La vasta fenomenologia
della diversità
Claudio Bucciarelli
Chi può versare sangue nero,
sangue giallo, sangue bianco, mezzo sangue?
Il sangue non è indio, polinesiano o inglese.
Nessuno ha mai visto sangue ebreo,
sangue cristiano, sangue mussulmano, sangue buddista.
Il sangue non è ricco, povero o benestante.
Il sangue è rosso: disumano è chi lo versa, non chi lo porta.
(Ndjock Ngana)
Se è vero com'è vero che ogni scelta religiosa è, tra l'altro, condizionata da determinate scelte antropologiche, è evidente allora che in una società sempre più multiculturale come la nostra il conoscere e il capire la vasta fenomenologia della diversità culturale costituisce un problema fondamentale per qualunque essere umano e, a maggior ragione, se costui riveste un ruolo educativo o formativo. Di qui il compito che investe anche l'educatore alla e della fede. A questo proposito, però, è opportuno fare una precisazione: la fede evangelica è un dono di Dio e i doni di Dio sono totalmente gratuiti, non sono né educabili né insegnabili, ciò che si educa perciò è la risposta, è l'Amen che il credente deve saper dare al dono di Dio. Questo significa educare «l'atteggiamento di fede» di colui (bambino, giovane, adulto, anziano, uomo, donna, abile, disabile, analfabeta, intellettuale...) che riceve il dono della fede. Ed è in questo contesto che vanno interpretate le stesse parole di Lévinas quando afferma che «Dio è la sorgente per andare incontro alla diversità». In questo capitolo, allora, il blocco tematico sarà appunto quello di capire le numerose modalità con cui la «differenza/diversità umana» si presenta a noi nella sua antropologica manifestazione. Soltanto nel rispetto di questa realtà il possibile innesto con la fede evangelica sarà corretto.
Liberarci del pregiudizio sociale
C'è un'ulteriore domanda che l'uomo moderno deve sapersi porre: com'è possibile affrontare un argomento così importante come quello della differenza o diversità culturale se non fa un po' di silenzio dentro di sé, se non crea nella sua interiorità uno spazio adeguato per conoscere e riflettere su ciò che è «diverso» da sé? Questo problema presuppone un'attenzione empatica che non è facile acquisire in un vissuto quotidiano in cui spesso la fanno da padroni l'immagine, l'apparenza, l'informazione continua, l'inquinamento acustico ecc. Purtroppo spesso i nostri pensieri sono altrove, verso oggetti che soddisfano i nostri bisogni più o meno indotti, i nostri interessi più immediati e forse superflui. Viviamo in un tempo cioè in cui è difficilissimo praticare la virtù della sobrietà. Intendiamoci, la nostra interiorità è spesso sopraffatta da un vissuto quotidiano importante, legittimo, che non va assolutamente trascurato, ma il clima da cui siamo tutti attorniati non ci aiuta a riflettere seriamente sul valore della differenza-culturale vista nella sua accezione individuale (ogni persona è un essere umano, diverso e irripetibile) e in quella socioculturale (la storia dei popoli e dei gruppi sociali).
Questo fenomeno della diversità/differenza si è prepotentemente posto all'attenzione delle cosiddette società complesse, la cui dilatazione spaziale e temporale ha raggiunto punte di complessità mai verificatesi prima d'ora di tali proporzioni. Tocchiamo tutti con mano che questo tipo di nostra società è contraddistinto da una crisi pressoché permanente per la gigantesca fase di trasformazione nell'economia e nella politica, per i radicali scossoni che hanno coinvolto le gerarchie e le oligarchie tradizionali, per le trasmigrazioni intercontinentali, per le non rosee previsioni di possibili catastrofi ecologiche. In tale clima di incertezza e di insicurezza è possibile, per un individuo che vive nell'era della minaccia nucleare e di un ipotetico ecocidio, autoriflettere sul valore che ha la sua esperienza soggettiva di fronte a quella di milioni di suoi simili? Inoltre c'è una ulteriore considerazione che si impone, il riemergere infatti in tale contesto di antiche paure e di rinnovate violenze che vanno dall'intolleranza ai vari fondamentalismi, dalla conflittualità delle società multietniche alla recrudescenza di razzismi, xenofobie e localismi esasperati, pone a ogni sistema formativo sollecitazioni e problemi per rimettere in discussione comportamenti e atteggiamenti ormai desueti e per rivedere metodi formativi che risultano riduttivi e inadeguati. Il saper discernere, allora, la portata qualitativa della differenza umana costituisce un processo psicologico fondamentale nella costruzione dell'identità di ogni persona, sia sul piano individuale come su quello collettivo caratterizzato dall'appartenenza a un determinato gruppo sociale di ispirazione «laica» o «religiosa».
