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    10. L'esodo.

    "Ci ha fatti uscire

    dall'Egitto"

    fabris10



    L'esperienza di liberazione dei figli di Giacobbe o Israele dall'Egitto sta al centro del «credo» biblico riportato nel libro del Deuteronomio nella preghiera del padre di famiglia nel giorno del ringraziamento.

    1. L'esodo nella Bibbia ebraica

    L'esperienza di liberazione dei figli di Giacobbe o Israele dall'Egitto sta al centro del «credo» biblico riportato nel libro del Deuteronomio nella preghiera del padre di famiglia nel giorno del ringraziamento: «Il Signore ci fece uscire dall'Egitto con mano forte e con braccio teso» (Dt 26,8). Esso riecheggia nelle parole di Giosuè all'assemblea di Sichem dove si riassume la storia della liberazione e l’ ingresso nella terra promessa: «Feci dunque uscire dall'Egitto i vostri padri» (Gs 24,6). E dopo l'esilio nella liturgia penitenziale dei rimpatriati: «Tu hai visto l'afflizione dei nostri padri in Egitto» (Ne 9,9). La stessa convinzione di fede si trova nelle parole dei profeti che rievocano l'esperienza di esodo per motivare l'invito alla conversione: «Io vi ho fatto uscire dall'Egitto» (Am 2,10; 3,1-2). In una parabola ispirata ai rapporti tra padre e figlio il profeta Osea fa dire al Signore: «Dall'Egitto ho chiamato mio figlio» (Os 11,1). Gli fa eco il profeta che sotto il nome di Isaia annuncia il nuovo esodo dai campi di deportazione: «Così dice il Signore che offrì una strada nel mare» (Is 43,16). Più volte nella preghiera dei Salmi si presenta l'azione di Dio che ha libera il suo popolo dall'Egitto: «Fece uscire il suo popolo con esultanza» (Sal 105,43).

    2. L'oppressione in Egitto

    La storia dell'esodo incomincia con la presentazione dei «figli di Giacobbe/Israele», che sono «oppressi», in ebraico ‘anawîm, in Egitto (Es 1,1-14). L'oppressione assume un duplice aspetto: gli ebrei sono impiegati come manodopera nei lavori pubblici per la costruzione della città-deposito di Pitom e Ramses, al tempo della XIX dinastia e inoltre sono costretti al lavoro dei campi. Su questa condizione di sfruttamento incombe il controllo demografico perché il potere egiziano teme la crescita degli immigrati (Es 1,15-22). I figli di Israele in Egitto sono assimilati alla condizione dei prigionieri di guerra asiatici o semiti, di cui parlano le fonti egiziane al tempo di Ramses II (1314-1290 a.C.). Nei documenti egiziani i nomadi e seminomadi che vivono ai margini degli insediamenti agricoli e urbani sono chiamati hapíru o shasu. Nella loro oppressione i figli di Israele gridano a Dio ed egli li ascolta, si ricorda della sua alleanza con i padri, guarda alla loro condizione e se ne prende pensiero. Da qui inizia l'esodo religioso (Es 2,23-25).

    3. L'esodo di Mosè

    Mosè è il protagonista umano incaricato da Dio di far uscire i figli di Israele dall'Egitto. Il narratore biblico racconta la sua nascita di Mosè, salvato dalle acque del Nilo grazie all'astuzia della madre e della sorella (Es 2,1-10). Egli, figlio di genitori Ebrei, della tribù-famiglia di Levi, fin dalla nascita riceve un nome egiziano(Moses= «nato, o figlio di…», con l'aggiunta di nome di Dio, come Thut-moses, Ra-moses; nell'etimologia popolare sulla base del verbo ebraico masháh, «trarre», Es 2,22). La storia della sua salvezza è modellata sullo schema degli antichi racconti dei figli abbandonati, salvati e adottati. Mosè viene educato nella scuola degli scribi egiziani per entrare a far parte dell'amministrazione faraonica. Per ragioni di contrasto con l'autorità egiziana Mosè è costretto ad abbandonare l'Egitto. Così viene a contatto con le tribù nomadi di Madian, legate agli shasudell'Egitto, che invocano Dio come JAH. Infatti lasciando l'Egitto trova ospitalità presso il sacerdote di Madian di cui sposa una figlia, Zippora; da essa ha il figlio Ghersom (Es 2,11-22).
    Dio si rivela a Mosè, mentre conduce al pascolo il gregge del suo suocero presso la montagna santa chiamata Horeb. Il racconto biblico segue lo schema della «chiamata» o investitura dei profeti (Es 3,1-22). Dio che parla a Mosè dal fuoco si presenta come il Signore solidale, go’èl,con il suo popolo e incarica Mosè di farlo uscire dall'Egitto. Mosè come garanzia per avere successo chiede a Dio conoscere il suo nome. Dio gli risponde con una promessa e impegno: ’ehjeh ’asher ’ehjeh, «Io sono colui che sono» oppure: «Io sono/sarò con te» (Es 3,7-15.16-22).
    Il nome di Dio espresso dalle quattro lettere ebraiche JHWHè un simbolo per indicare la presenza e l'azione di Dio nel mondo e nella storia umana. Esso deriva per assonanza con l'imperfetto del verbo ebraico HAYAH, che può significare: «Io ero, Io sono, Io sarò». Dio è colui che abbraccia l'intera esistenza, non in modo statico, ma con il suo agire libero ed efficace: «Io sarò con te! Ci sono!». Da quello che farò saprai che io sono. L'esperienza di Mosè non si riduce all'emozione davanti ad un fenomeno esterno. I segni della manifestazione di Dio esprimono l'esperienza interiore. La presenza di Dio è nello stesso tempo tremenda e affascinante, che può essere vissuta solo per grazia. L'incontro ineffabile con Dio è sintetizzato dalla formula JHWH.
    L'efficacia della sua azione nella storia di liberazione rivela il mistero del suo nome come fedeltà al suo impegno e alla parola data. Dio è il «santo», cioè trascendente e ineffabile che non può essere assimilato a nessuna immagine delle cose create, (Es 20,4).Egli fa sentire la sua voce-parola che provoca la risposta dell'essere umano che vi si affida nella piena libertà. Dunque il primo esodo è quello di Mosè, che passa dalla falsa immagine di Dio, inteso come un forza da poter sfruttare, come nella magia, alla fede che liberamente si affida al Signore che chiama.

    4. Il passaggio del mare

    Mosè torna in Egitto come inviato - profeta di Dio, accreditato dai “segni” che devono far riconoscere al faraone che solo Dio è il «Signore». A causa dell'indurimento del cuore del faraone, questi segni diventano «piaghe» o colpi contro il faraone stesso e contro tutto il paese d'Egitto. Nove di questi segni-piaghe, che colpiscono in vario modo il paese d'Egitto e i suoi abitanti, non riescono a smuovere il faraone. Alla fine, di fronte alla morte dei primogeniti, il faraone è costretto a lasciare partire gli Ebrei o addirittura li caccia dall'Egitto.
    Gli Ebrei che lasciano l'Egitto seguono la «via del deserto» percorsa dai nomadi e da tutti i fuggiaschi costeggiando i laghi palustri che occupavano la zona attuale del canale di Suez. Il momento culminante dell'esperienza dell'esodo è il «passaggio del mare» che nella riflessione religiosa del popolo di Dio diventa il prototipo degli interventi di Dio salvatore e creatore. Nel testo attuale si descrive il passaggio del mare in racconto di stile catechistico e celebrato con canto di vittoria (Es 14,5-15,21).



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