23 maggio: Beatificazione di Oscar  A. Romero

    Il significato

    di mons. Romero

    per la teologia

    Jon Sobrino

     

    Quando mi sono stati affidati [1] la presentazione e l'elogio di monsignor Romero, ho cercato di chiedermi con serietà quale sia stato il suo significato per la teologia e, pertanto, che cosa giustificasse la concessione di questo dottorato honoris causa.
    Per dare una prima risposta a questa domanda basterebbe ricordare che monsignor Romero ha avuto un pensiero teologico profondo e potente, col quale ha orientato la missione evangelizzatrice dell'arcidiocesi e la costruzione di una Chiesa dei poveri, ha elaborato una «riflessione teologica da maestro della fede» [2] e l'ha spiegata nelle sue numerose omelie, nei discorsi e nelle lettere pastorali.
    Buon conoscitore della teologia del Vaticano II, il suo pensiero teologico si andato sempre più concretizzando secondo le intuizioni di Medellín e di Puebla, e si è concentrato su quanto è fondamentale in quei documenti: la liberazione integrale da tutte le schiavitù e l'opzione preferenziale per i poveri. Non c'è dubbio che della sua teologia si possa dire ciò che egli affermava della sua Chiesa, «una Chiesa che ha desiderato sinceramente vivere soltanto la missione del servo di Yahweh, inviato ad annunciare la buona notizia ai poveri, a curare i cuori affranti, a liberare i prigionieri, a ridare la libertà ai carcerati, a consolare tutti quelli che piangono». [3] La sua teologia è stata, per dirlo con maggiore precisione evangelica e storica, una teologia della liberazione: una teologia cristiana, fondata sulla rivelazione di Dio, sulla tradizione e sul magistero della Chiesa e sulla teologia latinoamericana, che raccoglie sempre le sofferenze e le speranze dei nostri popoli crocifissi e vi risponde.
    Dunque non c'è dubbio che monsignor Romero abbia avuto un profondo pensiero teologico, sebbene non sia stato un teologo professionista ma un pastore che ha sviluppato una teologia (più biblico-pastorale che speculativa), che ha fatto progredire anche le intuizioni teologiche di Medellín e Puebla a partire dal contesto delle realtà concrete del Salvador. Ciò è stato ampiamente riconosciuto ed è mostrato dai numerosi riferimenti ai suoi scritti presenti in pubblicazioni teologiche.

    Monsignor Romero come avvenimento teologico: parola di Dio e parola del popolo di Dio