La diversità culturale, a livello fenomenologico, viene solitamente vissuta con due atteggiamenti opposti. C'è chi la valuta in termini positivi nel senso che essa evoca successo, coraggio, bellezza, stile vincente ecc.; c'è chi la valuta in termini negativi in quanto essa è collegata a devianza, marginalità, handicap sociale, abbandono. Nel primo caso la «differenza», per usare slogan usuali, è vissuta come «in» e il comportamento corrispondente è quello dell'istintiva accoglienza o inclusione; nel secondo caso essa è valutata come «out» e il suo comportamento corrispondente è quello marginale dell'esclusione. Ed è per questo che per capire in profondità il significato della «diversità» il primo passo da fare dentro di noi è quello di liberarci radicalmente del pregiudizio sociale; di creare cioè dentro di noi uno spazio congruo in cui la riflessione critica non sia contaminata o condizionata dal potere previo (pre-potenza!) del pregiudizio. Questo termine «pregiudizio» – dal latino pre/judicium – ha subìto nell'uso comune un cambiamento di significato attraverso i tempi, ma attualmente il senso corrente acquisito è quello di giudizio aprioristico, formulato prima dell'analisi dell'evento e senza la considerazione dei fatti, a cui spesso si associa anche la connotazione emozionale di favore o sfavore. Sovente il pregiudizio si nutre di luoghi comuni, di insofferenza, di ignoranza reciproca, di ipotetico capro espiatorio. Di conseguenza spesso è un irrazionale o non motivato bisogno di sicurezza che crea il pregiudizio. Quando una persona è inquinata dal pregiudizio, lo stesso suo postgiudizio raccoglie evidenze e dati parziali, che poi istintivamente dilata fino a farli diventare regola generale.
Il pregiudizio sociale è davvero la prima barriera da abbattere dentro di noi per fare chiarezza nella vasta fenomenologia della differenza che la nostra quotidianità ci presenta continuamente. Senza questa operazione purificatrice nella nostra interiorità più profonda, è assai arduo dipanare la matassa della «diversità», le cui variabili antropologiche-culturali-sociali-religiose non sono certo di facile lettura e interpretazione. Comunque, è assodato che per abbattere o soltanto modificare una cosa che può rivestire una funzione di ostacolo, occorre conoscerla almeno nelle sue variabili principali e a questo proposito la scienza psicosociale ci viene in aiuto in riferimento al pregiudizio sociale. Infatti si parla di pregiudizio realistico quando esso ha una funzione utilitaria che tocca interessi economici, politici, di status sociale ecc.; di pregiudizio dogmatico quando esso è corrispondente a una funzione di autodifesa, comportamento tipico della personalità autoritaria che si difende per proteggere dall'ansietà la propria insicurezza ecc.; di pregiudizio culturale se esso è riferito soprattutto alla sfera cognitiva, a mancanza di forme di conoscenza e informazione ecc.; di pregiudizio etico quando esso è collegato alla funzione di espressione di valori sul piano privato e su quello pubblico. Ogni modalità di pregiudizio provoca distanza sociale di carattere interpersonale, o di tipo etnico, o di interesse economico, o di opzione religiosa. Se questi, in termini volutamente brevi e schematici, sono i fattori del pregiudizio sociale, è abbastanza ovvio allora che il loro superamento non è certo di facile realizzazione, e non aveva certamente tutti i torti lo stesso Einstein quando affermava che è «più difficile distruggere un pregiudizio che un atomo».
La tendenza al loro superamento, comunque, è la conditio sine qua non per valutare la portata delle categorie della diversità/differenza. Gli studiosi di psicologia sociale a questo scopo indicano di verificare l'ipotesi secondo cui i contatti e le interazioni fra gruppi diversi possono essere efficaci nel modificare i pregiudizi. Infatti, secondo la formulazione più diffusa di questa ipotesi, affinché il contatto tra persone e gruppi diversi sia utile a ridurre il pregiudizio sociale, sono indicate necessarie quattro condizioni: i gruppi devono avere sostanzialmente un uguale status; uno scopo comune per acquisire valori condivisi; un impegno di interdipendenza cooperativa; l'accettazione di norme civili di natura legale, amministrativa. È evidente che tali condizioni costituiscono da un lato un punto di arrivo verso cui tendere e da un altro lato un punto di partenza per realizzare un'autentica educazione interculturale. Il contenuto di tale educazione interculturale è costituito da due atteggiamenti fondamentali: assumere le «differenze» come una reale ricchezza che non va soltanto tollerata ma difesa e tutelata; riconoscerci uguali come esseri umani accettandoci diversi. L'attualizzazione di obiettivi così importanti ci introduce nella pienezza umana, perché ci rende capaci di essere con gli altri e per gli altri, relazionarci con altre identità. L'essere umano, infatti, si rivela inafferrabile e inesistente dal momento che si tenta di coglierlo nella sua forma pura e disincarnata, cioè staccata e isolata dalla comunione con l'altro, con gli altri, con la storia. Non si insisterà mai abbastanza: per capire qualcosa della «diversità umana» e del suo rapporto dialettico con l'unicità irripetibile di ogni identità umana, occorre innanzitutto fare vuoto dentro di noi, creare uno spazio che ci abiliti alla scoperta dell'altro, chiunque esso sia da un punto di vista etnico, culturale, religioso. L'io-corazzato non sa rimettersi in discussione, soltanto colui che sa rimettersi in discussione avrà un io-forte e sarà così agevole accettare e realizzare il processo di liberazione dal pregiudizio sociale.
