23 maggio: beatificazione di Oscar A. Romero

    Un uomo

    di questo mondo

    e un uomo di Dio

    Jon Sobrino

     

    Tre anni fa monsignor Romero [1] moriva assassinato, spargendo il proprio sangue davanti all'altare di Dio. Ha portato così la sua vita a pienezza, condividendo il destino di molti salvadoregni che muoiono assassinati; e ha portato a pienezza il suo sacerdozio – come Gesù –, offrendo non il sangue di agnelli, ma il proprio corpo e il proprio sangue. Da allora, monsignor Romero si è trasformato in un uomo universale, un uomo per tutte le stagioni, un simbolo della speranza e della tragedia del popolo salvadoregno e un testimone e martire della verità, della giustizia e dell'amore di Dio.
    Oggi, tre anni dopo, la sua morte e la sua risurrezione vengono celebrate in molte parti del mondo. Le ricordiamo perché «ricordare» è un lieto obbligo cristiano. Gesù ha detto: «Fate questo in memoria di me », parlando della propria morte; e da allora milioni di esseri umani attraverso la storia hanno ricordato quel momento tragico in cui Gesù fu assassinato, fu privato con violenza della vita da quanti praticavano l'ingiustizia e odiavano la luce. Anche per noi è di somma importanza ricordare quel 24 marzo in cui il popolo salvadoregno, così avvezzo a notizie tragiche, così avvezzo ad avere la morte come compagna, restò attonito davanti alla notizia: monsignor Romero, l'uomo buono e compassionevole, il difensore dei poveri, la voce di chi non aveva voce, il profeta che fustigava gli oppressori, era stato assassinato.
    È importante ricordare quel giorno perché così facendo non dimentichiamo e non ignoriamo il lato oscuro della nostra storia umana, la croce di Gesù e le croci storiche di tante persone che muoiono ogni giorno a migliaia, a milioni, vittime degli idoli della morte, si tratti della proprietà privata assolutizzata in una società capitalista o dei regimi di «sicurezza nazionale», come monsignor Romero ha descritto gli idoli del Salvador. È importante che non dimentichiamo che noi, esseri umani, siamo capaci di assassinare il nostro prossimo e di distruggere la creazione di Dio.
    Ma, d'altra parte, «ricordare» è anche un obbligo gioioso perché è fonte di speranza. Gesù ha detto: «Fate questo fino al mio ritorno »; e tre giorni dopo è stato risuscitato dal Padre. Monsignor Romero ha detto: «Se mi ammazzeranno, risusciterò nel popolo salvadoregno ». Ed è questo che oggi in effetti celebriamo: la sua risurrezione, la sua presenza tra noi.
    Monsignor Romero è presente e molto presente, è risorto e molto risorto nel popolo salvadoregno e in molti altri luoghi del mondo. La sua attuale presenza, certamente, è come la presenza di Gesù, come una spada a due tagli che divide gli uomini, perché porta alla luce le opere cattive degli oppressori e le opere buone di quanti cercano la giustizia e la pace, dà speranza ai poveri ed è una minaccia per i potenti. Perciò la sua presenza si nota in maniere svariate e contrarie.
    C'è chi ancora oggi ha paura di monsignor Romero tra i governanti, le forze armate, l'oligarchia e perfino tra i dignitari ecclesiastici. Vorrebbero ignorarlo, ridurlo al silenzio, sotterrarlo nel passato affinché la sua voce cessi di risuonare. Soltanto così si spiega la paura che hanno provato davanti al mero annuncio che il papa, Giovanni Paolo II, avrebbe visitato la tomba di monsignor Romero nella cattedrale, o la paura prodotta da un manifesto in cui monsignor Romero appariva accanto al papa. Monsignor Romero sembra essere presente, e molto presente, dal momento che alcuni tuttora hanno paura che si pronunci il suo nome e se ne mostri una fotografia. Per quella paura cercano di zittirne il nome. Costoro ricordano quei capi religiosi d'Israele che ordinarono agli apostoli «di non parlare in alcun modo né di insegnare nel nome di Gesù» (At 4,18).