    Pur essendo tutto ciò importante e sufficiente a giustificare questo dottorato, non ci siamo ancora addentrati nel motivo più profondo del suo significato per la teologia. Un significato che va oltre la sua riflessione teologica concreta e va cercato nella realtà totale di monsignor Romero, nel suo pensiero e nel suo ministero, nella sua vita e nel suo martirio. La teologia, in effetti, qualunque sia la sua definizione più precisa, cerca sempre di spiegare e di unificare due dimensioni fondamentali della vita cristiana: vedere la nostra storia a partire da Dio e Dio a partire dalla nostra storia, e agire sulla storia a partire da Dio e rispondere a Dio a partire dalla storia.
    Ma perché questo lavoro sia possibile, è necessario che qualcosa, e qualcosa d'importante, accada nella storia, che esistano nella storia avvenimenti teologici. Si tratta di persone e di popoli nei quali appare unitariamente la parola di Dio, che fanno parte del presente – benché vadano confrontati col passato della rivelazione – affinché possa esservi teologia del presente e per il presente, e che riuniscano entrambe le parole – una cosa che la teologia non è solita prendere in considerazione –, perché senza la parola del popolo di Dio si corre il pericolo di riflettere su questa prassi in modo non disinteressato.
    Monsignor Romero è stato un avvenimento teologico di questo genere: parola attuale e unitaria di Dio e del popolo di Dio. Pertanto il suo significato è stato grandissimo per la fede, per la Chiesa e per il popolo salvadoregno. Monsignor Romero ha fatto presente alla teologia Dio e il popolo di Dio, ha insegnato alla teologia a parlare cristianamente di Dio e del popolo di Dio.
    Non c'è da stupirsi se diciamo che monsignor Romero è stato parola di Dio per El Salvador. Il Dio della fede cristiana non è un'idea universale e atemporale, e nemmeno una forza informe che è indifferentemente presente – o assente – nella nostra storia. È un Dio che si fa incontro all'uomo e ai popoli con la sua parola e con una parola concreta. Attraverso Abramo, Mosè, i profeti, ha pronunciato la sua parola di promessa e di liberazione, di denuncia e di consolazione. In suo Figlio Gesù Cristo ha pronunciato la sua parola definitiva di assoluta vicinanza e di salvezza. Ma nemmeno dopo l'apparizione di Cristo ha ammutolito la sua parola in questo mondo: il suo Spirito continua a suscitare portatori della sua parola, introducendosi così nella verità e nella salvezza lungo il corso della storia.
    È quanto è accaduto con monsignor Romero. Con lui Dio ha parlato al Salvador e, in mezzo a un popolo oppresso e speranzoso, ha proclamato la sua parola di protesta e di denuncia, e anche il suo silenzio, davanti a un tale abominio; ma, in definitiva, ha proclamato la sua parola di promessa, di giustizia, di difesa e di consolazione per gli oppressi.
    Monsignor Romero è stato consapevole di essere portatore della parola di Dio, e, in ogni caso, ha desiderato che la sua parola fosse parola di Dio. Pertanto, in momenti solenni e importanti ha parlato esplicitamente «in nome di Dio», come quando nella sua ultima omelia domenicale ha chiesto: «Cessi la repressione» (23 marzo 1980). E ha sempre desiderato che Dio si facesse presente attraverso la sua parola. «Ho chiesto molto al Signore che questa povera parola... sia una parola che non porta l'eloquenza o la sapienza di un uomo, che la mia persona e il mio accento si perdano» (12 aprile 1979). «Non ho nessun'altra pretesa, non sono altro che un predicatore della parola di Dio» (3 dicembre 1978).
    Non è facile far sì che una parola d'uomo rinvii a Dio, ma è questo che il popolo salvadoregno ha percepito in monsignor Romero, non soltanto in ciò che diceva, ma nel modo in cui lo diceva. Monsignor Romero ha detto in verità parole di tutta la verità. «Nella valigia non porto oggetti di contrabbando né menzogne: porto la verità» (18 febbraio 1979), [4] ha detto tornando da Puebla. Una verità che egli, senza dubbio, ricercava, e per trovarla s'informava meglio che poteva sui problemi reali e li analizzava. Una verità che nelle sue omelie e nei suoi discorsi offriva con argomenti e con ragionamenti. Ma, in definitiva, con la sua parola proclamava la verità che s'impone di per sé, che sgorga dal fondo della realtà stessa: quella verità che non ha bisogno di giustificarsi verso gli uomini, ma reclama che siano gli uomini a giustificarsi verso di lei; quella verità maggiore delle nostre verità parziali, che le rende possibili e le giudica, ed esige sempre che noi uomini cerchiamo la verità.
    Inoltre monsignor Romero ha pronunciato la sua parola con grande credibilità. Il popolo salvadoregno ha colto che la persona dell'arcivescovo scompariva dietro la sua parola. Egli non la pronunciava per interesse personale o istituzionale, non ha mai rimpicciolito o manipolato quella parola, non ha mai affermato mezze verità, prudenti o propagandistiche, non si è mai sottratto ai gravi rischi del pronunciarla. «Se è veramente parola di Dio, contiene qualcosa di esplosivo e non molti vogliono prenderla in mano. Se fosse esplosivo disinnescato, nessuno ne avrebbe paura» (9 settembre 1979). Monsignor Romero non è stato soltanto predicatore della parola di verità, ma si è fatto carico di essa e di tutto il suo peso. Non ha posseduto quella parola, ma è stata quella parola a possedere lui riempiendolo di gioia, ma anche annientandolo fino al dono della vita.
    Per la radicale verità della sua parola e per la credibilità con cui la pronunciava, in un Paese dove non regnava la verità – «Nel nostro ambiente manca la verità» [5] «Abbondano coloro che hanno la penna ben pagata e la parola venduta» (18 febbraio 1979) –, [6] la parola di monsignor Romero ha manifestato che la verità esiste, ha rinviato a essa gli uomini e così ha fatto presente il Dio della verità.
    Ciò era più facilmente comprensibile quando la sua parola era di denuncia e di difesa dei poveri. «Il servizio e la difesa di questa dignità dell'uomo, il dolore e la vergogna di tante persone e tante famiglie oltraggiate e desolate, ha messo in bocca alla nostra Chiesa il grido angosciato della denuncia e del ripudio», [7] diceva; e il popolo credeva che quella denuncia e quel ripudio erano parole di Dio. «Questo è l'impero dell'inferno» (1° luglio 1979), ha detto riassumendo la situazione del Paese, e il popolo credeva che quello fosse il giudizio di Dio stesso.
