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    Per salvarsi l’uomo

    torni COMUNITÀ

    Marco Roncalli

    Nel suo nuovo libro Il tempo della complessità (Raffaello Cortina, pagine 190, euro 14,00), Mauro Ceruti, «uno dei rari pensatori del nostro tempo ad aver compreso e raccolto la sfida che ci pone la complessità dei nostri esseri e del nostro mondo» (così nella prefazione Edgar Morin), continua a offrire riflessioni che interrogano la «nuova condizione umana». Non senza risposte delineando una prospettiva antropologica nella quale la nostra «identità» emerge come «evolutiva» e «multipla», ma non può essere pensata in opposizione a qualsiasi «diversità».

    Dopo La fine dell’onniscienza (Studium, 2015), proiettato a riconciliare tecnoscienze e saggezza, uomo e ambiente, in questo nuovo saggio – conversando con Walter Mariotti – Ceruti prende atto con John Donne che «è tutto in pezzi, scomparsa è ogni coesione», ma prova pure a indicare un «nuovo umanesimo planetario».

    Perché nonostante i progressi della conoscenza nei campi più disparati la “condizione umana” non migliora?

    «L’ostacolo alla comprensione delle crisi attuali non sta solo nella nostra ignoranza: si annida anche nella nostra conoscenza. La specializzazione ha portato conoscenze, ma queste sono incapaci di cogliere i problemi multidimensionali, fondamentali e globali. L’università e la scuola insegnano a separare le discipline, ma non a collegarle: ma dovrebbero essere interconnesse. La separazione rende incapaci di cogliere “ciò che è tessuto insieme”, appunto il “complesso”...».

    Sta dicendo che si deve ripartire anche dai modi di pensare?

    «Esatto. I modi di pensare usati per risolvere i problemi della nostra era planetaria costituiscono essi stessi uno dei problemi più gravi. Più i problemi diventano multidimensionali più cresce l’incapacità di pensare la multidimensionalità; più le crisi avanzano più aumentano le incapacità di pensarle; più i problemi diventano globali, maggiore è l’incapacità di raffigurarli. La nostra civiltà paga più fallimenti: un modello di conoscenza che ha frammentato il tessuto complesso del reale; un pensiero mutilante che conduce ad azioni mutilanti; una visione quantitativa che trascura il problema del senso».

    Il quadro che emerge è poco confortante. Eppure viviamo nell’enfasi sull’ intelligenza artificiale, le potenzialità del digitale, i progressi scientifici, ovviamente per i Paesi che possono vantarli.

    «Qui occorre fare attenzione. La coscienza morale ha acquisito una nuova universalità: ha cominciato a riguardare il destino dell’umanità nel suo insieme, in quanto specie. L’esistenza biologica della stessa specie umana, che sembrava al riparo da qualsiasi uso perverso della tecnologia, è diventata oggetto della possibile azione distruttiva anche di un piccolo gruppo di individui: l’umanità si scopre “mortale”, vulnerabile a se stessa, potenzialmente capace di suicidio. In questa nuova condizione, scienza, etica e politica trovano un inedito e drammatico campo di intersezione. Per la prima volta la tecnoscienza produce la possibilità di un’irreversibile morte globale.Tutto ciò obbliga a porci di nuovo le domande di senso fondamentali: Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Ma anche: quali le conseguenze delle nostre azioni? E ci fa riflettere in prospettiva futura sul Creato, sul nostro destino, abbandonando l’illusione della neutralità della tecno-scienza».

    Creato e destino, come leggerli oggi insieme alla condizione umana? Affidatoci, qui le conseguenze quali sono?

    «L’esplosione di Hiroshima nel ’45 ha trasformato per sempre la condizione umana, esponendola a un pericolo fino ad allora inconcepibile: la possibilità di autosopprimersi. Da ciò nasce appunto una comunità di destino planetaria: tutti i popoli sono legati da un destino comune. Abbiamo scoperto di vivere in un’ecumene umanizzata all’interno della quale ogni evento locale può comportare, in linea di principio, conseguenze che possono amplificarsi rapidamente su scala globale. Il rischio dell’auto-annientamento sta poi nel sempre più difficile rapporto delle società con l’ambiente: riscaldamento globale, inquinamento dell’aria, dei suoli, delle acque, depauperamento delle risorse alimentari e minerali. Il rapporto dell’uomo con la biosfera è in pericolo per le miopie del genere umano, causate da paradigmi culturali inadeguati».

    Come ne usciamo? Quali processi politici, culturali, quali sfide da immaginare?

    «La politica, nell’ultimo secolo, è stata prigioniera di una coazione a ripetere i “giochi a somma nulla” (vinco io, perdi tu), sul piano internazionale come sul piano delle singole società nazionali: “giochi” in cui una parte vince a spese delle perdenti. Ma oggi, nell’età dell’interdipendenza planetaria, continuare questi “giochi” è impossibile se si ha a cuore il futuro dell’umanità. Il rischio è che perdano tutti».

    E allora?

    «L’umanità oggi “deve” uscire dall’età della guerra, della povertà e dello sfruttamento incondizionato dell’ambiente; “deve” generare un paradigma dei “giochi a somma positiva”. In questa prospettiva Francesco invoca la necessità di uscire dalla cultura dello scontro per generarne una dell’incontro. Si tratta di cominciare a concepire la possibilità di un’umanità inedita, di un nuovo umanesimo planetario, che riconosca che la diversità è il tesoro dell’unità umana, e che l’unità è il tesoro della diversità umana».

    Per questo nel suo libro si ferma su due encicliche: Pacem in terris e Laudato si’?

    «Sì. Giovanni XXIII nella prima diede voce alla coscienza che il fatto della sola continuazione degli esperimenti nucleari a scopi bellici avrebbe potuto avere conseguenze fatali per la vita sulla Terra. Nel pericolo “la grande famiglia umana” è diventata una realtà concreta. E papa Francesco ha fondato la Laudato Sì’ su questa consapevolezza “dell’unità e della condivisione di un comune destino tra le Nazioni” e del fatto che la nuova condizione antropologica obbliga a pensare a “un solo mondo, a un progetto comune”... In sintesi: non ci sono barriere che ci permettano di isolarci. E nemmeno spazio per la globalizzazione dell’indifferenza».

    (Avvenire, 14 Aprile 2018)



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