    Ma per moltissimi altri cristiani e persone di buona volontà in tutto il mondo monsignor Romero è molto presente nelle loro vite e desiderano che vi resti presente. Costoro rispondono come gli apostoli: «Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At, 4,20). Parole che esprimono la responsabilità, ma soprattutto la gratitudine. Molte persone hanno amato monsignor Romero e molte continuano ad amarlo. Quando venne assassinato, l'hanno pianto come si piangono un padre o una madre. Adesso parlano di lui per amore e per gratitudine. Per costoro monsignor Romero è davvero molto presente.
    È presente in tutti coloro che soffrono per gli orrori della repressione e della guerra; in tutti coloro che cercano forza per restare fedeli ai poveri, al Vangelo e a Dio; in tutti coloro che dappertutto nel mondo hanno trovato nelle sue parole e nella sua vita il senso della loro fede, hanno riscoperto la loro personale dignità di esseri umani, hanno deciso di farsi solidali con i poveri di questo mondo; in tanti contadini salvadoregni che visitano la sua tomba per pregare e parlare con lui; in tutti coloro che vengono oppressi, nei rifugiati, nei catturati e torturati, nelle madri, mogli e figli dei desaparecidos che cercano conforto, coraggio e speranza; in tutti coloro per i quali sopravvivere è un'impresa quotidiana e morire il loro destino più prossimo; in tutti coloro che nel silenzio del loro cuore decidono un giorno dopo l'altro di accompagnare il popolo sofferente. In tutti loro – e sono la maggioranza –monsignor Romero è davvero vivo e presente.
    Se adesso ci domandiamo perché monsignor Romero è vivo e presente, quale fosse il segreto di quest'uomo, di questo cristiano e di questo arcivescovo, indubbiamente si potrebbero dare risposte lunghe ed elaborate. Vorrei riassumerle – a partire dal mio contatto personale con lui – in una doppia affermazione: monsignor Romero è stato un uomo di questo mondo e un uomo di Dio. Ha guardato e amato questo mondo con gli occhi e con il cuore di Dio, e ha imparato a conoscere e ad amare Dio tramite le speranze e le angosce di questo mondo; ha reso Dio vicino a questo mondo e ha portato questo mondo a Dio. A trasformarlo in un uomo e in un cristiano eccezionale è stato, a mio giudizio, l'aver preso assolutamente sul serio Dio e il mondo, l'aver mantenuta intatta la serietà di entrambe le realtà.
    Monsignor Romero è stato un uomo di questo mondo. È stato un uomo col quale poteva entrare in contatto, con facilità e amichevolmente, chiunque fosse realmente interessato ai problemi di questo mondo. Entrava subito in facile sintonia con lui chiunque considerasse davvero importanti la giustizia e l'ingiustizia, la vita e la morte, i diritti umani, la pace e il conflitto.
    Questo interesse reale per i problemi gravi dell'umanità e l'essere realmente vicino a quei problemi è il vero atteggiamento di chi si fa carico. Come Gesù, monsignor Romero si è incarnato in questo mondo, ha preso la carne di questo mondo. Ma non una carne qualsiasi, bensì la carne della povertà, la carne debole e fragile, la carne dei poveri e degli oppressi.
    Questa prima caratteristica di monsignor Romero è ben lontana dall'essere evidente. Non di rado noi, cristiani e Chiese, corriamo il rischio di ignorare o di addolcire l'incarnazione, a volte perfino in nome di Dio. Non è infrequente che cerchiamo di abbandonare questo mondo e soprattutto ciò che in questo mondo è povero e debole. Monsignor Romero non ha fatto così. Come Cristo, si è fatto un uomo di questo mondo e un uomo dei poveri; davvero «venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).
