Le tentazioni
di Gesù
Carlo Molari

Introduzione
Il racconto dettagliato delle tentazioni di Gesù ci è trasmesso in due redazioni molto simili da Matteo (4,1-11) e da Luca (4,1-13), mentre Marco riferisce solamente: “lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e vi rimase quaranta giorni, tentato da satana” (Mc 1,12-13). Il contesto spaziale e temporale è identico in tutti i Sinottici: un periodo di preghiera e di riflessione nel deserto nello spazio tra il Battesimo ricevuto da Giovanni Battista, che Gesù aveva seguito come discepolo con altri suoi conterranei, e l’inizio della sua vita pubblica, decisa dopo la reclusione in prigione del Battista da parte di Erode Antipa (cfr. Mc 1, 14).
Le differenze tra i due resoconti sono secondarie: l’ordine delle tentazioni (la seconda di Matteo è terza in Luca), e qualche espressione secondaria. Le tentazioni riportate sono tre avvalorate dall’una e dall’altra parte (il tentatore e Gesù) da alcune citazioni bibliche.
I riferimenti biblici sono importanti perché costituiscono la pista per determinare la natura del racconto. Le citazioni, infatti, con cui Gesù risponde al tentatore sono desunte dal Deuteronomio capitoli 6 e 8 che ricordano “il cammino che il Signore tuo ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi” (Dt 8,2).
Le prove ricordate dal Deuteronomio sono appunto tre:
1) cercare il nutrimento al di fuori di Dio, espresso nel desiderio di tornare a mangiare il cibo d’Egitto, mentre Dio “ti ha fatto provare la fame … per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore” (Dt. 8,3 citato in Mt 4, 4);
2) la volontà di gestire a proprio beneficio la potenza di Dio come a Massa e Meriba dove “misero alla prova il Signore, dicendo il Signore è in mezzo a noi sì o no” (Es. 17,7 cfr Sl 95, 8-9) per cui il Deuteronomio ammonisce: “non tenterete il Signore vostro Dio come lo tentaste a Massa” (Dt 6,16; cfr. Es 17, 1-7 citato in Mt 4, 7); e infine:
3) l’idolatria o il ricorso ad altri dèi in momenti della difficoltà come quando Aronne fece fondere il vitello d’oro, quale simulacro di Colui che aveva liberato il popolo dall’Egitto. Mentre l’impegno sottoscritto nell’Alleanza diceva: “Adorerai il Signore Dio tuo, lo servirai e giurerai per il suo nome” (Dt. 6, 13 citato secondo la traduzione dei 70 in Mt. 4,10).
Il racconto delle tentazioni di Gesù, nel presentare Gesù come il nuovo Mosè che per 40 giorni si ritira sul monte in preghiera e digiuno, ripercorre fedelmente le tre esperienze del popolo ebraico e richiama le tre tentazioni cui il popolo cedette. Ciò mostra chiaramente (anche se alcuni biblisti contestano questa deduzione) che il racconto evangelico è un Midrash costruito sulla narrazione delle tentazioni del popolo ebraico nel deserto. Per questo il racconto non intende descrivere tanto ciò che è accaduto a Gesù nel deserto, quanto presentare un paradigma delle molte tentazioni subite da Gesù nella sua vita pubblica.
Gesù, infatti, in molte circostanze si è trovato a dover superare tentazioni in rapporto alla sua missione. È comprensibile perciò che il momento in cui Gesù ha riflettuto e pregato in vista di una decisione e dell’orientamento si siano presentate alla sua scelta diverse possibilità, e sia resa necessaria una valutazione dei criteri di scelta tra le molte alternative. Quale messianismo scegliere? Quello politico militare fidando della “mano potente” di Dio (cfr Dt 6, 21)? Il messianismo taumaturgico che convince sconvolgendo a colpi di portenti? Il messianismo sociale, che moltiplicando i pani promette benessere economico quale bene supremo? In questo ambito di insedia la tentazione del ricorso a Dio quale soluzione illusoria dei problemi. Sono gli stessi criteri che un giorno Gesù e i suoi discepoli, Gesù e il Sommi sacerdoti, Gesù e le diverse fazioni sociali del suo tempo.
Nella riflessione del deserto Gesù ha dovuto decidere secondo la “pensiero di Dio e non secondo gli uomini”, come dirà Gesù a Pietro, significativamente chiamato “satana” in un momento cruciale della crisi galilaica: ”Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini” (Mc. 8, 31).
