Rivedo al rallentatore

    la mia vita,

    e sono piena di gioia

    Emilia Sperandio, suora salesiana (FMA) *


    H
    o conosciuto Don Bosco fin dall’infanzia, quando i miei mi hanno portato in chiesa e sono stata in grado di guardarmi attorno.

    Nella larga cupola del presbiterio vi sono affreschi di più Santi: uno ritrae il monumento di Don Bosco davanti alla Basilica di Maria Ausiliatrice.
    Mi attirava la sua figura che guarda con tanta dolcezza i due ragazzi tenuti vicini.
    In casa, la mamma che era stata in collegio a Biella, a contatto con le FMA, aveva appreso tante cose e soprattutto lo spirito di Don Bosco e ce lo trasmetteva nell’educazione: eravamo in nove fratelli. In particolare cantava spesso la lode “Lodate Maria, o lingue fedeli” affermando che era la prima insegnata da Don Bosco ai suoi ragazzi; così l’abbiamo subito imparata.
    Tra i 9 e gli 11 anni poi, in chiesa, anziché seguire la santa Messa, io mi isolavo in fondo al primo banco dei ragazzi e leggevo la sua biografia, che sentivo ispirata all’affresco, trovata nel libro delle “Massime Eterne” della nonna.
    A scuola, come testo di Religione, avevamo la “Storia Sacra” di D. Bosco e il parroco ci raccontava con entusiasmo le sue singolari vicende, Più avanti furono adottati altri suoi due testi: “La Storia sella Chiesa” e “Il giovane provveduto”.
    Più avanti ancora, da preadolescente, quando scoprii
    - la stupenda grandezza di Dio, nelle albe e nei tramonti delle mie Dolomiti,
    - l’attrattiva di Gesù Eucaristia, tramite la mamma,
    - l’amore di Don Bosco per i suoi ragazzi e la sua vita tutta dedicata a loro...
    si fece viva in me, a poco a poco, la convinzione che era bello e grande dare la vita per i giovani, anziché invischiarmi nelle vicissitudini amorose dei miei fratelli, o “filare” con un compagno di scuola, che in fondo mi piaceva.
    Una zia FMA, direttrice a vita, mi propose di provare la vita salesiana e mi portò a Corticella (BO) tra le Aspiranti. Ma la nostalgia di casa e dei monti mi divorava e stavo male.
    La Madre Maestra, una cara santa donna, capiva, e un giorno mi suggerì una specie di sfida: “Facciamo una fervente novena davanti al Sacro Cuore, scolpito nel legno dei tuoi boschi e digli: Se mi vuoi FMA fammi passare la nostalgia, se no, vuol dire che devo tornare a casa”.
    La nostalgia svanì, con mia profonda sorpresa, prima ancora del termine della novena e non riapparve mai più.
    Rimase l’amore tenace per la mia famiglia, per le montagne e per la missione, specie in Oratorio.
    Posso dire di aver molto amato i giovani e di averne avuto tanta corrispondenza, nonché la fioritura di buone vocazioni.
    Una cara FMA innamorata di Don Bosco, già in cielo, Madre Rosetta Marchese, fu il modello a cui mi sono sempre ispirata, fin dalla prima professione: lei ha saputo comunicare la grande fede di Don Bosco, il suo abbandono a Maria Ausiliatrice e la sua arguzia…
    Intanto cresceva in me la coscienza d’essere avvolta da un amore che non viene mai meno, e questa certezza diveniva consapevolezza profonda di appartenere a Qualcuno che completava la mia vita. La meditazione di Gv 12-17 era (ed è) linfa insostituibile che mi moltiplicava la forza, il coraggio alimentava una gioiosa libertà interiore, nonché l’entusiasmo e l’orgoglio d’appartenere all’Istituto voluto da Don Bosco.
    Leggevo con grande interesse la vita delle prime suore: quando Madre Mazzarello non “moveva dito” (così si diceva) senza consultare Don Bosco; così pure le lettere, le esortazioni e la sue espressioni d’apprezzamento per quanto era la Madre: i loro dialoghi erano “oro salesiano”- si diceva.
    Nella preghiera con i ragazzi ho sempre invocato il loro aiuto.
    Forti scosse di dolore e poi di ripresa furono la morte di mamma, papà e di tre fratelli.
    Ringrazio spesso il Signore d’aver ereditato dalla mamma la passione per la lettura e la soddisfazione di raccontare: quanto mi sono valse nella mia missione educativa!
    Più leggevo (e leggo) Don Bosco, più trovavo ciò che cercavo; così anch’io tentavo di trasmettere ai ragazzi la gioia di vivere, il coraggio di far fatica, la scoperta delle loro capacità, valorizzando i mezzi migliori: la preghiera, la catechesi, la scuola, il teatro, la musica, il balletto, nei campeggi e nei Grest, ma soprattutto negli incontri personali (la parolina all’orecchio).
    Non mi hanno mai fatto paura i sacrifici: Gesù c’era sempre e dovunque.
    Ho toccato con mano la presenza materna e potente di Maria Ausiliatrice.
    Sono sempre stata una FMA felice e lo sono.
    Ho avvertito sempre con profonda gratitudine la bellezza della maternità spirituale, la meraviglia del ragazzo che cresce, il calore della comunità nello spirito di famiglia, aspetto specifico nostro, che, insieme alla mia ostinazione innata di portare in fondo le cose e il rifiuto di quelle sbagliate o disattese, mi ha permesso di vivere la missione educativa con passione mai venuta meno.
    Infine un dono grande è sempre stato per me il Gruppo degli animatori in Oratorio, come a Bibbiano, a Formigine, a Livorno, a Montecatini e ora a Parma.
    Con loro ho condiviso la gioia della vocazione, la fede, la preghiera, l’impegno della formazione, successi e delusioni, discussioni e decisioni…
    Ora, in cui gli anni segnano un nuovo passo, al rallentatore, non mi manca la possibilità di comunicare ogni giorno la gioia della vita ad ogni incontro.
    Prego molto per le FMA e per gli SDB giovani, chiedo al Signore e a Maria Ausiliatrice di renderli sempre più consapevoli del grande dono che tengono in mano: la vocazione e lo spirito del sistema preventivo da realizzare.
    “Ho dato la vita per i miei poveri giovani”

    * Nata a Canale San Bovo (TN) nel 1933, ha professato nel 1954. Diplomata a Torino in scuola dell'infanzia e scuola elementere, a Roma ha conseguito la qualifica dell'ISEF per l'insegnamento dell'educazione fisica, insegnando fino al 1982. Ha seguito sempre l'oratorio soprattutto nella catechesi, nel teatro e nella formazione degli animatori, nei campegggi, estate ragazzi e doposcuola. E' stata assistente delle convittrici nel collegio di Reggio Emilia e ha prestato servizio eductivo in tante opere dell'Emilia Romagna e Toscana.