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    9. I patriarchi: Abramo,

    padre dei credenti

    fabris9



    Dio prende l'iniziativa di far uscire - esodo - Abramo dal suo passato - terra, patria, casa - gli promette un nuovo futuro: terra, discendenza e benedizione estesa a tutti i popoli.
    La storia delle origini del mondo e dell'umanità si prolunga nella storia di Israele. Tramite Giacobbe, chiamato, dopo la lotta con l'angelo “Israele”, la storia delle dodici tribù si innesta su quella delle origini. Infatti Giacobbe è figlio di Isacco, il figlio di Abramo e Sara.

    1. La chiamata di Abramo

    Abramo viene dal mondo dei popoli, dispersi dopo il loro tentativo fallito di costruire un città con una torre templare per non dispersi su tutta la terra. Dio chiama il patriarca Abramo promettendogli una terra e una discendenza: «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra» (Gen 12,1-3).
    Dio prende l'iniziativa di far uscire - esodo - Abramo dal suo passato - terra, patria, casa - gli promette un nuovo futuro: terra, discendenza e benedizione estesa a tutti i popoli. Sulla parola del Signore il patriarca lascia la regione di Carran e assieme alla moglie Sara e al nipote Lot si incammina verso il paese di Canaan. Egli attraversa la terra di Canaan da nord a sud. Il territorio che Dio ha promesso ad Abramo è abitato dai Cananei. Inoltre egli è avanti negli anni e la moglie Sara è sterile. Tuttavia nella terra di Canaan Dio rinnova la promessa ad Abramo: “Alla tua discendenza io darò questo paese” (Gen 12,7).

    2. La fede e le prove di Abramo

    Abramo constatando che sta invecchiando senza figli pensa di fare erede della sua casa il suo servo fidato, Eliezer di Damasco. Ma il Signore gli rinnova la promessa dicendogli: “Non costui sarà il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede” (Gen 15,4). Lo invita a guardare il cielo e contare le stelle e gli dice: “Tale sarà la tua discendenza”. Abramo crede al Signore, che glielo accredita come giustizia (Gen 15,6). L'espressione biblica: “Abramo credette” - in ebraico he’emin dal verbo ’amân, significa: “fidarsi di...”, “fondarsi su..”, mettere la propria fiducia, trovare la propria stabilità su qualcuno. A conferma della sua promessa Dio compie nella notte il “rito del passaggio”: sotto il simbolo del fuoco egli passa tra le due parti degli animali che Abramo ha diviso in due. Questa è il rituale dell'alleanza presso i nomadi. In tal modo il Signore conclude l'alleanza con Abram rinnovandogli la promessa: «Alla tua discendenza io do questo paese dal fiume d'Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate” (Gen 15,18).
    In un secondo racconto della tradizione più recente - sacerdotale - Dio chiede ad Abramo la circoncisione di tutti i maschi della sua famiglia come segno di alleanza. A conferma della sua promessa modifica il suo nome: “Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abraham perché padre di una moltitudine di popoli ti renderò” (Gen 17,5). Il nome semitico ’Ab-raham, significa “(mio) padre-grande/eccelso”. L'interpretazione biblica fa leva sulla assonanza con vocaboli ’ab, “padre” ehamôn, “molitutidni”. Abramo ricorrendo alle consuetudini del suo tempo cerca di avere un figlio-erede attraverso la serva di Sara, Agar. Al figlio generato egli mette nome Ismaele. Ma in un misterioso incontro alle Querce di Mamre, Dio, che si presenta ad Abramo sotto le vesti dell'ospite, promette che Sara sua moglie gli darà un figlio. Dopo un anno nasce Isacco, così chiamato a ricordo del riso di incredulità di Sara di fronte all'annuncio della nascita di un figlio da lei vecchia e sterile (Gen 18,1-15; 21,1-6).

    3. Il sacrificio di Isacco

    Ma la vera prova della fede di Abram è la richiesta che Dio gli fa a Bersabea: “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò” (Gen 22,2). Abramo senza replicare si alza di buon mattino, sella l'asino, prende con sé due servi e il figlio Isacco, spacca la legna per l'olocausto e si mette in viaggio verso il luogo che Dio gli ha indicato. Al terzo giorno, arrivato a quel luogo, Abramo lascia i servi con l'asino e assieme al figlio Isacco sale in cima al monte per fare il sacrificio. Egli carica la legna sul figlio, prende le brace di fuoco in una ciottola e il coltello. Lungo la salita al monte del sacrificio Isacco chiede al padre: “Dov'è l'agnello per l'olocausto?”. Abramo risponde: “Dio stesso provvederà l'agnello per l'olocausto, figlio mio!” (Gen 19,8). Quando arrivano al luogo che Dio gli ha indicato, Abramo costruisce l'altare di pietre, colloca la legna, lega il figlio sull'altare sopra la legna. Mentre si prepara a immolare suo figlio il Signore gli ordina di non fargli alcun dicendo: “Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio” (Gen 19,12). Abramo allora prende un ariete e lo offre in olocausto invece del figlio. Il Signore con un giuramento rinnova al patriarca la sua promessa di benedirlo con ogni benedizione e rendere molto numerosa la sua discendenza.
    L'episodio drammatico della prova di Abramo evoca il sacrificio del primogenito praticato nel paese di Canaan e più volte condannato nella Bibbia (Mic 6,7; 2Re 3,26; Lv 18,21; 2Re 17,17; 21,6; Ger 7,31; 19,5; Ez 23,37). Il nome del monte del sacrificio è interpretato sulla base dell'assonanza in ebraico tra il verbo jir’eh, “provvede”, e il nome del territorio del monte del sacrificio che si chiama “Moria”, in ebraico ha-mo-rijah. Nella tradizione ebraica il sacrificio di Abramo è presentato come libera offerta del figlio Isacco che chiede al padre di essere legato. Il sacrificio di Isacco, chiamato ’aqedàh, il «legame (di Isacco)», dà valore a tutti i sacrifici.
    Per gli autori del Nel Nuovo Testamento il sacrificio di Isacco prelude all''offerta-dono di Gesù, il “figlio unico” (cf. Gv 3,16; Rm 8,31-32). Anche l'appellativo “Agnello di Dio” dato a Gesù nel Quarto “Vangelo si riferisce alla storia del sacrificio di Isacco (cf. Gen 22,8). La promessa di Dio fatta ad Abramo si compie in Gesù Cristo (Mt 1,1; Lc 1,55; Gv 8,31-58). Per Paolo Abramo è il “padre dei credenti”, che viene riconosciuto giusto da Dio sulla base della sua fede (Rm 4,1-25; Gal 3,6-29). L'autore della Lettera di Giacomo considera Abramo il prototipo del credente che traduce la sua fede viva nelle opere (Gc 2,21-23). Anche per la Lettera agli Ebrei Abramo è il campione della fede proposto ai cristiani che considerano Gesù Cristo il compimento della speranza del patriarca (Eb 11,8-19).



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