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     Rituale Triduo Pasquale html m234fa146

     

    Crocifisso

    Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».
    Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte.
    Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò (Luca 23,33-34.44-46).

    Scandalo e stoltezza

    I primi cristiani lo sapevano. La loro fede in un Dio crocifisso poteva essere vista solo come uno scandalo e una stoltezza. A chi è accaduto di dire qualcosa di tanto assurdo e orrendo su Dio? Nessuna religione ha mai osato confessare una cosa simile.
    Certamente, la prima cosa che tutti scopriamo nel Crocifisso del Golgota, torturato fino alla morte dalle autorità religiose e dal potere politico, è la forza distruttrice del male, della crudeltà dell'odio e del fanatismo della giustizia. Ma proprio qui, in questa vittima innocente, noi seguaci di Gesù vediamo Dio identificato con tutte le vittime di tutti i tempi.
    Spogliato di ogni potere dominatore, di ogni bellezza estetica, di ogni successo politico e di ogni aureola religiosa, Dio ci si rivela in ciò che di più puro e insondabile c'è nel suo mistero: come amore e solo amore. Per questo patisce con noi, soffre le nostre sofferenze e muore la nostra morte.
    Questo Dio crocifisso non è il Dio potente che controlla, che cerca di soggiogare i suoi figli e le sue figlie sempre in cerca della sua gloria e del suo onore. Si tratta invece di un Dio umile e paziente, che rispetta fino in fondo la nostra libertà, anche se noi abusiamo ripetutamente del suo amore. Preferisce essere la vittima delle sue creature piuttosto che il loro carnefice.
    Questo Dio crocifisso non è neppure il Dio giustiziere, irritato e vendicativo che continua a turbare ancora la coscienza di non pochi credenti. Dio non risponde al male con il male. «Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe» (2Corinzi 5,19). Mentre noi parliamo di meriti, colpe o diritti acquisiti, Dio sta accogliendo tutti quanti noi con il suo amore insondabile e il suo perdono.
    Questo Dio crocifisso si rivela oggi in tutte le vittime innocenti. È sulla croce del Calvario e si trova su tutte le croci dove soffrono e muoiono i più innocenti: i bambini affamati e le donne maltrattate, i torturati dai carnefici del potere, gli sfruttati dal nostro benessere, i dimenticati dalla nostra religione.
    Noi cristiani continuiamo a celebrare il Dio crocifisso, per non dimenticare mai l'«amore stolto» di Dio per l'umanità e per mantenere vivo il ricordo di tutti i crocifissi. È uno scandalo e una stoltezza. Tuttavia, per noi che seguiamo Gesù e crediamo nel mistero redentore che si racchiude nella sua morte, è la forza che sostiene la nostra speranza e la nostra lotta per un mondo più umano.

    Che ci fa Dio su una croce?

    Secondo il racconto evangelico, quelli che passano davanti a Gesù crocifisso sulla collina del Golgota lo deridono e, disprezzando la sua impotenza, gli dicono: «Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce». Gesù non risponde alla provocazione. La sua risposta è un silenzio carico di mistero. Proprio perché è Figlio di Dio resterà sulla croce fino alla morte.
    Le domande sono inevitabili: come è possibile credere in un Dio crocifisso dagli uomini? Ci rendiamo conto di quello che stiamo dicendo? Che ci fa Dio su una croce? Come può sussistere una religione fondata su una concezione tanto assurda di Dio?
    Un «Dio crocifisso» costituisce una rivoluzione e uno scandalo che ci obbliga a mettere in discussione tutte le idee che noi essere umani ci facciamo della divinità. Il Crocifisso non ha il volto né i tratti che le religioni attribuiscono all'Essere supremo.
    Il «Dio crocifisso» non è un essere onnipotente e maestoso, immutabile e felice, estraneo alla sofferenza degli esseri umani, ma un Dio impotente e umiliato che soffre con noi il dolore, l'angoscia e perfino la stessa morte. Con la croce, o termina la nostra fede in Dio o ci apriamo a una comprensione nuova e sorprendente di un Dio che, incarnato nella nostra sofferenza, ci ama in modo incredibile. Davanti al Crocifisso cominciamo a intuire che Dio, nel suo mistero ultimo, è qualcuno che soffre con noi. La nostra miseria lo commuove. La nostra sofferenza lo tocca. Non esiste un Dio la cui vita trascorrerebbe, per così dire, al margine delle nostre pene, lacrime e disgrazie. Lui si trova su tutti i Calvari del nostro mondo.
    Questo «Dio crocifisso» non permette una fede frivola ed egoista in un Dio al servizio dei nostri capricci e delle nostre pretese. Egli ci obbliga a guardare alla sofferenza e all'abbandono di tante vittime dell'ingiustizia e delle disgrazie. È questo il Dio che incontriamo quando ci accostiamo a qualunque crocifisso.
    Noi cristiani continuiamo a fare tutta una serie di digressioni per non imbatterci nel «Dio crocifisso». Abbiamo imparato anche ad alzare lo sguardo verso la croce del Signore, distogliendolo dai crocifissi che stanno davanti ai nostri occhi. Tuttavia, il modo più autentico per celebrare la passione del Signore è ravvivare la nostra compassione verso i sofferenti. Senza di ciò, la nostra fede nel «Dio crocifisso» si stempera e si apre la porta a ogni tipo di manipolazioni.