Le numerose variabili della «differenza» nel vissuto quotidiano
Anche se non ce ne accorgiamo – ed è un errore ottico tipico delle fasi di transizione – noi siamo interni a un mondo in cui, soprattutto a parole, sono conclamate aperture di tipo universalistico, ma concretamente ci scontriamo nel quotidiano con comportamenti che denotano nella cosiddetta «gente» un mondo interiore prevalentemente chiuso. Nel nostro occidente aleggia ancora, consciamente o inconsciamente, la sottile presunzione che ritiene di aver elaborato per tutte le genti i modelli di vita, di elevazione, di progresso. E tali modelli, nel corso della storia, spesso non sono stati proposti ma imposti lontano dai nostri confini a popoli diversi. In questi ultimi tempi sono caduti alcuni «muri» divisori tra Stati, sono crollati confini che separavano giuridicamente popoli e gruppi etnici, ma se osserviamo attentamente la realtà, con spirito di autocritica e con giudizio spassionatamente oggettivo, ci accorgiamo che tale sopraffazione, reale o metaforica, non è ancora finita. Essa esiste e persiste perché se ne vedono i frutti, i prodotti. Se un uomo occidentale «storicizza» il suo giudizio, non dovrebbe fare molta fatica a vedere non poche barriere erette dalla sua presunzione.
Intanto le barriera della razza, una civiltà dei «bianchi» portata e trasmessa ai popoli non bianchi, dimenticando che nell'universo intero c'è un'unica razza ed è quella umana. Una barriera di cultura, una «nostra» cultura, spesso trasmessa a una cultura indigena di popoli lontani, profondamente estranea alla nostra. Una barriera di classe sociale, perché gli oppressi, gli sfruttati, gli estranei alla nostra civiltà e alla nostra cultura egemonica si sono «coscientizzati» e sovente hanno nutrito astio e odio verso una civiltà che, de facto, tende a legittimare il possesso e i rapporti di dipendenza esistenti e impone agli esclusi atteggiamenti di sottomissione e di ossequio. In verità, però, occorre ammettere che in questi ultimi decenni il quadro mondiale dà anche segni di cambiamento, da un certo punto di vista si intravede una positiva fluttuazione sul piano culturale e operativo. Infatti, come si è precedentemente accennato, basta pensare al significato che riveste oggi il termine solidarietà: in passato esso era sinonimo di elemosina o di puro assistenzialismo, oggi invece è solitamente interpretato in termini di «diritti» e di «giustizia», per cui la solidarietà prima che un dovere sacrosanto che deve costruire «cittadinanza attiva e responsabile», è un'esigenza che scaturisce dalla stessa rete oggettiva relativa alle interconnessioni tra persone e tra sistemi sociali. Infatti, nel mondo attuale, tutti dipendiamo da tutti; la categoria dell'interdipendenza è applicabile sia sul piano individuale come su quello sociale, nazionale e transnazionale.
Nonostante però segni positivi di cambiamento sul piano normativo e comportamentale siano riscontrabili, i volti della diversità/differenza passano ogni giorno sotto i nostri occhi. Si tratta di persone, di categorie sociali, di condizioni esistenziali, con le quali camminiamo, forse senza accorgersene, ogni giorno. Il «diverso» cammina per tutte le strade e il suo volto sfiora, contagia la nostra memoria culturale e storica, spesso distratta, attratta cioè da cose o fatti di più immediato gusto, piacere, interesse. Senza nessuna pretesa classificatoria, pensiamo per un attimo, a titolo esemplificativo, a un elenco di parole oggi usuali che evocano nel vissuto quotidiano il significato e la dinamica della diversità: straniero, extracomunitario, individuo di colore, terrone, tossicodipendente, ammalato di aids, handicappato o diversamente abile, omosessuale, lesbica, zingaro, puttana, anziano, donna, misogino, matto, carcerato, balordo, alcolizzato ecc.; e si potrebbe continuare a lungo questa lista, descrivendo altri volti dell'altro, tra cui anche quell'altro che è in ciascuno di noi, dentro di noi, che vorrebbe emergere, liberarsi, ma che noi spesso contrastiamo e opprimiamo con motivazioni superficiali o perbeniste. Insomma, la diversità individuale e sociale ci passa accanto ogni giorno, essa cammina per tutte le strade e sta a noi saperla discernere e incontrare. Tempo fa, leggendo un libro di Antonio Nanni, [1] ho trovato una tipologia della differenza, presentata in modo chiaro, didascalico, basata su alcuni indicatori forse opinabili, ma sostanzialmente ragionevoli che mi sembra opportuno riproporre quasi testualmente. E evidente che tali indicatori sono da interpretarsi da un'angolazione analitica-descrittiva e non valutativa:
– differenza di specie: è quella che differenzia l'essere umano dagli altri animali. Forse appena qualche decennio fa non avremmo pensato di dover tenere conto di questa prima tipologia, perché non eravamo attenti all'impostazione più o meno antropocentrica di un dato ragionamento, ma oggi, alla luce di una rinnovata coscienza ecologica, ci sembra importante non trascurare questo aspetto che ci consente, in una prospettiva correttamente biocentrica (cioè non soltanto «ontologica»), di cogliere questa prima differenza nell'identificazione della specie umana all'interno del mondo animale.
