Prima catechesi
Saldi nella fede
Mariano Crociata
C’è una via che potremmo agevolmente percorrere per capire cosa significhi essere saldi nella fede, ed è quella della narrazione di credenti che ne hanno fatto esperienza, in primo luogo i santi e le sante che fanno splendente il volto della Chiesa. È una via di cui dobbiamo ricordarci per visitarne ogni tanto qualche tratto.
A ben riflettere su una tale via ci siamo anche noi. Il nostro ritrovarci a Madrid, e questa mattina in questa chiesa, è il segno di una fede in varia misura viva in noi. Sono convinto che, se ne avessimo la possibilità, la condivisione della storia della nostra fede personale ci arricchirebbe tutti quanti. Siamo qui perché già attaccati alla fede, e tuttavia bisognosi di crescere in essa. Potremmo far nostra, a questo proposito, la preghiera solo apparentemente paradossale del padre del ragazzo posseduto e poi liberato di Mc 9,24: «Credo; aiuta la mia incredulità».
In realtà il primo esempio e modello di fede a cui riferirci è Gesù stesso; ma egli è più di un esempio, poiché è «colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (Eb 12,2). Su questo, però, ritorneremo solo dopo aver condotto una riflessione che ci aiuti a capire meglio l’esperienza dei santi e la nostra stessa esperienza.
Fede umana
La cosa più sorprendente della nostra riflessione è forse quella più elementare: la fede, prima di essere una virtù teologale, è un atteggiamento umano caratteristico, una dimensione costitutiva del nostro essere e della nostra vita. Credere è addirittura una necessità umana, poiché altrimenti non potremmo vivere. Se scorriamo i vari momenti della nostra giornata facciamo presto ad accorgerci che possiamo condurre la nostra vita, anche nelle cose più minute, perché ci fidiamo, poco o molto, degli altri. Non solo dei genitori e dei familiari, di cui ordinariamente portiamo la certezza che si prenderanno cura di noi in tutto ciò che possono per l’amore che ci lega, ma anche di tutti gli altri, compresi i più lontani ed estranei, anzi comprese persone che non conosceremo mai. Noi ci fidiamo che il cibo che troviamo a tavola sia buono, anche se immediatamente non possiamo provarlo ricostruendo tutta la filiera della sua produzione e lavorazione; ci fidiamo che la medicina che andiamo a comprare in farmacia sia stata preparata bene in modo tale che assumendola raggiunga l’effetto per cui è stata prescritta; ci fidiamo che le persone incontrate ci dicono, ciò che troviamo scritto nei libri, leggiamo sui giornali, ascoltiamo in tv o alla radio, seguiamo in altri mezzi di comunicazione corrisponda al vero. Anzi, il fatto che in alcuni casi scopriamo di essere stati ingannati è la dimostrazione che normalmente possiamo fidarci. Se noi dovessimo controllare ad ogni passaggio tutto ciò con cui veniamo in contatto o di cui abbiamo bisogno, semplicemente non potremmo più vivere, non vivremmo più.
Questo tipo di fede umana è la struttura delle nostre relazioni personali e sociali; ma è anche la struttura del nostro rapporto con la realtà intera. Naturalmente la nostra fiducia dev’essere sempre critica, cioè capace di vigilare su possibili inganni, falsificazioni, imprevisti; ma essa è pur sempre affidamento alla realtà, convinzione che essa non ci deluderà. Il senso positivo e affidabile della vita e di tutto ciò che entra nella nostra esperienza, ma anche di ciò che non viene direttamente in contatto con noi ma fa parte del mondo in cui viviamo, è la premessa di una vita umanamente sostenibile e degna. Anche il pessimismo più nero o la diffidenza più cinica sono atteggiamenti costruiti in contrasto con l’affidabilità e la positività di fondo della realtà.
False sicurezze
Si impone, però, una distinzione: tra le cose di cui abbiamo bisogno all’interno della nostra vita e il bisogno di sicurezza della nostra persona e della nostra vita nella sua interezza. Quando anche avessi assicurato tutto ciò di cui ho bisogno, chi può dirmi che la mia vita sarà sempre al sicuro, andrà a riuscita? In realtà non c’è nulla di empirico, ma alla fine nemmeno di umano, che possa darmi questa garanzia. Potremmo anzi riconoscere nella ricerca spasmodica di una sicurezza sempre maggiore il meccanismo che sta all’origine di tendenze e comportamenti umani ultimamente frustranti anche se talmente diffusi da sembrare naturali e ragionevoli.
Un primo tipo di meccanismo è quello che cerca la sicurezza della vita nel possesso di beni e ricchezze tali da prevenire ogni imprevisto. In realtà si tratta di un meccanismo elementare che è all’origine di una insicurezza crescente e di un bisogno incontrollato di accumulo sempre maggiore, che tende a diventare fine a se stesso e in ultimo si trasforma in una schiavitù che assorbe tutto, un idolo al quale viene sacrificato tempo, energie, persone e ogni alito di vita, trasformando il bisogno di sicurezza in una nevrosi da insicurezza. Il Vangelo smaschera questo meccanismo quando ci dice che la vita dell’uomo non dipende dai suoi beni (cf. Lc 12,15), come mostra la parabola dell’uomo ricco (cf. ib., 16-20). Dice ancora Lc 16,13: «Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza». La irraggiungibile sicurezza materiale si è trasformata in una idolatria schiavizzante e disumanizzante, perché schiaccia e annulla le persone.
Ma c’è un altro meccanismo, più elaborato, che può essere innescato dalla ricerca di sicurezza, ed è quello che si basa non tanto, o soltanto, sul possesso di beni, ma sul bisogno di riconoscimento, di stima, di amore, e perciò cerca negli altri il punto di appoggio alla propria ricerca di un solido fondamento alla vita. Anche in questo caso si produce facilmente una distorsione che trasforma le relazioni in una prigione insopportabile. Questo si verifica quando si cerca di ottenere con la costrizione o altre forme di strumentalizzazione un riconoscimento e un amore che raramente arriva spontaneamente dagli altri. Ciò che si produce è una falsificazione dei rapporti costretti dentro dipendenze che rendono invivibile lo stare insieme fino a produrre sopraffazione e violenza. Anche a questo riguardo c’è una parola del Vangelo che smaschera un meccanismo riscontrabile a tutti i livelli della vita sociale, che ha la sua forma più evidente nell’esercizio del potere: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono» (Mc 10,42). Sono molte le forme che assume la pretesa di estorcere dagli altri riconoscimento e amore ad ogni costo. In realtà questo genera solo un groviglio di ricatti, insoddisfazioni e infelicità.