    Dio non è sadico

    Non sono pochi i cristiani che intendono la morte di Gesù in croce come una specie di «negoziato» tra Dio Padre e suo Figlio. Secondo questo modo di intendere la crocifissione, il Padre, giustamente offeso dal peccato degli uomini, per salvarli esigerebbe una riparazione, che il Figlio gli offre dando la propria vita per noi.
    Se fosse così, le conseguenze sarebbero gravissime. L'immagine di Dio Padre ne sarebbe radicalmente stravolta, poiché Dio sarebbe un giustiziere, incapace di perdonare gratuitamente; una specie di creditore implacabile che non può salvarci se non saldiamo prima il debito contratto con lui. Sarebbe difficile evitare l'idea di un Dio «sadico», che nella sofferenza e nel sangue prova un «piacere speciale», qualcosa che gradisce particolarmente e gli fa cambiare l'atteggiamento verso le sue creature.
    Questo modo di presentare la croce di Cristo richiede una profonda revisione. Nella fede dei primi cristiani, Dio non appare come uno che esige dapprima sangue perché il suo onore sia soddisfatto, e possa così perdonare. Al contrario, Dio manda il Figlio suo solo per amore e offre la salvezza mentre noi siamo ancora peccatori. Gesù, dal canto suo, non appare mai mentre cerca di influire sul Padre con la sua sofferenza per placarlo e ottenere così da lui un atteggiamento più benevolo verso l'umanità.
    Allora, chi ha voluto la croce e perché? Di certo non il Padre, che non vuole che si commetta alcun crimine, e meno che mai contro il suo Figlio amato, ma gli uomini, i quali respingono Gesù e non accettano che nel mondo egli introduca un regno di giustizia, verità e fraternità. Quello che vuole il Padre non è che gli uccidano il Figlio, ma che il Figlio viva il suo amore per l'essere umano fino alle estreme conseguenze.
    Dio non può evitare la crocifissione, poiché per questo dovrebbe distruggere la libertà degli uomini e negare se stesso come Amore. Il Padre non vuole sofferenza e sangue, ma non si ferma neanche davanti alla tragedia della croce e accetta il sacrificio del suo Figlio amato solo per il suo amore insondabile per noi. Dio è così.

    Morì come aveva vissuto

    Come visse Gesù le sue ultime ore? Quale fu il suo atteggiamento al momento dell'esecuzione? I vangeli non si soffermano ad analizzare i suoi sentimenti. Semplicemente ricordano che Gesù mori come aveva vissuto. Luca, ad esempio, ha voluto mettere in evidenza la bontà di Gesù fino alla fine, la sua vicinanza ai sofferenti e la sua capacità di perdonare. Secondo il suo racconto, Gesù morì amando.
    In mezzo alla gente che osserva il passaggio dei condannati verso la croce, alcune donne si avvicinano a Gesù piangendo. Non possono vederlo soffrire così. Gesù «si volta verso di loro» e le guarda con la stessa tenerezza con cui le aveva guardate sempre: «Non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli». Così Gesù avanza verso la croce: pensando più a quelle povere madri che alla propria sofferenza.
    Mancano poche ore alla fine. Dalla croce si ascoltano solo gli insulti di alcuni e le grida di dolore dei giustiziati. All'improvviso, uno di loro si rivolge a Gesù: «Gesù, ricordati di me». La sua risposta è immediata: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso». È quello che ha fatto sempre: togliere le paure, infondere fiducia in Dio, trasmettere speranza. E così continua a fare fino alla fine.
    Il momento della crocifissione è indimenticabile. Mentre i soldati lo stanno inchiodando al legno, Gesù dice: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Gesù è così. È così che ha sempre vissuto: offrendo ai peccatori il perdono del Padre, senza che essi lo meritino. Secondo Luca, Gesù muore chiedendo al Padre di continuare a benedire quelli che lo crocifiggono, di continuare a offrire il suo amore, il suo perdono e la sua pace a tutti, anche a quelli che lo stanno uccidendo.
    Non è strano che Paolo di Tarso inviti i cristiani di Corinto a scoprire il mistero racchiuso nel Crocifisso: «Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe». Così Dio sta sulla croce: non accusandoci dei nostri peccati, ma offrendoci il suo perdono.

    Con i crocifissi

    Il mondo è pieno di chiese cristiane presidiate dall'immagine del Crocifisso, ed è pieno anche di persone che soffrono, crocifisse dalla disgrazia, dalle ingiustizie e dall'oblio: malati privi di cure, donne maltrattate, anziani ignorati, bambini e bambine violentati, emigranti senza documenti né futuro. E gente, molta gente immersa nella fame e nella miseria in tutto il mondo.
    È difficile immaginare un simbolo più carico di speranza di questa croce piantata dappertutto dai cristiani: «memoria» commovente di un Dio crocifisso e ricordo permanente della sua identificazione con tutti gli innocenti che soffrono ingiustamente nel nostro mondo.
    Questa croce, levata tra le nostre croci, ci ricorda che Dio soffre con noi. Dio si affligge per la fame dei bambini di Calcutta, soffre con gli assassinati e i torturati dell'Iraq, piange con le donne maltrattate giorno per giorno nella loro famiglia. Non sappiamo spiegarci la radice ultima di tanto male. E, anche se lo sapessimo, non ci servirebbe a molto. Sappiamo solo che Dio soffre con noi. Non siamo soli.
    Ma i simboli più sublimi possono essere stravolti, se non ne recuperiamo di frequente il contenuto autentico. Che cosa significa l'immagine del Crocifisso, tanto presente tra noi, se sul suo volto non vediamo segnate la sofferenza, la solitudine, la tortura e la desolazione di tanti figli e figlie di Dio?
    Che senso ha portare una croce sul nostro petto se poi non sappiamo farci carico della più piccola croce di tante persone che soffrono vicino a noi? Che cosa significano i nostri baci al crocifisso se poi non fanno nascere in noi l'affetto, l'accoglienza e la vicinanza a quelli che vivono crocifissi.
    Il Crocifisso smaschera come nessun altro le nostre menzogne e le nostre vigliaccherie. Dal silenzio della croce, lui è il giudice più deciso e mite dell'imborghesimento della nostra fede, del nostro adattamento al benessere e della nostra indifferenza verso i sofferenti. Per adorare il mistero di un «Dio crocifisso», non basta celebrare la Settimana Santa; è necessario anche accostarci maggiormente ai crocifissi, settimana dopo settimana.

     

    Deriderlo o invocarlo

    In quel tempo, il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù, dicendo:* «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Messia** di Dio, l'eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell'aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c'era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Messia? Salva te stesso e noi!». L'altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Luca 23,35-43).

    Deriderlo o invocarlo?

