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    «Quel milione e mezzo di giovani

    sono il futuro della Chiesa»

    Il sociologo Valerio Corradi: bisogno di relazioni e di esperienze importanti, intercettiamoli

    Nicola Salvagnin


     

    Lasciamo perdere le stime ufficiali delle iscrizioni alla GGM che si è recentemente conclusa a Lisbona, cifre che parlavano di meno di 400mila iscritti all’alba della kermesse. Era immaginabile che l’afflusso sarebbe stato ben più ampio, memori delle adunate oceaniche degli anni scorsi.
    Ma appunto: degli anni scorsi, e Lisbona non è certo la meta più facile da raggiungere già per gli europei.
    Poi, la domenica conclusiva con papa Francesco nell’immenso Parco Tejo, l’afflusso è stato così spaventoso da... spaventare i presenti: parco pieno zeppo e una fiumana di giovani che continuava ad attraversare il ponte di collegamento con la città. Le stime finali parlano di un milione e mezzo di partecipanti, probabilmente per difetto. Qualunque partecipante veronese potrà confermare che c’erano più persone presenti lì che residenti nell’intero Friuli Venezia Giulia.
    Eppure la scristianizzazione... Eppure i giovani sempre più lontani dalla Chiesa, dalla religione cattolica, dal discorso religioso... Ne parliamo con il sociologo Valerio Corradi, docente alla Cattolica di Brescia, che sul tema ha dedicato Segni di speranza Religiosità giovanile e rinnovamento ecclesiale, un libro di un paio d’anni fa. «È evidente che emerge un grande bisogno di incontri, di relazioni tra persone e mondi diversi, di esperienze importanti da parte di una gioventù che usciva dai lockdown, ma che manteneva intatta la ricerca di senso, di risposte importanti, di appartenere a qualcosa di più grande rispetto alla propria individualità».
    – Si pensava che la pandemia avesse corroso questi afflati...
    «Al contrario. È certamente avvenuto un rallentamento delle tradizionali pratiche religiose, già da tempo si registra una disaffezione rispetto al “percorso educativo” che è stato pro prio delle generazioni precedenti. Ciò non significa che stia imperversando un ateismo che qualsiasi indagine in realtà non riscontra: i giovani che si dichiarano atei o agnostici sono nella stessa percentuale di qualche decennio fa. Poi accade Lisbona, una cosa fatta da giovani per i giovani, e la risposta è clamorosa».
    – Tutti cattolici? «Tutti o dentro o fuori da una Chiesa verso la quale però continuano a guardare.
    La questione allora è un’altra. Come dialoga con le nuove generazioni la Chiesa? Con quale linguaggio? Con quali proposte?».
    – Ha risposte? «Non spettano a me, ma certo non con iniziative “calate dall’alto”. Ma mi pare che papa Francesco abbia una sensibilità speciale nell’intercettare umori e sentimenti dei giovani d’oggi, penso ad esempio alla Laudato si’ e ai circoli spontaneamente nati attorno a quell’enciclica».
    – Pericoli? «Non mancano. Primo fra tutti quello di costruirsi il “Dio a modo mio” o far scivolare la propria richiesta di spiritualità verso baggianate alla moda o filosofie le più strambe e variegate. Ma starei alle parole di un altro grande della Chiesa, quel Joseph Ratzinger che dice va: abbiamo indizi di una nuova disponibilità alla fede».
    – C’è sempre il rischio che la parola Dio perda la consonante iniziale e rimanga il lato narcisista.
    «Non a caso papa Francesco, riferendosi al tema biblico della Gmg (“Maria si alzò e andò in fretta”, Lc 1,39) invita ogni giovane non solo a chiedersi “chi sono”, ma anche “al servizio di chi”. Mi pare che la strada sia chiaramente indicata dal Pontefice: trovare o ritrovare una disponibilità piena e uno spirito di servizio verso l’altro: così costruiremo un tempo nuovo. Intanto evviva la Gmg, autentica esperienza di incontro».

    (Verona fedele - 27 agosto 2023)



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