In realtà non c’è possibilità di dare solidità alla propria vita senza cercare un fondamento ulteriore rispetto alle cose di cui disponiamo e rispetto anche agli altri, da cui pure dipendiamo e con cui siamo legati. L’assenza di fondamento ulteriore diventa addirittura una minaccia per la nostra vita, esposta – come abbiamo visto – ai rischi dell’idolatria e dello snaturamento delle relazioni umane.
Né le cose né gli altri possono dare fondamento alla nostra vita perché noi e loro non veniamo da noi stessi, non siamo origine a noi stessi, ma veniamo da altri e da oltre. Anche un essere umano è solo un essere umano e nessuno è dio al di fuori di Dio. Già come singole persone riceviamo la vita da genitori, veniamo dunque generati; ma insieme ai genitori e a tutte le cose che ci circondano siamo creature, dipendiamo da una origine a cui siamo continuamente rimandati.
Desiderio di Dio
A questa origine siamo rimandati anche dall’esperienza interiore che possiamo aver fatto se abbiamo imparato ad ascoltare il nostro cuore. L’esperienza della nostra contingenza (ci siamo, ma potremmo non esserci) e della nostra finitezza (siamo esseri fragili e minacciati) si incrocia con una domanda di senso che sale dal nostro mondo interiore, da un desiderio di infinito e dall’attesa di risposta alle questioni ultime (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica [=CCC], nn. 27-30). Scopriamo ben presto che non bastiamo a noi stessi: siamo bisogno e desiderio. Ce lo ricorda anche il papa Benedetto XVI nel suo messaggio per questa Giornata Mondiale, quando scrive di voi giovani come persone «alla ricerca della vita più grande», mosse dall’«impulso di andare oltre», dall’«anelito per ciò che è realmente grande». In tale anelito il Papa riconosce l’impronta divina che «l’uomo è veramente creato per ciò che è grande, per l’infinito».
In questo modo la struttura del nostro essere e la nostra esperienza umana rimandano ad una origine e ad un fondamento ultimo che tuttavia con le sole nostre forze non siamo in grado di raggiungere e di conoscere. Comprendiamo che deve esserci, ne intuiamo alcune caratteristiche di fondo, ma sentiamo che sfugge alla presa delle nostre capacità (cf. CCC 32-38). E il fatto che molte tradizioni religiose dell’umanità abbiano designato l’essere supremo come Dio non lo rende di per sé più intellegibile; dobbiamo ammettere che, se è Dio, cioè origine e fondamento di tutta la realtà, allora non può essere conosciuto come un oggetto o una presenza tra gli altri di questo mondo. Non può essere solo uno più grande e più forte nella serie delle cose che compongono la creazione e diciamo pure l’universo intero, poiché tutte le cose che fanno parte dell’universo sono creazione e non creatore. Il creatore deve essere al di là di tutte le cose, all’origine di esse e capace di abbracciarle tutte.
Siamo così nella situazione di chi ha bisogno di Dio, sa che ci deve essere, ma non lo può raggiungere con le sue sole forze di intelligenza, di capacità di ricerca, di sforzo morale e così via.
Gesù, volto umano di Dio
Ora la storia ci attesta un fatto inaudito: è accaduto qualcosa di non immaginato, non prevedibile, anche se oscuramente atteso e desiderato. Questo Dio è entrato nel mondo che è suo ma che non è lui, ed è diventato creatura senza cessare di essere creatore. L’evangelista Giovanni lo dice in maniera lucida alla fine del prologo: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (1,18). Il Figlio rivelatore altri non è che Gesù di Nazaret. Con lui non appare soltanto un personaggio storico straordinario; con lui cambia la storia religiosa dell’umanità; con lui finisce il tempo della conoscenza di Dio per supposizione, per speculazione, per immaginazione e, al limite, proiezione, e comincia il tempo della presenza.
In Gesù Cristo il suo parlare di sé è già parlare di Dio; anzi, il fatto che egli è qui, uno di noi, parla di Dio, svela chi è Dio, e cioè il Padre suo personale. Con lui si squarcia il mistero ultimo della realtà: Dio è il Padre di Gesù, Dio è comunione di persone, è comunione d’amore, Trinità d’amore. Con lui, tutto d’un tratto la vita e la realtà intera quasi si trasfigurano, prendono un volto nuovo, il loro vero volto, perché appaiono come nient’altro che il frutto dell’amore eterno della Trinità. Dio è persona, anzi persone, che crea per rendere partecipi della sua pienezza di vita e accogliere persone, le nostre persone, nella relazione d’amore con lui e in lui.
Le vittoria contro le insicurezze
Se così stanno le cose, allora siamo liberi da ogni possibile schiavitù di cose e persone, poiché la sicurezza della nostra vita non ha bisogno di essere cercata nel surrogato di un possesso pur sempre alienabile né in creature finite come noi, il cui riconoscimento e apprezzamento è pur sempre sottoposto alle evenienze imponderabili della revoca improvvisa o semplicemente degli imprevisti esistenziali. Adesso che la vita trova la sua sicurezza e il suo fondamento in Dio, nell’unico Dio che è il Dio di Gesù, posso usare di tutti i beni senza ansia o nevrosi di sorta, posso vivere le relazioni con tutti senza aspettare o pretendere una dedizione e un riconoscimento che hanno trovato una realizzazione piena e irrevocabile nell’incontro con Gesù e con il Padre suo e nostro.
Nel cosiddetto discorso della montagna, Gesù dice: «il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate» (Mt 6,7). E poi prosegue: «Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,25-34).