    Luca descrive con accenti tragici l'agonia di Gesù tra le derisioni e le battute di quelli che lo circondano. Nessuno sembra comprendere il dono che egli sta facendo di sé. Nessuno ha colto il suo amore per gli ultimi. Nessuno ha visto nel suo volto lo sguardo compassionevole di Dio verso l'essere umano.
    Da una certa distanza, le «autorità» religiose e il «popolo» si prendono gioco di Gesù, «deridendolo»: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Messia di Dio». I soldati di Pilato, vedendolo assetato, gli offrono un vino acescente, molto popolare tra loro, mentre lo disprezzano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Lo stesso dice uno dei delinquenti, crocifisso insieme a lui: «Non sei tu il Messia? Salva te stesso».
    Per tre volte Luca ripete la derisione: «Salva te stesso». Che «Messia» può essere costui, se non ha il potere di salvarsi? Che razza di «Re» può essere? Come potrà salvare il suo popolo dall'oppressione di Roma, se non può fuggire dai quattro soldati che vigilano sulla sua agonia? Come potrà Dio stare dalla sua parte se non interviene a liberarlo?
    Improvvisamente, in mezzo a tante derisioni, un'invocazione: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». E l'altro delinquente, che riconosce l'innocenza di Gesù, confessa la propria colpa e, pieno di fiducia nel perdono di Dio, chiede a Gesù solo di ricordarsi di lui. Gesù gli risponde subito: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso». Ora i due stanno agonizzando, uniti nell'abbandono e nell'impotenza. Ma oggi stesso i due saranno insieme a godere della vita del Padre.
    Che sarebbe stato di noi se l'Inviato di Dio avesse cercato la propria salvezza fuggendo da quella croce che lo unisce per sempre a tutti i crocifissi della storia? Come avremmo potuto credere in un Dio che ci lascia immersi nel nostro peccato e nella nostra impotenza davanti alla morte?
    Ci sono alcuni che ancora oggi deridono il Crocifisso. Non sanno quello che fanno. Non lo farebbero con Martin Luther King. Stanno deridendo l'uomo più umano che la storia abbia prodotto. Qual è la posizione più degna davanti a questo Crocifisso, incarnazione suprema della vicinanza di Dio alla sofferenza del mondo: deriderlo o invocarlo?

    Martire fedele

    Noi cristiani abbiamo attribuito al Crocifisso diversi nomi: «redentore», «salvatore», «re», «liberatore». Possiamo essergli grati: ci ha riscattato dalla perdizione. Possiamo contemplarlo commossi: nessuno ci ha mai amato così. Possiamo abbracciarlo per trovare la forza nel mezzo delle nostre sofferenze e delle nostre pene.
    Tra i primi cristiani lo si chiamava anche «martire», vale a dire «testimone». Uno scritto chiamato Apocalisse, redatto intorno all'anno 95, vede nel Crocifisso il «martire fedele», il «testimone fedele». Dalla croce, Gesù ci si presenta come testimone fedele dell'amore di Dio nonché di un'esistenza identificata con gli ultimi. Non dobbiamo dimenticarlo.
    Si identificò tanto con le vittime innocenti da finire come loro. La sua parola dava fastidio. Si era spinto troppo in là nel parlare di Dio e della sua giustizia. Né l'Impero né il tempio potevano consentirlo. Si doveva eliminarlo. Forse, prima che Paolo cominciasse a elaborare la sua teologia della croce, tra i poveri della Galilea si viveva questa convinzione: «È morto per noi», «per difenderci fino alla fine», «per aver osato parlare di Dio come difensore degli ultimi».
    Guardando il Crocifisso dovremmo istintivamente ricordare il dolore e l'umiliazione di tante vittime sconosciute che nel corso della storia hanno sofferto, soffrono e soffriranno dimenticate quasi da tutti. Sarebbe deridere il Crocifisso se lo baciassimo, lo invocassimo o lo adorassimo mentre viviamo indifferenti a ogni sofferenza che non sia la nostra.
    Il crocifisso sta scomparendo dalle nostre case e dalle nostre istituzioni, ma i crocifissi continuano a esserci ancora. Possiamo vederlo ogni giorno in qualunque telegiornale. Dobbiamo imparare a venerare il Crocifisso non in un piccolo crocifisso, ma nelle vittime innocenti della fame e delle guerre, nelle donne assassinate dai loro partner, negli annegati durante l'affondamento delle loro carrette del mare.
    Confessare il Crocifisso non significa solo fare grandi professioni di fede. La maniera migliore di accettarlo come Signore e Redentore è quella di imitarlo vivendo identificati con coloro che soffrono ingiustamente.

    Prendere la croce

    Il racconto della crocifissione ricorda a noi, seguaci di Gesù, che il suo regno non è un regno di gloria e di potere, ma di servizio, amore e donazione totale per riscattare l'essere umano dal male, dal peccato e dalla morte.
    Abituati a proclamare la «vittoria della croce», corriamo il rischio di dimenticare che il Crocifisso non ha nulla a che vedere con un falso trionfalismo che svuota di contenuto il più sublime gesto di umile servizio di Dio verso le sue creature. La croce non è una specie di trofeo da mostrare agli altri con orgoglio, ma il simbolo dell'Amore crocifisso di Dio, che ci invita a seguire il suo esempio.
    Cantiamo, adoriamo e baciamo la croce di Cristo perché, nel più profondo del nostro essere, avvertiamo la necessità di rendere grazie a Dio per il suo amore insondabile, ma senza dimenticare che la prima cosa che Gesù ci chiede insistentemente non è baciare la croce, ma prenderla su di noi. E questo consiste semplicemente nel seguire le sue orme in modo responsabile e impegnato, sapendo che questa via ci porterà prima o poi a condividerne il destino doloroso.
    Non ci è permesso di accostarci al mistero della croce in modo passivo, senza alcuna intenzione di prenderla su di noi. Per questo dobbiamo diffidare molto di certe celebrazioni che possono creare intorno alla croce un'atmosfera attraente ma pericolosa, se ci distraggono dalla sequela fedele del Crocifisso, facendoci vivere l'illusione di un cristianesimo senza croce. F. proprio quando baciamo la croce che dobbiamo ascoltare questa chiamata di Gesù: «Se qualcuno vuole venire dietro a me... prenda la sua croce e mi segua».
    Per noi seguaci di Gesù, rivendicare la croce significa accostarci in spirito di servizio ai crocifissi, portare la giustizia là dove si abusa degli indifesi; reclamare compassione là dove c'è solo indifferenza verso i sofferenti. Questo ci comporterà conflitti, rifiuto e sofferenza. Sarà il nostro modo umile di prendere su di noi la croce di Cristo. Il teologo cattolico Johann Baptist Metz ha insistito sul pericolo costituito dal fatto che l'immagine del Crocifisso ci sta nascondendo il volto di quanti oggi vivono crocifissi. Secondo lui, nel cristianesimo dei paesi del benessere sta avvenendo un fenomeno molto grave: «La croce ormai non inquieta più nessuno, non possiede nessun pungolo; ha perso la tensione alla sequela di Gesù, non richiama a nessuna responsabilità, ma al contrario scarica da essa».
    Non dovremmo forse rivedere tutti qual è il nostro vero atteggiamento di fronte al Crocifisso? Non dovremmo avvicinarci a lui in modo più responsabile e impegnato?

