La tentazione di Satana
Pietro Citati

Nel Nuovo Testamento la figura di Satana era simile a quella del tardo giudaismo. Era il principio assoluto del male: cercava di distruggere il rapporto tra Dio e gli uomini: era il re della menzogna, del peccato, dell'assassinio: portava con sé l'ombra della morte; e riceveva soltanto da Dio il potere di agire contro gli uomini. Rispetto al giudaismo, nel Nuovo Testamento Satana possedeva probabilmente una forza più unitaria. Come diceva il Vangelo di Marco (3,22-27), il regno di Satana non era diviso in se stesso: non era dilaniato, devastato, in preda alla guerra civile; non era duplice, molteplice. Gesù credeva nella forza, nell'unità e nella solidità del regno del male, sebbene sapesse di possedere una forza assai maggiore. Ma nessuno degli evangelisti ha avanzato il tentativo di rappresentare l'essere e il divenire del diavolo: esso restava un mistero del quale non si cercava la soluzione.
Il diavolo appariva di rado. Satana non cercava di penetrare nel cuore e nel pensiero di Gesù: vi rimaneva escluso; appariva all'esterno, come il personaggio di una grande tragedia cosmica. Il luogo della tentazione era un luogo reale, il deserto, che, nel battesimo, al contrario, era il luogo della salvezza. Come disse Matteo (4,1): «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal male». Dunque lo Spirito di Dio voleva che Gesù venisse tentato? Per quale ragione? Dio non conosceva altre strade per mettere Gesù alla prova? In ogni caso, il diavolo doveva essere la prima esperienza reale di Gesù. Nei Vangeli, abbiamo la doppia versione: Matteo scrisse che «dopo che ebbe digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine Gesù ebbe fame» (4,2): Marco non parla di fame (1,13). I quaranta giorni e le quaranta notti di Matteo sono un exemplum: quaranta era un numero simbolico; anche Mosè passò digiunando i quaranta giorni e le quaranta notti durante le quali scrisse le parole dell'Alleanza (Es 34,27-28); e così Israele passò quarant'anni nel deserto per le sue colpe (Nm 14,34).
Tutto ci lascia credere che il digiuno di Gesù fosse un digiuno lieto. Come disse Matteo (6,16-18): «Quando digiunate non prendete un'aria cupa, come fanno gli ipocriti... Quanto a te, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, per non mostrare agli uomini che tu digiuni, ma solo al Padre tuo che è nel segreto, – e il Padre tuo che vede nel segreto te lo renderà».
Nella prima tentazione, secondo il Vangelo di Matteo, Satana disse a Gesù: «Se sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: "Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio"» (4,3-4). Gesù venne tentato non come Messia, ma come «Figlio di Dio»:nella parte umana della sua natura di Figlio di Dio. Vincendo la tentazione, egli doveva mostrare di essere «Figlio di Dio»; e difatti, alla fine della prova, fu detto «il Signore Dio tuo» (4,10). La tentazione faceva appello all'onnipotenza divina di Gesù: onnipotenza che avrebbe potuto trasformare le pietre in pane. Questo appunto Gesù non poteva fare: perché non doveva rivelare la propria onnipotenza. Quando Gesù rispose a Satana, ricordò alla lettera un passo della Bibbia (Dt 8,3): «Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». La parola di Dio, che era vera vita, aveva molto più rilievo di qualsiasi cibo umano.
Nella seconda tentazione, Satana «prese con sé Gesù nella città santa e lo collocò sul pinnacolo del tempio e gli disse: "Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: 'Ai suoi angeli darà ordini per te e sulle loro mani essi ti porteranno, sicché il tuo piede non inciampi in una pietra"» (Mt 4,5-6). Non sappiamo se questo sia il vero tempio di Gerusalemme: o soltanto un tempio e un pinnacolo immaginari, che esistono nel campo aereo dell'illusione. Secondo il diavolo, Gesù doveva dimostrare un'altra volta la propria onnipotenza: sfida che egli non poteva accettare. Satana si espresse con un passo della Scrittura di Dio, che amava moltissimo e di cui intarsiava i suoi discorsi, come farà ancora nel Faust di Goethe. Questa volta è un passo dei Salmi (91,11-12): «Incaricherà i suoi angeli di proteggerti in tutti i tuoi cammini. Essi ti porteranno nelle loro braccia perché il tuo piede non urti nessuna pietra».