Quanto, poi, al rapporto con gli altri, Gesù ci dice che la questione cruciale non è essere riconosciuti, ma riconoscere lui, e in lui Dio e anche i nostri simili. Il riconoscimento che ci dà valore, dignità e sicurezza è quello che Dio ha per noi, ma esso non può essere ricevuto da noi senza che ne accogliamo tutto il valore prezioso e unico presente in Gesù. «Io vi dico: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio» (Lc 12,8-9). Il criterio per trovare sicurezza, ma anche per stabilire il giusto rapporto con noi stessi, con gli altri e con la realtà tutta quanta, adesso è Dio stesso e Gesù che ce lo ha fatto conoscere e ce lo ha donato. Il criterio è la fede. Una parola ancora, allora, dobbiamo dire sulle sue caratteristiche e sulla sua capacità di rendere saldi.
La fede divina e la sua certezza
La fede in Dio ha una somiglianza con la fiducia in un essere umano, ma nella sua essenza se ne differenzia profondamente, perché si riferisce a Dio a cui si affida totalmente, alla cui parola da il pieno assenso e alla cui promessa si apre. Essa è grazia e dono dello Spirito Santo, e allo stesso tempo atto pienamente umano di intelligenza e di volontà, necessario e ma libero (cf. CCC 153-161).
L’accostamento di intelligenza e volontà è decisivo per capire la natura della fede, poiché ci fa scoprire che vige una circolarità tra le due, non c’è l’una senza l’altra. La fede non è una decisione arbitraria, presa sull’onda di una emozione magari profonda e avvincente; essa suppone che ci si renda conto, in qualche modo, della affidabilità del creduto. Ma questo rendersi conto dell’affidabilità non è una mera visione intellettuale, un atto di conoscenza pura, una cognizione neutrale e distaccata, quasi il frutto di una osservazione impersonale o come una evidenza che possa lasciare indifferenti. La cognizione esatta di ciò che incontro la acquisisco nell’atto stesso in cui mi lascio coinvolgere e orientare ad una adesione del cuore e della mente, di tutta la mia persona. La fede non è un atto di credulità, ma nemmeno il risultato di una mera osservazione, e magari dimostrazione, empirica.
Per questo essa è insieme necessaria e libera. Necessaria perché è l’unico modo per entrare e stare nella relazione con Dio, origine e fondamento personale di tutta la realtà (e non un pezzo sia pur nobile e superiore di essa, dopo che lui, proprio perché tale, si è manifestato in Gesù). Libera perché non può esserci autentica relazione personale, sia da parte dell’uomo che da parte di Dio, se non coinvolge per intero l’essere umano con la sua intelligenza e la sua volontà, così che egli «si abbandona [a Dio] tutt’intero e liberamente prestandogli “il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà” e assentendo volontariamente alla Rivelazione che egli fa» (Dei Verbum, n. 5).
Questa fede possiede una certezza che è superiore a qualsiasi altra forma, sia per la sua natura relazionale sia per colui al quale si dirige, e cioè Dio stesso. «La fede è certa, più certa di ogni conoscenza umana, perché si fonda sulla Parola stessa di Dio, il quale non può mentire. Indubbiamente, le verità rivelate possono sembrare oscure alla ragione e all’esperienza umana, ma “la certezza data dalla luce divina è più grande di quella offerta dalla luce della ragione naturale”» (CCC 157). Bisogna infatti osservare che le conoscenze naturali, anche quelle scientifiche, possono pretendere una certezza solo relativa, perché rimangono sempre sottoponibili a verifica e quindi a successive correzioni o smentite, prodotte dal progresso inarrestabile della ricerca. Nell’ambito delle relazioni personali, invece, la certezza è interna al rapporto di fiducia, poiché non può essere sottoposta ad una osservazione e dimostrazione esterna, di fronte alla quale, invece, si dissolverebbe e la fiducia e la relazione. La conoscenza dell’altro che il rapporto di fiducia rende possibile è piena per il fatto che le persone in relazione si offrono interamente dal centro stesso del loro essere personale, e cioè nella libertà. La reciproca donazione libera diventa così la garanzia della solidità della relazione e dell’amore. La sua solidità sta nella libertà dell’adesione, della fiducia, della relazione, dell’amore.
Con Dio tutto questo giunge al suo culmine poiché lui stesso si pone a fondamento della solidità della relazione dal momento che egli è fedele incondizionatamente a se stesso, e quindi alle sue promesse, e cioè a noi destinatari di queste promesse. «Questa parola è degna di fede: lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2Tim 2,11-13).
La conclusione è che la fede richiede, come ogni relazione personale, di essere alimentata in un dialogo costante il Signore. Un ruolo privilegiato svolge in tale dialogo la sacra Scrittura, perché essa è già per natura sua dialogo, nasce infatti dall’ispirazione dello Spirito del Signore che agisce nell’autore sacro in modo tale da riconoscere la voce del Signore e da esprimerla in parole umane. Nella Scrittura ascoltiamo la Parola di Dio e gli rispondiamo con le parole della nostra fede. In questa maniera la Parola di Dio costituisce la manifestazione del Signore più concreta e aderente alla nostra condizione umana e, come tale, può renderci sempre di più saldi nella fede.
Seconda catechesi
Radicati in Cristo
Incontrare Gesù
C’è una frase di papa Benedetto XVI che viene di frequente citata e che ora merita prendere come punto di partenza della nostra catechesi. Dice: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Deus caritas est, n. 1). La Persona a cui il Papa si riferisce è Gesù Cristo. È l’incontro con lui che decide del nostro diventare cristiani. Certamente sono scaturite sempre grandi idee e movimenti personali e comunitari di rinnovamento etico dall’essere cristiani, ma alla loro origine c’è stato e ci sarà sempre l’incontro personale con Cristo.
Chi non lo conosce si potrà chiedere come si fa a incontrarlo. Noi che siamo qui non possiamo accontentarci di porre la questione in termini così indeterminati, poiché siamo già in gioco. Per essere qui, noi abbiamo dovuto incontrarlo, egli deve stare già nella nostra vita. È vero che il Papa, nel suo Messaggio per questa Giornata mondiale, ha invitato «sia coloro che condividono la nostra fede in Gesù Cristo, sia quanti esitano, sono dubbiosi o non credono in Lui», tuttavia la domanda su come si fa ad incontrarlo è contenuta in quella che ciascun credente si pone quando ripercorre le tappe del proprio cammino di vita cristiana. Ma, appunto, come è stato il nostro incontro con Gesù? E, forse, a qualcuno verrebbe da chiedersi se un tale incontro l’abbia vissuto veramente o adeguatamente.
Quale Gesù incontriamo?