    Ma lo credeva altrettanto quando monsignor Romero pronunciava la difficile affermazione che la salvezza è possibile. Se i suoi gemiti sono stati dolenti e durissime le sue denunce, la sua ultima parola era una promessa di speranza. «E io, pieno di speranza e di fede, non soltanto di una fede divina, ma anche umana, credendo anche negli uomini, dico: sì, c'è una via d'uscita!» (18 febbraio 1979). Se queste parole sono audaci, tanto più lo è la profonda convinzione, non la trita ripetizione ortodossa, che Dio è salvezza, che pertanto la speranza è più vera della disperazione e più sensata della rassegnazione. Monsignor Romero ha creduto che Dio è salvezza, ma ha potuto comunicarlo perché tutta la sua vita e la sua morte sono state piene di amore e al servizio dell'amore. In vita ha amato il suo popolo, senza calcolarne i costi: «Non abbandonerò il mio popolo, ma correrò con lui tutti i rischi che il mio ministero richiede» (11 novembre 1979). [8] E ha inteso la sua morte come ultimo atto di amore: «Già da ora offro a Dio il mio sangue per la redenzione e la risurrezione del Salvador. [...] il mio sangue sia seme di libertà e segno che la speranza sarà presto realtà». [9] Su queste basi ha comunicato che l'amore è davvero l'ultimo termine, ciò che va realizzato e ricevuto, ciò che deve impregnare tutta la vita e tutti i progetti storici, ciò che richiede immensi sacrifici, ma promette anche – senza spiegarlo – salvezza, che l'amore rinvia a Dio e che Dio è amore.
    Con monsignor Romero il popolo salvadoregno ha conosciuto meglio Dio perché in lui gli si è avvicinato; e la teologia ha potuto elaborare più cristianamente la misteriosa realtà di Dio. Ha conosciuto meglio la verità e l'amore di Dio perché monsignor Romero ha detto la verità e soltanto la verità, e perché ha amato e soltanto amato. Ecco che cosa vogliamo affermare dicendo che monsignor Romero è stato parola di Dio.
    Ma è stato anche parola del popolo di Dio, un aspetto che di solito la teologia ha meno presente. «Queste omelie vogliono essere la voce di questo popolo. Vogliono essere la voce di coloro che non hanno voce» (19 luglio 1977). In monsignor Romero la parola del popolo salvadoregno si è espressa, in primo luogo, come un grande grido: il pianto degli orfani, il dolore dei torturati, il silenzio degli assassinati, l'angoscia dei perseguitati, la tragedia dei contadini, la miseria di chi viveva nei tuguri... Ma ha interpretato quel grido non soltanto come strepito politico o protesta umana, ma anche come parola del popolo rivolta a Dio. Pertanto ha pronunciato la sua parola non soltanto in nome di Dio, ma anche «in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono fino al cielo ogni giorno più tumultuosi» (23 marzo 1980).
    Monsignor Romero ha espresso anche la parola credente e cristiana del popolo, la sua conversione, la sua speranza, il suo impegno, la sua dedizione generosa e martire. Con quanto orgoglio presentò a Puebla il meglio di quel popolo: «Quel che m'importa, cari fratelli, è andare a Puebla per portare nella mia voce... l'espressione di questa Chiesa che siete voi, così viva! Una Chiesa martire! Una Chiesa così piena di Spirito Santo!... La mia umile voce a Puebla sarà il risuonare di tutte queste comunità» (31 dicembre 1978). Con quanta chiaroveggenza ha potuto fare affermazioni terribili come questa: «Mi rallegro, fratelli, che la nostra Chiesa sia perseguitata, precisamente per la sua opzione preferenziale per i poveri e perché cerca di incarnarsi negli interessi dei poveri» (15 luglio 1979). Dunque la sua parola è stata voce del meglio del popolo di Dio.
    Ma monsignor Romero ha anche creduto che la risposta a Dio non venisse soltanto dal popolo di Dio come Chiesa, ma da tutti coloro che generosamente rispondevano con l'amore ai fratelli ai dettami delle loro coscienze; a Dio, anche se non lo sapevano. Con profondità teologica e squisita sensibilità ha affermato che «l'azione dello Spirito che risuscita Cristo morto negli uomini è più grande di lei. Al di là dei limiti della Chiesa c'è molta forza della redenzione di Cristo; e gli intenti libertari degli uomini e dei gruppi, anche quando non si professano cristiani, sono spinti dallo Spirito di Gesù». [10] E quando l'Università di Georgetown gli concesse la laurea, monsignor Romero rimarcò che la riceveva a nome della sua Chiesa, ma anche a nome «di altri uomini di buona volontà che hanno incarnato quella causa e l'hanno difesa anche fino all'eroismo del sangue e della persecuzione». [11] In questo modo ha elevato davvero la sua parola a parola di tutto il popolo salvadoregno, di tutte le sue sofferenze, e di ogni risposta generosa a Dio nell'amore dei fratelli.
    Con monsignor Romero il popolo salvadoregno ha saputo meglio come rispondere a Dio e la teologia ha imparato a elaborare teoricamente quella risposta. Per tutto questo: perché, come Cristo, si è fatto parola del popolo abbassandosi al povero e al piccolo, facendosi risposta nella povertà, nell'oppressione e nella morte. Per questo il popolo l'ha considerato fratello suo davanti a Dio. È questo che vogliamo affermare dicendo che monsignor Romero è stato parola del popolo di Dio.
    Questo è stato monsignor Romero come avvenimento teologico. Parafrasando il prologo del Vangelo di Giovanni, possiamo dire che nei suoi anni di arcivescovo monsignor Romero ha fatto sì che la parola di Dio si accampasse tra i salvadoregni, piantasse la sua tenda tra i poveri, i contadini, gli operai, i desaparecidos, i torturati, gli incarcerati, gli orfani e le vedove, gli assassinati. Con lui la parola di Dio si è convertita in parola più tagliente di una spada a doppio taglio che scopre il fondo dei cuori e della storia, divide e mette gli uomini uno contro l'altro, ma è accolta da quanti amano la giustizia e la verità. E parafrasando la Lettera agli Ebrei, possiamo dire che con lui la parola dei salvadoregni è salita fino a Dio, i loro pianti e gemiti ma anche la loro obbedienza: le grida di tutto un popolo si sono trasformate in preghiera che monsignor Romero presentava a Dio. Ma, con lui, anche la misericordia e la fedeltà, l'amore e il sangue martire che ha abbondantemente bagnato questa terra sono saliti a Dio come offerta gradita e vittima innocente, come risposta ultima all'amore di Dio nell'amore ai fratelli.

