Le sfide della situazione
sociologico-religiosa
dell’Europa d’oggi
Aldo Giordano
Mi auguro che il nostro incontro non sia una mera riflessione teorica sulla situazione dell’Europa, ma sia un vero contributo per costruire il regno di Dio in Europa. Questo è possibile se viviamo una vera esperienza di incontro con il Risorto. Il Risorto ha promesso di “precederci in Galilea”, quindi abbiamo questa grande certezza che Il Risorto è qui fra noi oggi ed è già là dove l’Europa è chiamata ad andare.
Nella prima parte del mio intervento propongo una riflessione sulle domande di fondo a cui i cristiani sono oggi confrontati in Europa; nella seconda parte cerco di offrire elementi per un cammino di testimonianza del vangelo.
1. Una nuova ricerca?
Una famosa pagina del pensatore tedesco Friedrich Nietzsche inizia con questa frase: "Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: "Cerco Dio! Cerco Dio!". Sembra un segno di follia decidere di accendere una lanterna quando attorno c’è la piena luce del mattino, ma in realtà anche l’umanità di oggi comincia a sentire l’esigenza di dover riaccendere una nuova luce proprio quando tutto attorno sembra illuminato. La luce che viene dal secolo dei “lumi”, dalla ragione, dalle scienze, dai poteri del mondo non appare più sufficiente per il nostro cammino. Siamo spinti da tanti segni a rimetterci in ricerca. Basta pensare alle domande suscitate dalla serie di drammi storici, resi eventi mediatici planetari, che abbiamo vissuto: dall’11 settembre del 2001 a New York, allo tsunami del sud-est Asia, alla morte di Giovanni Paolo II, alla situazione in Medio Oriente, all’incancrenirsi del terrorismo... Altri eventi con meno visibilità, ma decisivi, ci pongono domande di fondo: le problematiche etiche legate alla vita; la nuova situazione geopolitica mondiale con l’emergere della Cina e dell’India sulla scena dei mercati e del sapere, la grande pressione dei migranti alle frontiere dei nostri paesi.
Mi sembra che un primo compito dei cristiani sia l’ascoltare, il fare emergere, il sostenere questa nuova ricerca.
Provo a sintetizzare attorno alle classiche categorie del vero, del bello e del buono le domande che penso più di fondo.
La ricerca del vero
Le persone cercano la verità, cercano Dio. Se l’antico cinico Diogene di Sinope, girovagando con la sua botte, poneva la domanda: “cerco l’uomo”, per Nietzsche la domanda sull’uomo coincide con quella su Dio. L’uomo di oggi è alla ricerca di Dio, della verità, anche se al “mercato” ci sono persone che sembrano mostrarsi indifferenti.
Propongo alcune osservazioni su questa ricerca della verità nel mondo occidentale.
La questione della verità si intreccia con quella della libertà.
Se diamo uno sguardo alla nostra cultura moderna occidentale, constatiamo che il valore che più di tutti è diventato la stella per l’agire degli uomini è quello della libertà. La libertà appare come la grande conquista dei nostri tempi, capace di risolvere i nostri problemi. La libertà è divenuta il criterio per decidere quale sia il valore della vita e per stabilire il rapporto fra le persone. Tutti siamo d’accordo sul fatto che la libertà è veramente un valore di fondo, ma oggi dobbiamo anche sinceramente constatare che proprio questa libertà tanto cercata e amata si trova davanti delle sfide, delle contraddizioni e dei rischi grandi.
La libertà della persona non è così assoluta, così onnipotente e così originaria come una certa cultura vuole farci credere. Essa appare già radicalmente limitata proprio nel momento dell’inizio della vita e in quello della fine. Nessuno di noi è venuto al mondo per propria decisione libera. Qualcuno ha deciso di darci la vita, senza chiederci il permesso! Il mio essere al mondo, la mia esistenza non nasce dalla mia libertà. E se consideriamo il momento della fine della nostra esistenza, della morte, il limite della libertà è ancora più grave: non possiamo scegliere di non morire.
La libertà non è in grado di auto-fondarsi e auto-salvarsi. La libertà sperimenta oggi la solitudine: “liberi, ma per che cosa?”. La libertà ha bisogno di rimettersi in ricerca, di rimettersi in cammino per trovare un fondamento, la sua vera identità, per trovare la compagnia degli altri valori, per trovare l’altro o un Altro che la fondi e la salvi. Essere liberi per il nulla è semplicemente angosciante. La libertà deve ritrovare se stessa.
La ricerca della verità si intreccia con la domanda sul senso della vita.