    Ricordati di me

    Statistiche realizzate in diversi paesi d'Europa mostrano che solo un 40% delle persone credono oggi nella vita eterna, e che inoltre, per molte di loro, questa fede non ha più alcuna forza o alcun significato nella loro vita quotidiana.
    La cosa più sorprendente in queste statistiche è qualcosa che anche tra noi si è potuto sperimentare in più di un'occasione. Non sono in pochi a dire di credere in Dio pensando allo stesso tempo che non esista nulla oltre la morte.
    Tuttavia, credere nella vita eterna non è un'arbitrarietà di alcuni cristiani, ma la conseguenza della fede in un Dio preoccupato della felicità piena dell'essere umano. Un Dio che, dal più profondo del suo essere di Dio, cerca il bene finale di tutta la creazione.
    Dobbiamo innanzi tutto ricordare che la morte è l'avvenimento più tragico e brutale che ci aspetta tutti. È inutile volerlo dimenticare. La morte sta lì, ogni giorno più vicina. Una morte assurda e oscura che ci impedisce di vedere in che cosa finiranno i nostri desideri, le nostre lotte e le nostre aspirazioni. Finisce tutto lì? O proprio lì inizia la vita vera?
    Nessuno ha dati scientifici per poter affermare qualcosa riguardo a essa con sicurezza. L'ateo «crede» che non esista nulla dopo la morte, ma non ha prove scientifiche per dimostrarlo. Il credente «crede» che ci attende una vita nuova, ma anche lui senza alcuna prova scientifica. Davanti al mistero della morte siamo tutti esseri radicalmente ignoranti e impotenti.
    La speranza dei cristiani nasce dalla fiducia totale nel Dio di Gesù Cristo. Tutto il messaggio e il contenuto della vita di Gesù, morto violentemente per mano degli uomini, ma risuscitato da Dio per la vita eterna, ci porta a questa convinzione: «La morte non ha l'ultima parola. C'è un Dio impegnato nel far conoscere ai suoi figli e alle sue figlie la felicità totale al di sopra di tutto, anche al di sopra della morte. Possiamo avere fiducia in lui».
    Davanti alla morte, il credente si sente indifeso e vulnerabile come tutti; così come, d'altra parte, si sentì lo stesso Gesù. Ma c'è qualcosa che, dal fondo del suo essere, lo invita a fidarsi di Dio al di là della morte e a pronunciare le stesse parole di Gesù: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». È questo il nucleo essenziale della fede cristiana: lasciarci amare da Dio fino alla vita eterna; aprirci con fiducia al mistero della morte, sperando tutto dal suo amore creatore.
    È proprio questa la preghiera del malfattore crocifisso insieme a Gesù. Al momento di morire, quell'uomo non trova nulla di meglio che affidarsi completamente a Dio e a Cristo: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». E ascolta questa promessa che consola tanto il credente: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

    Una speranza segreta

    Molto presto tutti impariamo che dobbiamo morire. Ma viviamo come se la morte non fosse con noi. Ci sembra naturale che muoiano gli altri, compresi quei cari la cui scomparsa ci rattristerà profondamente. Ma ci costa «immaginare» che anche noi moriremo. Non neghiamo con la nostra testa che un giorno lontano e incerto ciò avverrà. È un'altra cosa. Il prestigioso psichiatra Carlos Castilla del Pino dice che si tratta di una singolare «negazione emozionale», che ci permette di vivere e progettare il futuro come se, di fatto, non dovessimo mai morire.
    Tuttavia, lo sviluppo della medicina moderna sta provocando un numero sempre maggiore di situazioni in cui delle persone si vedono obbligate a vivere l'esperienza di sapere che, in un periodo di tempo più o meno breve, vivranno la propria morte. Chiunque tra di noi può essere sottoposto a un intervento «di vita o di morte» oppure vedersi sottoposto ai trattamenti di una malattia terminale.
    Le reazioni possono essere diverse. È normale che sul momento nasca la paura. La persona si sente «prigioniera». Impotente di fronte a un male che può mettere fine alla sua vita. Poi cominciano a nascere domande inquietanti: Devo già morire? Come e quando sarà? Che cosa proverò in quei momenti? Che cosa succederà dopo? Finirà tutto con la morte? Sarà vero che mi incontrerò con Dio?
    Queste domande, formulate partendo da un atteggiamento di angoscia repressa e spesso nel segreto dell'intimo, non fanno bene. L'atteggiamento deve essere un altro. È il momento di vivere più intensamente che mai il dono rappresentato da ogni giorno della nostra vita. È allora che si può vivere con più verità e anche con più amore. Senza perdere la fiducia in Dio, mettendoci in contatto con una persona amica, collaborando con i medici per vivere con dignità e senza soffrire molto.
    Il dottor Reil, eminente medico del secolo passato, diceva che «i malati incurabili perdono la vita, ma non la speranza». È questa la grande sfida dell'incurabile: non perdere la speranza. Ma speranza in che cosa? Speranza in chi? Ho sentito parlare il professor Lain Entralgo di questa «speranza genuina» che, secondo gli studi del medico di Heidelberg Herbert Pltigge, abita la persona prima della morte, e che esiste anche in chi non professa nessuna religione. Una speranza segreta che non si orienta verso questo mondo né verso le cose di questa vita, ma che tende verso qualcosa di indeterminato e guarda alla vita come aspirazione salda e sicura dell'essere umano.
    Il credente incurabile affida tutto questo anelito di vita nelle mani di Dio. Tutto il resto diventa sécondario. Non importano gli errori del passato, l'infedeltà o la vita mediocre. Ora conta solo la bontà e la forza di salvezza di Dio. Per questo, dal suo cuore nasce una preghiera simile a quella del malfattore moribondo sulla croce: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Una preghiera che è invocazione fiduciosa, richiesta di perdono e, soprattutto, atto di fede viva in un Dio salvatore.