    L'ispirazione di monsignor Romero per la teologia

    Una teologia cristiana vive di questi avvenimenti teologici; sono fondamentali – sebbene non del tutto sufficienti – a riscoprire l'origine della teologia nella rivelazione e ad assegnarle una direzione adeguata nel corso della storia. Lo stesso monsignor Romero ha trovato l'ispirazione della sua
    teologia in quelli che egli ha compreso come avvenimenti teologici: la presenza di Dio nei poveri e la fede di quei poveri e dei martiri. Nella totalità della sua vita monsignor Romero è stato ciò di cui ha insegnato a parlare alla teologia: fondamentalmente, a unire Dio e i poveri, a parlare del Dio dei poveri, e a come parlare di Dio e dei poveri.

    Il Dio dei poveri

    Monsignor Romero è stato fonte d'ispirazione per elaborare diversi contenuti della teologia; ma concentriamoci sul contenuto per antonomasia: Dio.
    Per monsignor Romero, Dio è stato il Dio di Gesù Cristo, e con tutta la pienezza con cui ne parla la rivelazione. Ma proprio perché è tale, Dio è un Dio parziale, appare in una correlazione primigenia con i poveri di questo mondo. La buona notizia è per i poveri e il regno di Dio è per i poveri. Puebla lo dice in modo ammirevole: per il mero fatto che sono poveri, «Dio prende le loro difese e li ama (n. 1142) e, poiché è un Dio dei poveri, si presenta con una volontà salvifica per loro, si offre come il re giusto che renderà una giustizia di parte in favore dei poveri.
    Monsignor Romero ha colto profondamente questa correlazione tra il Dio di Gesù e i poveri, e ne ha tratto le conseguenze. La realtà primaria della povertà significa, nei nostri Paesi, vicinanza alla morte; la morte lenta, ma efficace, prodotta dalle strutture ingiuste e la morte violenta della repressione verso quanti, in giustizia e nel loro pieno diritto, desiderano sottrarsi alla povertà. In presenza della morte, monsignor Romero ha affermato che la vita è la prima mediazione di Dio e il primo criterio per discernere l'autenticità della fede in Dio. La serietà implica che la fede in Dio provenga primariamente dalla scelta necessaria ed escludente tra la vita e la morte, tra il Dio della vita e gli idoli della morte. Credere in Dio significa, in primo luogo, propiziare la vita dei poveri.
    La vita non è tutto. Ma in una situazione in cui la vita è così precaria, è così minacciata e distrutta, monsignor Romero ha affermato solennemente che non si può credere in Dio senza difendere la vita, e che quest'ultima è la prima cosa che ci parla di Dio. «Per la Chiesa non vi è nulla di tanto importante quanto la vita umana... soprattutto la persona dei poveri e degli oppressi» (16 marzo 1980). [12] «Dio non ha fatto la morte e non è contento della distruzione dei viventi... Dio ha fatto la vita e vuole che sussista e non muoia» (1° giugno 1979).
    Monsignor Romero ha creduto nel Dio della vita, ma non in modo astratto o universalistico, bensì in modo concreto e parziale, per difendere la vita dei poveri e così difendere Dio. Parafrasando sant'Ireneo è giunto a dire «La gloria di Dio è il povero che vive», [13] e ne seguono la sua costante difesa della vita dei poveri, le sue denunce, ma anche le sue richieste di giustizia, di cambi radicali nelle strutture che producono morte, il suo incoraggiamento all'organizzazione politica dei poveri, le sue richieste, in qualsiasi circostanza, che a favore dei poveri si governasse e fossero organizzate l'economia, l'amministrazione della giustizia, le forze armate, l'educazione, i mezzi di comunicazione e anche la Chiesa. Non c'è in questo alcuno spostamento della fede; al contrario, è espressione della fede nel Dio della vita.
    Ed ecco qui anche la prima lezione per la teologia. Parlando con Leonardo Boff, chiese ai teologi di sviluppare una teologia della vita, ma da una prospettiva ben precisa che formulò in maniera ammirevole: «È necessario difendere quel minimo che è il massimo dono di Dio: la vita». [14] Questo richiamo alla vita, a ciò che è minimo, ma fondamentale, a ciò che è evidente nella volontà di Dio, costituisce una ineludibile richiesta alla teologia: che la pluralità dei suoi contenuti non relativizzi ciò che è fondamentale, che la complessità teologica non soffochi ciò che è evidente, che il richiamo precipitoso alla pienezza della vita non si faccia alibi per ignorare la morte dei poveri. La teologia non ha altre vie per presentare un Dio che è difensore, vendicatore e liberatore dei poveri.
    Attraverso e non al di fuori di quell'apparente minimo che è la vita dei poveri, monsignor Romero ha presentato Dio anche come la pienezza. Sant'Ireneo prosegue la sentenza che abbiamo citato in questo modo: «La gloria dell'uomo è la visione di Dio», e monsignor Romero diceva: «Nessun uomo conosce sé stesso finché non si è incontrato con Dio» (10 febbraio 1980). Ha creduto realmente che il Dio di Gesù è venuto a portare la vita e vita in abbondanza (Gv 10,10). Dio si rivela come la difesa del minimo, ma anche come colui che umanizza gli uomini e i popoli, e come colui che li attrae verso la pienezza. Parlava di entrambe le cose con convinzione e credibilità; e, per questo, la sua parola sulla pienezza di Dio non aveva niente di consuetudinario, disincarnato o alienante. Non ha mai parlato della pienezza di Dio a costo della vita, né ha mai esitato a denunciare l'ingiustizia, la povertà e la morte come intollerabili per Dio. «Quel sangue, la morte, tocca il cuore stesso di Dio» (16 marzo 1980). [15]
