Dalla scuola del Crocifisso
alla scuola del malato
Carlo Molari
Ho visto che avete in mano la relazione dell’anno scorso sul tema: “Dall’Eucaristia al servizio e dal servizio all’Eucaristia”.
Ne approfitto per non ripetere le due premesse sviluppate allora. Esse valgono anche per quest’anno. Dopo averle brevemente riassunte aggiungo invece una terza premessa.
La esige il tema proposto per questo incontro: “Dalla scuola del crocifisso alla scuola del malato”.
Il titolo indica chiaramente le due parti della riflessione. La prima è la scuola del crocifisso: cosa ci insegna Gesù dalla croce. La seconda è la scuola del malato: quale insegnamento ci viene da coloro che soffrono.
Prima di proporre alcune linee di riflessione riassumo le premesse dello scorso anno e aggiungo la terza.
1. PREMESSE
La prima premessa è che Gesù ha percorso un cammino di fede e non sapeva fin dall’inizio come sarebbe andata a finire la sua avventura. Quando Giovanni Battista fu messo in prigione dal re Erode Antipa, Gesù prese la decisione di continuare la predicazione del Regno in uno stile e con prospettive diverse da quelle di Giovanni. Anche se era consapevole del rischio che si assumeva non aveva alcuna intenzione di andare a morire, e tanto meno prevedeva di morire in croce. Nel suo cammino ha incontrato continue difficoltà e rifiuti, fino alla decisione dei Sommi Sacerdoti e del Sinedrio di condannarlo e di accusarlo presso i Romani, perché uomo pericoloso per la sua dottrina e per la sua prassi. Gesù ha riflettuto su questa nuova situazione che si era creata, si è confrontato con la Scrittura, ne ha parlato con i suoi discepoli coinvolgendo anche loro nella riflessione e nella preghiera. Ricordate, per esempio, quando Gesù dopo aver pregato interroga i discepoli sulle attese della gente: “chi dice la gente chi io sia”.
Ricordate l’esperienza della trasfigurazione sul Tabor dove certamente Gesù ha rievocato i profeti e la legge (Mosè ed Elia sono le figure simboliche che richiamano questi riferimenti); ha meditato sull’insegnamento della tradizione sapienziale secondo cui il pio in una situazione ingiusta, deve essere capace di portare la violenza che lo assale e con fedeltà continuare il suo cammino. Gesù ha pregato, ha cercato di coinvolgere gli apostoli nella sua decisione, ha trovato resistenze nei suoi discepoli, ma alla fine ha deciso di andare a Gerusalemme per mettere gli scribi, i farisei, il sinedrio e i Sommi Sacerdoti di fronte alle loro responsabilità, cioè se accogliere o meno la proposta che egli faceva. L’anno scorso abbiamo esaminato l’ultima cena e i simboli ad essa collegati, oggi ci fermiamo soprattutto sull’esperienza della croce.
La seconda premessa dell’anno scorso riguardava la corrispondenza della morte di Gesù alla volontà di Dio. Abbiamo detto che la morte di Gesù era contraria al volere di Dio perché essa era frutto dell’ingiustizia, della violenza, dei peccati degli uomini. La morte di Gesù è stata una scelta fatta dagli uomini, contraria al volere di Dio, ingiusta, frutto del peccato concreto degli uomini. Dobbiamo ricordare che non tutto quello che accade nel mondo corrisponde alla volontà divina. Il proverbio popolare che dice: “non muove foglia che Dio non voglia” non è esatto. Ci sono molti eventi che accadono contro il volere di Dio. La morte di Gesù è uno di questi eventi. Ma Gesù con la sua fiducia in Dio e l’amore che ne è scaturito è riuscito a rendere la croce un evento di salvezza non solo per il popolo ebraico ma per l’intera umanità. Gesù non ha compiuto la volontà di Dio perché ha sofferto ed è morto, bensì perché ha continuato ad amare, ad essere testimone del Regno, a rivelare la misericordia di Dio, quando gli uomini lo hanno condotto a morte.
Questo è un atteggiamento fondamentale per capire il valore salvifico della croce.
L’anno scorso l’abbiamo esaminato attraverso i simboli introdotti da Gesù nell’ultima cena. Quest’anno lo approfondiamo in rapporto alla esperienza stessa della croce.
2. L’IMMAGINE DI DIO
La premessa che quest’anno voglio chiarire, prima di entrare nel cuore del tema che avete scelto, riguarda l’immagine di Dio. Essa cambia secondo le diverse stagioni della storia culturale e spirituale dell’umanità, ma anche secondo le diverse fasi della vita personale, poiché ogni stagione della vita ha una sua immagine di Dio, sempre imperfetta, inadeguata, spesso erronea.
In ogni caso vale quello che S. Agostino diceva con molta chiarezza (lo cita anche il Papa nella sua recente enciclica, Deus caritas est): “quello che tu pensi di Dio sta certo che non è Dio”. L’immagine che tu hai di Dio non è Dio, è proiezione della tua esperienza e non corrisponde mai alla realtà di Dio. Dio è sempre identico a se stesso, mentre i tuoi pensieri, i tuoi giudizi nei suoi riguardi cambiano in continuità. L’Antico Testamento presenta un’immagine di Dio che spesso ha i contorni di un uomo irato, incline alla vendetta per il male fatto. Se questa mattina, avete partecipato all’eucaristia, (IV Domenica di Quaresima) avrete notato che la prima lettura, tratta dal secondo libro delle Cronache, un libro storico dell’Antico Testamento, presenta un breve riassunto della storia del popolo ebraico dall’esilio di Babilonia fino alla decisione di Ciro di far ritornare gli Ebrei a Gerusalemme. Una decisione che solo alcuni gruppi di Ebrei accolsero con entusiasmo tanto che occorsero più di 150 anni per tornare, in diverse ondate, e alla fine con Neemia e Esdra riuscirono a ricostruire anche le mura di Gerusalemme. Molti anzi non tornarono. Il modello utilizzato nel racconto e l’immagine di Dio sono proprio di questo tipo: il popolo aveva peccato, i capi del popolo erano caduti nell’idolatria, nell’ingiustizia e nell’iniquità, la punizione di Dio piombò sul popolo, che venne travolto dalle forze nemiche e Gerusalemme fu distrutta, le case bruciate e molti furono condotti schiavi in Babilonia. Una punizione voluta da Dio per le numerose infedeltà di Israele. Ci sono altre pagine nell’Antico Testamento nelle quali, interpretando gli eventi storici viene delineata una simile immagine di Dio.