Il racconto delle tentazioni perciò non ci riferisce dettaglio quello che Gesù ha subito nel deserto, bensì le varie alternative che egli ha dovuto affrontare lungo il cammino della sua missione, quando di fronte alle diverse possibilità, ha dovuto scegliere secondo Dio. In questa luce i messaggi trasmessi nel racconto hanno un valore molto più profondo. Indicano infatti i criteri fondamentali con cui Gesù programmò l’annuncio del Regno, che egli considerava la sua missione (cfr Mc. 1, 38: “per questo sono venuto”). Anche Giovanni Battista aveva predicato il Vangelo del Regno (cfr Lc 3,18 “con molte altre esortazioni annunziava al popolo la buona novella” = euanghelion), ma la proposta di Gesù differiva in diversi punti da quella del suo maestro e chiariva senza ambiguità i criteri del Regno. Essi appaiono in filigrana dal racconto delle tentazioni come linee di luce su uno sfondo nero. Prima di fare qualche applicazione credo sia opportuno fermarci a riflettere sulle scelte di Gesù e sui criteri da Lui seguiti.
I criteri dell’azione di Gesù
Essi possono essere ricondotti a tre criteri fondamentali che formulerei così: l’Azione di Dio è al centro della storia salvifica (Principio del Dabar divino o della Parola); il Regno di Dio è il fine supremo di ogni attività (Principio storico); l’azione degli uomini è necessaria per la venuta del Regno (Principio della incarnazione). Esaminiamoli brevemente prima di qualche applicazione.
La Parola come fonte.
La fonte dell’azione salvifica a cui Gesù si apprestava era solo l’azione di Dio che egli lasciava fiorire nella sua esistenza: “l’uomo vive di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4, 4 cfr. Dt. 8,3), dove il termine ‘parola’, ricordo esprime molto più che l’attuale termine, l’ebraico Dabar, infatti indica insieme: intenzione, parola azione per cui Ma ascoltare la parola e praticarla non è osservare una legge, bensì accogliere la forza creatrice che alimenta l’esistenza delle creature, consentire che fiorisca in forme nuove di umanità in virtù di Colui, come diceva Gesù “per cui tutti vivono” (Lc. 20,38).
Gesù viveva nella consapevolezza di un’energia più efficace e profonda che alimentava la sua esistenza: “Io non faccio nulla da me stesso, ma come il Padre mi ha insegnato così io parlo” (Gv 8,28) “Le parole che io vi dico non le dico da me; ma il Padre che è in me compie le sue opere” (Gv 14, 10). Conseguentemente Gesù diceva “mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc. 8, 21) e pronunciava la beatitudine. “beati piuttosto coloro che ascoltano la parola e la osservano (Lc 11, 28).
(Breve digressione sulla vita spirituale come accoglienza della Parola di Dio). La consapevolezza di essere creature implica questo dato fondamentale non siamo noi la fonte della nostra realtà. Per mettere in moto adeguatamente l’energia vitale è fondamentale l’atteggiamento di ascolto/accoglienza. Il riconoscimento che la nostra esistenza è attraversata da una energia più grande di noi è l’inizio della dimensione spirituale della persona.
L’espressione “dimensione spirituale” indica una qualità della persona che fiorisce a un momento determinato del suo sviluppo, per l’azione dello Spirito che introduce novità.
Il presupposto di questa affermazione è duplice: siamo in processo e c’è una forza più grande che lo alimenta.
Siamo in processo vuol dire che veniamo al mondo incompiuti e siamo in cammino per raggiungere la nostra identità. Non siamo ancora noi stessi, ma lo stiamo diventando. Nasciamo vecchi perché quando veniamo al mondo siamo quello che gli altri ci hanno fatto, siamo solo la nostra storia, il nostro passato. Nasciamo vecchi per diventare nuovi, acquisire una novità che sarà la nostra identità definitiva. Ma non perverremo al traguardo se non la accogliendo passo dopo passo attraverso i piccoli frammenti che le situazioni ci offrono.