    Risuscitato da Dio

    Dopo il sabato, all'alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l'altra Maria andarono a visitare la tomba.
    Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte.
    L'angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: "È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete". Ecco, io ve l'ho detto».
    Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l'annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi! ». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno» (Matteo 28,1-10).

    Cristo è vivo

    La Pasqua non è la celebrazione di un avvenimento del passato che, anno dopo anno, si allontana sempre più da noi. Noi credenti celebriamo oggi il risorto che ora vive riempiendo di vita la storia degli uomini.
    Credere nel Cristo risorto non significa solo credere in qualcosa accaduta al morto Gesù. È saper ascoltare oggi dal più profondo del nostro essere queste parole: «Non temere, io sono, il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre» (Apocalisse 1,17-18).
    Cristo risorto vive ora infondendo in noi la sua energia vitale. In modo nascosto, ma reale, spinge le nostre vite alla pienezza finale. È lui «la legge segreta» che orienta il cammino di tutto verso la Vita. E lui «il cuore del mondo», secondo la bella espressione di Karl Rahner.
    Per questo, celebrare la Pasqua significa comprendere la vita in modo diverso. Intuire con gioia che il Risorto è lì, in mezzo alle nostre povere cose, a sostenere per sempre tutto ciò che di buono, bello, puro fiorisce in noi come promessa di infinito, e che, tuttavia, si dissolve e muore senza essere arrivato a pienezza.
    Lui si trova nelle nostre lacrime e pene come consolazione permanente e misteriosa. Lui si trova nei nostri fallimenti e nella nostra impotenza come forza sicura che ci difende. Lui si trova nelle nostre depressioni, ad accompagnare in silenzio la nostra solitudine e la nostra tristezza.
    Lui si trova nei nostri peccati come misericordia che ci sopporta con pazienza infinita e ci comprende e accoglie fino in fondo. Si trova perfino nella nostra morte come vita che trionfa quando essa sembra spegnersi.
    Nessun essere umano è solo. Nessuno vive dimenticato. Nessun lamento cade nel vuoto. Nessun grido resta senza ascolto. Il Risorto è con noi e in noi per sempre. Per questo, la Pasqua è la festa di quelli che si sentono soli e perduti. La festa di quelli che si vergognano della loro meschinità e del loro peccato. La festa di quelli che si sentono morti dentro. La festa di quelli che gemono oppressi dal peso della vita e dalla mediocrità del loro cuore. La festa di tutti noi che ci sappiamo mortali, ma che abbiamo scoperto in Cristo risorto la speranza di una vita eterna.
    Felici quelli che lasciano penetrare nel proprio cuore la parola di Cristo: «Abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio, io ho vinto il mondo» (Giovanni 16,33).

    Recuperare il Risorto

    Per non pochi cristiani, la risurrezione di Gesù è solo un fatto del passato. Qualcosa che accadde al morto Gesù dopo essere stato giustiziato nei dintorni di Gerusalemme circa duemila anni fa. Un avvenimento, pertanto, che con il passare del tempo si allontana sempre più da noi, perdendo la forza di influenzare il presente.
    Per altri, la risurrezione di Cristo è, anzitutto, un dogma che si deve credere e confessare. Una verità che, come altre verità di fede, si trova nel Credo, ma non si sa bene in cosa possa consistere la sua efficacia reale. Sono cristiani che hanno fede, ma che non conoscono «la forza della fe-
    de»; non sanno per esperienza ciò che significa vivere radicando la vita nel Risorto.
    Le conseguenze possono essere gravi. Se perdono il contatto vivo con il Risorto, i cristiani rimangono senza quello che è il suo «Spirito che dà vita». La Chiesa può dunque entrare in un processo di invecchiamento, abitudine e decadenza. Può crescere sociologicamente, ma allo stesso tempo debilitarsi interiormente; il suo corpo può essere grande e potente, mentre piccola e debole è la sua forza di trasformazione.
    Se non c'è contatto vitale con Cristo come con qualcuno che è vivo e dà vita, Gesù resta un personaggio del passato che si può ammirare, ma che non fa ardere i cuori; il suo vangelo si riduce a «lettera morta», risaputa e logora, che non fa più vivere. Allora il vuoto lasciato dal Cristo risorto comincia a essere riempito dalla dottrina, dalla teologia, dai riti o dall'attività pastorale. Ma nulla di ciò dà vita se alla sua radice manca il Risorto.
    Poche cose possono indebolire l'essere e l'agire dei cristiani tanto quanto la pretesa di sostituire con l'istituzione, la teologia o l'organizzazione ciò che può nascere solo dalla forza vivificante del Risorto. Per questo è urgente il recupero dell'esperienza fondante vissuta agli inizi. I primi discepoli sperimentano la forza segreta della risurrezione di Cristo, vivono «qualcosa» che ne trasforma le vite. Come dice san Paolo, conoscono «la potenza della risurrezione» (Filippesi 3,10). L'esegeta svizzero R. Pesch afferma che la prima esperienza dei cristiani consistette nel fatto che «i discepoli si lasciarono afferrare, affascinare e trasformare dal Risorto».

