23 maggio: Beatificazione di Oscar A. Romero
Una buona notizia
per i poveri
Jon Sobrino
Vi parlerò di monsignor Romero, [1] che avete conosciuto e onorato in questa stessa università cinque anni fa. Con lui voglio portare il miglior frutto del popolo e della Chiesa salvadoregna: la sua fede, la sua speranza, il suo impegno e il suo martirio.
Oggi, per parlare di monsignor Romero e per renderlo presente tra noi, non mi viene in mente niente di meglio che commentare brevemente il Vangelo che abbiamo letto. Il passo è noto: quaranta giorni dopo la nascita, Gesù viene portato al tempio dai suoi genitori per adempiere la legge. Vorrei soltanto situare brevemente quella scena affinché essa ci aiuti a comprendere meglio che cosa ci dice realmente su Gesù e che cosa può dirci su monsignor Romero.
Il Vangelo vuole, anzitutto, «presentarci» Gesù, e non soltanto darci notizia di un fatto della sua vita. E pone questa presentazione nel tempio di Gerusalemme, nel centro della vita pubblica d'Israele, nel luogo dove si decideva per il bene e per il male, molte volte per il male dei poveri di quel popolo, la religione e la fede, la politica e l'economia, la vita, la morte. Là dove si deciderà il suo destino alla fine della sua vita, Gesù ci viene presentato come uomo di questo mondo e in mezzo a questo mondo. E davanti a quel Gesù ci si chiede di prendere posizione; davanti a lui si divideranno i cuori, alla sua presenza alcuni cadranno e altri si solleveranno; nessuno resterà indifferente davanti a lui. Quanti non vorranno accoglierlo lo metteranno a morte, e una spada di dolore trafiggerà il cuore di sua madre.
Ma la solennità del contesto e la serietà con cui viene profetizzato il suo destino ha, come finalità più profonda, dirci quel che anzitutto e soprattutto è Gesù. Due anziani, rappresentanti delle speranze del suo popolo, ce lo dicono lietamente: Gesù è «salvezza», «luce delle nazioni», «orgoglio del suo popolo». Ecco che cosa in verità ci dice questo Vangelo: che Gesù è la buona notizia di Dio. Ma non lo è per tutti, né per tutti allo stesso modo; lo è per coloro che, come Simeone e Anna, «attendevano la liberazione d'Israele».
Questo ci dice il Vangelo e questo è stato Gesù: buona notizia. Lo è stato anche monsignor Romero. Non vorrei che interpretaste le mie parole come una pia esagerazione o una frase retorica, tantomeno come intento volontaristico di mitizzarlo da morto. Le dico con profonda convinzione e sincera gratitudine.
Se mi si permette una riflessione molto personale, mi sono domandato molte volte che cosa sia stato realmente monsignor Romero e come riassumere in una sola parola la ricchezza della sua vita. Monsignor Romero è stato, indubbiamente, un profeta ineguagliabile in cui la parola di Dio fluiva come acqua trasparente e smascherava i cuori come spada affilata, denunciava con rigore gli oppressori e difendeva teneramente gli oppressi. In lui i poveri hanno riconosciuto la verità del loro silenzio e l'hanno proclamato «la voce di chi non ha voce». È stato anche maestro lucido che ha illuminato la strada del suo popolo, insegnando con chiarezza e imparando dai poveri conumiltà. Essi potevano dire di lui: «Questi sì che insegna con autorità». È stato pastore solidale che ha accompagnato il suo popolo fino alla fine, non tenendosi – come il mercenario – la vita per sé, ma donandola come il buon pastore per le sue pecore. Perciò i poveri lo celebrano come il loro martire. È stato, in tutto, fratello vicino al suo popolo dolente, come ci dice oggi la Lettera agli Ebrei, che guidava andando dietro, partecipando alle lacrime e ai gemiti del suo popolo. Monsignor Romero, come Gesù, «non si è vergognato di chiamare fratelli» i poveri del suo popolo. Essi l'hanno considerato come qualcosa di davvero loro, e per questo lo chiamavano semplicemente «Monsignore».