– Differenza di genere: solitamente s'intende quella relativa al genere sessuale maschile e femminile, e che nel pensiero comune costituisce la sostanziale differenza tra l'uomo e la donna. Questa bipolarità o «democrazia-a-due» è un evento prioritario e fondamentale per un autentico passaggio al multiculturalismo. Sul piano scientifico, però, occorre precisare che è ancora aperto e piuttosto acceso il dibattito sulle componenti genetiche, biologiche e culturali che stanno a fondamento di tale differenza bipolare.
– Differenza di età: è quella caratterizzata dalla dimensione cronologica che diversifica l'identità di un bambino dall'identità di un anziano, di un giovane o in generale di un adulto; tale differenza, forse esagerando volutamente, spesso si enfatizza quando si riflette sui conflitti generazionali, ma non c'è alcun dubbio che ci si trova di fronte a una differenza assai significativa.
– Differenza psicofisica: è quella che distingue il cosiddetto normodotato dal disabile o diversamente abile e più in generale il sano dal malato. Esistono poi diversi gradi di malattia e di handicap che gerarchizzano l'emarginazione. Oggi, per esempio, sono particolarmente emarginati a una tacita esclusione gli ammalati mentali e i soggetti colpiti da aids.
– Differenza di status sociale: è quella che ci fa distinguere il ricco dal povero, l'individuo abbiente da quello nullatenente, la persona già stabilmente inserita nell'apparato produttivo da quella invece disoccupata o marginalizzata (mobbing). Si tratta di una differenza che riguarda principalmente aspetti economici e professionali.
– Differenza tipicamente psicologica: è noto che esistono varie modalità psicologiche attinenti alla personalità di ciascun individuo, tra cui, a mo' di esempio, ci si riferisce a quella più famosa di Jung in cui si distingue il tipo estroverso da quello introverso, a cui corrispondono due diverse visioni della realtà e, di conseguenza, comportamenti diversi.
– Differenza derivata dalla bipolarità normalità-anormalità: secondo un opinabile «sentire comune» è quella in base alla quale si distingue, ad esempio, il comportamento eterosessuale ritenuto «normale» dal comportamento omosessuale ritenuto «deviante». Rientrano certamente in questa tipologia della differenza anche soggetti etichettati come «drogati», «etilisti», «cleptomani», «balordi» ecc. È corretto affermare, però, che i concetti di normalità/anormalità variano di significato a seconda dei «criteri» con cui vengono interpretati: criterio statistico, etico-morale, storico, etnico-geografico, psicosociologico.
– Differenza etnica: è quella per cui identifichiamo un gruppo umano sulla base della lingua che parla, della cultura di appartenenza, della sua tradizione, dei tratti somatici comuni ecc.; da non confondere però la differenza etnica con quella nazionale o statuale.
– Differenza razziale: oggi è fuori luogo usare questo stesso termine, in quanto la categoria «razza» al plurale ha perduto quell'alone di scientificità attribuita in passato. Di conseguenza l'uso della parola «razza» al plurale è scientificamente contestato, perché si ritiene che la razza umana sia una sola. Perfino l'espressione «società multirazziale» è equivoca! Che cosa distingue una razza dall'altra? Quante sono le razze umane? Queste stesse domande sono ritenute il frutto di un pregiudizio, perché l'espressione «razza umana» non ha alcun fondamento scientifico. [2] Ricapitolando: «razza» è una parola senza senso!
– Differenza religiosa: è quella che distingue le persone sulla base del loro «credo religioso», della loro «fede» in una determinata professione religiosa. Esemplificando, è la differenza tra credenti ebrei e buddisti, tra credenti cristiani e islamici, tra credenti induisti e animisti ecc.
– Differenze «cicatrizzate» dalla storia: sempre esemplificando, si pensi agli stereotipi o luoghi comuni riferiti agli «zingari», all'individuo «ebreo», al «negro» ecc.; si tratta di differenze che vanno oltre una semplice classificazione, perché pregiudizialmente si sono sedimentate nell'inconscio individuale e nell'immaginario collettivo e, di conseguenza, sono particolarmente radicate e difficili da gestire.