    Ma ha anche presentato Dio come il Padre di Gesù. Come padre buono e vicino ai piccoli, di cui ci si può fidare, in cui possono trovare riposo, pace e gioia tutti coloro che il trascorrere della vita lascia afflitti, gli emarginati sociali, coloro che sono disprezzati dalla religiosità autosufficiente. Quando non aveva più null'altro da offrire ai poveri, offriva loro l'amore di Dio. In una vigilia di Natale ha detto quanto segue: «Vorrei che la mia voce giungesse ai carcerati come un piccolo raggio di luce, di speranza di Natale, per dire loro, e anche a voi malati, a voi cari anziani dell'ospizio Sara, a voi malati dell'ospedale e degli ospedali, a voi delle baracche e dei tuguri, a voi raccoglitori di caffè che state cercando di procurarvi l'unica vostra entrata nell'intero anno, a voi torturati, che il consiglio eterno di Dio ha pensato a tutti voi» (24 dicembre 1978).
    In mezzo alla povertà e richiedendo che la si combattesse, monsignor Romero presentava Dio come il garante della dignità dei poveri e di un popolo povero, come la possibilità di vivere umanamente tra la disumanizzazione. Li incoraggiava a vivere la povertà con lo spirito delle beatitudini, con cuore puro, con viscere di misericordia, con fortezza nella persecuzione, con solidarietà fra tutti, e così farsi figli di Dio. Restituendo loro questa dignità teologale, ha restituito loro anche la dignità storica: i poveri hanno cominciato a comprendere la loro storia nel passato e nel presente: «Prima non eravamo, adesso siamo persone e siamo popoli». Ecco la pienezza che scaturiva dalla presentazione di Dio fatta da monsignor Romero.
    Ed egli ha creduto anche che con Dio non soltanto le persone, ma la storia si umanizzasse di più e meglio e si avviasse verso la pienezza. Monsignor Romero ha presentato Dio come il Dio dell'utopia. Con parole significative ha detto: «La Chiesa apporta soltanto un valore: la speranza» (18 febbraio 1979). Con ciò stava affermando di credere nel futuro e in un futuro buono e salvatore, nel futuro di Dio. Il Dio dell'utopia non trova mai piena corrispondenza nella storia, ma attrae a sé la storia affinché essa dia più di sé; incoraggia sempre i processi ad avviarsi verso la giustizia, la pace e la fraternità; corregge le deviazioni che si danno lungo il cammino. Monsignor Romero ha creduto che mantenendo l'utopia di Dio, restando fedeli a quell'invito che proviene dall'alto e dal futuro, si trova sempre la direzione giusta da seguire per costruire la storia, si generano i valori per costruirla umanamente, si supera la hybris umana e la sua tendenza ad assolutizzare – e così a pervertire – i propri successi, si mantengono e si pongono in sintonia elementi che nella storia sono molto difficili da combinare: giustizia e libertà, lotta e riconciliazione, realismo e speranza.
    L'utopia di Dio, qualcosa di tanto intoccabile e indifeso, è ciò che monsignor Romero offriva come provvista della storia, a cui ricorrere per rifare sempre la speranza, per mettere mano all'opera nella costruzione della giustizia, per cercare sempre e di nuovo che quel che è giusto non perda valore, ma si faccia buono e sempre migliore. Quest'utopia, presa sul serio e nello sforzo di tradurla in pratica, è ciò che, secondo le sue parole, fa dell'uomo «un artefice di storia» (11 novembre 1979).
    Era quel Dio della vita, Padre vicino e utopia colmante, che monsignor Romero presentava. Con quel Dio bisognava camminare, come chiede il profeta Michea, umilmente nella storia verso la trascendenza. Ed ecco l'ultima cosa che monsignor Romero diceva di Dio: è il mistero trascendente. Perciò afferma che «non possono capirci coloro che non comprendono la trascendenza» (2 febbraio 1979); «è necessaria una salvezza trascendente» (7 gennaio 1979).
    Ma proprio perché si trattava di proclamare la trascendenza del Dio di Gesù Cristo e non di qualsiasi altra divinità, monsignor Romero è stato accurato al massimo grado nel presentare cristianamente la trascendenza di Dio. A quanti vi si appellavano in maniera precipitosa e disincarnata, rispondeva: «Lasciamo stare la trascendenza.
    così piacevole scrivere della trascendenza» (9 settembre 1979). Ha colto correttamente la trascendenza di Dio nella differenza tra la «sua maestà e la nostra piccolezza» (10 febbraio 1980). Ma come qualcosa che, essendo maggiore della storia, si faceva presente nella storia. Con il suo abituale intuito evangelico ha formulato la trascendenza storica come la risposta e il corrispondere al Dio che si faceva presente nella storia, e l'ha fatto nello stesso modo di Gesù nel passo di Matteo 25 sul giudizio finale: «Se ci preoccupiamo degli interessi del poveretto, del piccino – non però in un modo qualsiasi, ma perché rappresenta Gesù, con la fede che apre l'umile, l'emarginato, il povero, il malato – se guardiamo con lui a Gesù, questa è la trascendenza» (30 settembre 1979). [16]
    Questa presentazione di Dio a partire dall'unificazione dialettica del minimo e del massimo, della vita e della pienezza della vita, di storia e trascendenza, è, nell'opinione di chi scrive, l'apporto più significativo di monsignor Romero alla teologia. Partendo dal fatto fondamentale delle grida e delle speranze dei poveri, monsignor Romero ha reso possibile una migliore conoscenza di Dio come il Deus semper maior della creazione, della paternità, della liberazione e dell'utopia, ma anche come il Deus semper minor nascosto nella sua povertà e annichilito nelle sue crocifissioni. Con questo ha aiutato anche l'elaborazione di una cristologia – dalla realtà concreta di Cristo ha potuto vedere Dio così – e di una ecclesiologia basate sulla fede in quel Dio e sulla sequela di quel Cristo; ha aiutato la comprensione teologica della fede come risposta e donazione totale al Dio dei poveri.