    Credere nel Risorto

    Noi cristiani non dobbiamo dimenticare che la fede in Gesù Cristo risorto significa molto di più di un assenso a una formula del Credo. Molto più anche dell'affermazione di qualcosa di straordinario accaduta al morto Gesù circa duemila anni fa.
    Credere nel Risorto significa credere che ora Cristo è vivo, pieno di forza e creatività, spinge la vita verso il suo destino ultimo e libera l'umanità dal cadere nella distruzione della morte.
    Credere nel Risorto significa credere che Gesù si fa presente tra i credenti. Significa prendere parte attiva agli incontri e ai compiti della comunità cristiana, sapendo con gioia che, quando due o tre di noi sono riuniti nel suo nome, lui è là e sta mettendo speranza nelle nostre vite.
    Credere nel Risorto significa scoprire che la nostra preghiera a Cristo non è un monologo vuoto, senza un interlocutore che ascolti la nostra invocazione, ma è dialogo con un vivente che ci sia vicino alla radice stessa della vita.
    Credere nel Risorto significa lasciarci interpellare dalla sua parola viva raccolta nei vangeli, e scoprire praticamente che le sue parole sono «spirito e vita» per chi se ne sa nutrire.
    Credere nel Risorto significa vivere l'esperienza personale che Gesù ha la forza di cambiare le nostre vite, risuscitare quanto di buono è in noi e liberarci da ciò che uccide la nostra libertà.
    Credere nel Risorto significa saperlo scoprire vivo nell'ultimo e più piccolo dei fratelli, mentre ci chiama alla compassione e alla solidarietà.
    Credere nel Risorto significa credere che è lui «il primogenito dei morti», in cui ha già avuto inizio la nostra risurrezione e in cui già ci è data la possibilità di vivere in eterno.
    Credere nel Risorto significa credere che né la sofferenza né l'ingiustizia né il cancro né l'infarto né il mitra né il peccato né la morte hanno l'ultima parola. Solo il Risorto è il Signore della vita e della morte.

    L'ultima parola è di Dio

    La risurrezione di Gesù non è solo una celebrazione liturgica. È innanzi tutto la manifestazione dell'amore potente di Dio, che ci salva dalla morte e dal peccato. È possibile sperimentare oggi la sua forza vivificante?
    La prima cosa è prendere coscienza che la vita è abitata da un Mistero accogliente, che Gesù chiama «Padre». Nel mondo esiste un tale «eccesso» di sofferenza che la vita può sembrarci qualcosa di caotico e assurdo. Non è così. Anche se a volte non è facile sperimentarlo, la nostra esistenza è sostenuta e diretta da Dio verso una pienezza finale.
    Questo dobbiamo cominciare a viverlo a partire dal nostro essere: io sono amato da Dio; mi attende una pienezza sen-
    za fine. Ci sono tante frustrazioni nella nostra vita, a volte ci amiamo tanto poco, ci disprezziamo tanto da soffocare in noi la gioia di vivere. Dio, che risuscita, può far rinascere la nostra fiducia e la nostra gioia.
    L'ultima parola non è della morte, ma di Dio. C'è tanta morte ingiusta, tanta malattia dolorosa, tanta vita senza senso, che potremmo sprofondare nella disperazione. La risurrezione di Gesù ci ricorda che Dio esiste e salva. Lui ci farà conoscere quella vita piena che qui non abbiamo conosciuto.
    Celebrare la risurrezione di Gesù significa aprirci all'energia vivificante di Dio. Il vero nemico della vita non è la sofferenza, ma la tristezza. Ci manca passione per la vita e compassione per chi soffre. Abbondiamo invece di apatia e edonismo a buon mercato, che ci fanno vivere senza gustare il meglio dell'esistenza: l'amore. La risurrezione può essere fonte e stimolo di vita nuova.

    A che serve credere nel Risorto?

    In una certa occasione, dopo una conferenza sulla risurrezione di Cristo, una persona chiese la parola per dirmi più o meno quanto segue: «Dopo la risurrezione di Cristo, la storia degli uomini è proseguita come sempre. Non è cambiato nulla. A che serve dunque credere che Cristo è risorto? Come può cambiare la mia vita di oggi?».
    So che non è facile trasmettere a un altro la propria esperienza di fede. Come gli si può spiegare a parole la luce interiore, la speranza, la dinamica generata dal vivere appoggiandosi radicalmente su Cristo risorto? È bene però che noi credenti esponiamo in base a cosa viviamo la vita.
    In primo luogo significa sperimentare una grande fiducia davanti all'esistenza. Non siamo soli. Non camminiamo smarriti e senza meta. Nonostante il nostro peccato e la nostra meschinità, noi uomini siamo accettati da Dio. Non mediteremo mai a sufficienza il saluto che Gesù risorto ripete spesso: «Pace a voi». Sebbene crocifisso dagli uomini, Dio continua a offrirci la sua amicizia.
    Inoltre possiamo vivere in libertà senza lasciarci schiavizzare dal desiderio di possesso e di piacere. Non abbiamo bisogno di «divorare» il tempo, come se dopo non esistesse più nulla. Non c'è motivo di riuscire a ottenere tutto e vivere «spremendo» la vita prima che finisca. Si può vivere in modo più sensato. La Vita è molto più di questa vita. Non abbiamo fatto altro che «cominciare» a vivere. Possiamo inoltre vivere con generosità, impegnandoci a fondo in favore degli altri. Vivere amando con disinteresse non significa perdere la vita, ma guadagnarla per sempre. Dalla risurrezione di Cristo sappiamo che l'amore è più forte della morte. Vivere facendo il bene è la forma più sicura per addentrarci nel mistero dell'aldilà.
    D'altra parte, godiamo tutto ciò che di bello e buono c'è nella vita, accogliendo con gioia le esperienze di pace, di comunione amorosa o di solidarietà. Anche se frammentarie, sono esperienze dove già ci si manifesta la salvezza di Dio.
    Un giorno, tutto quello che qui non è potuto essere, quello che è rimasto a metà, quello che è stato rovinato dalla malattia, dal fallimento o dalla mancanza di amore, troverà in Dio la sua pienezza.
    Sappiamo che un giorno arriverà per noi l'ora di morire. Ci sono molti modi per accostarci a questo avvenimento decisivo. Il credente non muore andando verso l'oscurità, il vuoto, il nulla. Con fede umile si consegna al mistero della morte, affidandosi all'amore insondabile di Dio.
    «La fede nella risurrezione - ha scritto Manuel Fraijó - è una fede difficile da condividere. Non è invece difficile da ammirare. Rappresenta un nobile sforzo per continuare ad affermare la vita, persino laddove questa soccombe sconfitta dalla morte». È questa la fede che sostiene noi che seguiamo Gesù.


    Io sono con voi

    Gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
    Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono*. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Matteo 28,16-20).