Nasciamo proiettati all’esteriorità incapaci di riconoscere la nostra realtà, perché nelle prime fasi della nostra vita tutto ciò che è importante è fuori di noi, non abbiamo ancora spazi di interiorità. Tutta la realtà esteriore (persone e cose) è essenziale per noi. Non possiamo però restare sempre proiettati fuori di noi se vogliamo raggiungere la nostra identità. Il cammino di crescita personale deve creare gli spazi necessari per accogliere il flusso della vita. La novità anche quando ci è offerta dall’esterno deve essere interiorizzata per diventare qualità personale. Più la persona cresce più la vita fiorisce dal di dentro. Là devono esserci spazi per consentire l’irruzione delle novità, che la forza dello Spirito fa fiorire in chi sa attenderla ed accoglierla.
È appunto la certezza di una forza più grande di noi, a caratterizzare la vita spirituale. La certezza di una energia profonda che rende possibile lo sviluppo di una nuova dimensione della persona, che perviene così ad assumere il Nome di figlio, scritto nei cieli (cfr. Lc. 10,20), ad acquisire l’identità definitiva come immagine di Dio.
La tentazione in questo processo è la presunzione di essere in grado noi di realizzare il cammino fino al compimento della identità personale e della specie, è l’arroganza della vita come la chiama Giovanni nella prima lettera.
Ogni volta che dimentichiamo questa condizione anche se operiamo il bene, le dinamiche che mettiamo in moto sono carenti, centrate su noi stessi non trasmettono quella forza di vita che ci alimenta.
Il Regno come fine
Per molto tempo la predicazione del Regno non ha avuto molta importanza nella considerazione degli esegeti e dei teologi. Attenti alla morte/risurrezione come evento decisivo della salvezza, la predicazione del Regno è stata trascurata. Eppure essa manifesta l’intento fondamentale di Gesù: “per questo (diceva) sono venuto!” (Mc 1, 38). Anche gli Apostoli inizialmente hanno limitato la loro testimonianza all’ultima fase della vita di Gesù convinti del suo immediato ritorno come Messia. Quando poi si è capito l’importanza della predicazione del Regno è rimasta la pesante ipoteca della prospettiva escatologica. Solo nel secolo scorso si è cominciato a sottolineare il già e non ancora del regno. Alla fine è rimasta l’ultima ambiguità quando si è identificato il Regno di Dio sulla terra con la Chiesa. Le chiese sono a servizio del Regno di Dio non sono essere il Regno sulla terra che ha dimensioni e profondità molto più ampie anche di tutte le chiese messe insieme.
Per Gesù nessun regno della terra può pretendere dedizione assoluta: “a Dio solo rendi culto” (Mt 4, 10 cfr. Dt. ,13).
In gioco è la centralità della fede in Dio. La missione di Gesù è tutta centrata sulla rivelazione di Dio e sull'annuncio del suo regno. Se Gesù ricercava continuamente nella preghiera la volontà del Padre e se con fedeltà vi si abbandonava senza riserve è perché Egli faceva una particolare esperienza di Dio e della Sua azione. Per questo una genuina cristologia, l'analisi cioè della azione di Gesù e della sua realtà, non può essere compiuta senza il riferimento costante alla fede in Dio che egli professava e per cui diceva: "Il Padre che è in me compie le sue opere" (Gv 14,10). In questa prospettiva più che le dottrine relative a Dio sviluppate lungo i secoli della tradizione cristiana, sono importanti l’incombere della sua presenza nella vita dei discepoli e la forza che essi sperimentavano. Affrontavano persecuzioni, sofferenze, ma soprattutto inventavano modi inconsueti di vivere i rapporti, di contrastare il male del mondo e di valorizzare tutte le circostanze dell'esistenza. È stato l’atteggiamento di abbandono fiducioso in Dio da parte di Gesù e successivamente dei suoi discepoli a mettere in circolo quell'energia travolgente, che ha caratterizzato l'attività di Gesù e il cammino delle sue comunità nei secoli. Non è l’esattezza delle dottrine, ma la solidità delle convinzioni vitali relative a Dio e alla sua presenza nella storia umana che spiega la straordinaria efficacia della esperienza cristiana. Osserva il teologo Schiere “Di fatto noi troviamo nella predicazione di Gesù riguardo a Dio il punto decisivo che forma….la continuità storica della fede cristiana. Si dà spesso troppo poca importanza alla ricerca del Dio che Gesù ha predicato” (J. F. Schierse, Il messaggio di Gesù su Dio, in Mysterium salutis, 3, Queriniana, 1969 p. 119). Adorare solo Dio significa riconoscere che Egli solo è il principio e la fonte della nostra vita.