L'elencazione in questione è di straordinaria evidenza e attualità e stimola ciascuno di noi a una maggiore attenzione e comprensione del binomio diversità/differenza, e soprattutto chiama in causa chi riveste dirette responsabilità educative e formative.
Nuovi comportamenti per significare la diversità
Nella logica dell'elenco descrittivo delle varie tipologie attinenti alla diversità/differenza appena proposto, è forse opportuno riflettere ulteriormente su alcune parole chiave molto usate nelle società complesse ed evocate con espressioni particolari che sottendono un'attualissima problematica comportamentale: il disagio, il rischio, la devianza, la marginalità, il disadattamento. Queste espressioni appartengono ormai al linguaggio e al senso comune, ma proprio per questo rischiano di diventare termini inflazionati che perdono il loro pregnante significato, se non si tenta di approfondirne i loro vari significati e le loro molteplici sfumature, di cui si sono rivestiti a causa della complessità sociale. Essi rappresentano situazioni comportamentali che producono diversità/differenza che investono tutti i cittadini di qualunque età e condizione sociale, con particolari accentuazioni, però, per la realtà adolescenziale e giovanile. Vediamone ora sinteticamente le dinamiche che tali vissuti sottendono, perché ciò appare importante sia ai fini della prevenzione educativa e sia ai fini di una progettazione e realizzazione di interventi educativi o formativi, che sappiano orientare i vari soggetti interessati dalla demotivazione alla motivazione, dall'esclusione al recupero e alla reintegrazione nel sistema sociale.
IL DISAGIO
A seconda delle diverse impostazioni teoriche il «disagio» può essere descritto come una forza diffusa di sofferenza che attraversa il vissuto umano (giovani, adulti...) spesso in modo non del tutto consapevole, ma non per questo meno reale. Si tratta di un malessere esistenziale, che porta con sé un senso diffuso di frustrazione, di noia, di apatia, di nausea verso la realtà circostante, di sfiducia, di rassegnazione. Una ulteriore accezione del disagio parla di esso come senso di impotenza, di inutilità, di estraniazione, di malinconia, di isolamento, di abbandono, di rifiuto della comunicazione e incapacità di rapportarsi con gli altri. La diversità in situazioni del genere viene facilmente e radicalmente interiorizzata. Le cause che la provocano sono molte e possono essere contestualizzate in un «vissuto quotidiano» nutrito e alimentato dalla cultura dell'indifferenza e della precarietà, viste come consapevolezza del carattere complesso e non gestibile del sistema sociale in cui si vive o sopravvive. In definitiva, è opportuno mettere in evidenza in modo particolare il fatto che questo tipo di cultura prevalente rivela in molti casi una preoccupante tendenza alla deresponsabilizzazione di molti adulti nei riguardi dei bisogni, delle domande, delle attese dei soggetti nel pieno dell'età evolutiva. Ciò è evidente non solo sul piano dei rapporti individuali interpersonali, ma anche nell'ambito istituzionale dei servizi sociali di base che dovrebbero colmare la divaricazione tra uguaglianza e diversità.
IL RISCHIO
Spesso oggi è abbastanza usuale parlare di «giovani a rischio». Questo modo di dire ha trovato una vasta risonanza sia nel linguaggio comune dell'opinione pubblica sia nei mass media. Occorre subito precisare che la condizione di «rischio» non è di per sé negativa e l'uso del termine deve essere assunto primariamente in senso descrittivo e non dispregiativo; si tratta cioè di «situazioni oggettive in cui vengono rese difficili e al limite negate le possibilità e le capacità (individuali e collettive) di autorealizzazione e di partecipazione consapevole». In altre parole, si tratta di situazioni in cui vengono negate o frustrate le opportunità di soddisfazione dei bisogni fondamentali della persona. In questo senso, allora, la situazione di rischio apre alla problematica della diversità/differenza, e se tale condizione di rischio è lasciata sedimentare e non trova attorno a sé un clima propositivo, essa è facilmente destinata a cadere in forme di devianza che possono rendere patologica la diversità. Il «rischio» può essere così rappresentato da varie angolazione: il rischio fisico riguarda la mancanza delle risorse fondamentali per la vita (salute, cibo, casa, vestito...); il rischio psicologico è tale quando vengono frustrate o negate l'affettività, la relazione umana; il rischio culturale è tale quando viene impedito il bisogno di conoscenza, di istruzione, di formazione; il rischio sociale è tale quando è impedita o negata la possibilità di integrazione e partecipazione responsabile al vivere civile e sociale; il rischio consumistico è tale quando il tempo libero è soltanto sinonimo di tempo di pura evasione dalla realtà concreta del vissuto quotidiano.