Davanti al rischio del nulla, oggi in Europa sono nuovamente e chiaramente udibili le domande esistenziali di fondo: esiste un senso al vivere ed alla storia? C’è un bene o qualcuno a cui posso affidare la mia vita in grado di rispondere al mio desiderio di vita, di felicità, di festa, di affetto e di eternità? Il dolore e la morte sono l’ultima parola per l’uomo e come tali sono lo scacco ad ogni mio desiderio? Ha un senso il dolore? Al riguardo Nietzsche scrive: "L'uomo era principalmen¬te un animale mala¬tic¬cio: ma non la sofferenza in se stessa era il suo problema, bensì il fatto che il grido della domanda "a che scopo soffrire?" restasse senza risposta (...) L'assurdità della soffe¬renza, non la sofferenza, è stata la maledizione che fino ad oggi è dilagata su tutta l'umanità" . La questione veritativa si intreccia con la questione del senso. Non dobbiamo dimenticarci che ogni anno in Europa muoiono 50.000 persone per suicidio e che in 7/8 paesi europei la più alta percentuale di morte dei giovani è costituita dal suicidio.
La ricerca del bello
Una seconda questione essenziale è quella della bellezza.
Un’altra pagina di Nietzsche, contenuta nel suo Così parlò Zarathustra, mi sembra esprimere in modo emblematico il problema.
Zarathustra, fondatore dell’antica religione, che Nietzsche rimette in scena, è circondato da una turba di storpi, handicappati e mendicanti che gli chiedono di essere guariti, ma egli replica che la sua esperienza gli ha insegnato che non è la cosa peggiore il fatto che ad uno manchi un occhio od un orecchio o qualcos'altro ed afferma:
"Io vedo e ho visto ben di peggio ... : uomini cioè cui manca tutto, se non che hanno una sola cosa di troppo - uomini che non sono nient'altro se non un grande occhio o una grande bocca o un grande ventre o qualcos'altro di grande, - costoro, io li chiamo storpi alla rovescia. E quando venni dalla mia solitudine e per la prima volta passai da questo ponte: non potevo credere agli occhi miei, e guardai, guardai ancora e alla fine dissi: "questo è un orec¬chio! un orecchio grande quanto un uomo!". Guardai meglio: e, realmente, sotto l'orecchio si muoveva una coserella piccola e misera e stentata da far pietà. In verità, l'orecchio mostruoso poggiava su di un piccolo esile stelo, - ma lo stelo era un uomo! ...
In verità, amici, io mi aggiro in mezzo agli uomini come in mezzo a frammenti e membra di uomini! E questo è spaventoso ai miei occhi: trovare l'uomo in frantumi e sparpagliato come su un campo di battaglia e di macello...
Io passo in mezzo agli uomini, come in mezzo a frammenti dell'avvenire: di quell'avvenire che io contemplo. E il senso di tutto il mio operare è che io immagini come un poeta e ricomponga in uno ciò che è frammento ed enigma e orrida casualità" .
Questa pagina mi ha sempre impressionato. La più radicale tentazione dell’umanità nasce sempre dal frammentare il volto dell'uomo in pezzi per poi sceglierne un frammento, una parte e ingigantirla "ideologicamente" fino a farla diventare il tutto. Il risultato è mostruoso: è sparita la bellezza. Questo è anche violenza, perché quando una parte (come l’occhio) - che in sé è vera e bella come contributo per la bellezza del tutto - pretende di essere il tutto, deve fuoriuscire dal suo campo, occupare tutto lo spazio e quindi eliminare le altre dimensioni che sono altrettanto umane e importanti. Questo grave rischio è presente innanzitutto nelle visioni antropologiche che riducono l’uomo o solo a corpo o solo a spirito o solo a lavoro o solo a sessualità o solo a ragione o solo a tecnica etc.... E’ presente tra le scienze, quando una scienza pretende di dire l’intera verità sull’uomo: pensiamo ai grandi dibattiti sulla bioetica legati alle bioteconologie. Ma è anche presente nelle politiche dove un gruppo, un partito, un’etnia, una razza pretende di essere tutta la realtà e quindi, ovviamente, deve eliminare ogni alterità e differenza. Anche l’economia rischia questa deriva. Sistemi economici basati solo sul liberismo, sul libero mercato, sulla proprietà privata, sulla libera iniziativa, sulla capacità imprenditoriale, hanno creato dei „vincenti“ della modernità, ma anche dei „perdenti“: le persone più deboli, gli „inutili“, gli emarginati ... D’altra parte abbiamo assistito allo spegnimento delle capacità creative per opera di sistemi che hanno imposto unilateralmente il collettivo.
Abbiamo urgenza di trovare la via dell’armonia e del bello per ripensare con urgenza la visione dell’uomo. Sta divenendo chiaro che la questione antropologica è fondamentale.
La ricerca del buono
Il buono è l’altro attributo dell’essere, del reale. Esiste un bene, un amore, qualcosa che vale, capace di orientare l’agire dei singoli e delle città? Esiste un bene capace di rispondere alla drammatica domanda di giustizia dei poveri del mondo? La ricerca del vero e del bello coincide con al ricerca del bene, dell’amore.