La fede in Dio implica infatti una duplice convinzione: da una parte che la Realtà (il Bene, la Vita, la Verità, la Bellezza, l'Essere) esista in una forma piena e compiuta; e dall'altra che Essa possa esprimersi nelle creature e nella storia umana, anche se in modi limitati e progressivi perché adattati alle imperfette strutture delle creature. La condizione perché la perfezione divina possa essere partecipata alle creature è che queste non pongano ostacoli e abbiano quindi un atteggiamento di sintonia. A livello fisico le potenti energie della materia possono essere utilizzate dall'uomo solo se egli ne rispetta le dinamiche e si adatta alle loro leggi. A livello biologico l'uomo può usufruire dell'energia accumulata negli alimenti, a condizione che egli si adegui alle trasformazioni chimiche attraverso le quali avviene lo scambio energetico. A livello psichico la forza dell'amore può far crescere le persone, solo se esse si adattano a stabilire rapporti in modo coerente e fedele con le persone, attraverso cui la vita fluisce. Analogamente a livello spirituale le persone crescono solo se assumono gli atteggiamenti di sintonia con la Parola/Azione che alimenta il loro sviluppo fino alla identità di figli di Dio. La fede è appunto l'atteggiamento di accoglienza dell'energia creatrice che consente all'uomo di aprirsi alla forza, che sostiene il processo integrale della persona e della storia.
Che la vita umana sia fondata, abbia cioè una fonte, lo si può forse dimostrare anche argomentando, ma tale eventuale conclusione non è sufficiente alle decisioni dell'esistenza e all'esperienza di fede. Lo si deve invece scoprire nella profondità della propria persona, nel cammino intrapreso per l'influenza di testimoni, inseriti in una tradizione storica e lo si può mostrare agli altri nella trasparenza della propria fedeltà. Per questa scoperta e la corrispondente testimonianza non ci sono alternative praticabili. Solo l'esperienza e la fedeltà consentono il cammino fino allo sviluppo pieno.
Sono due gli aspetti complementari di questo processo: il primo è la forza dell'amore che ci nutre, il secondo è costituito dalle potenzialità della vita che, a nostra volta, esercitiamo, quando viviamo in questo orizzonte. La forza che ci nutre si esprime nella novità che possiamo continuamente cogliere. Quando, giungendo alla soglia liminare della nostra interiorità, scopriamo la fonte di vita che ci investe, cogliamo “il più” che può irrompere, la Verità che può diventare intuizione, il Bene che può esprimere una misericordia inedita, allora scopriamo anche che ciò non è dovuto alla nostra perfezione o alla nostra presunta bontà, ma al fatto che la Vita contiene ricchezze molto maggiori di quelle fino ad ora realizzate.
Non solo i singoli ma anche l’umanità nel suo complesso può acquisire qualità nuove e pervenire a traguardi inediti di perfezione. Tutto dipende dalle scelte che gli uomini sapranno compiere. Le qualità nuove delle generazioni future scaturiscono dalla fedeltà con cui oggi gli uomini accolgono o rifiutano la forza della vita, sviluppano o disperdono le potenzialità che essa contiene. I credenti in Dio debbono mostrare quali sono le condizioni perché ciò avvenga. Essi devono mostrare che vi sono atteggiamenti necessari perché la forza creatrice possa esprimersi e introdurre qualità nuove di vita. Dalle loro scelte e dalle loro testimonianze quindi, dipende non solo il futuro personale o delle loro chiese, ma anche quello dell'intera umanità.
Gesù ha svolto questa funzione e la sua efficacia è perciò comprensibile solo in riferimento al Dio a cui si affidava. “Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto”.
L’incarnazione come legge della storia salvifica
Il terzo criterio è l’incarnazione come legge della storia salvifica. Il termine incarnazione nella tradizione cristiana indica l’evento centrale della fede: il mistero di Gesù come Messia e Signore. Ma il termine indica anche una fondamentale legge della salvezza: l’azione di Dio deve diventare azione creata per essere efficace nella creazione e nella storia. La creazione e la storia umana sono fatte solo di dinamiche create.