I salvadoregni hanno visto e toccato tutto questo per tre anni; hanno sperimentato che monsignor Romero, attraverso la sua parola e il suo difenderli, la sua vicinanza e il suo accompagnamento, era buono per loro. L'hanno sperimentato con orgoglio di salvadoregni e con gratitudine di credenti. Per questo non è affatto esagerato affermare che monsignor Romero è stato una buona notizia di Dio per i poveri. Come ha detto padre Ellacuría poco dopo il martirio dell'arcivescovo, «con monsignor Romero, Dio ha visitato El Salvador».
Così credo che vada presentato monsignor Romero, come Gesù venne presentato davanti a quelli che aspettavano la salvezza del loro popolo: come dono e buona notizia dal Cielo per i poveri di questo mondo.
Ma proprio per questo, poiché in questa omelia non si tratta di fare un panegirico di monsignor Romero, che non ne ha bisogno; poiché si tratta, da esseri umani, della speranza dei poveri della terra, dobbiamo domandarci che cosa si è fatto di monsignor Romero o – più esattamente – che cosa abbiamo fatto noi di lui, che traccia ha lasciato questa visita di Dio al Salvador. Vorrei rispondere, per questo, a tre semplici domande.
Dove vive oggi monsignor Romero?
Per rispondere basta fare un percorso attraverso il popolo salvadoregno. Nei ricoveri, nelle comunità di credenti poveri, nelle parrocchie e nei conventi di coloro che stanno loro vicini, non manca mai un quadro di monsignor Romero, un manifesto o – tra i più poveri – una fotografia scolorita presa da una rivista. Nelle loro celebrazioni liturgiche, nelle riunioni in cui decidono che cosa fare o per che cosa pregare, che difficoltà ci sono da superare o impegni da assumere, da dove trarre forze per il perdono e la riconciliazione, non manca mai il ricordo di monsignor Romero. Nelle omelie domenicali della cattedrale non manca mai un applauso commosso quando viene pronunciato il suo nome.
Sono tutti segni esteriori, sono l'espressione di qualcosa di più profondo. Monsignor Romero vive nei cuori dei poveri e dei crocifissi e di quanti hanno legato a costoro la propria sorte; vive là dove si prendono le grandi decisioni per scegliere tra la disperazione e la speranza, tra l'indifferenza complice e il lavoro, tra l'egoismo e il dono generoso finanche della vita stessa. Là vive monsignor Romero. In mezzo a un mondo in lotta tra la vita e la morte, vive tra quanti si pongono dalla parte della vita, perché la amano, ne hanno bisogno e vogliono darla agli altri. Non vive tra quanti sono indifferenti alla vita o alla morte del popolo salvadoregno; costoro lo ignorano o lo lodano soltanto a parole. E non vive tra quanti sono dalla parte della morte: costoro continuano ad attaccarlo. Vive tra i poveri di questo mondo, che continuano ad aspettare la buona notizia della loro liberazione e restano legati a chi l'annuncia loro con credibilità. Monsignor Romero vive dov'è vissuto: nei poveri del suo popolo.
Come vive oggi monsignor Romero?
Vive, come Gesù, risorto. Vale a dire che vive infondendo il suo spirito nel popolo salvadoregno. Spirito di verità in primo luogo, poiché monsignor Romero continua a essere luce per trovare e proclamare la verità del Paese, senza sottometterla alla menzogna, alla manipolazione o alla propaganda interessata. Pertanto del suo spirito vivono quanti dicono la verità sul Salvador, proclamano le sue priorità e spingono per una rapida soluzione del conflitto, basata sulla giustizia e sulla verità. Vivono del suo spirito quanti continuano a dar voce al dolore di tutto un popolo, coloro che danno parola alla verità più profonda, ma soggiogata, dei poveri, coloro che continuano a essere voce di quanti non hanno voce sebbene abbiano la verità.
