità ha sognato e ancora sogna è di liberarsi da tutti i legami e da tutte le dipendenze?
    Per Abramo le cose stanno diversamente, perché in quel Tu che lo comanda con la forza dell'imperativo categorico, cioè incondizionato, egli sente e scopre non l'ostacolo che lo limita bensì la Presenza dell'Amore che lo sorprende. Il Tu che lo comanda e al quale si consegna non è il Tu della legge impersonale o del padrone bensì il Tu del padre per il figlio o dell'amante per l'amata la cui volontà è volontà di bene, sollecitudine e tenerezza. Abbandonarsi a quel Tu e acconsentire al suo comando non è, per Abramo, umiliarsi e perdersi ma innalzarsi e arricchirsi: "Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione". Alla presenza del Tu divino, Abramo si scopre ricco di una ricchezza che non consiste nell'arricchirsi quanto nell'arricchire, non nell'essere-per-sé bensì nell'essere-per-gli-altri: "In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra".
    Cos'è questa "benedizione", che fa di Abramo il capostipite di "un grande popolo" e del suo nome "un grande nome"? Anche se logorata dall'uso e dall'abuso, la "benedizione" che il Tu divino dischiude ad Abramo può essere ridetta con il termine felicità; a condizione di intendere per felicità non la felicità soggettiva, quella che l'io, dimentico degli altri, ricerca per sé, bensì la felicità oggettiva, quella che l'io, dimentico di sé, ricerca per l'altro e per ogni altro. La felicità oggettiva, che riguarda l'altro ed ogni altro, non nega la propria ma la radica nell'orizzonte della verità e della universalità, nel senso che la propria felicità per essere veramente tale (è questo l'orizzonte della verità) deve volere e promuovere quella di tutti gli altri (è questo l'orizzonte della universalità). Alla presenza del Tu divino Abramo si scopre "benedizione per tutte le famiglie della terra": diviene testimone di una promessa di felicità che coinvolge non solo lui personalmente ma tutti indistintamente ("tutte le famiglie della terra").
    Come Abramo anche tu sei destinato alla benedizione, cioè alla felicità. Tu sei voluto per essere felice, perché ogni tuo giorno e ogni tua notte siano come dei bicchieri colmi. Ma Abramo insegna che la felicità è una cosa strana che non si raggiunge curandosi del proprio io ma curandosi dell'altro e che la vera ricchezza non consiste nel riempire il proprio bicchiere ma nello svuotarlo, non nel volere le cose per sé ma nel donarle.

    Interrogarsi

    - In che senso Abramo è una "benedizione" per tutti i popoli della terra?
    - Qual è il rapporto tra felicità soggettiva e oggettiva?
    - In che senso l'io si arricchisce se rinuncia ad arricchirsi?

    Preghiera

    Signore
    Tu hai fatto di Abramo
    un grande nome
    e un grande popolo
    perché si è fidato di te
    e della tua parola
    e lo hai reso benedizione
    per tutte le famiglie della terra.
    Fa' anche della mia vita
    una benedizione
    e una ricchezza
    per quanti incontrerò
    lungo la strada
    e al mio fianco.
    Amen.

    Ruminatio

    Felicità e grazia mi saranno compagne per tutti i giorni della mia vita (Sal 23, 6).


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