Come ogni incontro personale esso ha un carattere unico e inconfondibile. Nondimeno ci sono alcuni tratti comuni, perché è sempre lui, Gesù, il termine dell’incontro che salva. Ma quale Gesù? Certo, di Gesù ce n’è uno solo. E tuttavia uno potrebbe pensare, con molta naturalezza, al Gesù prima della sua morte in croce. Ora, un uomo che è morto duemila anni fa semplicemente non può più essere incontrato. Al massimo se ne può conservare memoria e, attraverso ciò di cui si conserva memoria, può essere fatto rivivere nelle narrazioni e nei discorsi. La sua memoria può essere tenuta viva, le sue idee e il suo esempio possono alimentare i discorsi, i pensieri e gli atteggiamenti; il riferimento a lui può essere all’origine di gruppi e movimenti di aggregazione e di opinione più o meno coesi e duraturi, ma è pur sempre il ricordo di una persona del passato ad essere tenuto vivo, non la persona stessa.
Nel caso di Gesù, però, noi pretendiamo di incontrare lui, la fede parla della sua persona viva. Anche da questo punto di vista si potrebbe ritenere che dal momento che egli è il Figlio di Dio, allora non ha mai cessato di essere presente come Dio Figlio nella storia degli uomini e quindi può essere creduto e accolto in quanto Persona divina. Non c’è dubbio che la nostra fede si dirige ultimamente sempre a Dio e che all’incontro con lui essa tende come termine definitivo di ogni atteggiamento e intenzione credente. Ma non è in questo senso che noi possiamo parlare di fede in Gesù e di incontro con lui, come una generica fede in Dio o una credenza religiosa. Anzi, propriamente parlando, nemmeno è possibile, ormai, parlare di una fede e di un incontro con Dio che prescinda da Gesù e non passi per la mediazione della sua Persona e dell’incontro con la sua Persona. Perché l’evento Gesù non è una parentesi più o meno rilevante; è, piuttosto, lo schiudersi del mistero di Dio e, in un certo senso, una sorta di profonda “mutazione” nella “storia” di Dio.
La verità è che una separazione tra Gesù prima della sua morte e il Figlio eterno di Dio non è possibile, poiché i due non sono due ma una sola Persona, quella del Figlio. Gesù non si trasforma in Figlio di Dio dopo la sua morte; viceversa il Figlio di Dio si incarna in Gesù, si incarna come Gesù, nell’atto stesso del suo concepimento. Da quel momento la personalità di Gesù di Nazaret è divina, quella del Figlio di Dio, e l’umanità di Gesù non sarà mai più separabile dalla Persona del Figlio di Dio. In un certo senso non esiste un Gesù prima della morte di cui si possa parlare come se non fosse implicato in ciò che succederà dopo e come se non fosse già personalmente il Figlio di Dio. Proprio la storicità di Gesù lo colloca ai confini della storia in un rapporto con Dio che supera la storia o, detto diversamente, lo configura come una presenza che squarcia lo spazio della storia all’irruzione del divino. Ci sono tanti segni nella vicenda di Gesù che svelano questo squarcio divino che irrompe nell’umano, ma tutti essi culminano nel segno supremo della risurrezione, a sua volta inseparabile dalla morte in croce.
Gesù non è incontrabile, dunque, come l’uomo prima della morte, perché non esiste un Gesù riducibile e isolabile come l’uomo prima della sua morte. Morte e risurrezione fanno parte integrante del suo vissuto umano così che questo non potrebbe essere in alcuno modo compreso senza quelle. Il Gesù prima della sua morte e il Gesù risorto e glorioso sono la stessa persona e identificano un unico evento anche dal punto di vista storico. E poiché egli è il primo dei risorti, è anche l’unico a cui non ci si può riferire solo al passato. Dal momento della sua risurrezione, non esiste più un Gesù riducibile al tempo prima della sua morte; egli ha attraversato e superato la morte entrando nella vita che non può sfociare più sulla morte. La morte non è per lui il punto d’arresto insuperabile, come lo è invece per chiunque. Mentre la morte di ogni uomo lo fissa al passato e lo arresta come una barriera invalicabile, quella di Gesù è una barriera abbattuta e abbandonata ad un passato il cui significato rimane presente nella vita definitiva del Risorto.
Gesù risorto, dunque, non può essere il passato, perché egli è vivente e lo spazio della sua presenza non è la memoria devota ma l’esistenza credente. Il punto è proprio questo: la fede che struttura una persona e la sua esistenza; la fede come modalità di più profonda conoscenza della realtà tutta intera, del mistero dell’esistenza, delle relazioni vere di cui questa è intessuta; la fede come dono e grazia, come fiducia e adesione alla verità di Gesù risorto; la fede come relazione personale con lui.
In questa luce viene recuperato in pieno il tempo della vita di Gesù prima della sua morte. Esso è, infatti, impregnato di quello Spirito Santo nella cui potenza egli è stato concepito (cf. Lc 1,35) e che farà rivivere eternamente la sua umanità in Dio. Così comprendiamo il fascino irresistibile della sua umanità, la cui esemplarità possiede già il segreto dell’attrazione di Dio.
Dove incontriamo Gesù?
Non ci nascondiamo la difficoltà della relazione di fede con lui, per la sua differenza dalle forme ordinarie di relazioni personali che noi conosciamo e sperimentiamo. Se però riflettiamo attentamente, dobbiamo ammettere che anche in tale relazione peculiare riscontriamo le caratteristiche dell’incontro umano tra persone, che rendono possibile e comprensibile l’incontro con Gesù. Il suo tratto essenziale è costituito, infatti, dalla scoperta, dal contatto e dall’apertura di una comunicazione con un tu. A partire da tale scoperta l’io stabilisce con il tu un rapporto di riconoscimento e di fiducia che sfocia in un legame stabile e duraturo. Questo incontro si compie nelle modalità proprie delle possibilità di esperienza umana, fatta di intelligenza e di libertà, di emozione e di sentimento, di immaginazione e di sensibilità, anche di corporeità e di materialità.