    Poiché si era incarnato nel mondo reale, ha scoperto la più profonda verità di questo mondo: la povertà che grida al cielo. Questa povertà ha volti concreti che egli ha molto amato: i bambini che muoiono, i contadini senza terra e senza diritti, gli abitanti dei tuguri, i cadaveri torturati del suo popolo, il cui crimine era stato il desiderio di liberarsi dalla povertà e dall'oppressione. Di questa povertà esistono anche i meccanismi strutturali che l'originano e l'acuiscono sotto forma di oppressione e di morte: le strutture sociali ingiuste, economiche e politiche, che ha tanto denunciato.
    Quei poveri gli hanno spezzato il cuore e quella ferita non si è mai richiusa. Il dolore dei poveri gli è entrato profondamente nel cuore. A causa di esso ha sentito l'indignazione di un profeta davanti a tanta miseria, tanta ingiustizia, tanta morte e tanta ipocrisia spesa a giustificarle. Ma i poveri gli hanno anche conquistato il cuore per sempre. Ha provato verso di loro la compassione e la misericordia di Gesù: e di quella compassione e di quella misericordia ha fatto il principio direttivo di tutto il suo operato. Come i primi vescovi latinoamericani, protettori ex officio dell'indio, come Dio stesso, avvocato dei poveri, monsignor Romero è stato il difensore dei poveri.
    Da convinto difensore dei poveri – e non semplicemente per adempiere un mandato speciale – ha fatto l'opzione per i poveri, per quelli che Dio chiama «mio popolo» attraverso i profeti. Ogni settimana ha denunciato le ingiustizie e le atrocità contro di loro, menzionandoli spesso con i loro nomi per ricordarci che i poveri e gli oppressi sono persone reali, in carne e ossa, figli di Dio, dei quali Egli conosce i nomi. Ogni settimana ha anche smascherato i responsabili dell'ingiustizia e dell'oppressione, e gli interessi che proteggevano, nominando anche loro per richiederne la conversione e offrire loro la buona notizia dell'amore di Dio attraverso la conversione. Ha denunciato anche – e questo non accade di frequente – i peccati della Chiesa, la nostra diretta partecipazione al peccato del mondo.
    Ha ribadito instancabilmente e con l'ostinazione della speranza l'assoluta necessità della giustizia, dei cambiamenti e delle riforme radicali. Ha esortato tutti – credenti e non credenti – a lavorare e a lottare per la giustizia che ci avvicina il regno di Dio. Quando nel Salvador scoppiò il conflitto armato, fece tutti gli sforzi possibili per trovare una soluzione che portasse la pace e la riconciliazione, ma soprattutto la giustizia per i poveri.
    Infine, monsignor Romero è stato un uomo di questo mondo perché ha preso parte al destino del suo popolo e al destino – lento o rapido – di milioni di esseri umani nell'umanità odierna: la morte. In vita è stato frequentemente minacciato e perseguitato, e ha previsto la propria morte. Ma niente di tutto ciò l'ha allontanato dal suo popolo.
    Quando gli offrirono sicurezza per la sua persona, rispose: «Il pastore non può stare al sicuro finché non lo è il suo gregge» (22 luglio 1979). Alla fine è stato assassinato come tanti del suo popolo. La sua morte è stata certamente il segno del suo totale incarnarsi in questo mondo. Come ha detto un mese prima della sua morte: «La Chiesa subisce il destino dei poveri: la persecuzione» (17 febbraio 1980). [2]
    Mescolando il suo sangue con tanto sangue sparso nel Salvador e in tutto il mondo, monsignor Romero si è trasformato definitivamente in un uomo di questo mondo e in un uomo del nostro tempo. Poiché è vissuto ed è morto così, si è trasformato anche in un uomo per il nostro tempo. Ciò spiega il suo impatto non soltanto nel Salvador e non soltanto tra i cristiani, bensì in tutto il mondo e tra uomini di altre credenze e ideologie. Attraverso il suo modo cristiano di essere uomo ha anche mostrato con semplicità ciò che oggi deve significare essere uomini nella nostra umanità. Sicché è vicino a monsignor Romero chiunque – come egli stesso diceva pochi minuti prima di essere assassinato – «ha seminato verità e giustizia, amore e bontà sulla terra» (24 marzo 1980).