Quando in Europa discutiamo dei valori ci troviamo abbastanza d’accordo nello stendere la lista di essi. Per esempio, è pienamente condivisibile la lista dei valori che troviamo nell’articolo 2 del trattato costituzionale dell’Unione europea e il primo posto dato alla dignità umana: “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani”. Inoltre si parla di “non discriminazione, di tolleranza, di giustizia, di solidarietà, della parità tra uomini e donne”. Altrettanto è significativo il primato allo scopo della pace che apre l’articolo 3, dedicato ai fini dell’Unione. Questi elementi sono centrali nel magistero sociale della Chiesa cattolica. Ma la questione non è così semplice. Il problema grave che resta aperto per il capitolo dei valori è quello del loro fondamento, del loro contenuto e della loro interpretazione. Noi rischiamo una vuota retorica dei valori, cioè abbiamo un consenso sulle parole, sui nomi dei valori, ma non sul loro contenuto, sul loro fondamento e sulla loro interpretazione. Nel nome dello stesso valore si possono sostenere posizioni del tutto contrarie: per esempio, la dignità umana viene citata sia contro l’aborto e l’eutanasia, sia a favore dell’aborto e dell’eutanasia. La parola famiglia in Europa è divenuta un contenitore talmente grande da contenere una cosa e quello che a tanti appare come il suo contrario.
Un grande compito che quindi ci attende riguardo ai valori è quello di ridare un contenuto alle parole. E non si tratta di un compito semplice!
Sappiamo che Verum Pulchrum et Bonum convertuntur in Unum. Essi sono volti diversi della medesima realtà. Si tratta di passare ad ogni livello dalla frammentazione all’uno, per ritrovare la verità, la bellezza e l’amore, per ritrovare la dimora. Questa in sintesi la sfida che abbiamo davanti.
2. Il panorama religioso in Europa
La nuova ricerca del vero, del bello e del buono avviene oggi in Europa all’interno di un chiaro pluralismo religioso.
Il cristianesimo
Gli europei (ca. 707 milioni, incluse le parti europee di Russia e Turchia) sono in gran maggioranza cristiani (560 milioni: 285 milioni cattolici; 161 milioni ortodossi; 77 milioni protestanti; 26 milioni anglicani; 11 milioni: altri) , ma conosciamo la complessità di questo dato. L’Europa ha visto la prima inculturazione continentale del cristianesimo e ha avuto un ruolo fondamentale nell’evangelizzazione delle altre regioni della terra. Il Medioevo è il momento dell’affermarsi di una situazione di cristianità. L’Europa è stata anche il luogo del consumarsi delle divisioni all’interno del cristianesimo, esportate in seguito verso gli altri continenti. Lo sviluppo della modernità ha portato con sé la “crisi” della cristianità: dalla secolarizzazione, al secolarismo, all’ateismo, al nichilismo, alla “morte di Dio”, al ritorno attuale della domanda religiosa. L’est europeo ha vissuto decenni di ateismo di stato.
Con la caduta del muro del 1889 è cambiato anche lo scenario ecumenico europeo: il nodo fondamentale da sciogliere sembra stare nel rapporto tra la storia, la cultura e la tradizione dell’ovest e quelle dell’est. Alcune dolorose questioni, ereditate dal passato ed emerse ora con forza, come quella del proselitismo od il rapporto tra Chiese ortodosse e Chiese greco-cattoliche rimandano a questo confronto tra tradizione latina e tradizione orientale. Le Chiese dell’oriente europeo in genere si esprimono criticamente verso la cultura moderna tipica del mondo occidentale e temono questo incontro: cosa ne sarà della tradizione orientale, con i suoi valori e spiritualità, se finirà in braccio a un occidente moderno, secolarizzato e relativista? Le Chiese dell’est sembra abbiano individuato nel confronto con la secolarizzazione il nuovo problema da affrontare. Alle volte questa critica riguarda anche Chiese e comunità ecclesiali dell’occidente che si sarebbero adeguate alla deriva secolarizzata e relativista. Mi sembra che un contributo “ecumenico” molto serio per illuminare questa nuova situazione stia nell’affrontare oggi insieme (est e ovest) la questione della secolarizzazione.
Dal punto di vista cattolico nei rapporti ecumenici viviamo una sorta di paradosso: con gli ortodossi c’è grande vicinanza teologico-spirituale: la difficoltà teologica più grande riguarda la questione del primato. Ma c’è in realtà una distanza culturale, storica, psicologica. Essa è rivelata anche dalle incomprensioni sulle questioni del proselitismo e del rapporto tra ortodossi e greco-cattolici. Con le Chiese della Riforma, invece, c’è maggiore vicinanza culturale e storica, mentre ci sono maggiori difficoltà teologiche, soprattutto di tipo ecclesiologico: primato, successione apostolica, ministeri (ordinazione femminile), sacramenti (Eucaristia). Anche le questioni etiche spesso ci separano, specie quella riguardanti la bioetica o la famiglia.