Spirito, inoltre, di speranza. Sembra quasi impossibile conservare l'integrità rispetto alla verità sul Paese e mantenere la speranza. Come fermare la guerra, la distruzione, la repressione, i rapimenti, le sparizioni, gli assassinii, le torture? Come ottenere la pace, come ricostruire un Paese che è andato indietro di vent'anni quanto a impoverimento, come far tornare alle loro famiglie il milione di esiliati e deportati, come arrivare a essere un popolo salvadoregno? Sembra un compito quasi impossibile mantenere questa speranza, e richiede spirito, molto spirito. Ma nel Salvador esiste la caparbietà della speranza; i poveri continuano a sperare e a lavorare per la propria liberazione. In loro vive lo spirito di monsignor Romero. Hanno raccolto e custodito le sue parole di speranza: «Su queste rovine brillerà la gloria del Signore». E in mezzo a un popolo povero e immiserito, lo spirito di monsignor Romero continua a produrre vita.
Monsignor Romero vive come spirito di libertà e creatività. Come Gesù risorto, non si è trasformato in legge, in lettera morta o in ortodossia paralizzante. Vive nella creatività dei suoi seguaci più che nelle lodi trite. Stanno riproducendo creativamente il suo spirito umanizzatore e dialogante coloro che cercano di umanizzare il conflitto e che si prodigano a proprio rischio per propiziare un vero dialogo nazionale. Nelle comunità dei poveri, soprattutto, lo spirito di monsignor Romero mostra la sua libertà e creatività. Dopo il suo martirio molti cristiani di quelle comunità sono rimasti, come i discepoli dopo l'ascensione, a guardare il cielo, aspettando il miracolo del ritorno di monsignor Romero. Adesso hanno accettato che monsignor Romero vada seguito senza la sua presenza; hanno superato l'iniziale paura e il disorientamento; e le comunità crescono, cercano e trovano nuovi modi di evangelizzazione, nuovi compiti e nuovi impegni. Lo spirito di monsignor Romero si rende presente perché continua a incoraggiare la costruzione del regno di Dio in una nuova storia che ha urgente necessità di pace, di umanizzazione e di giustizia.
Facciamoci, per ultima, la domanda che ritengo più fondamentale.
Perché monsignor Romero è tuttora vivo?
Perché si sono compiute quelle parole pronunciate con tanta umiltà: «Se mi ammazzeranno, risusciterò nel popolo salvadoregno» ?
La migliore spiegazione ci viene ancora dalla risurrezione di Gesù. Quando Pietro presentò ai gentili Gesù risorto, riassunse la sua vita terrena con queste parole: «Passò beneficando». Nel parlare, oggi, della risurrezione di monsignor Romero, dobbiamo ripetere le stesse parole. Per il popolo salvadoregno, monsignor Romero è passato beneficando. Non ha cercato e non ha fatto altro che il bene del suo popolo. In altre parole, monsignor Romero ha avuto un grande amore, un immenso amore per il suo popolo, e per questo resta vivo nei suoi poveri.
Un amore così grande non capita di frequente. Non è raro un certo interesse per i poveri, un mezzo innamoramento; non è raro nemmeno un amore genuino accompagnato anche da interessi personali o partigiani, sia pure legittimi. Invece è davvero raro che qualcuno ami il suo popolo e ami soltanto il suo popolo, dimenticandosi completamente di sé stesso e perfino relativizzando la Chiesa-istituzione che rappresentava, rischiando la vita e le garanzie e le strutture della Chiesa per amore del suo popolo. È questo che il popolo salvadoregno ha sperimentato: un grande amore, qualcuno che davvero l'ha amato e ha dato tutto per lui.