In queste diverse accezioni la situazione di rischio prelude a esiti differenziati che creano comunque diversità e diventano un serio ostacolo alla realizzazione di sé. Si pensi, ad esempio, al rischio di determinate patologie sociali che non di rado sono veicolo alla tossicodipendenza, all'alcol, alla delinquenza spicciola, alla prostituzione, al crimine, al suicidio.
LA DEVIANZA
La parola «disagio» trova una sua radice etimologica dal latino dis-agere, che allude a un atteggiamento che tende alla passività, al malessere, all'insignificanza. Mentre il termine «rischio» parimenti può trovare una sua derivazione etimologica dal verbo re-secare, che significa essere tagliati fuori da varie possibilità. Infine, l'etimologia della parola «devianza» è altrettanto chiara, essa deriva da un'altra espressione latina: de-via, uscire dalla via ritenuta «normale» dall'opinione comune. La devianza perciò si definisce in rapporto al quadro normativo e ai diversi sistemi di ruolo o di status sociale. Deviante, infatti, il comportamento o la caratteristica di un individuo che, superando i limiti di tolleranza rispetto alla norma consentiti in un determinato contesto sociale, è oggetto di valutazioni, di giudizi, di stigmatizzazioni e addirittura di sanzioni, che evidenziano la necessità funzionale del sistema sociale di controllare il cambio culturale secondo la logica del potere predominante. In modo più analitico e descrittivo, si può parlare così del deviante primario, rappresentato dalla persona che occasionalmente ha infranto una norma, senza per questo entrare nella spirale della stigmatizzazione; del deviante secondario, rappresentato dalla persona che ha interiorizzato, consolidato dentro di sé lo «stigma», che ha fatto cioè della devianza stessa il motivo e il contenuto della propria identità.
La cosiddetta devianza è il più temuto tra gli esiti possibili delle situazioni di disagio/rischio e ha in sé tutti gli elementi per immettere con una certa stabilità il deviante nella logica esistenziale del «diverso».
LA MARGINALITÀ
Anche questo termine ha una sua chiara connotazione etimologica dal latino, cioè da margo, che significa orlo, margine. L'idea di marginalità si estende al sociale e significa la consapevolezza della concreta esclusione dai benefici e dall'esercizio dei diritti sociali. Essere ai margini significa conseguentemente essere diversi, vivere una sorta di differenza quotidiana rispetto alla maggioranza sociale. In questo contesto si può quindi parlare di marginalità geografica
(periferie urbane, regionali, nazionali...); di marginalità sociale (mancata partecipazione a scelte sociali, politiche, sindacali...); di ^ marginalità culturale (mancata condivisione a valori, norme, com-
portamenti...); di marginalità etnica (separazioni etniche, linguistiche, ghettizzazione...); di marginalità settoriale (sesso, età, censo sociale...). In tale contesto diversificato occorre comunque non fare confusione tra marginalità voluta e marginalità subita; spesso, infatti, assimilare lo status dell'emarginato (individuo escluso dal sistema sociale) e quello del marginale (individuo che deliberatamente rifiuta di integrarsi al sistema sociale) ha come pratico effetto quello di conservare la cosiddetta «falsa coscienza» dei benpensanti. Ecco perché non è una corretta espressione parlare di «handicappati sociali» per designare coloro che vivono al margine, tale espressione serve soltanto a scaricare sull'individuo ciò che in definitiva non è altro che il risultato di un cattivo funzionamento dei rapporti sociali. La marginalità spinge lontano da qualche «centro» e il rischio di essere definiti «diversi», poco accettati o poco funzionali al sistema, diventa una realtà quotidiana. La complessità sociale trasforma così il vivere sociale in una specie di macchina produttiva di nuove povertà che si aggiungono alle vecchie. Infatti, è ormai usuale che i «diversi» siano identificati a soggetti da mettere al margine, perché turbano, fanno paura. In questa ottica, riflettiamo per un istante su alcune usuali differenziazioni: i diversi fisici (invalidi, menomati...); i diversi mentali (ammalati psichici...); i diversi sessuali (omosessuali, prostituti...); i diversi etnici (immigrati, minoranze...); i diversi territoriali (meridionali, stranieri...); i diversi espressivi (analfabeti, allofoni...).
In parole pratiche, anche la marginalità ha le sue precise dinamiche per produrre diversità e diventa de facto un effettivo rischio sociale, che forse per una certa maggioranza di cittadini resta allo stato latente, ma non per questo meno inquietante.