Una realtà mondiale da considerare nel panorama cristiano mondiale e europeo è il diffondersi del cristianesimo pentecostale, delle chiese evangeliche o evangelicali, delle chiese libere. Questo tema riguarda tutti i continenti, con accentuazioni in America Latina e in Africa. Le statistiche parlano di 150 milioni di pentecostali in America Latina, senza contare i membri del movimento carismatico. Queste comunità e gruppi hanno spesso dinamismo, forza missionaria o capacità di proselitismo e in diversi paesi conquistano i loro fedeli anche dalla Chiesa cattolica: dal 1991 al 2000, in Brasile, la Chiesa cattolica è diminuita dal 83,3% al 73,9%; le chiese evangeliche sono aumentate dal 9% al 15.6% e i “senza religione” sono aumentati dal 4,7% al 7,4%. Naturalmente lo spettro pentecostale è molto ampio e complesso: va da chiese vere e proprie fino a esperienze fondamentaliste e anche settarie.
Per una riflessione sulla situazione del cristianesimo in Europa è indicativo il dibattito di questi mesi sulle radici cristiane del nostro continente, in occasione della elaborazione del trattato costituzionale dell’Unione Europea.
Il preambolo del trattato approvato il 18 giugno 2004 e firmato il 29 ottobre a Roma inizia così: “Ispirandosi alle eredità culturali, religiose, umanistiche dell’Europa, da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della democrazia, dell’uguaglianza, della libertà e dello Stato di diritto”. C’è la parola religione, ma è mancato il consenso per citare per nome il cristianesimo.
Il dibattito è stato particolarmente vivo, interessante, ma dal punto di vista del cristianesimo ha anche indicato una problematica di fondo. Perché non c’è stato consenso a citare Dio o il cristianesimo? Alcuni hanno pensato a una questione di privilegi, quasi ci fosse una torta da doverci dividere; alcuni hanno ritenuto che citare il cristianesimo sarebbe stato un torto alle altre religioni, specie all’Islam; altri che sarebbe stato un pericolo per la laicità... altri hanno difeso la tesi che la religione è un fatto esclusivamente privato.
La domanda che come cristiani ci poniamo è: “Gesù Cristo è venuto sulla terra per dei privilegi? Un Dio che muore in croce per amore è un rischio per i fratelli musulmani? Un Vangelo che distingue chiaramente tra ciò che si deve a Cesare e ciò che si deve a Dio è pericoloso per la laicità? Quale contenuto ha oggi in Europa la parola cristianesimo o la parola Dio o la parola religione? Perché la parola cristianesimo suona ad alcune orecchie pericolosa per l’Europa?
Riguardo a questo tema si è tentata la via di trovare un consenso su un minimo comune denominatore, invece di cercarlo sul massimo. Si può ammettere in modo anonimo che l’Europa ha radici religiose, ma niente di più. Il dibattito non ha preso abbastanza in considerazione la serietà della questione della verità e del senso. Possiamo costruire un’Europa che non sia spazio di verità e di senso?
Ebraismo
Alle radici storiche dell’Europa appartiene l’ebraismo (2 milioni e mezzo). Il rapporto con esso è complicato dalla immane tragedia dell’olocausto e dalla attuale situazione in Medio Oriente. Occorre rilanciare un dialogo autenticamente teologico.
Islam
In Europa ci sono paesi di lontana tradizione islamica come Turchia, Albania, Bosnia Erzegovina, ma il fatto nuovo è la crescente presenza dei musulmani, legata soprattutto al fenomeno migratorio e dei rifugiati: circa 35 milioni (nel 1991 erano 12 milioni). In Francia si parla di 5 milioni di musulmani.
Dopo l’11 settembre 2001, la crisi dell’intero Medio Oriente, il terrorismo, gli attentati di Madrid e di Londra, la reazione violenta alle satire su Maometto, il rapporto con l’Islam ha mostrato una forte dimensione politica.
Nel mondo musulmano “europeo” c’è anche un chiaro pluralismo. Il pluralismo classico: sunniti e sciiti; il pluralismo legato ai paesi d’origine (Turchia, Magreb…). Oggi il pluralismo nasce dal diverso modo di rapportarsi con la società moderna: i rappresentanti del riformismo musulmano o dell’Islam dei “lumi” vede la possibilità di una inculturazione dell’Islam nella cultura europea, ma la maggioranza dei musulmani vede la cultura occidentale come qualcosa di ostile o degradata, che va combattuta.