    Uomo di questo mondo, monsignor Romero è stato realmente un uomo di Dio; ha creduto e ha confidato in Dio. Ha realizzato una cosa semplice e profonda come la fede. Sebbene questa fede si possa dare per scontata in quanto sacerdote e arcivescovo, non si può fare altrettanto quanto alla sua profondità. E quella fede profonda ci ha sorpresi, ci ha giudicati e ci ha incoraggiati.
    Di certo la sua fede in Dio non l'ha mai separato da questo mondo. Al contrario, è stato proprio il suo Dio a introdurlo con forza in questo mondo. Per monsignor Romero era davvero Dio a fargli le domande fondamentali: «Che hai fatto di tuo fratello? » (Gn 4,9ss); sei, come Maria, ai piedi della croce di Gesù e di tanti crocifissi d'oggi? Ma al tempo stesso monsignor Romero era convinto che niente potesse sostituire l'incontro dell'uomo con Dio, o in maniera esplicita, alla quale lavorava da sacerdote, o in maniera implicita, nella fedeltà allo Spirito di Dio che è presente più in là delle frontiere della Chiesa. «Nessun uomo si conosce finché non ha incontrato Dio... Come vorrei, cari fratelli, che il frutto di questa predicazione di oggi, per ciascuno di noi, fosse che giungessimo a incontrare Dio...» (10 febbraio 1980).
    Certamente il Dio di monsignor Romero è stato il Dio di Gesù. Un Dio, pertanto, che è Padre, buono verso gli uomini, che ha una buona notizia per loro. Un Dio, soprattutto, dei poveri, che li difende e li ama per il mero fatto che sono tali, che ascolta le grida del suo popolo e scende dal cielo a liberarlo. Un Dio che ama con affetto e tenerezza chiunque sia considerato piccolo, debole, impotente e disprezzato. Un Dio vicino ai poveri, così vicino da rendersi presente sulla croce per mostrare che partecipa della sofferenza delle vittime e dunque per rendere definitivamente credibile il suo amore. Un Dio che risuscita il crocifisso e suggella per sempre la validità della speranza dei poveri.
    In quel Dio ha creduto monsignor Romero. Per mostrare il grande amore di Dio, una volta ha ripetuto la nota sentenza di sant'Ireneo: «La gloria di Dio è l'uomo vivente»; e l'ha tradotta per El Salvador dicendo: «La gloria di Dio è il povero che vive ». Dio realmente ama la vita e non la morte. Per quel Dio si è schierato, schierandosi per la vita e combattendo attivamente contro gli idoli della morte, poiché simili false divinità non soltanto sono diverse – e pertanto ammissibili in un pluralismo di divinità –, ma contrarie al vero Dio. La sua fede in Dio padre l'ha mosso a farsi servitore della vita, della giustizia, della pace e della speranza. Ma nel realizzare profondamente quella fede ha mostrato l'amore di Dio, ci ha reso Dio molto vicino.
    D'altra parte la sua fede in un Dio che è Padre non gli ha fatto dimenticare che quel padre resta Dio, maggiore di tutto, maggiore di noi stessi, delle nostre Chiese, delle nostre speranze, delle nostre stesse buone opere, delle nostre idee su di Lui. È un Dio che va sempre cercato, anche quando lo si è già trovato, sulla cui volontà bisogna sempre fare discernimento, malgrado ciò che di Lui conosciamo attraverso la rivelazione avvenuta in passato, le dottrine della Chiesa e delle varie teologie. È un Dio, in definitiva, il cui Spirito soffia dove vuole, non necessariamente dove noi lo aspettiamo.