IL DISADATTAMENTO
Anche sul concetto di «disadattamento» (dal latino dis-adeptus = non adattato) si possono fare alcune considerazioni che ci immettono nell'ambito circolare della diversità. Anche in questo caso, fedeli al linguaggio del sentire comune, possiamo dire che innanzitutto si parla di disadattamento familiare quando l'individuo, e in particolar modo il minorenne, vive situazioni non tranquille da un punto di vista emotivo in rapporto al nucleo familiare in genere e in specie alle figure fondamentali dei genitori. C'è disadattamento scolastico quando ci si accorge che l'adolescente non sta al gioco della scuola, per quello che propone, per come lo propone e per un difficile rapporto relazionale tra allievo-insegnante. Si parla infine di disadattamento personale quando l'individuo, e soprattutto il minorenne, entra nella spirale cieca della demotivazione e della disaffezione in rapporto all'interlocutore (persone e/o istituzioni), interiorizzando così una negativa percezione di sé e vivendo in modo colpevolizzante la propria situazione esistenziale. Il disadattato, qualunque sia la sua situazione oggettiva, rischia anch'esso di aumentare la folta schiera dei «diversi» o di coloro che fanno la differenza appunto perché il loro comportamento è diverso.
Conclusioni aperte: tra fallimento e successo formativo
Dopo questa ampia panoramica sulla fenomenologia della diversità/differenza è forse opportuno evidenziare qualche orientamento di carattere formativo a proposito di queste problematiche sociali, che spesso si trasformano in una «diversità» mal sopportata e, a volte, mal gestita dai cosiddetti normodotati. È certamente una profilassi di igiene mentale utile alla stessa società, educare non solo le nuove generazioni ma anche gli adulti al rispetto e alla tolleranza verso il «diverso». Tali problematiche non coinvolgono soltanto la relazione educativa in genere, ma anche settori più specifici del rapporto educativo, tra cui la stessa educazione religiosa. Le parole con cui si è cercato di concettualizzare la diversità, e cioè disagio, rischio, devianza, marginalità, disadattamento, anche se con connotazioni distinte, fanno di ogni individuo un «dipendente» da tali situazioni, un «diverso», una persona cioè che non-si-adatta al comune modo di pensare e di fare. Questi vissuti comportamentali, tra l'altro, suscitano concretamente una reazione emotiva, per cui ogni tipo di disagio, di rischio, di devianza, di marginalità, di disadattamento è spesso connotato come sinonimo di fallimento. Nel sentire comune un individuo che si identifica con questi vissuti è considerato come un soggetto «non garante, non affidabile», su di esso non ci si può contare, perché il suo comportamento è sinonimo di disordine. La parola antitetica e correlata al disadattamento, infatti, è «adattamento»: un individuo adattato al sistema sociale o a una determinata situazione normativa, un soggetto cioè che dà fiducia, garanzie, senso di ordine e normalità.
I termini descrittivi inerenti al binomio diversità/differenza sono senz'altro carichi di significato antropologico, che trova una sua fondamentale connotazione e motivazione nel concetto di «cultura» e di «culture», di cui si è già accennato in precedenza. In questi casi, però, occorre ricordare che soprattutto nel periodo dell'età evolutiva le nozioni di disagio/disadattamento sono fisiologicamente e psicologicamente implicite e che, nell'uso corrente, a questi tipici vissuti si attribuiscono cause interne relative al «mondo interiore» del soggetto in questione, senza dimenticare tuttavia che è soprattutto in relazione alle cause esterne (rapporti del soggetto con fattori della realtà esterna) che tali vissuti acquisiscono il loro pregnante significato. Pur comprendendo la gravità sociale del «corto circuito» che le situazioni di disagio/disadattamento possono provocare, è forse opportuno soffermarci un po' a riflettere sull'altra parte della medaglia, visto che nelle società complesse la dialettica tra «normalità e devianza» non è di scontata interpretazione. In alcune circostanze, infatti, il cosiddetto «adattato» può apparire più «disadattato» del soggetto deviante di tipo primario. Perciò, per affinare al meglio gli interventi educativi in queste situazioni, non è fuori luogo – paradossalmente – tentare un certo elogio del disadattamento, per acquisire una chiave interpretativa più mirata quando si tratta di affrontare e capire determinate situazioni esistenziali ed elaborare di conseguenza risposte adeguate a bisogni diversificati e ad attese desiderate.
Dinanzi a «determinati vissuti» costituiti dal disagio individuale e sociale, la prima cosa che deve fare un educatore attento e responsabile è quella di lasciarsi interpellare e provocare da tali situazioni esistenziali. Intendiamoci, tale affermazione interessa e coinvolge la responsabilità di tutti gli esseri umani che hanno viva coscienza di essere «cittadini» e non «sudditi» in una società, tuttavia essa investe in modo particolare tutti coloro che per scelta hanno responsabilità educative. Purtroppo, però, accade spesso che istintivamente non ci lasciamo interrogare da tali situazioni disagevoli, perché siamo «noi» che abbiamo paura di cambiare; desideriamo restare nel nostro garantismo accomodante, vogliamo consolidarci nelle nostre sicurezze, cerchiamo di difendere i nostri spazi interiori protetti. Cambiare significa capire ed accettare la nostra «relatività» e quindi, consciamente o inconsciamente, ci difendiamo. Il cambiamento ci dà l'impressione di scombinamento, disordine, e la figura del disadattato/deviato/emarginato passa davanti a noi come un «personaggio disturbante», un «rompiscatole» da cui bisogna difenderci. E così, purtroppo, non ci accorgiamo dei possibili «segni di verità» che il disadattato porta con sé, dei «giusti appelli» che lancia alle persone a lui più vicine. Chi vive nel disagio esistenziale rappresenta comunque un chiaro indicatore che manifesta contemporaneamente che qualcosa non va sia dentro di sé come fuori di sé.
