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    La Chiesa verso l’implosione

    Intervista a Danièle Hervieu-Léger

    a cura di Piero Pisarra


     

    Da più di quarant'anni, per chi voglia capire come stia cambiando il mondo cattolico e quali correnti lo attraversino, Danièle Hervieu-Léger è il punto di riferimento obbligato. Sociologa, già presidente dell'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, a Parigi, ha tradotto il risultato delle sue analisi approfondite in immagini di grande efficacia (il pellegrino e il convertito, la religione in briciole, fedi à la carte...). Come fa anche nell'ultimo libro intitolato Vers l'implosion? Entretiens sur le présent et l'avenir du catholicisme (Seuil, 2022), nel quale affronta, in dialogo con Jean-Louis Schlegel, la crisi e i fremiti di novità del cattolicesimo francese scosso dagli scandali.

    Il rapporto della Commissione Sauvé (Ciase) sugli abusi sessuali ha avuto l'effetto di un terremoto per la Chiesa in Francia. E sembra aver accelerato l'implosione del cattolicesimo, già in atto da vari decenni. Quali sono le ragioni principali della crisi?
    «Il rapporto Ciase ha mostrato chiaramente il fallimento dell'istituzione di fronte agli abusi sessuali e ai crimini commessi da preti. La sua pubblicazione, di per sé esplosiva, arriva in un momento cruciale della storia della Chiesa in Francia: la Chiesa deve infatti prendere atto della propria condizione ormai minoritaria in una società plurale dal punto di vista religioso, dove il numero di persone che si dichiarano "senza religione" supera quello dei credenti. Per un'istituzione che per secoli ha occupato una posizione egemonica sulla scena religiosa, sociale e culturale, anche dopo la sua espulsione dalla scena politica, si tratta di un trauma notevole, che accentua drammaticamente le divisioni tra gli stessi cattolici: tra chi chiede un atteggiamento nuovo della Chiesa rispetto al mondo e chi difende invece il ruolo della Chiesa come "controcultura" di fronte alle evoluzioni della società; tra chi non riesce a immaginare un futuro per la Chiesa se non attraverso il rafforzamento del sistema di potere verticale, clericale e patriarcale che ne costituisce la spina dorsale, e chi chiede una Chiesa "orizzontale", inclusiva e comunitaria, che dia ampio spazio all'iniziativa autonoma dei laici... Questo divario è più complesso della classica opposizione politica tra "progressisti" e "conservatori": a opporsi sono visioni del cristianesimo che ormai non comunicano più tra loro. Di fatto, la Chiesa di Francia è in frantumi».

    Lei confuta la tesi dello storico Guillaume Cuchet, che in un libro recente (Le catholicisme a-t-il encore de l'avenir en France?, Seuil, 2021) attribuisce la colpa del crollo al concilio Vaticano Il: una tesi che, tuttavia, trova larga eco non solo negli ambienti tradizionalisti, ma anche nelle frange cosiddette "moderate". Perché questa lettura le sembra fuorviante?
    «Mi sembra soprattutto incompleta. Il libro di Guillaume Cuchet mette in evidenza un fatto accertato, ovvero il crollo della pratica religiosa e il crollo dell'autorità sociale e morale della Chiesa a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, nell'immediato post-Concilio. Non ho nulla da obiettare. Ma concentrandosi sul Concilio come causa scatenante, Cuchet sottovaluta, a mio parere, due aspetti. Il primo è il declino della pratica sul lungo termine: una tendenza che si poteva già osservare alla fine della Seconda guerra mondiale (e anche prima). Lo stesso vale per la demografia clericale: in Francia, dal 1959, vengono ordinati meno preti di quanti muoiano! La contrazione del clero non è legata al Concilio stesso, anche se molti preti hanno messo in discussione il loro sacerdozio dopo il Vaticano II. La seconda dimensione che manca nel libro di Cuchet è il contesto culturale specifico degli anni Sessanta e Settanta: quello di una rivoluzione dell'individuo che afferma la propria autonomia personale, una rivoluzione che riguarda la trasmissione del deposito di cultura e di esperienze in tutte le istituzioni (non solo nella Chiesa) e che pone l'istituzione cattolica in uno stridente contrasto culturale con l'ambiente circostante. Le riforme conciliari hanno potuto accelerare il processo, in particolare rendendo i fedeli più consapevoli, grazie all'uso delle lingue nazionali nella liturgia, dell'incongruenza di un linguaggio religioso antiquato rispetto alla cultura contemporanea. Ma queste riforme – attese da molti, va ricordato – non hanno causato di per sé l'emorragia di fedeli».

    In un libro del 2003 (Catholicisme, la fin d'un monde, Bayard) lei ha coniato e contribuito alla diffusione del neologismo «esculturazione», il contrario, si potrebbe dire, di «inculturazione». Quasi vent'anni dopo, a che punto siamo?
    «Con questo neologismo ho voluto indicare il processo di dislocazione della matrice cattolica della cultura francese, che per lungo tempo ha permesso alla Chiesa di rivolgersi a tutti, al di là della laicizzazione delle istituzioni e della secolarizzazione delle mentalità. A partire dagli anni Settanta, la Chiesa ha perso il sostegno di questa trama culturale comune che le consentiva di mantenere una posizione dominante sulla scena religiosa e sociale, nonostante la diminuzione del numero di fedeli. Cinquant'anni dopo, questa "esculturazione" è completa e definitiva. La Chiesa non può parlare che ai propri fedeli, e non è neppure certo che questi la ascoltino, soprattutto sulle questioni di morale sessuale, che considerano appartenenti all'ambito della sola coscienza personale».

    In questo contesto, quali sono le condizioni per una vera riforma della Chiesa universale? Quali le insidie da evitare in maniera prioritaria?
    «Come sociologa, mi guardo bene dal tracciare una prospettiva per la Chiesa del futuro! Ma la mia ipotesi è che la malattia del cattolicesimo sia quella del sistema romano, messo in piedi tra il concilio di Trento e il XIX secolo per far fronte all'assalto della Riforma e poi della modernità politica. Qualsiasi riforma oggi richiede la "de-costruzione" di questo sistema, che si basa interamente sull'autorità sacralizzata del prete. Resta da vedere fino a che punto una tale "decostruzione" possa essere effettuata senza compromettere la tenuta dell'intero edificio».

    (Jesus, settembre 2022)



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