Buddismo
In questi anni si registra in Europa un crescente interesse per il buddismo (2 milioni e mezzo / nel 1991 erano 270 mila). Il buddismo ha avuto una sua diffusione in Europa soprattutto grazie ai viaggi verso l’Oriente degli anni ‘70-’80. Questi viaggi hanno portato nel nostro continente numerosi maestri provenienti dall’Asia. Più recentemente, invece, è andato aumentando il numero di maestri nati in occidente. Ciò ha avuto come conseguenza, tra l’altro, di dare vita a nuove forme e tradizioni di buddismo, inculturato nel contesto europeo. Crescente anche il numero di cristiani europei che vengono attratti dal pensiero e dalla pratica buddista. Si affermano fenomeni come il sincretismo religioso o la doppia appartenenza.
Religione alternativa
Il cosiddetto ritorno del religioso o del sacro, nelle sue espressioni esoteriche, gnostiche, arcaiche, vitalistiche, pagane, paniche, mitiche è un altro protagonista della nostra cultura e storia. Si diffondono forme di neopaganesimo e movimenti filosofici (umanistici) che si organizzano quasi come comunità religiose e rivendicano i loro diritti.
Se tentiamo uno sguardo sul futuro (pur senza essere profeti) vediamo che la dimensione del pluralismo religioso sarà sempre più forte, soprattutto pensando all’andamento demografico mondiale, allo sviluppo del fenomeno migratorio e alla globalizzazione.
3. La via del Dio crocifisso e risorto
In questa situazione quale via intraprendere per il futuro?
Ho potuto partecipare a Roma al funerale di Giovanni Paolo II”. Mi trovavo nelle prime fila della piazza, tra le delegazioni delle diverse nazioni. Quando la bara è arrivata sulla piazza si è creata un’atmosfera sacra. La bara è stata collocata tra il Cristo crocifisso e il cero pasquale: il papa sembrava scomparso e restava solo il Cristo crocifisso e risorto. Sulla bara è stato posto il vangelo, sfogliato ripetutamente dal vento e poi chiuso dalla parte del cuore del papa. Tutti abbiamo percepito la sfida a ripartire da ciò che è essenziale e che resta.
Al cuore del cristianesimo troviamo la Pasqua del Cristo. Da essa possiamo ripartire per “abitare” la nostra cultura europea e per ridare contenuto ai concetti di vero, bello e buono. Alla sequela del Cristo ci troviamo capaci di abitare in qualsiasi cultura, anche in quella segnata dalla morte di Dio e dalle sue conseguenze. Il Cristianesimo infatti ha nel suo cuore una „morte di Dio“, una notte – quella del Crocifisso - che sono andate ben aldilà di ogni proclamazione culturale del nulla o della „morte di Dio“. Nel perché del Cristo in croce (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”) troviamo la presenza di tutti i perché dell’uomo. Il Cristianesimo ha nel suo cuore la grande notizia della Risurrezione: la morte è stata vinta; i perché e le attese dell’uomo hanno una riposta; il Risorto “rimane fra noi fino alla fine dei tempi”.
I passi del Dio crocifisso
Per intravedere un cammino proviamo a imparare dal Cristo in croce. Siamo invitati a seguire i suoi passi.
Il primo passo è avere il coraggio di seguire Gesù là, fuori le mura, fino al suo grido di abbandono, dove anche il cielo e la terra appaiono separati. Non si può stare a guardare i problemi, le ferite, le non riconciliazioni, dal di fuori, come spettatori o come arbitri, ma occorre entrare dentro le divisioni, i fallimenti per “comprenderli” fino in fondo.
Quel Dio entrato nelle ferite, diventa Lui separazione e ferita. Il Cristo accoglie in sé la ferita, l’assorbe e così la blocca. Quando esplodono conflitti, normalmente, l’uno trasmette all’altro il conflitto e l’uno scarica sull’altro la responsabilità. Il Cristo in croce non ha cercato il colpevole, ma ha assunto su di sé la divisione. Non ha cercato la soluzione in una mera giustizia legale. Il conflitto s’interrompe solo quando qualcuno non lo trasmette ad un altro, né cerca il colpevole, ma lo consuma in sé e ricrea l’unità col perdono.
Il Crocifisso che assume in sé la separazione e la ferita, diventa Lui uno spazio immenso, aperto, che è in grado di accogliere tutti, soprattutto chi porta nella vita la croce ed anche i lontani da Dio. Ogni uomo, in quanto toccato dal dolore e dal frutto del male, appartiene già al Crocifisso. Anche le persone che, nella sequela del Cristo, prendono su di sé le fratture, diventano luogo di accoglienza senza riserve. Noi siamo chiamati a divenire questa dimora accogliente senza frontiere.
Il passo culminante che emerge dal Crocifisso: la violenza, l’ingiustizia, non riescono alla fine a rubare la vita a Gesù, perché quella vita Gesù la dona per puro amore e non si può più rubare ciò che è già stato regalato. Il Cristo rivela che il senso della vita sta nel donarla. Il chicco di frumento nella spiga è una realtà bella, ma se non muore rimane solo. Se muore (dona la vita per amore) porta frutto e nasce la comunione.