Tutto questo è profondamente presente e attivamente coinvolto nell’incontro con Gesù vivente, sebbene in condizioni proprie, ma non per questo estranee a quelle che abbiamo chiamato possibilità di esperienza umana. Lo cogliamo subito se ritorniamo sul modo come Gesù è vivente. Abbiamo parlato finora di risurrezione e condizione gloriosa; in realtà bisognerebbe esplicitare che la risurrezione abbraccia il compimento definitivo dell’evento Gesù di Nazaret, e quindi comprende come sue dimensioni costitutive e attuali (e non come sviluppi successivi) l’ascensione, il dono dello Spirito, il ritorno glorioso alla fine dei tempi. Già questo fa intuire che noi non possiamo considerare la risurrezione come uno straordinario avvenimento singolare del passato, ma come l’ingresso in una condizione nuova e definitiva in cui Gesù ora permanentemente si trova; ma poiché egli è personalmente il Figlio di Dio, l’umanità singolare che lui ha assunto coinvolge l’umanità intera nella trasformazione gloriosa che in lui si è prodotta con la risurrezione. Come dice san Paolo (cf. Col 3,1), in lui in qualche modo siamo risorti tutti, in lui è cominciata la risurrezione di tutti, la risurrezione finale. La nostra umanità è ormai collocata dentro questo arco di tensione che si protende in uno slancio irresistibile verso la vita di Dio.
Dentro questo arco di tensione troviamo tutti i segni di una presenza dinamica dell’azione potente del Risorto, tramite il suo Spirito, diretta a trasformare la realtà intera. Scrive san Paolo: «Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo» (Rm 8,19-23).
Con la risurrezione, non è tanto un evento straordinario che si è inserito nel corso della storia, quanto piuttosto la realtà intera che è entrata in una condizione nuova, raccolta dentro un movimento di divinizzazione. L’avanguardia di questo movimento è costituita dalla comunità dei battezzati, i credenti inseriti sacramentalmente, cioè con efficacia divina, nella vita del Risorto. La Chiesa è il luogo in cui è riconoscibile la presenza del Risorto che trasforma le persone e le rende membra vive del suo corpo.
Quella della Chiesa come corpo di Cristo risorto è una immagine che ha proposto per primo san Paolo e che esprime bene l’appartenenza di noi credenti a Cristo, non in senso soltanto sociale, cioè esteriore, ma in una comunione che nasce dalla circolazione in noi della stessa vita di Dio mediante Cristo risorto per la potenza dello Spirito Santo. «Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. […] Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra» (1Cor 12,12-13. 27).
In questo organismo, che è divino e umano insieme – infatti la Lumen gentium del concilio Vaticano secondo chiama la Chiesa sacramento (cf. n. 1) –, disponiamo di tutti i segni per incontrare, riconoscere e vivere con Cristo. Il primo di essi è la stessa comunità ecclesiale. Bisognerebbe non perdere mai di vista che una assemblea di Chiesa, cioè una comunità di battezzati, è innanzitutto e ultimamente sempre una convocazione da parte del Signore: in termini trinitari bisognerebbe dire che è il Padre a convocare nel Figlio di cui lo Spirito Santo rende membra vive. Ci dovremmo sempre ricordare che siamo dei chiamati e veniamo alla fede, ma non siamo noi ad avere o prendere l’iniziativa: la nostra è sempre una scelta nell’ordine della risposta, dell’adesione, della corrispondenza a una iniziativa divina. «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16), dice Gesù. La Chiesa non è frutto di una iniziativa umana, ma una realtà umana e divina insieme che sta sotto il primato di Dio (cf. LG 8). Perciò, noi chiamati a far pare del corpo di Cristo siamo, come Chiesa, allo stesso tempo, il credente e il creduto, colui che crede e colui che è creduto, poiché siamo corpo di Cristo, parte di lui Figlio che ci rende figli di Dio e quindi partecipi della comunione delle Persone divine. La Chiesa non è fuori di noi; essa è fatta di ciascuno di noi che, per lo Spirito, siamo uno con e in Cristo. È in essa e con essa che incontriamo Cristo, perché con il battesimo siamo stabiliti in una relazione di grazia con Cristo. Il cammino personale di incontro con Cristo ha in ciascuno singolari vicissitudini, ma esso si basa ed è reso possibile dalla presenza della Chiesa e dalla chiamata alla fede in essa e tramite essa.
Incontro ecclesiale e incontro personale
Luogo e momento esemplari di ogni assemblea di Chiesa è la celebrazione liturgica, in primo luogo quella eucaristica. In essa infatti la comunità cristiana riconosce se stessa nella sua fonte e nella sua vita, attinge sempre di nuovo la sua identità e riabbraccia il suo compito. Corpo di Cristo è la Chiesa, Corpo di Cristo è l’Eucaristia. Questa mostra e realizza sempre di nuovo la comunione dei battezzati nell’unica fede in Cristo risorto. Il sacramento del Corpo e del Sangue del Signore attua e visibilizza il sacramento che è la Chiesa. L’Eucaristia è la forma più alta e intensa della presenza del Risorto nella Chiesa, ma anche nella storia e nel mondo intero. Celebrarla è il modello principe e la sorgente di ogni vita di fede e del suo ultimo radicamento in Cristo.
Il concilio Vaticano II insegna, al riguardo, che «Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della messa, sia nella persona del ministro, […] sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. È presente infine quando la Chiesa prega e loda» (Sacrosanctum Concilium, n. 7).
Illuminato dalla fede sul Cristo vivente, il credente si apre alla possibilità di incontrarlo innanzitutto nella Chiesa e nei segni che essa pone, cogliendoli, quali essi sono, come azioni di Gesù risorto e vivo. Nella Chiesa che ascolta, celebra e vive la fede nel Risorto, il credente incontra il Cristo e trova le condizioni per crescere nella relazione personale con lui e radicarsi sempre più profondamente in lui. La Parola di Dio, che si manifesta nella Sacra Scrittura e nella parola della Chiesa, i sacramenti, la vita intera della comunità ecclesiale da attività disperse si presentano nella fede per quello che in realtà sono, parole e gesti del Risorto che parla e opera per i credenti in lui, immergendoli sempre di più nella comunione delle Persone divine.