    Il lavoro teologico cristiano dai poveri e per i poveri

    Monsignor Romero ha ispirato molti contenuti teologici, ma anche come fare teologia cristianamente. E anzitutto il luogo dal quale fare teologia.
    Dio va cercato non in un posto qualsiasi, né dove noi o la teologia vorremmo che si manifestasse, bensì là dov'egli ha detto che era: nei poveri di questo mondo. E la risposta dell'uomo a Dio, la teologia deve elaborarla non a partire da una qualsiasi premessa, bensì da ciò che afferma il Vangelo: è nel seguire Gesù povero e crocifisso, e nella risposta dei poveri che «hanno compreso i misteri del Regno».
    In loro monsignor Romero ha trovato Dio, nascosto nelle loro croci e nei loro limiti, e manifestato nella loro conversione, nella loro speranza, nel loro impegno e nel loro dono di sé. Nulla di tutto questo l'ha indotto a ritenere superflue per la sua fede e per la sua personale riflessione teologica la Scrittura e la tradizione della Chiesa, e nemmeno l'ha portato a sottovalutare il magistero attuale della Chiesa, del quale, al contrario, è stato studioso zelante e discepolo fedele. Ma nulla di tutto ciò ha tolto importanza decisiva ai poveri come luogo della fede, della Chiesa e della teologia. «In questo mondo senza volto umano, sacramento attuale del servo sofferente di Yahweh, ha cercato di incarnarsi la Chiesa della mia arcidiocesi», [17] ma è vero anche che in quel mondo «punti fondamentali della fede si sono visti arricchiti da questa incarnazione reale»; [18] ciò che è il peccato e la grazia, l'amore e la sua necessaria concretizzazione nella giustizia, la speranza storica e trascendente, la fede in Dio e nel suo Cristo.
    E questa è la seconda grande lezione per la teologia. Essa deve farsi a partire da loro, come poveri e come popolo di poveri. Il popolo di Dio, costituito per la stragrande maggioranza da poveri, è il contenitore primigenio della rivelazione di Dio e quello che in modo primigenio risponde a quella rivelazione, come afferma il Vaticano II; e questo basterebbe a far sì che la teologia debba rifarsi a quel popolo in quanto tale. Ma in quanto popolo di poveri ha, inoltre, come dice Puebla, un «potenziale evangelizzatore» (n. 1147). La teologia, pertanto, deve rifarsi a essi non soltanto formalmente, ma per elaborare i propri contenuti. I poveri non ci mettono in grado, ovviamente, di sviluppare tutte le funzioni della teologia, né le riflessioni teologiche popolari possono sostituire quelle della teologia tecnica. Ma la mettono in grado di fare una cosa previa e fondamentale: leggere il Vangelo di Gesù che si rivolge a essi in modo privilegiato e conoscere, in ciò che è fondamentale, la verità della storia che essi esprimono meglio di ogni altro perché la soffrono più acutamente di ogni altro, sebbene tanto il Vangelo quanto la realtà storica vadano analizzati e spiegati più tecnicamente e teoricamente dalla teologia.
    Nel suo ministero pastorale e magisteriale monsignor Romero ha offerto un esempio notevole di come la Chiesa e la teologia vadano correlate con i poveri. Devono, in primo luogo, interpellare i poveri – come lui fece prima di andare a Puebla e prima di elaborare la sua quarta lettera pastorale – e prenderne sul serio le risposte, comprese «qualche inesattezza e qualche audacia dottrinali e pastorali» che «sono servite da stimolo e da discernimento al Carisma del Magistero che il Signore mi ha affidato». [19] Devono apprendere da loro: «Il vescovo ha sempre molto da imparare dal suo popolo» (9 settembre 1979). [20] Devono offrire il proprio magistero con autorità, ma con spirito dialogante, soprattutto di fronte a problemi nuovi e al concretizzarsi nuovo di quelli perenni: «Il nostro limite chiama al dialogo», [21] ha detto nella sua terza lettera pastorale. Devono anche lasciarsi verificare: «Proprio nei carismi che lo Spirito dà al popolo il vescovo trova la pietra di paragone della sua autenticità» (9 settembre 1979).
    Quindi, quando si dice dai poveri, il significato è preciso e niente affatto etereo. Non sostituisce quanto già ha dato la rivelazione, ma è anch'esso insostituibile per cogliere la manifestazione attuale di Dio e per rispondervi. La teologia va fatta a partire da quei due poli, come monsignor Romero esigeva che accadesse per la pastorale. «Soltanto ascoltando, da una parte, a partire dai dati e dalla loro analisi, il clamore dei nostri popoli e sentendo, dall'altra parte, la parola di Gesù e della sua Chiesa, potremo trovare la soluzione e la risposta pastorale ai problemi». [22] La teologia dev'essere biblica ed ecclesiale, dev'essere tecnica, ma dev'essere anche popolare, sorgere da, rispondere a e raccogliere la realtà del popolo di Dio e del popolo povero di Dio.
    La teologia, inoltre, come ogni altro impegno cristiano, va condotta con un determinato spirito che deve informarla tutta. È un lavoro di uomini, creaturale, aperto alla grazia, ma anche attraversato dalla peccaminosità. Anche se va realizzata secondo le leggi proprie dell'intelligenza, non può, in base a questo, arrogarsi un'assoluta autonomia nel proprio lavoro; dev'essere piuttosto un lavorare che non soltanto offre contenuti cristiani, ma si realizza anche cristianamente.