Le “opere” del Risorto
E questo amore vince anche la morte. Il Crocifisso è il lato nascosto del volto splendido del Risorto. La prospettiva più grande che abbiamo è quella di divenire dimora del Risorto stesso, spazio per la sua presenza. Questo è possibile se viviamo fra noi, reciprocamente, quell’amore che il Cristo ci ha dischiuso sulla croce. La carità reciproca è la casa del Risorto (“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”). Il Risorto che “rimane fra i suoi fino alla fine dei tempi”, porta sulla terra la stessa vita trinitaria di Dio, il rapporto di amore trinitario vissuto da dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo. Questa è la vita che siamo chiamati a far dilagare sempre più al largo fra le persone.
1. Il Risorto è il vero
Gesù morto e risorto è la verità. Il primo contributo che le Chiese possono dare all’Europa e alla sua cultura è questa verità, cioè il cristianesimo stesso, il vangelo. Da alcuni decenni ormai parliamo, sulla scia di Giovanni Paolo II, di una evangelizzazione di nuova qualità per l’Europa. Ma chi è capace di dare Dio all’Europa se non Dio stesso? Il Risorto che vive fra noi è il Dio che può dare Dio al nostro mondo. I cristiani sono chiamati a riportare Dio nel mondo e a riportare a Dio il pezzetto di mondo in cui vivono.
Dal Risorto dobbiamo reimparare quale contenuto dare al concetto di verità invece di imporre a Lui il nostro concetto di verità, spesso ancora segnato dal paganesimo o altre filosofie.
La nostra storia ci sta ponendo una questione culturale che ritengo cruciale: quella del rapporto tra verità e amore o tra identità e dialogo. Penso in particolare all’ambito dell’incontro tra le culture, le religioni e anche all’ecumenismo. Da un parte emerge sempre più chiaramente l’esigenza di riscoprire l’ identità e la verità della propria religione o Chiesa, per realizzare un dialogo autentico, senza derive relativiste o compromessi. D’altra parte emerge il rischio che nel nome della propria verità o identità ci richiudiamo in proprie fortezze, cominciando a sospettare sul dialogo o sull’amore, fino a derive integraliste anche violente. Se Gesù crocifisso, abbandonato e risorto è il libro completamente aperto, la verità pienamente rivelata, possiamo finalmente scorgere lo scioglimento di questo nodo cruciale. In Lui troviamo la coincidenza della verità e dell’amore, dell’identità e del dialogo. Il Cristo è la verità, ma una verità che si è lasciata inchiodare in croce per amore. Più approfondiamo la verità del Dio crocifisso e risorto, più scopriamo che Lui è la nostra identità, più siamo persone che scommettono sull’amore e sul dialogo. E’ giunta l’ora di arrivare a queste profondità del concetto di verità e di amore. E’ stata una sorpresa, ma logicissima, il fatto che il Papa Benedetto, teologo della verità, abbia dedicato la sua prima enciclica all’amore.
Il dialogo non è un’altra cosa dalla verità. Occorre approfondire anche il concetto di dialogo.
Cosa non è il dialogo
Il dialogo non è il tatticismo che ha già giudicato la posi¬zione dell'al¬tro e sa dove lo vuole condurre. Non è la mera tolleranza, idealizzata dalla cultura laica, illuminista, razionale. Cosa significa "tollerare" la posizione dell'altro se la reputo vera? Non si “tollera” una posizione vera, ma si aderisce a essa! E che amico sarei se tollerassi la posizione dell'altro ritenendola sbagliata? Non si lascia cadere un amico in un precipizio, ma si fa ogni cosa per salvarlo! Il rapporto inteso come tolleranza non affronta la questione veritativa che è decisiva. Il dialogo non è neppure compromesso: se per andare d'accordo devo sacrificare o relativizzare la verità (o parte di essa) ed arrivare ad un uniformismo o un sincretismo o un livellamento che non salva l’interezza della verità, l’identità, le differenze e le libertà individuali, si segue una via che è violenta. Ancora: non è solo dare a ciascuno il suo: anche i cannibali si accordano nel dividere la preda per non sbranarsi a vicenda!