A livello cristologico il termine incarnazione, rara inizialmente, è divenuta poi corrente e comune. Essa traduce l’interpretazione dell’evento salvifico secondo un modello, derivato dai libri sapienziali dell’Antico Testamento e che ha avuto molta fortuna in ambito cristiano. Si trova per la prima volta nel Prologo del Vangelo di Giovanni: “Il Verbo si è fatto carne” (Gv 1,14). Identico modello si trova anche nel prologo della Prima lettera di Giovanni (1,1: “Ciò che abbiamo toccato del Verbo della vita”) e nella Apocalisse (“Il suo nome è Verbo di Dio”: Ap 19,13: parola che giudica cfr. ib. 20,11-12). Venendo al contenuto, il termine non indica, come a volte si fantastica, la discesa di un essere celeste in terra, ma la rivelazione della perfezione divina nella carne umana, il risuonare della sua Parola in gesti e forme umane. Se è vero che l'unione delle due nature nell'unica ipostasi di Gesù Cristo, come dice il Concilio di Calcedonia, è avvenuta “senza cambiamento e senza confusione”, allora Gesù nella sua realtà umana egli è perfettamente uomo e non ha alcuna maggiorazione che lo faccia diverso da noi. Gesù non ha rivelato Dio, perché nella sua realtà umana fosse divino, ma perché è stato così umano da essere la perfetta traduzione del progetto che Dio ha per l’uomo, e così trasparente alla presenza di Dio da consentirne la piena manifestazione nella carne. Gesù “è stato costituito Messia e Signore” (At 2,36), perché ha svelato, nella sua esperienza storica e soprattutto nella sua morte e risurrezione, i tratti essenziali dell’azione e della parola divine che salvano. Si capisce così che l'incarnazione non è motivata dal peccato dell'uomo, ma è un'esigenza che si trova già all'interno della creazione, perché è la volontà di Dio di mostrare la perfezione divina nella carne umana.
Inoltre occorre ricordare che l’incarnazione per Gesù non è un evento istantaneo, ma un lungo processo che culmina nella Pasqua. Egli è stato costituito Messia e Signore (cfr. At. 2,36), Figlio di Dio in pienezza per opera dello Spirito “nella resurrezione dai morti” (cfr. Rom. 1,4). “Imparò l’obbedienza da ciò che soffrì e, reso perfetto è stato fatto principio di salvezza eterna per tutti quelli che gli obbediscono” (Eb 5,9). L'incarnazione ha il suo risvolto nella kenosis e il suo culmine nella croce. Lì Gesù ha raggiunto il massimo della sua identità di figlio e ha realizzato la rivelazione suprema dell’amore divino, quando la violenza e l’egoismo umano cercavano di eliminarlo e ha mostrato che anche quelle condizioni estreme è possibile lasciar fluire l'azione di Dio, e vivere l'offerta di amore che Dio ci fa. La fede trinitaria impone che si eviti una divinizzazione della natura umana di Gesù (monofisismo nelle sue varie forme, che si traduce poi in un trionfalismo ecclesiale e in una divinizzazione della storia, nella sua immutabilità).
A livello antropologico il termine incarnazione è di uso più recente (prima meta del secolo scorso). Esso indica la legge della storia salvifica: l’azione di Dio è presente nella creazione e nella storia solo quando diventa azione di creature. Riprendo la formula efficace di Teilhard de Chardin: “Dio non fa le cose; concede alle cose di farsi”. K. Rahner diceva: Dio non si sostituisce mai alle creature, ma le costituisce nella loro realtà”. Nella creazione e nella storia non si trovano altre dinamiche se non quelle create. Se Dio è la fonte della vita, la creatura è l’unico ambito della sua forma creata. Questo è il principio base della laicità dei credenti. Nella storia esistono solo forme create di vita e solo dinamiche umane. Anche i miracoli hanno come soggetti delle creature. Non è possibile l’abuso di Dio nella storia e chi lo richiama.
Ciò vale anche a livello ecclesiologico. I sacramenti non sono irruzioni di Dio nella storia. I cristiani non hanno più il tempio dove incontrare Dio. La "basilica" costantiniana è il luogo della comunità, della vita pubblica, un luogo molto laico e secolare, non separato e sacro. Il nostro rapporto con Dio non è vissuto come per gli israeliti del tempo di Gesù in ambiti sacri, o in tempi sacri riservati a Dio (il tempio), ma “in spirito e verità” (Gv 4,23), dal nostro spirito illuminato dalla Verità, dalla rivelazione di Gesù, sotto l'ispirazione dello Spirito e alla luce del Vangelo e nella quotidianità dell’esistenza. Esso si svolge nella storia, all'interno degli eventi.