    La fede di monsignor Romero in quel Dio ha significato per lui, personalmente, che doveva sempre imparare di nuovo su Dio, che ha dovuto imparare a credere in Dio, che ha dovuto sempre interrogarsi di nuovo sulla volontà di Dio in situazioni nuove di povertà, conflitto, repressione, di cristiani che si organizzavano politicamente, delle implicazioni sociali e politiche della sua azione e dell'azione della Chiesa, delle nuove tendenze teologiche. Insomma, a concretizzare i segni dei tempi ammirabilmente riconosciuti da Medellín: la miseria che grida al cielo e gli aneliti di liberazione.
    Ha significato anche che molte volte è stato da solo con Dio, gemendo come Gesù (Eb 5,7), chiedendogli di comunicargli la sua volontà e di dargli la forza per adempierla. Ha significato trovarsi molte volte da solo nella Chiesa istituzionale, malinteso o attaccato, anche da alcuni fratelli vescovi.
    Infine, ha significato che si è sentito, in ultimo termine, inviato da Dio e responsabile soltanto davanti a Dio, e che per questo doveva parlare in nome di Dio. Quindi non è stata soltanto la volontà di imprimere alle sue parole una forza retorica, bensì la convinta coscienza della sua responsabilità davanti a Dio, che l'ha mosso a dire: «In nome di Dio, perciò, e in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino, in nome di Dio: cessi la repressione! » (23 marzo 1980). [3]
    La fede in quel Dio ha significato strutturalmente che monsignor Romero non ha mai equiparato alcun progetto umano concreto con la pienezza del regno di Dio, cosa che non l'ha portato a relativizzarli tutti allo stesso modo – il progetto dell'oligarchia, il progetto del governo e il progetto delle organizzazioni popolari – bensì a misurarli secondo la loro distanza dal regno di Dio. Per questa ragione, dopo aver condannato fortemente i due primi, criticò anche gli errori e i difetti del progetto popolare, temendo non tanto che esistessero in quel progetto le immancabili carenze umane, ma che venissero comunque ignorate od occultate. Fu la fede nell'assoluta verità di Dio che lo portò a manifestare quegli errori e a menzionarli.
    Ma in ultimo termine offriva la sua fede in Dio non soltanto perché questi ci giudica tutti e ci rivela i nostri peccati, ma perché quel Dio incoraggia a superarli, pone sempre la meta dell'ideale. Monsignor Romero ha creduto che qualsiasi vera utopia abbia la sua fonte in Dio e che, per questa ragione, l'utopia irrealizzabile custodisca la forza necessaria a realizzarsi, per quanto parzialmente, nella storia. Per monsignor Romero, Dio è stato la fonte della giustizia, della verità, del Regno; come pure la fonte della pace, della misericordia e della riconciliazione. Sappiamo bene quanto ci sia difficile, se non impossibile, lavorare per ciascuna di queste cose, e quanto sia ancora più difficile lavorare per tutte insieme. Ma monsignor Romero non ha mai disperato e non è mai venuto meno nel suo adoperarsi utopico per umanizzare la storia e i suoi uomini e donne attraverso quella fede in Dio. Ha creduto fermamente che con Dio la storia degli uomini si umanizza di più e meglio, che lasciando che Dio sia Dio gli uomini e le donne di questo mondo compiono meglio la loro vocazione, la loro responsabilità; il senso delle loro vite, la gioia di appartenere a questa umanità, sono maggiori.
    È questo che intendiamo affermando che monsignor Romero ha creduto in Dio. Non soltanto che è stato un uomo, un sacerdote e un arcivescovo di profonda pietà; non soltanto che – per così dire – è stato un professionista esperto in questioni religiose; non soltanto che ha adempiuto integralmente il proprio ministero arcivescovile; ma, più profondamente, che Dio è stato per lui una realtà viva nella quale ha confidato e riposato come Padre, al quale ha sempre obbedito come Dio. Come per Gesù, Dio è stato per monsignor Romero la stella polare dell'ispirazione e della motivazione, la meta della sua aspirazione e del suo ideale. Con quei riferimenti ha trascorso tre anni a fare il bene, a camminare umilmente con i poveri e con Dio (Mi 6,8), offrendo a Dio la sua vita per i poveri.