Ma il contrassegno dell’autentico incontro sta nella relazione personale che il credente instaura con Cristo Gesù. Finché non perviene a questo livello di comunicazione e di comunione interpersonale con Lui non si può dire che l’incontro sia avvenuto. Questo dialogo personale ha bisogno di attingere e nutrirsi a tutte le manifestazioni della vita della Chiesa, che poi non fa altro se non realizzare un sostegno che esprime esperienzialmente il legame di grazia che sussiste nell’unico corpo di Cristo. E non c’è dubbio che tale sostegno svolge un ruolo formidabile nella vita cristiana, come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica nel passo citato dal papa nel suo Messaggio: «Ogni credente è come un anello nella grande catena dei credenti. Io non posso credere senza essere sorretto dalla fede degli altri, e, con la mia fede, contribuisco a sostenere la fede degli altri» (n. 166). In questo inesauribile processo di sostegno reciproco si alimenta il punto di compiuto radicamento della fede nell’a tu per tu con il Signore che è anche il sigillo dell’incontro e della comunione.
Terza catechesi
Testimoni di Cristo nel mondo
Una fede sostenuta dai fratelli
La nostra fede è ben radicata, fondata, salda, se accolta e vissuta come relazione personale con Cristo Gesù. È lui la radice, il fondamento, la solidità della nostra vita. In questi giorni abbiamo avuto modo di riflettere sulle condizioni che ci permettono di coltivare, tenere viva, far crescere la relazione di fede e di amore con il Signore Gesù. E non c’è dubbio che soprattutto la Chiesa ci offre tutte le possibilità per incontrarlo e mantenere viva e salda la nostra fede. La Chiesa, infatti, mette a disposizione instancabilmente e senza limiti il tesoro della Parola di Dio e dei sacramenti, in primo luogo l’Eucaristia, dopo quello del Battesimo, che sta alla base dell’edificio cristiano.
Dobbiamo aggiungere che la Chiesa ci sostiene nella fede in quanto comunità di fratelli. Il nostro essere Chiesa è fatto dalla convocazione e dall’appartenenza di tanti che vivendo da fratelli si aiutano gli uni gli altri come in una famiglia, la famiglia di Dio. Il Papa Benedetto XVI cita nel suo Messaggio per questa Giornata Mondiale una felice espressione del Catechismo degli adulti: «Ogni credente è come un anello nella grande catena dei credenti. Io non posso credere senza essere sorretto dalla fede degli altri, e, con la mia fede, contribuisco a sostenere la fede degli altri» (n. 166).
Tra i fratelli nella fede vige uno scambio vitale che sostiene a vicenda e fa crescere. Da soli non potremmo andare avanti, non solo nelle circostanze ordinarie della vita terrena, ma anche nel cammino di una fede creduta e vissuta; la grazia di Dio passa attraverso molti segni, tra i quali si colloca anche quello che con una analogia potremmo chiamare il sacramento del fratello. E la ragione è presto detta: il fratello porta in sé quella grazia ricevuta e accolta con la fede e i sacramenti della Chiesa che rende santi, cioè partecipi della santità e della vita stessa di Dio. Allora è Dio, con la sua grazia e la sua santità, a sostenerci a vicenda nei fratelli. Bisogna, certo, fare i conti con la nostra fragilità, che tante volte ostacola e allenta la disponibilità e l’accoglienza nei confronti dei doni di Dio; in ogni caso avviene, però, un passaggio e una trasmissione di grazia attraverso la fraternità cristiana. Anche questa è comunione dei santi, dopo quella nelle “cose sante” e nei santi che sono già nella gloria di Dio.
Il sostegno fraterno così inteso appartiene alla dimensione costitutiva della fede. Questa, infatti, comporta per sua natura una uscita da se stessi per andare incontro al Signore. La fede è, in un certo senso, una consegna della propria vita al Signore, che ha donato la sua vita per noi fino a consumarla sulla croce e darle espansione definitiva e universale con la risurrezione. Il credente entra in una relazione d’amore con il Signore tale da portarlo a pensare e sentire con gli stessi pensieri e sentimenti di Cristo Gesù. San Paolo ha dato una formulazione insuperabile pienamente adeguata a tale esperienza di comunione con Gesù: «e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20).
Questo medesimo sentire con Cristo si manifesta in maniera singolare nel sostegno fraterno e costituisce la condizione indispensabile di ogni coscienza e azione missionaria. Come potremo avere a cuore i lontani se trascuriamo i vicini? Come potremo contribuire a suscitare la fede in coloro che non conoscono bene Cristo, se non siamo capaci di edificarci a vicenda nella fede con coloro che già la condividono e fanno parte della nostra stessa comunità?
Gli stessi sentimenti di Cristo Gesù
Vivere per Gesù e con Gesù è il punto di convergenza e di tensione di ogni cammino di fede, fino a far desiderare di avere «gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5) e a distinguersi da quelli che «cercano i propri interessi, non quelli di Cristo» (ib., 21). Gesù si è disposto a tutto pur di conquistare il maggior numero di fratelli. Egli non ha esitato ad andare incontro all’umanità e a caricarsi della umiliazione della morte in croce (cf. ib., 6-11). A imitazione e nella sequela di lui, san Paolo scrive: «pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero» (1Cor 9,19); e conclude: «tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io» (ib., 23).
Gesù, dunque, «non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo» (Fil 2,6-7) e tenne aperto il suo cuore verso tutti, mandando in missione i suoi discepoli a due a due conferendo ad essi il potere della parola e della liberazione dal male (cf. Mt 11,21-24; Lc 10,1-16), e infine pregando per coloro che ancora non credono («Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola», Gv 17,20). Da parte sua, san Paolo considera tutto spazzatura a confronto di Cristo («Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo», Fil 3,8), e vede messa in pericolo la sua partecipazione al Vangelo se non si adopera in tutti i modi per guadagnare ogni fratello che può raggiungere.
Qui cogliamo la radice e la dinamica della missione: condividere la medesima passione di Gesù, Verbo incarnato, per la salvezza del mondo, per guadagnare a lui ogni fratello che incontriamo. Non è un dovere estrinseco che si aggiunge ad una fede privata o ad una vita cristiana compiaciuta di se stessa. È una esigenza profonda che abita ogni autentica esperienza di fede in Cristo. Se sono cristiano non posso fare a meno di preoccuparmi della fede e della salvezza degli altri. Questo è il desiderio del cuore di Cristo, e con il suo cuore noi pure sentiamo la pena e la sofferenza per chi rischia di rimanere all’oscuro o di perdersi. La missione nasce dalla comunione profonda che la fede instaura con il Signore e con la sua passione per la salvezza dei nostri fratelli.