Cosa è il dialogo
Nella parola greca dia-logos, „dia“ indica distinzione, differenza, separazione: la distinzione è necessaria per un vero dialogo, non dobbiamo aver paura delle differenze che esistono a tutti i livelli. Ma nel dia-logos le differenze non diventano conflitto: il rapporto fra loro diviene lo spazio dell’accadere del „Logos“. Il logos è un discorso nuovo, è un rapporto, ma in ultima analisi il Logos, come sostiene il prologo di Giovanni, è il Figlio stesso di Dio che è diventato carne. Il Logos è il Risorto che “rimane” fra noi. Allora il dia-logos è un vero evento „ontologico“, è il luogo dell’accadere della verità stessa. C’é una pagina del vangelo esemplare per descrivere questo evento del dialogo veritativo: i discepoli di Emmaus (Lc 24). Verso Emmaus camminano due persone che, nonostante la delusione, hanno ancora il coraggio di stare insieme. La loro interrogazione è sulla morte: lo hanno crocifisso, è finita e noi speravamo tanto. Il loro volto è triste e non hanno elementi per superare la loro tristezza. Alla fine sono dei „disperati“: avevano creduto, avevano sperato, ma ora sono disperati. Ma succede la novità: un terzo comincia a camminare con loro, commenta loro la Parola di Dio (diermeneusen) e li invita al suo banchetto. E’ questo terzo che fa comprendere: non basta essere dei bravi teologi! Quando il terzo, cioè la verità, Dio stesso, comincia a camminare con loro e “fa la teologia”, c’è la luce. I due torneranno nella comunità e si riscopriranno chiesa. Tra loro è accaduto il dialogo, il „dia-logos“. Il „dia“ tra loro due è stato il luogo dove il Logos ha parlato. Essi hanno vissuto un'esperienza di verità e questa verità ha coinciso con l'amore. Questo sarà anche ciò che essi racconteranno!
2. Il Risorto è il buono
Il Risorto porta tra gli uomini l’amore stesso di Dio.
a. Questo amore realizza un’unica famiglia tra tutti i popoli, culture, etnie…La famiglia universale dei credenti è la cattolicità. Nel suo senso più ampio la cattolicità è la possibilità di realizzare una comunione universale, un’unità, senza alcun tipo di frontiera, in modo che le differenze non siano cancellate, ma piuttosto si realizzino nella loro identità. Cattolicità significa universalità. E’ urgente approfondire questa appartenenza alla famiglia universale del cristianesimo per correggere derive nazionalistiche e rispondere alle sfide della globalizzazione e della pace. La realtà di una chiesa “cattolica” è una chance per la rete tra vescovi, famiglie religiose, istituti secolari, parrocchie, associazioni, media… che costituisce.
Alcune osservazioni sui confini dell’Europa
L’Unione Europea si è allargata e in realtà nessuno sa con precisione dove stiano i suoi confini. Pensiamo ai dibattiti in corso circa l’entrata della Turchia nell’Unione e sui rapporti dell’UE con i nuovi vicini di casa: dalla Russia ai paesi dei Balcani, al nord Africa, fino a Israele. Una grande novità è stata il crollo del muro e il recente allargamento verso l’est europeo.
Parlare di confini significa anche interrogarci sui rapporti tra i continenti. Le Chiese europee non sono interessate ad un’Europa fortezza, chiusa nel proprio benessere, ma ad un continente che diviene più stabile per meglio realizzare lo scambio di doni con le altre regioni della terra e contribuire alla giustizia e alla pace del mondo. Il vero punto di interesse è la fratellanza universale e non l’esclusivo benessere di un solo continente.
L’Asia sta sempre più velocemente protagonista sulla scena geo-politica-economica mondiale, anche per l’andamento demografico della popolazione mondiale. Basta pensare a nazioni come Cina e India. In Cina abitano un miliardo e mazzo di persone. In India ci sono 46 milioni di studenti universitari. Il futuro della storia e del cristianesimo è legato all’Asia.
Nel mese di febbraio del 2003 sono stato in Colombia per incontrare i responsabili delle Conferenze episcopali dell’America Latina e dei Carabi (CELAM). In America Latina vivono circa la metà dei cattolici del mondo. Nel novembre 2004 abbiamo realizzato a Roma un simposio di vescovi europei e africani dedicato alla comune responsabilità soprattutto nei confronti della evangelizzazione. Si registra un certo cinismo politico e economico internazionale che sembrava pronto a lasciare morire l’Africa, mentre il mondo può andare avanti tranquillamente.
b. L’amore del Risorto porta avanti il cammino ecumenico. Oggi tra le Chiese e le comunità ecclesiali non esiste la condivisione di fede sufficiente per celebrare l’Eucaristia insieme, ma nulla ci impedisce di vivere insieme il vangelo, la carità, la collaborazione, la solidarietà. In questo modo si crea lo spazio per la presenza fra noi del Risorto. Nonostante le situazione difficili che tutti conosciamo, vediamo all’opera il Risorto. L’ecumenismo è uscito dalle strutture istituzionalizzate, dalle facoltà, da cerchie ristrette di pionieri e sta diventando un’esigenza di tanti cristiani d’Europa, un fatto “normale” e questo indica che è iniziata una nuova fase del cammino di riconciliazione. Se l’Europa ha esportato nel mondo le divisioni, ora ha la responsabilità di esportare la riconciliazione ritrovata.