    Monsignor Romero ha esemplificato anche, e in maniera piena, come qualsiasi attività ecclesiale vada condotta cristianamente. Il suo ministero arcivescovile, per fare un esempio importante, possedeva la propria intrinseca struttura e le sue funzioni specifiche; ma non risolveva già in anticipo il quesito di come essere arcivescovo cristianamente. È l'essere e il fare cristianamente le cose che viene richiesto anche alla teologia, e l'ispira.
    La prima cosa che viene richiesta al lavoro teologico è di essere disposto alla conversione. La teologia può essere veicolo di peccato quando – monsignor Romero applicava questo criterio all'intero fatto religioso – porta all'alienazione, ad «addormentare il popolo» (9 dicembre 1979), «non dicendo la verità quando bisognava dirla» (31 dicembre 1978). «È uno scandalo» – possibilità che riguarda la teologia se c'è un interesse egoistico o se si proclama l'autonomia assoluta della scienza – «che si disinteressino del povero» (1° luglio 1979). Può essere rivolta anche alla teologia l'accusa di trasformarsi in «cristianesimo statico, conservato come in un museo» (21 giugno 1979). [23] Per tutte queste ragioni la teologia deve restare aperta alla conversione e alla verifica, esaminarsi sui suoi interessi soggettivi e sul loro rilievo oggettivo, per evitare di mantenersi volontaristicamente quando non è più di alcun aiuto o, peggio ancora, di trasformarsi in supporto ideologico di interessi e di strutture peccaminosi.
    Il lavoro teologico dev'essere servizievole, affrontando anzitutto i problemi reali del popolo di Dio, per quanto possano essere innovativi e oggettivamente difficili da trattare, nonostante quel certo abbandono intellettuale che producono la novità e gravità di quei problemi, senza decidere in anticipo quali debbano essere le priorità della teologia. Monsignor Romero diceva: «Noi pastori del popolo abbiamo il dovere di dare una risposta cristiana ed ecclesiale a questi problemi che agitano tante coscienze». [24] Così dev'essere anche la teologia. Indubbiamente, rientra anche nel suo servizio porre i problemi concreti entro un orizzonte teorico più ampio, prevedere le direzioni future delle situazioni ecclesiali, articolare i problemi concreti con la rivelazione, e così via. In altre parole, la teologia non deve trasformarsi in una risposta immediata e circostanziale ai problemi, bensì deve mantenere anche il proprio carattere sistematico. Ciò nondimeno essa deve mettersi al servizio dei problemi reali della storia e del popolo di Dio, guardandosi bene dall'ignorarli quando non sa che cosa dire o, peggio ancora, dal considerarli un mero materiale per lo sviluppo della teologia.
    La teologia deve provare seriamente a essere efficace nell'analizzare e risolvere i grandi problemi della vita e della morte, dell'umanizzazione e della disumanizzazione. Pertanto nel suo operato deve perseguire il massimo possibile di conoscenze, di analisi teologiche e anche sociali, economiche e politiche; deve incoraggiare la realizzazione di ciò che si propone, aiutare una pratica lucida affinché davvero storicamente il regno di Dio si avvicini e, personalmente, apportare luci e vie perché l'uomo s'incontri con Dio. È quanto monsignor Romero ha esemplificato in actu con la preparazione delle sue omelie e lettere pastorali e negli strumenti che offriva e pretendeva, fossero essi seguire Gesù, lottare per la giustizia od organizzare il popolo; ha definito la finalità di tutta la sua attività dicendo: «Stiamo elaborando quest'opera della Chiesa facendo il regno di Dio» (3 dicembre 1978).
    La teologia dev'essere aperta al conflitto e alla persecuzione come tutte le attività cristiane e, più specificamente, per il suo carattere di parola di Dio. Non è necessario ricordare monsignor Romero al proposito, perché entrambe le dimensioni in lui sono state evidenti. Resta da aggiungere soltanto che se la teologia cerca di essere servizievole ed efficace s'imbatterà in «una società che rifiuta la parola del Vangelo quando non va d'accordo con i suoi egoismi, quando non va d'accordo con le sue ingiustizie» (8 luglio 1979). Allora verrà accusata di essere ignorante, eretica e marxista, tutte accuse che «si fermano al rifiuto» (8 luglio 1979). E la persecuzione arriverà nel momento in cui la sua spiegazione della parola di Dio sarà più autentica. «Mi consola soltanto il fatto», diceva monsignor Romero riflettendo su questo tragico paradosso, «che anche Cristo ha desiderato comunicare questa grande verità ed è stato incompreso, l'hanno chiamato rivoltoso e l'hanno condannato a morte, come hanno minacciato me in questi giorni» (3 giugno 1979).
    Infine, la teologia deve farsi compenetrare di gratuità; con umiltà e gratitudine, pertanto, perché non è stata lei a scoprire il suo obiettivo né lo riscopre in base ai suoi propri meccanismi, ma le è stata data una buona notizia da comunicare e le sono stati donati storicamente i poveri. Ma anche con gioia. La verità a cui la teologia s'inchina non è una verità qualsiasi, ma in ultima analisi una verità che è buona notizia; per questo dev'essere profondamente evangelica nel senso originario del termine. È quanto ha comunicato monsignor Romero. «Voglio semplicemente essere il costruttore di una grande affermazione: l'affermazione del Dio che ci ama e ci vuole salvare» (23 febbraio 1979).