    Gesù è con noi

    Matteo non ha voluto finire la sua narrazione evangelica con il racconto dell'Ascensione. Il suo vangelo, redatto in condizioni difficili e critiche per le comunità credenti, richiedeva un finale diverso da quello di Luca.
    Una lettura ingenua e sbagliata dell'Ascensione poteva creare in quelle comunità la sensazione di essere orfane e abbandonate davanti alla partenza definitiva di Gesù. Per questo, Matteo termina il suo vangelo con una frase indimenticabile del Gesù risorto: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
    Questa è la fede che da sempre ha animato le comunità cristiane. Non siamo soli, sperduti nella storia, abbandonati alle nostre proprie forze e al nostro peccato. Cristo è con noi. In momenti come quelli che stiamo vivendo oggi noi credenti, è facile cadere nel lamento, nello sconforto e nel disfattismo. Si direbbe che abbiamo dimenticato qualcosa che invece abbiamo urgente bisogno di ricordare: lui è con noi.
    I vescovi, riuniti in occasione del Concilio Vaticano II, constatavano la mancanza di una vera teologia della presenza di Cristo nella sua Chiesa. La preoccupazione di difendere e precisare la presenza del Corpo e del Sangue di Cristo nell'eucaristia ha potuto portarci inconsciamente a dimenticare la presenza viva del Signore risorto nel cuore di tutta la comunità cristiana.
    Tuttavia, per i primi credenti, Gesù non è un personaggio del passato, un defunto che si venera e al quale si dà culto, ma qualcuno vivo, che anima, vivifica e riempie col suo spirito la comunità credente.
    Quando due o tre credenti si riuniscono nel suo nome, egli è in mezzo a loro. Gli incontri dei credenti non sono assemblee di orfani, che cercano di incoraggiarsi a vicenda. In mezzo a loro si trova il Risorto, con il suo impulso e forza che imprime dinamismo. Dimenticarlo significa rischiare di indebolire alla base la nostra speranza.
    Ma c'è ancora di più. Quando incontriamo un uomo bisognoso, disprezzato o abbandonato, stiamo incontrando colui che volle essere solidale con loro in modo radicale. Per questo la nostra adesione reale a Cristo si verifica al meglio nell'aiuto e nella solidarietà con il bisognoso. «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me».
    Il Signore risorto è presente nell'eucaristia e alimenta la nostra fede. È presente nella comunità cristiana, infonde il suo Spirito e dà impulso alla missione. È presente nei poveri e muove i nostri cuori alla compassione. È presente tutti i giorni, fino alla fine del mondo.

    Fare discepoli di Gesù

    Matteo descrive il congedo di Gesù, tracciando le linee di forza che dovranno orientare per sempre i suoi discepoli, i tratti che dovranno caratterizzare la sua Chiesa per compiere fedelmente la propria missione.
    Il punto di incontro è la Galilea. È dove li convoca Gesù. La risurrezione non deve portarli a dimenticare quanto hanno vissuto con lui in Galilea. Là lo hanno ascoltato parlare di Dio con parabole commoventi. Là lo hanno visto alleviare la sofferenza, offrendo il perdono di Dio e accogliendo i più dimenticati. È proprio questo ciò che devono continuare a trasmettere.
    Tra i discepoli intorno a Gesù risorto, c'è chi «crede» e c'è chi «dubita». Il narratore è realista. I discepoli «si prostrano». Senza dubbio vogliono credere, ma in alcuni sorge il dubbio e l'indecisione. Forse sono spaventati, non possono comprendere tutto quello che ciò significa. Matteo conosce la fragile fede delle comunità cristiane: se non potranno contare su Gesù, si spegnerà presto.
    Gesù «si avvicina» ed entra in contatto con loro. Lui ha la forza e la potenza che manca loro. Il Risorto ha ricevuto dal Padre l'autorità del Figlio di Dio con «ogni potere in cielo e sulla terra». Se si appoggiano a lui non vacilleranno.
    Gesù indica con molta precisione quale dovrà essere la loro missione. Non si tratta semplicemente di «insegnare una dottrina» o solo di «annunciare il Risorto». Senza dubbio, i discepoli di Gesù dovranno curare diversi aspetti: «dare testimonianza del Risorto», «proclamare il vangelo», «fondare comunità» ... ma tutto in fondo sarà orientato a un solo obiettivo: «fare discepoli» di Gesù.
    Ecco la nostra missione: fare «seguaci» di Gesù che ne conoscano il messaggio, si sintonizzino con il suo progetto, imparino a vivere come lui e riproducano oggi la sua presenza nel mondo. Attività tanto fondamentali come il battesimo, impegno di adesione a Gesù, e l'insegnamento di «tutto quanto comandato» da lui, sono vie per imparare a essere suoi discepoli. Gesù promette loro la sua presenza e il suo aiuto costante. Non saranno soli né abbandonati. E non saranno neanche in pochi. Fossero anche solo due o tre.
    Così è la comunità cristiana. La forza del Risorto la sostiene col suo Spirito. Tutto è orientato a imparare e insegnare a vivere come Gesù e basandosi su Gesù. Egli continua a vivere nelle sue comunità. Con noi e tra noi continua a curare, perdonare, accogliere... salvare.

    Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo

    Come comunicava Gesù con Dio? Quali sentimenti nascevano nel suo cuore? Cosa sperimentava giorno dopo giorno? I racconti evangelici ci portano a una duplice conclusione: Gesù sentiva Dio come Padre, e viveva tutto sotto l'azione del suo Spirito.
    Gesù si sentiva «figlio amato» di Dio. Ogni volta che comunica con lui lo chiama «Padre». Non usa altra parola. Per lui, Dio non è solo il «Santo» di cui parlano tutti, ma il «Misericordioso». Non abita nel tempio, accogliendo so-
    lo quelli dal cuore puro e dalle mani innocenti. Gesù lo percepisce come Padre, che non esclude nessuno dal suo amore misericordioso. Ogni mattina gioisce perché Dio fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi.
    Questo Padre ha nel cuore un grande progetto: rendere la terra una dimora abitabile. Gesù non ha dubbi: Dio non si darà pace fino a quando non vedrà i suoi figli e le sue figlie gioire insieme in una festa finale. Nessuno lo potrà impedire: né la crudeltà della morte né l'ingiustizia degli uomini. Come nessuno può impedire che giunga la primavera e riempia tutto di vita.
    Fedele a questo Padre e mosso dal suo Spirito, Gesù si dedica a una cosa sola: costruire un mondo più umano. Tutti devono conoscere la Buona Notizia, soprattutto quelli che meno se lo aspettano: i peccatori e i disprezzati. Dio non dà nessuno per perduto. Cerca tutti, chiama tutti. Non vive controllando i suoi figli e le sue figlie, ma apre a ciascuno vie verso una vita più umana. Chi dà ascolto al fondo del proprio cuore, sta ascoltando lui.
    Lo Spirito spinge Gesù verso coloro che soffrono. È normale, poiché vede incisi nel cuore di Dio i nomi dei più soli e disgraziati. Proprio quelli che per noi non sono nessuno sono i prediletti di Dio. Gesù sa che non sono i grandi a capire questo Dio, ma solo i piccoli. Il suo amore lo scoprono coloro che lo cercano, perché non hanno nessuno che ne asciughi le lacrime.
    Il modo migliore di credere nel Dio trinitario non è quello di cercare di comprendere le spiegazioni dei teologi, ma di seguire le orme di Gesù, che visse come Figlio amato di un Dio Padre e che, mosso dal suo Spirito, si dedicò a creare un mondo più amabile per tutti.