In monsignor Romero i salvadoregni hanno visto qualcuno che ha ascoltato il grido di un popolo oppresso e ha fatto tutto quanto era in suo potere per liberarlo; che ha chiesto cambi strutturali con grida pressanti; che ha esortato i poveri a organizzarsi; che ha giudicato qualsiasi soluzione politica unicamente secondo il criterio del bene dei poveri. Hanno visto qualcuno che ha incontrato un ferito lungo la strada, tutto un popolo crocifisso, e non - ha girato al largo, ma ha fatto tutto quanto poteva per bendarne le ferite, aprendo i primi luoghi d'asilo e organizzando la pastorale sociale e assistenziale. Hanno visto qualcuno che in presenza dell'oppressione reale ha denunciato gli oppressori con i loro nomi e ha fatto anche i nomi delle vittime, restituendo loro la dignità almeno nella morte; che ha potenziato l'Assistenza giuridica dell'arcivescovado per denunciare le violazioni dei diritti umani e difendere i poveri.
Ma il suo grande amore non si è mostrato soltanto nella difesa dei poveri, bensì nell'identificazione con essi fino alla croce. Da arcivescovo ha pronunciato queste parole terribili e coerenti: «Mi rallegro, fratelli, che la nostra Chiesa sia perseguitata, proprio a motivo della sua opzione preferenziale per i poveri e perché desidera incarnarsi nei loro problemi». E perché non restassero dubbi sulla sua solidarietà, ha aggiunto: «Sarebbe triste che in una nazione dove accadono assassinii così orribili non contassimo tra le vittime anche dei sacerdoti. Sono la testimonianza di una Chiesa incarnata nei problemi del popolo». [2] E con la massima serenità ha detto di sé, quando abbondavano le minacce alla sua vita: «Il pastore non può stare al sicuro finché non lo è il suo gregge».
Ma non si è soltanto identificato nel suo popolo: ha anche avuto fiducia in esso. Da arcivescovo, prima di scrivere documenti importanti, domandava convintamente alle comunità che cosa pensassero – loro, i poveri, quelli di cui mai nessuno chiedeva l'opinione – delle cose fondamentali del Paese, della Chiesa e della fede. Da arcivescovo è giunto a dire loro: «Se un giorno ci togliessero la radio, se chiudessero il giornale, se non ci lasciassero parlare, se uccidessero tutti i sacerdoti e anche il vescovo, e vi lasciassero soli, un popolo senza sacerdoti, ciascuno di voi dev'essere un microfono di Dio». Da arcivescovo ha anche imparato dai poveri e si è lasciato evangelizzare da loro.
E non soltanto fiducia, ma gioia e orgoglio del suo popolo. Quante volte ha percorso, come Gesù, villaggi e sentieri per incontrare i poveri, i piccoli, i bambini e gli anziani, per conversare con loro, per celebrare l'eucaristia, per sentirne da vicino il calore umano e l'affetto, per condividerne i problemi e l'umile mensa... Il cuore di monsignor Romero riposava così. Come Gesù, esultava quando i piccoli comprendevano il mistero del regno di Dio. Con grande umiltà e con grande gioia ha potuto dire: «Con questo popolo non costa fatica essere buon pastore. Questo servizio significa per me un dovere che mi riempie di profonda soddisfazione».[3]
Questo è stato l'amore di monsignor Romero per il suo popolo. Ha messo tutto ciò che aveva al servizio della liberazione dei poveri, si è identificato con loro, si è fidato di loro, ha gioito e sofferto con loro e si è riempito di orgoglio grazie a loro. Per quel grande amore resta presente tra loro.
Ma per il medesimo motivo molti hanno avuto la possibilità, grazie a monsignor Romero, di andare oltre lui stesso. Attraverso il suo amore storico ha reso presente l'amore di Dio; attraverso la sua persona ha reso presente Gesù; e per questo la fede dei poveri e di molti altri è cresciuta come un albero frondoso. E per il medesimo motivo molti hanno compreso e hanno fatto progressi nell'amore, nella compassione e nella giustizia, come la maniera di essere cristiani o semplicemente uomini nel mondo odierno; hanno appoggiato la causa dei poveri e hanno rischiato i loro averi e le loro vite per quella causa, e in ciò hanno trovato profondo senso e gioia per le loro vite.