La Chiesa vive profondamente di questa condivisione missionaria. Essa si lascia continuamente coinvolgere nel movimento “missionario” che nasce dal Padre e si compie nel Figlio Gesù; in quanto corpo del Risorto, essa si rende segno e strumento dell’azione e della presenza dello stesso Gesù vivente. Resi sensibili per grazia, avvertiamo su di noi la sofferenza di chi è piagato nel corpo o nello spirito. La fede ci apre alla presenza di Dio per Cristo nello Spirito, ma ci rende nello stesso tempo solidali con l’umanità intera a partire dai fratelli vicini, dal prossimo che attende risposte e sostegno. È per questo che nelle apparizioni il Risorto unisce, all’invito all’incontro con lui e al riconoscimento di lui per una rinnovata e definitiva piena comunione, il mandato missionario: «andate» (Mc 16,7.15; Mt 28,7.10.19).
La testimonianza, via della missione
La missione si compie con la vita e trova espressione nella parola: la forma propria della missione cristiana è la testimonianza. Essa riceve forza da un mandato dall’alto, è un impegno sostanziato di grazia fin dal suo sorgere; ma non per questo si riduce a una sorta di prestazione professionale, per quanto richieda competenza e percorsi adeguati. Essa scaturisce sempre da un cuore che vibra in sintonia con il cuore di Gesù, con l’amore universale di Dio. È opera della generosità della fede, espressione della gratitudine illimitata che sgorga dalla coscienza della grandezza del dono della fede. È espressione di una fede gioiosa e così intensa da non poter essere trattenuta per se stessi soltanto, pena il suo impoverimento e la sua perdita. La generosità nel dare a cui invita san Paolo evocando Gesù negli Atti («Si è più beati nel dare che nel ricevere», At 20,35) e poi nelle sue lettere («Dio ama chi dona con gioia», 2Cor 9,7) va riferita ai beni materiali da elargire a chi è nel bisogno, ma si applica non meno appropriatamente al bisogno di fede, di senso, di amore di chi è in difficoltà nel proprio cammino di fede o è del tutto lontano da esso. La testimonianza è l’irradiazione e l’espansione di una fede qualitativamente viva e solida.
Il punto discriminante è questa capacità di sentire con Gesù e con i fratelli, una capacità così scarsa e insidiata al giorno d’oggi. Di fatto l’individualismo esasperato che fa rinchiudere a riccio ciascuno in se stesso, nei propri interessi e piaceri, inquina anche la coscienza e la vita di tanti cristiani. Se a ciò si aggiunge la fuga da ogni sguardo sul passato e sul futuro che fa ripiegare sull’attimo presente nell’oblio di ogni difficile domanda e nella rimozione di ogni problema – che riguardi sé o altri non importa – il quadro che si delinea è desolante, poiché rivela un drammatico impoverimento del senso della fede e una conseguente perdita di ogni senso di solidarietà.
La missione ai giovani
C’è una sfida propria di questo tempo da raccogliere da parte di voi giovani. E per farlo c’è bisogno di comprensione della condizione giovanile, poiché la missione cristiana ha bisogno di rimanere fedele a se stessa e al Signore da cui origina ed è ultimamente guidata, ma richiede anche la capacità di discernere nel destinatario le dimensioni e le forme dell’attesa di Cristo e del suo Vangelo. In questo sta un presupposto fondamentale della missione e della testimonianza cristiana: noi non siamo detentori di qualcosa di esclusivo ed estraneo a chiunque altro. In un modo che non sempre ci è dato di scrutare, ogni persona che incontriamo porta in sé un proprio misterioso cammino con Dio; quanto meno in questo senso: che nel suo cuore è all’opera lo Spirito di Dio, la sua grazia trasformante, la presenza del Risorto, il richiamo del Padre. Andiamo sempre, dunque, in missione, o più semplicemente viviamo la missione là dove siamo, con la coscienza di essere strumenti e accompagnatori di un’opera che ci supera anche se si serve di noi. Anche in questo senso dobbiamo sentirci «servi inutili» (Lc 17,10): servi perché chiamati e mandati, ma inutili perché è lui, colui che ci ha chiamati e mandati, ad agire e a condurre a compimento l’opera; l’importante è compiere tutto «quanto dovevamo fare».
Con questa coscienza ci accostiamo al mondo giovanile, al vostro mondo, che costituisce una frontiera nevralgica per la missione cristiana oggi, poiché coglie la nostra società sul crinale decisivo della sua evoluzione. Nel dipingerlo è facile cadere nei luoghi comuni e nelle approssimazioni. Quando se ne parla si oscilla tra la retorica giovanilistica che sa dire solo quanto siete bravi (ma spesso si tratta solo di un espediente degli adulti per evitare che si porti l’attenzione sulle loro responsabilità) e, dall’altro lato, il pessimismo più nero circa il destino di tutta una generazione considerata condannata senza rimedio al fallimento. La realtà è molto più complessa di tali rappresentazioni semplicistiche e conosce un po’ di tutto, dal degrado all’eccellenza, con nel mezzo la mediocrità, l’ignavia e, molto di più, la fatica ordinaria e onesta di tanti tesa ad affrontare fatica e ostacoli di ogni genere. Non ultimo, le nuove generazioni subiscono il condizionamento o, semplicemente, respirano una cultura diffusa impregnata di tutto ciò che vanifica ogni forma di impegno con un gioco al ribasso che idolatra e persegue il consumo e l’evasione deresponsabilizzate, una subcultura impregnata di cinismo distruttivo e autodistruttivo. Da non pochi osservatori si rileva, soprattutto, che i giovani sono le prime vittime del nichilismo, questa malattia dello spirito del nostro tempo che – non ce lo nascondiamo – conosce cause e fattori degenerativi oggettivi che incidono sulla condizione giovanile, quali la crisi economica, la mancanza di prospettive future, il prolungato parcheggio in condizioni di non adeguata valorizzazione delle sue risorse con percorsi di studio spesso lunghi e ripetitivi, la difficoltà a entrare nel mondo del lavoro, la lentezza nel ricambio di ruoli e responsabilità sia nell’ambito pubblico che privato, in un sistema sociale di gerontocrazia che spesso mortifica e non riesce ad avvalersi di energie nuove; non dobbiamo ignorare, però, le radici ideologiche del nichilismo che propugnano una visione dell’uomo e della realtà priva di orizzonti ultramondani, o anche semplicemente aperti al futuro; una visione che affida all’uomo, spesso ridotto ad un individuo isolato e abbandonato a se stesso, un potere illimitato grazie all’illusione di onnipotenza alimentato dagli sviluppi della tecnica e della scienza.