Gesù rispose a Satana con un'altra citazione biblica: un passo del Deuteronomio (Dt 6,14-16), che diceva: «Voi non seguirete altri dèi tra quelli dei popoli che vi circondano, perché il Signore vostro Dio è un Dio geloso in mezzo a te. Fa' attenzione che la collera del Signore tuo Dio non si infiammi contro di te, e che non ti stermini dalla superficie della terra. Non tenterete il Signore vostro Dio». Il Vangelo di Matteo (4,7) dice appunto: «Non tenterai il Signore tuo Dio». Secondo Gesù, quella del diavolo era stata la tentazione più radicale: mettere in dubbio non solo l'onnipotenza di Dio, ma il fatto che egli fosse un Dio unico, esclusivo, solo fra tutti gli dèi dei popoli vicini.
Nell'ultima tentazione, il diavolo portò con sé Gesù su un altissimo monte, gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutto questo ti darò, se tu ti prostrerai e mi adorerai» (Mt 4,8-9). Satana affermava di possedere un dono, che veniva continuamente messo in dubbio dai Vangeli: poiché egli non era, come sosteneva, l'unico signore di «tutti i regni del mondo». Non esisteva una sola briciola di questa terra che appartenesse in modo esclusivo al diavolo. Il mondo era di Dio. Inoltre Satana pretendeva che il Figlio di, Dio, cioè Dio, si prostrasse davanti a lui, come un vassallo persiano, e lo adorasse. A quel punto, Gesù interruppe ogni discorso: «Vattene, Satana! Sta infatti scritto: "Adorerai il Signore tuo Dio, e solo a lui presterai culto"» (Mt 4,10). Come aveva fatto il diavolo, Gesù aveva citato la Scrittura: due passi del Deuteronomio: «Temerai il Signore tuo Dio e lo servirai» (6, 13); «Non ti prosternerai davanti a questi dèi e non li servirai» (5,9). Così Gesù aveva esaltato appassionatamente il suo Dio, il Dio unico.
La tentazione si concluse con il trionfo di Gesù: egli dimostrò che non solo le forze sacre, ma anche quelle del mondo stavano dalla sua parte. Satana abbandonò Gesù: lo aveva tentato con tutti i mezzi a lui disponibili; poveri mezzi che non avevano nemmeno scalfito o messo in dubbio la coscienza del Figlio di Dio. Gli angeli - che Satana aveva invano chiamati - «si accostarono a Gesù e lo servirono» (Mt 4,11): cioè gli diedero il cibo. Con queste ultime parole ci riavviciniamo a quelle iniziali della prima tentazione, quando Gesù, dopo quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Come nell'episodio della nascita, il grandioso apparato degli angeli celesti - con la luce, la gloria, la lode - tornò a mettersi al servizio del Figlio di Dio.
Nei Vangeli appare soltanto un'altra tentazione: umana, non diabolica. Mentre camminava con i discepoli, Gesù cominciò a insegnare che il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, venire ucciso, e risuscitare dopo tre giorni. Allora Pietro prese Gesù in disparte, e lo rimproverò. Gesù si voltò, vide i discepoli e a sua volta rimproverò Pietro dicendogli: «Via, dietro di me, Satana, tu sostieni non la causa di Dio, ma la causa degli uomini» (Mc 8,31-33). Pietro esercitava una vera tentazione diabolica su Gesù, prospettandogli una missione senza sofferenza, senza morte e senza crocifissione:
cioè cancellando la missione che Dio aveva preparato per lui. Gesù rispose a Pietro quasi con le stesse parole che aveva rivolto al Diavolo: «Vattene, Satana!» (Mt 4,10), definendo così sataniche le ansie, le preoccupazioni e le parole del discepolo.
(I Vangeli, Mondadori 2014, pp. 35-40)