Ecco che cosa volevo dirvi quando affermavo che monsignor Romero è stato e continua a essere buona notizia, Vangelo di Dio per il mondo d'oggi. Ma prima di tornare all'altare voglio aggiungere un'altra parola. Come ogni vangelo, monsignor Romero è anche esigente e interpellante. Dobbiamo prendere posizione davanti a lui, e, attraverso di lui, davanti al Vangelo di Gesù. Non basta accogliere una buona notizia e ringraziare; bisogna metterla a frutto, benché costi fatica. E oggi è necessario metterla a frutto, perché la situazione continua a richiederlo.
Dopo il suo martirio, nel Salvador le cose non sono migliorate, ma sono peggiorate. Cinque milioni di esseri umani soffrono per una guerra civile, un milione sono stati esiliati e trasferiti, più di sessantamila famiglie piangono persone amate, scomparse, torturate, sequestrate, assassinate o cadute in combattimento. La tragedia è immensa e non se ne vede la fine. E insieme al Salvador ci sono tanti altri popoli in cui la vita umana, la creazione dei figli di Dio, è minacciata e guastata.
A suo tempo monsignor Romero ha lanciato quel grido celebre: «Cessi la repressione!». Oggi probabilmente direbbe, con forza ancora maggiore: «In nome di Dio, e in nome di questo popolo sofferente, i cui lamenti salgono al cielo ogni giorno più tumultuosi, vi supplico, vi prego, vi ordino, in nome di Dio: cessi la repressione, cessi la guerra, cessino i bombardamenti, cessi la distruzione, cessi l'intervento... Cominciamo a costruire e a vivere da fratelli!».
Cari fratelli, questi sono gli appelli che oggi ci rivolgono monsignor Romero, il Vangelo di Gesù e il Dio della vita. A quanti di noi sono nel Salvador e in altri popoli crocifissi tocca – e per questo chiediamo grazia – ripetere le sue parole: «Non abbandonerò il mio popolo». A voi, a tutte le Chiese e ai popoli di grandi risorse, tocca ascoltare e mettere a frutto quelle sue altre parole dette poco prima di morire, quando gli avevano chiesto che cosa andasse fatto per El Salvador: «Non si dimentichino che siamo uomini».
A quanti ignorano la tragedia dei poveri, monsignor Romero continua a dire di non dimenticarsi dei milioni di figli di Dio che continuano a soffrire a questo mondo. E incoraggia quanti si sono fatti solidali con loro a proseguire con la necessaria solidarietà, e li ringraziamo di cuore. A tutti, a voi e a noi, monsignor Romero continua a offrire un richiamo e una buona notizia.
Voglia Dio che tutti ci trasformiamo in buona notizia per i poveri di questo mondo. Essi ce la restituiranno congli interessi. Voglia Dio che lo spirito di monsignor Romero si impadronisca di noi in questa eucaristia, nelle nostre vite e nella nostra storia: che possiamo dividerci come il pane in cui sta per farsi presente Gesù e possiamo distribuirlo e condividerlo con tutti, rendendo presente il regno di Dio. Così saremo, insieme a monsignor Romero e a tanti altri uomini e donne, fedeli seguaci di Gesù e cammineremo come un unico popolo verso il Padre di tutti.
NOTE
1 Omelia pronunciata nella chiesa dell'Università di Lovanio, il 2 febbraio 1985, nel quinto anniversario del dottorato honoris causa concesso a monsignor Romero da quell'università. È stata pubblicata per la prima volta in Sal terrae (febbraio 1985), pp. 161-168.
2 Oscar A. Romero, Meditazioni per tutto l'anno, Borla 2006, , p. 112.
3 Cfr. ivi, p. 141.
(da: Romero, martire di Cristo e deglik oppressi, EMI 2015, pp. 269-279)