A chi ha compiti educativi/formativi di natura civica/sociale/religiosa, inoltre, va ribadito che non è sufficiente condividere soltanto sul piano cognitivo ed emotivo tali situazioni; atteggiamenti del genere hanno certamente in sé una determinata positività, ma sono insufficienti perché si potrebbe correre il rischio di arenarsi nell'ambito delle cosiddette «pie intenzioni» se essi non sono accompagnati da un previo atteggiamento che rimette in discussione i nostri schemi mentali, i nostri pregiudizi, le nostre calcificate percezioni. Sovente nel nostro vivere quotidiano, infatti, ci imbattiamo in episodi in cui non sempre una semplice condivisione freddamente cognitiva o soltanto emotiva porta a risultati positivi: anche gli insuccessi compiuti in buona fede sono e restano insuccessi. Non dobbiamo mai dimenticare che chi vive in uno stato di disagio/disadattamento soffre realmente, anche se spesso non lo dimostra, per cui ogni atteggiamento con modalità protezionistiche o assistenzialistiche, manifestate non di rado con paternalismo inconscio, lascia così com'è il disagio, e in questo modo non si aiuta per avviarlo concretamente verso una possibile soluzione; anzi, a volte il disagio stesso ne esce rinforzato.
Quando ci si trova dinanzi a un individuo – a maggior ragione se il soggetto è giovane – che ha già interiorizzato un significativo disagio esistenziale, risulta inutile cercare di «riadattare» questa diversità con aggiustamenti di normale routine educativa: discorsi moraleggianti, pur buoni nelle intenzioni, servono assai poco, soluzioni sbrigative caratterizzate da puro autoritarismo hanno risultati ancor più disastrosi. L'educatore attento non deve far confusione tra severità e fermezza. Gli atteggiamenti severi hanno solitamente come obiettivo un effetto formale e astratto, quello cioè di un esercizio formativo fine a se stesso e non relazionale centrato sulla persona. Spesso all'idea autoritaria di severità si accompagna l'incapacità o l'insicurezza narcisistica del «capo» e una sua volontà punitiva. Punire, però, con l'idea fissa che la stessa punizione educhi comunque; punire con un certo squadrismo mentale da caserma, perché «costringere» ad adottare in modo ripetitivo determinati comportamenti è sovente una convinzione discutibile e valida più per addestrare animali che per educare esseri umani. La fermezza, contrariamente alla severità punitiva fine a se stessa o a una inconscia volontà vendicativa, ha in sé un reale potere di «relazione di aiuto», perché capace di reale attenzione e di dialogo con la persona in pieno disagio; e anche nel contesto di un parere contrario essa offre un senso di sicurezza, perché il suo atteggiamento è rispettoso della libertà altrui e manifesta la serietà educativa di un dialogo-alla-pari, basato su una leale e ferma sincerità e non su obiettivi non chiari o con subdole intenzioni. Una fermezza siffatta ha, prima o poi, sicuri effetti educativi, perché è rispettosa della «diversità» e diviene contemporaneamente punto di riferimento e fonte di sicurezza per chi vive situazioni rischiose di disagio umano o religioso.
Concludendo, i disadattati, i «diversi» saranno sempre con noi, saranno sempre una concreta presenza in ogni piccola o grande comunità umana. Le molteplici forme del disagio esistenziale che producono comunque diversità attraversano la nostra esistenza. L'importante però – e questo vale soprattutto per coloro che hanno responsabilità educative civili, sociali e religiose – è saper guardare questo fenomeno con occhi umani, senza pregiudizi, senza luoghi comuni o tassonomie categoriali (è balordo, è cretino, è criminale, è zingaro, è emigrato...). In definitiva, non va mai dimenticato che spesso, nelle nostre città complesse, i disadattati contribuiamo a farli noi con la «cultura» che elaboriamo per i nostri vissuti, anche quando madre natura ci mette la sua mano con la presenza di un cromosoma in più o in meno.
NOTE
1 A. NANNI, Educare alla convivialità, EMI, Bologna 1994.
2 Cf. L.L. CAVALLI SFORZA, Geni, popoli e lingue, Adelphi, Milano 1996.
(da: Nessuno è uguale, nessuno è diverso... e i cristiani?, EDB 2008, pp. 77-90))