In Europa abbiamo una particolare esperienza di collaborazione ecumenica: quella decennale tra la KEK e il CCEE . Essa ha generato una ricca serie di incontri ecumenici europei. Un frutto recente è la Charta Oecumenica. Linee guida per la crescita della collaborazione tra le Chiese in Europa, un testo che contiene 26 impegni che i cristiani del nostro continente si assumono, per rendere visibile storicamente l’unica Chiesa di Cristo (I.Parte), per crescere nella collaborazione fra loro (II.Parte), per contribuire a plasmare l’Europa (III.Parte). In particolare sono state organizzate le due assemblee ecumeniche europee: la prima a Basilea, nel maggio 1989, sul tema Pace e giustizia; la seconda a Graz (Austria), nel giugno 1997, su Riconciliazione - dono di Dio e sorgente di vita nuova. Ora abbiamo iniziato il cammino della terza assemblea: un “pellegrinaggio” in 4 tappe: la prima a Roma nel gennaio 2006; la seconda da realizzarsi a livello delle singole nazioni europee; la terza a Wittemberg (Germania) all’inizio del 2007 e l’assemblea conclusiva a Sibiu (Romania), paese a maggioranza ortodossa, nel settembre 2007. Il tema va all’essenziale: La luce di Cristo illumina tutti. Speranza di rinnovamento e unità in Europa». Se veramente sarà un cammino insieme verso l’essenziale, aprirà una fiducia nuova.
c. Il Risorto è capace di far incontrare le religioni. Nella Chiesa questo tema è stato affrontato da decenni, ma la novità è che esso, ora, è affrontato anche dalla politica, dai governi, dalla società civile. Questo può avere un lato positivo, ma contiene anche il rischio che le religioni si ritrovino il dialogo fra loro come un’imposizione, secondo criteri politici, cioè esterni al fatto religioso. La Chiesa deve riprender in mano questo dialogo alla luce della sua grande esperienza. Per realizzare questo senza equivoci o pericolose superficialità, è giunto il momento dell’approfondimento. Se tra persone di diverse religioni si approfondisce la conoscenza, la stima, la collaborazione, la propria identità, la verità, il Risorto può agire.
3. Il Risorto è il bello
Il Risorto è la bellezza eternizzata.
Nonostante tutti i sentieri interrotti, smarriti o anche devianti che l’Europa ha intrapreso, essa ha prodotto enormemente nel campo della cultura, del pensiero e dell’arte ed è stata anche il luogo in cui la cultura si è lasciata rinnovare dal cristianesimo. Nell’Europa ci sono idee impazzite, ma ci sono idee! La nostra responsabilità è di ridare ordine, unità e senso a queste idee. Il Risorto tra i suoi può ispirare la grande opera educativa e culturale di ridare ordine alle idee dell’Europa.
Se viviamo con la presenza del Risorto fra noi, abbiamo anche la possibilità di guardare la storia con gli occhi del Risorto. Nella storia non vedremo sole le brutture che sono la storia del male, che è la storia falsa, ma le cose belle, la storia vera, dell’amore. Sarebbe importante che almeno noi cristiani raccontassimo la storia operata dal Risorto e non solo quella del male.
Il Risorto tiene il cielo azzurro aperto sui nostri paesi, sulle nostre famiglie e le nostre vite. Il Risorto ci dice che esiste l’eternità, il paradiso e quindi la vita va considerata alla luce dell’eternità e non solo degli anni che passiamo su questa terra. Il Paradiso è la nostra vera casa. Questa prospettiva dell’eternità dà una luce nuovissima a tutta la vita.
Il giorno precedente i funerali di Giovanni Paolo Il ero già a Roma e sono andato in Vaticano per vedere se potevo entrare per pregare accanto alla salma del papa. Mi trovavo davanti alla porta S. Anna quando una giovane ragazza “nera” mi si è avvicinata e mi ha detto: “mi accompagni a vedere il papa!”. Ho sorriso e risposto: “ci sono forse due milioni di persone che vorrebbero vedere il papa” e anch’io probabilmente non posso entrare. Lei ha insistito: io voglio bene al papa e voglio vederlo e non posso più fare la fila, lei può portarmi dentro!”. Sono stato sorpreso dal suo candore e dalla sua “fede” nei miei confronti! Ho detto a lei e alla sua amica di provare a seguirmi: siamo riusciti a entrare nella basilica, superando i controlli delle guardie svizzere. Alla fine mi hanno ringraziato commosse. Ho detto loro: “forse non ci incontreremo più sulla terra, ma ci diamo l’appuntamento per il paradiso”. Mi hanno guardato con sorpresa e gioia e poi mi hanno riposto: “allora arrivederci in paradiso e lei in paradiso ci va certamente, per il regalo che oggi ci ha fatto”! Il Paradiso compie le nostre esperienze del vero, del bello e del buono che già sperimentiamo su questa terra.
Roma, Salesianum, 17 novembre 2006