    L'essenziale del Credo

    Nel corso dei secoli, i teologi cristiani hanno elaborato profondi studi sulla Trinità. Tuttavia, parecchi cristiani dei nostri giorni non riescono a capire cosa abbiano a vedere con la loro vita queste ammirabili dottrine.
    Oggi sembra che abbiamo bisogno che ci si parli di Dio con parole umili e semplici, che tocchino il nostro povero cuore, confuso e scoraggiato, riconfortando la nostra fede vacillante. Abbiamo forse bisogno di recuperare l'essenziale del nostro Credo per imparare a viverlo con gioia nuova.
    «Credo in Dio Padre, creatore del cielo e della terra». Non siamo soli davanti ai nostri problemi e conflitti. Non viviamo dimenticati. Dio è il nostro «Padre» amato. Così lo chiamava Gesù e così lo chiamiamo noi. Egli è l'origine e la meta della nostra vita. Ha creato noi tutti solo per amore, e con cuore di Padre ci aspetta tutti alla fine del nostro pellegrinaggio in questo mondo.
    Il suo nome oggi è dimenticato e negato da molti. Le nuove generazioni si allontanano da lui e noi credenti non le sappiamo contagiare con la nostra fede, ma Dio continua a guardarci tutti con amore. Anche se viviamo pieni di dubbi, non dobbiamo perdere la fede in questo Dio, Creatore e Padre, poiché perderemmo la nostra ultima speranza.
    «Credo in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore». È il grande dono che Dio ha fatto al mondo. Egli ci ha raccontato come è il Padre. Per noi, Gesù non sarà mai un altro uomo. Guardando lui, vediamo il Padre: nei suoi gesti comprendiamo la sua tenerezza e comprensione. In lui possiamo sentire Dio umano, vicino, amico.
    Questo Gesù, il Figlio amato di Dio, ci ha incoraggiato a costruire una vita più fraterna e felice per tutti. È quello che più desidera il Padre. Ci ha indicato, inoltre, la via da seguire: «Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro». Se dimentichiamo Gesù, chi ne occuperà il vuoto che lascia? Chi ci potrà offrire la sua luce e la sua speranza?
    «Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita». Questo mistero di Dio non è qualcosa di lontano. È presente in fondo a ciascuno di noi. Lo possiamo comprendere come Spirito che incoraggia le nostre vite, come Amore che ci porta verso i sofferenti. Questo Spirito è il meglio che c'è in noi.
    È una grande grazia camminare nella vita da battezzati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Non dobbiamo dimenticarlo.

    È necessario credere nella Trinità?

    È necessario credere nella Trinità? Si può? Serve a qualcosa? Non è una costruzione intellettuale superflua? Cambia qualcosa nella nostra fede se non crediamo nel Dio trinitario? Due secoli fa, il celebre filosofo Immanuel Kant scriveva queste parole: «Dal punto di vista pratico, la dottrina della Trinità è perfettamente inutile».
    Nulla di più lontano dalla realtà. La fede nella Trinità cambia non solo la nostra visione di Dio, ma anche la nostra maniera di intendere la vita. Confessare la Trinità di Dio significa credere che Dio è un mistero di comunione e di amore. Non un essere chiuso e impenetrabile, immobile e indifferente. La sua intimità misteriosa è solo amore e comunicazione. Conseguenza: al fondo ultimo della realtà non c'è altro che Amore, che dà senso e esistenza a tutto.
    Il Padre è Amore originario, la fonte di ogni amore. È lui a dare inizio all'amore. «Solo lui può cominciare ad amare senza motivo, anzi ha cominciato ad amare da sempre» (Eberhard Jüngel). Il Padre ama da sempre e per sempre, senza essere obbligato né motivato dall'esterno. È l'«eterno Amante». Ama e continuerà ad amare sempre. Non ritirerà mai il suo amore e la sua fedeltà. Da lui nasce solo amore. Conseguenza: creati a sua immagine, siamo fatti per amare. Solo amando riusciamo a vivere.
    L'essere del Figlio consiste nel ricevere l'amore del Padre. Egli è l'«eternamente Amato» da prima della creazione del mondo. Il Figlio è l'Amore che accoglie, la risposta eterna all'amore del Padre. Il mistero di Dio consiste, quindi, nel dare e anche nel ricevere amore. In Dio, lasciarsi amare non è da meno che amare. Anche il ricevere amore è divino! Conseguenza: creati a immagine di questo Dio, siamo fatti non solo per amare, ma per essere amati.
    Lo Spirito Santo è la comunione del Padre e del Figlio. È l'Amore eterno tra il Padre amante e il Figlio amato, colui che rivela che l'amore divino non è un possesso geloso del Padre né un accaparramento egoista del Figlio. Per questo, l'Amore di Dio non resta in se stesso, ma si comunica e si estende alle sue creature. «L'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Romani 5,5). Conseguenza: creati a immagine di questo Dio, siamo fatti per amarci, senza accaparramenti e senza chiuderci in amori fittizi ed egoisti.

    (La via aperta da Gesù, Borla 2013, passim)


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