A volte ho l’impressione che molti giovani, per responsabilità degli adulti e per condizionamenti sociali, ma anche per responsabilità proprie, dilapidano le loro energie migliori (privandone anche la società), per incapacità o impossibilità di investirle, nel vuoto dell’inedia o di un agire dissennato e distruttivo per altri e per se stessi. C’è una chiamata, che ultimamente viene da Dio creatore, a investire e far fruttificare le capacità e i beni di cui disponiamo. Per quanto dipende da voi giovani, non mettere a frutto le risorse e le potenzialità della vostra età diventa presto un peccato dinanzi a Dio e un delitto nei confronti della società intera. Sta qui la prima testimonianza da rendere, il primo segno del vostro essere cristiani, la prima espressione del vostro desiderio di bene per i vostri coetanei e per la vostra generazione. Mettere a frutto ciò che siete e ciò che avete per un progetto di vita e di società: non è questo che il Signore vi chiede oggi? O pensate forse che la fede si possa ridurre a qualche preghierina e a qualche canzonetta in bella compagnia? La fede sfida la vita e chiede di diventare scelta operosa e impegno concreto. La vita deve essere trasformata dall’Eucaristia così che la celebrazione possa diventare vera per la potenza dello Spirito che agisce in essa e la conseguente assunzione dell’esistenza secondo un orientamento profondamente rinnovato.
La croce e la testimonianza
Ma questa testimonianza, che scaturisce da una Eucaristia che innerva l’esistenza personale e sociale, ha bisogno di contenere una dimensione, che ha sempre un valore essenziale per la fede cristiana e risulta anche profondamente attuale per la condizione giovanile. Nel suo Messaggio a voi indirizzato, papa Benedetto XVI scrive: «Nella storia della Chiesa, i santi e i martiri hanno attinto dalla Croce gloriosa di Cristo la forza per essere fedeli a Dio fino al dono di se stessi; nella fede hanno trovato la forza per vincere le proprie debolezze e superare ogni avversità». Senza il passaggio della fatica e del sacrificio, non c’è possibilità di futuro umano e non c’è autenticità di fede e di esistenza cristiana. Abbiamo bisogno di rompere il paradigma in cui ci stiamo lasciando imprigionare; quello secondo cui la vita è fatta solo per essere consumata e goduta, possibilmente senza costi (anche se poi non si capisce o non si pensa che qualcuno dovrà pagarne il prezzo, poiché un prezzo, ciò che usiamo e consumiamo, ce l’ha sempre).
La missione giovani – ma la stessa vale per gli adulti, e a volte direi anche prima e di più – deve cominciare da questo nuovo approccio cristiano alla vita personale e sociale. Un approccio che non disdegna la fatica e il sacrificio per realizzare qualcosa di buono, un approccio che ha fiducia e, anzi, sperimenta che nel dono di sé c’è la fonte della gioia (e possiamo citare ancora il detto paolino di At 20,35: «Si è più beati nel dare che nel ricevere»: dare a Dio e agli altri con il dono di sé e con l’offerta della testimonianza personale). Qui si gioca la sfida più grande per le nuove generazioni, ovvero l’apprendistato della libertà. Perciò il Papa ci ha detto ieri nel suo discorso durante la liturgia della Parola: «Edificando sulla ferma roccia, non solamente la vostra vita sarà solida e stabile, ma contribuirà a proiettare la luce di Cristo sui vostri coetanei e su tutta l’umanità, mostrando un’alternativa valida a tanti che si sono lasciati andare nella vita, perché le fondamenta della propria esistenza erano inconsistenti. A tanti che si accontentano di seguire le correnti di moda, si rifugiano nell’interesse immediato, dimenticando la giustizia vera, o si rifugiano nelle proprie opinioni invece di cercare la verità senza aggettivi».
C’è un posto per la parola nella testimonianza cristiana, ma essa annuncia Cristo svelando il senso dell’impegno di vita che la grazia del Signore rende possibile. Una parola dissociata sistematicamente dalla vita ha scarse possibilità di farsi intendere ed essere accolta. I vostri coetanei, ma anche tutti i nostri contemporanei, hanno bisogno di vedere in qualche modo cominciare a realizzarsi ciò che noi annunciamo. Essi hanno bisogno di vedere la speranza di futuro e di vita buona che è contenuta nelle vostre persone e nelle vostre esistenze. Abbiamo tutti bisogno di nuovi stili di vita, di nuove relazioni, di solidarietà capace di far nascere progetti e fermenti di società rinnovata dalla speranza e dall’amore cristiano.
Concludo con le parola del Papa, che proprio in merito a questo aspetto nel suo Messaggio vi scrive: «la vittoria che nasce dalla fede è quella dell’amore. Quanti cristiani sono stati e sono una testimonianza vivente della forza della fede che si esprime nella carità: sono stati artigiani di pace, promotori di giustizia, animatori di un mondo più umano, un mondo secondo Dio; si sono impegnati nei vari ambiti della vita sociale, con competenza e professionalità, contribuendo efficacemente al bene di tutti. La carità che scaturisce dalla fede li ha condotti ad una testimonianza molto concreta, negli atti e nelle parole: Cristo non è un bene solo per noi stessi, è il bene più prezioso che abbiamo da condividere con gli altri».
In questi giorni stiamo riscoprendo che la fede è necessaria per vivere, che abbiamo bisogno della fede per vivere; senza di essa non riusciamo a decifrare il mistero dell’esistenza e orientare la vita, perché solo essa ha il potere di risvegliare le nostre energie sopite, dilapidate o sprecate senza senso.
Non torneremo gli stessi a casa dopo questa giornata; queste parole ci toccano e ci stanno già cambiando, perché ci rendono missionari coraggiosi e testimoni convincenti di Cristo Gesù.















