    Questo, nella mia opinione, è stato monsignor Romero. Certo, di lui si potrebbero e si dovrebbero dire molte altre cose. Potremmo citarne l'autorevolezza ecclesiale e nazionale, le molte visite alle comunità, la dottrina pastorale e teologica, il modo di recuperare efficacemente i poveri nella Chiesa e di renderli centrali per essa, l'impatto del suo ministero oltre i confini del Salvador e dell'America centrale. Potremmo descriverne l'innovativo, affettuoso e critico accompagnamento dei processi popolari, la presenza in tutti i conflitti, grandi e piccoli, sociali e politici, nei suoi tre anni di arcivescovo, e moltissime altre cose; infatti anche in questo caso, come per Gesù, «se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (Gv 21,25).
    Cercando di sintetizzare in due frasi ciò che fu monsignor Romero, ho preferito dire semplicemente che è stato un uomo di questo mondo e un uomo di Dio, come sono stati i grandi santi e com'è stato Gesù, nel quale si è compiuto il miracolo dell'assoluta unità tra mondo e Dio. È stata quella stessa unificazione senza identificazione a rendere eccezionale monsignor Romero. Attraverso di lui il Vangelo si è trasformato in parola di buona notizia per i poveri e in parole esigenti per i potenti. Attraverso quest'uomo di questo mondo e per questo tempo, il Vangelo, ancora una volta, è diventato un Vangelo per il nostro tempo e ha mostrato di essere davvero un Vangelo per tutti i tempi.
    Se mi si permette, per terminare, un'unica considerazione autobiografica, vorrei aggiungere che è stato monsignor Romero a mostrarci – a me e a moltissimi altri – il Vangelo con forza, e attraverso di lui il Vangelo si è fatto forza per noi, e ci ha fatti uscire dalla nostra casa, dai luoghi stabiliti nella vita religiosa, nel sacerdozio o nella teologia, per metterci in cammino verso luoghi sconosciuti, ma sapendo che camminavamo con Dio e verso Dio. Monsignor Romero non è stato l'uomo buono, ma molto influenzabile e pertanto manipolabile, che si sente dire in giro da chi vuole spiegarne l'operato senza seguirne i passi. Al contrario, monsignor Romero è stato per noi un dono; è stato lui a farci violenza presentandoci con tutta chiarezza il Vangelo di Gesù, a esortarci, col suo esempio, a rendere leggero il pesante carico del Vangelo.
    Vorrei terminare chiedendo a Dio che lo spirito di monsignor Romero si faccia sempre più presente ed efficace tra noi. Se seguiamo i suoi passi, aiuteremo la causa della giustizia e della pace, della verità e dell'amore; aiuteremo a denunciare le atrocità, la distruzione e la repressione, ad accorciare e a umanizzare le guerre; difenderemo le cause dei poveri in tutto il mondo e certamente, là nel Salvador, la causa di un popolo che monsignor Romero ha tanto amato e per il quale ha dato la vita.

    NOTE

    1 Omelia pronunciata il 24 marzo 1983 in un atto ecumenico celebrato nella St. James Church a Piccadilly, Londra, in memoria di monsignor Romero. Pubblicato in Eca, 413-414 (marzo 1983), pp. 289-296.
    2 Oscar A. Romero, Meditazioni per tutto l'anno, Borla 2006 p. 169.
    3 La voce di Oscar A. Romero (Testi e omelie), Borla 2007, p. 270.

    (da: Romero, martire di Cristo e degli oppressi, EMI 2015, pp. 257-268)