La ricerca di Dio nella preghiera deve aiutarci ed allenarci a trovare poi Dio nella vita quotidiana. La preghiera non dovrebbe essere considerata come una “carica” che poi si scioglie nella vita, ma come l’allenamento per cercare e per trovare Dio nella storia. In fondo la spiritualità cristiana si potrebbe ridurre a incontrare Dio nelle persone e nella comunità (cfr 1Pt 2,9). Pregare è stare alla presenza del Padre. Questa visione secolare della vita cristiana ha prodotto nel Medio Evo testi come "Lo specchio delle anime semplici" di Margherita Porete, considerata eretica e bruciata a Parigi nel 1313, che invitava i cristiani a lasciarsi guidare dallo Spirito, perché non hanno più bisogno di altre sovrastrutture.
L'azione di Dio per essere possibile nella storia, cioè efficace, deve rivelarsi nella "carne". La specificità della esperienza cristiana è la fedeltà a questa legge rivelata in Gesù e nella tradizione da lui sorta, legge che regge tutta la storia salvifica. Gesù è stato costituito Messia e Signore, appunto perché altri riferendosi a Lui, potessero continuare la sua missione. La rivelazione di Dio, infatti, non si è esaurita in Gesù. Per questo l’Evangelista Giovanni ha espresso la rassicurazione di Gesù: “In verità, in verità vi dico: chi crede in me, anch’egli farà le opere che io faccio e ne farà anche di più grandi” (Gv. 14, 12).
Le opere che possono consentire il proseguimento della rivelazione di Dio come si è realizzata in Cristo sono le forme nuove di umanità, le invenzioni della solidarietà con gli ultimi e della compassione per i sofferenti. Altre religioni hanno carismi diversi, quella cristiana è definita dalla croce, dove Gesù ha compiuto il suo cammino di figlio. Essa è diventata nel mondo il simbolo di una solidarietà che non teme la condivisione della morte, di una compassione che sa portare il male altrui fino all’estremo della sofferenza.
Questa strada, tracciata dal cammino storico di Gesù, è stata percorsa da numerose schiere di santi che hanno introdotto nella storia umana correnti nuove di umanità e hanno consentito uno sviluppo inedito delle diverse comunità cui sono appartenuti. Essi sono diventati così modelli vivi di spiritualità umana, paradigmi della fedeltà alla vita. Le sfide attuali della storia attendono altre forme di rivelazione, invenzioni nuove di solidarietà che introducano a inediti livelli di umanità. In questa prospettiva l’incarnazione non è solamente un evento fondamentale della storia umana, ma un paradigma costante dell’azione salvifica di Dio e quindi anche una legge essenziale dell’esistenza redenta: la componente strutturale di una autentica spiritualità cristiana.
Il processo non avviene in modo automatico e deterministico, ma coinvolge la sintonia e la libertà dell’uomo ed è quindi soggetto al rischio del fallimento. In Gesù la Parola è giunta all’espressione compiuta e quindi alla forma che resta per sempre. Gesù quindi è diventato promessa per ogni uomo e indicazione della possibilità di diventare nel tempo figli di Dio, cioè di pervenire ad una forma di vita che resta per sempre attraverso le esperienze storiche. È ovvio che una spiritualità incarnata implica il coinvolgimento profondo di colui che la vive e diventa testimone dell'azione di Dio; la spiritualità non è qualcosa di esteriore che il testimone assume in certe circostanze, ma qualcosa che fa tutt'uno con lui. La legge della incarnazione è il fondamento teologico di una autentica laicità del credente cristiano: tutto è da Dio, ma tutto nella storia è carne umana. Solo dove l’umanità fiorisce la gloria di Dio risplende.
Gli ostacoli a seguire i criteri del Regno
Non varrebbe la pena aver riflettuto sulle tentazioni di Gesù se non fossimo in grado di indicare alcune forme nelle quali oggi la tentazione antica si presenta: a livello di chiese.
La tentazione non può essere evitata. È il risvolto antropologico della legge della incarnazione.
L’azione che si esprime in noi è più grande e contiene ricchezze immense. La prospettiva divina fa parte dei meccanismi stessi del desiderio e delle dinamiche vitali: “sarete come Dio”. Ciò che ci spinge a vivere è più grande di noi. Chi ci chiama è perfetto. L’illusione che la perfezione, il tutto, sia a nostra portata, fa parte del gioco umano.