    L'eredità e il futuro di monsignor Romero

    Monsignor Romero ha ispirato molte altre cose alla teologia, ma forse quanto s'è detto basta a comprendere un poco meglio che egli ha avuto un proprio pensiero teologico e che, soprattutto, è stato un avvenimento che ha ispirato la teologia. Quanto al primo punto, è stato un uomo dotto che ha conosciuto la teologia e si è esercitato in essa. Quanto al secondo, è stato un vero dottore che ha insegnato ispirando e ha ispirato anche insegnando. Se uniamo le due cose, possiamo apprezzare l'eredità che monsignor Romero lascia alla teologia.
    Quale sarà il futuro di questa eredità, non è possibile saperlo in anticipo. Ma due cose aiutano a pensare al suo futuro. Da una parte, sono già passati cinque anni dal suo martirio – e qui sta il vantaggio di proporre questa laurea postuma – e la sua parola e la sua opera non sono scomparse, ma anzi si sono accresciute. Questo fatto inconfutabile parla del futuro. D'altra parte, è il fine che dà il senso e chiarisce il processo, e il fine di monsignor Romero non è stato una conclusione, bensì un martirio; ciò si trasforma in principio ermeneutico della sua parola, non soltanto per la credibilità soggettiva che gli conferisce, ma per la verità che oggettivamente lo sancisce. Nel Salvador il martirio non è una morte casuale, ma il segno inequivocabile che si è fatta presente la verità. E dalla grandezza del martirio si può giudicare la grandezza della verità. Se monsignor Romero, arcivescovo di San Salvador, onorato con varie lauree e riconoscimenti, candidato al premio Nobel per la pace, è stato assassinato, significa che la verità che faceva presente era molto grande.
    Credo non sia esagerato dire che col passare del tempo monsignor Romero si andrà delineando, come già accade ora, come uno dei grandi dottori della Chiesa; più ancora, come uno dei padri della Chiesa, di cui vari sono stati come lui, vescovi e martiri, che hanno riunito nella propria persona un creativo lavoro pastorale, una grande santità e un profondo pensiero teologico. Questi padri della Chiesa, santi e saggi, sono coloro che ne hanno acceso e conformato la tradizione viva, e il passare degli anni li ha resi attuali e ispiratori come simboli dei grandi momenti della Chiesa.
    Monsignor Romero sta trasformandosi in uno di quei grandi momenti della Chiesa, un pilastro della fede e un'ispirazione per la teologia. Le situazioni cambieranno e alcune delle cose che ha detto diverranno obsolete. Ma qualcosa di molto profondo resterà per sempre nella Chiesa salvadoregna e nella Chiesa universale.
    Monsignor Romero ha pensato anche al futuro. Ha pensato, in primo luogo, al futuro del suo popolo e ha detto: «Il grido di liberazione del nostro popolo è un clamore che sale fino a Dio, e che più niente e nessuno può fermare» (27 gennaio 1980). [25] Ha pensato alla sua speranza e ha detto: «Cristo farà brillare quel sole che il contadino... vuole che brilli, di giustizia e di verità» (29 luglio 1979). «Su queste rovine brillerà la gloria del Signore» (7 gennaio 1979).
    Ha pensato anche al proprio futuro davanti alla pressione delle minacce. Con grande umiltà ha detto di sé: «Se mi ammazzeranno, risusciterò nel popolo salvadoregno». [26] E pensando alla sua parola, la parola di Dio e del popolo salvadoregno che abbiamo tentato di illuminare, ha detto: «La parola rimane, ed è questo il grande conforto di chi predica. La mia voce scomparirà, ma la mia parola, che è Cristo, rimarrà nei cuori che avranno voluto accoglierla» (17 febbraio 1978). [27]
    Ciò che ha detto di sé stesso con grande umiltà è una realtà. La sua parola rimane. Coloro che, in quest'America Latina crocifissa e speranzosa, vogliono vivere da esseri umani responsabili potranno sempre rifarsi a lui. Coloro che vogliono vivere la loro fede, la loro speranza e il loro impegno in questa Chiesa, troveranno sempre risolutezza in monsignor Romero. Coloro che vogliono fare teologia responsabilmente in questo continente, troveranno sempre ispirazione nella sua parola e nella sua vita.
    Per tutto questo – e con particolare gratitudine personale per l'ispirazione che ha infuso alla teologia nel Salvador e in tutta l'America Latina – per me è un onore chiedere a questa Università di concedere – è un onore che rende a sé stessa – il dottorato in teologia honoris causa a monsignor Romero.

    NOTE

    1 Questo testo contiene la laudatio pronunciata in occasione del dottorato honoris causa in Teologia che l'Università centroamericana José Simeón Cafias ha concesso a monsignor Romero il 22 marzo 1985. È stato pubblicato in Eca 437 (marzo 1985), pp. 155-156.
    2 Monsignor Romero, «La dimensión politica de la fe desde la opción por los pobres», discorso in occasione della laurea honoris causa conferitagli dall'Università di Lovanio il 2 febbraio 1980, in J. SOBRINO - I. MARTfN BARÓ - R. CARDENAL, La voz de los sin voz, Uca Editores, San Salvador 1980, pp. 184. Tutte le citazioni di questo lavoro, lo si indichi o meno nel testo, sono di monsignor Romero.
    3 Ivi, p. 178.
    4 Dio ha la sua ora (DSO), Borla 1994, p. 95.
    5 Meditazioni per tutto l'anno (MTA), Borla 2006, p. 106.
    6 DSO, p. 95.
    7 Discorso, in La voz de los sin voz, cit., p. 179.
    8 MTA, p. 141.
    9 Intervista del marzo 1980.
    10 «Iglesia y organizaciones políticas populares. Tercera carta pastoral de monsefior bscar A. Romero, arzobispo de San Salvador, y primera de monsefior Arturo Rivera Damas, obispo de Santiago de María», in La voz de los sin voz, cit., p. 113.
    11 Discorso, in La voz de los sin voz, cit., p. 177.
    12 VOR, pp. 231-232.
    13 «La dimensión politica de la fe», in La voz de los sin voz, cit., p. 193.
    14 Monsehor Oscar Arnulfo Romero, Publicaciones del Arzobispado, San Salvador, p. 1.
    15 MTA, p. 187.
    16 MTA, p. 135.
    17 «La dimensión politica de la fe», La voz de los sin voz, p. 186.
    18 Ivi, p. 189.
    19 «Misión de la Iglesia en medio de la crisis del país. Cuarta carta pastoral de monsetior óscar A. Romero, arzobispo de San Salvador», in La voz de los sin voz, cit., p. 128.
    20 MTA, p. 130.
    21 Terza lettera pastorale, in La voz de los sin voz, cit., p. 96.
    22 Ivi, p. 97.
    23 MTA, p. 110.
    24 Terza lettera pastorale, in La voz de los sin voz, cit., p. 96.
    25 MTA, p. 162.
    26 Intervista del marzo 1980.
    27 MTA, p. 93.

    (da. Ronero, martire di Cristo e degli oppressi, EMI 2015, pp. 231-253)