Ma il tempo è la sua condizione: noi vorremmo tutto subito, mentre la nostra condizione creata consente solo: il frammento nella successione.
Gli ostacoli alla realizzazione del regno sono le tre pulsioni istintive o tre “concupiscenze” come le chiama Giovanni: “la brama degli occhi, la concupiscenza della carne, l’arroganza della vita” (cfr 1 Gv 2,16). Esse rappresentano la spinta vitale in una forma ancora incompiuta e imperfetta. Esse d’altra parte richiamano le tre forme che il fascino del male ha assunto nel racconto della tentazione del Paradiso terrestre. Eva infatti “vide che l’albero era buono da magiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare potere (=saggezza)” (Gen 3,6). Questa corrispondenza è significativa perché risponde a uno schema semplice per descrivere le pulsioni più profonde dell’uomo.
La tentazione del potere e della violenza: l’arroganza della vita
Quante volte nella storia le comunità dei discepoli di Gesù hanno chiesto di sedere alla destra e alla sinistra dei signori. E hanno dovuto constatare la verità delle parole di Gesù: “Voi non sapete quello che chiedete” (Mt 20, 22).
Purtroppo in alcuni periodi della storia cristiana si sono avuti dei rigurgiti di sacralizzazione.
Dopo il Concilio di Trento c'è stato una ripresa "polemica" o reattiva di sacralità in concomitanza con la riaffermazione del ministero ordinato. Oggi dopo il Vaticano II si cerca di liberarsi di nuovo dalle strutture sacre, almeno da quelle inutili, e soprattutto si promuove la spiritualità delle realtà secolari (D. M. Chenu), del lavoro (J. Lebret), del laicato (Y. M. Congar), del quotidiano (cfr K. Rahner), della sofferenza ecc. Per noi cristiani il ritirarsi a pregare non deve mai essere una fuga dal mondo, ma solo dalla mondanità. Essa comporta il vivere "nella carne", il vivere secondo il principio dell'incarnazione che a livello sociale è il principio dell'inculturazione.
La tentazione del possesso: la brama degli occhi
Quante volte nella storia le chiese hanno accumulato denaro e beni con la scusa del Regno di Dio e della sua gloria. Non ricordando le parole del loro Maestro: “Stolto questa notte stessa ti sarà chiesta la vita” (Lc 12,20). “Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (Lc 14,33).
La tentazione del piacere sopra tutto: la concupiscenza della carne
Quanto volte le chiese hanno indicato cammini facili di sequela, secondo gli istinti del benessere ad ogni costo e del piacere come criterio di scelta dimenticando le parole del Maestro “chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me” (Mt 11,38). “Se uno viene a me non odia…. persino la propria vita non può essere mio discepolo” (Lc 14, 26).
Queste affermazioni in senso antropologico hanno un significato rilevante. Non significa rinunciare alla propria identità, bensì renderla possibile. Non significa rinunciare al piacere bensì riconoscerne la funzione.
L’istinto che si esprime nelle tre modulazioni della carne, dell’arroganza e del possesso è la prima espressione delle pulsioni vitali, ancora incompiute e imperfette. Esse debbono guidare alla forma matura di esistenza in cui le pulsioni sono assunte dalla dinamica spirituale.
Conclusione
Le chiese come le persone non possono illudersi di evitare le tentazioni. La forma più grave è quella legata alla mancanza di consapevolezza. Confondere le pulsioni con le ispirazioni. Non vedere l’illusione su cui gioca la tentazione.
Non possono neppure presumere di acquisire la perfezione in un istante e compiutamente. Ogni forma di bene porta limiti, ogni verità porta errori, ogni progetto giusto porta ingiustizie.
Nessun ricorso a Dio può supplire queste carenze. Portare il male del mondo non significa esserne esenti, ma attraversarlo con fiducia piena in Dio e abbandono totale alla sua potenza, che però deve essere accolta in modo da diventared perfezione umana, provvisoria, ma autentica, parziale ma sufficiente per indicare il cammino verso il futuro. Questa speranza ci è dato ancora proclamare nel mondo: laicamente, ma fiduciosi nella potenza straordinaria della Vita che è Dio.
SAE- 43° Sessione di formazione ecumenica
Chiamati alla fede, nei giorni della storia. Chiese, identità, laicità.
Chianciano Terme (SI) - 23-29 luglio 2006
venerdì 28 luglio h. 8,30 Meditazione