Questo schema interpretativo è continuato ancora presso il popolo ebraico per tanti secoli. Solo verso la metà del secolo scorso, dopo la Shoà, che fu il tentativo nazista di eliminare completamente il popolo ebraico, molti ebrei si sono liberati da quel modello. Essi hanno detto: no! la tragedia immane della Shoà è troppo grande per essere una punizione di Dio; non c’è una proporzione tra i peccati degli uomini e questo flagello. È iniziata allora una revisione del modello. Sono stati riprese alcune riflessioni avanzate già nel medioevo e nella Cabala, del ritiro di Dio per lasciare spazio alla creazione e alla storia umana (lo tzim tzum). Altri hanno rifiutato completamente il modello.
Gesù aveva già realizzato un cambiamento analogo. Ispirandosi ai profeti, Gesù ha presentato un modello di Dio misericordioso, che offre perdono sempre, gratuitamente e senza chiedere nulla. Secondo il profeta Geremia una delle caratteristiche della nuova Alleanza sarebbe stata appunto il perdono incondizionato di Dio: “Verranno giorni nei quali con la casa d’Israele, con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova. Non come l’alleanza conclusa con i loro padri... Questa sarà l’alleanza... Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò nel loro cuore... Tutti mi conosceranno dal più piccolo al più grande poiché perdonerò le loro iniquità non mi ricorderò più del loro peccato (Ger. 31,31-34). Gesù ha realizzato questo cambiamento.
Tuttavia il modello della punizione di Dio è molto radicato, anche tra i cristiani perché si richiama ai meccanismi istintivi che noi applichiamo continuamente nei rapporti fra di noi e che facilmente attribuiamo a Dio. Finché si resta nell’ambito psichico, si vive la religione in questo modo, l’idea della punizione divina ritorna continuamente. Solo quando si vive a livello spirituale, le cose si capovolgono, si coglie la gratuità, l’amore di Dio, la sua misericordia. Noi infatti non riusciamo a capire di Dio se non quel tanto che viviamo. Ricordate il vangelo di oggi: Gesù dice: chi fa il male non viene alla luce (Gv. 3,20). Giovanni scrive nalla sua prima lettera: Chi ama è generato da Dio e conosce Dio (1 Gv 4,6-7). Egli sviluppa la dimensione spirituale, la dimensione filiale.
Così nella storia della Chiesa si sono sviluppati diversi modelli teologici relativi alla redenzione collegati con l’idea della punizione divina. Sé pensato che il sangue di Gesù fosse come un prezzo pagato al demonio, oppure a Dio come soddisfazione resagli in compenso dei peccati umani. Ora non possiamo fermarci ad analizzare in modo dettagliato le varie spiegazioni della morte di Gesù.
Sia sufficiente ricordare che utilizzando questi modelli il messaggio della croce è completamente falsato, perché la morte di Gesù verrebbe interpretata come una punizione di Dio, una offerta fatta dall’uomo per placare l’ira divina. Per molti secoli i teologi e gli oratori sacri hanno proposto in questa linea riflessioni assurde, blasfeme. Non vi meravigliate: la vita è molto più ricca e profonda delle interpretazioni umane. È importante vivere il vangelo per cogliere la luce che emerge dalla intuizione profonda di Gesù, dalla sua fede e dalla sua esperienza. Da essa viene tutta la forza, la luce che ha pervaso i secoli. Quel che spesso noi abbiamo cercato di confondere, di offuscare, risplende però in tutto il suo chiarore attraverso i santi, attraverso coloro che vivono con fedeltà il vangelo di Gesù.
Lungo la storia della Chiesa l’immagine di Dio, che Gesù ha presentato, del Dio della misericordia, che perdona, che offre sempre di ricominciare da capo il cammino per diventare figli di Dio, è stata offuscata da queste interpretazioni strane che oggi ci sembrano lontane. Ma allora sono state vissute, utilizzate con un certo successo. La grazia di Dio però riesce ad operare anche attraverso dei modelli sbagliati. Il proverbio dice che Dio sa scrivere diritto anche sulle righe storte, e le righe storte sono i nostri modelli strani, ma anche attraverso questi, i santi sono fioriti, la grazia di Dio è riuscita a passare attraverso le maglie di concetti aggrovigliati, a donare quella forza che poi ha fatto crescere i santi lungo tutta la storia della Chiesa.
Oggi modelli di questo tipo, nella nostra cultura, sono assolutamente impraticabili, contradditori e creano rifiuto. Già nei secoli scorsi la Chiesa è passata attraverso l’esperienza della inefficacia dei modelli soteriologici proposti.
Aggiungo ora una nota breve per dirvi che anche nel nostro cammino personale può avvenire un cambiamento di immagine di Dio. Dobbiamo tener presente questo fatto, perché l’immagine che ci possiamo formare di Dio da bambini è un’immagine infantile che corrisponde ai piccoli meccanismi che siamo in grado di vivere a quell’età, corrisponde all’interpretazione che noi diamo della presenza dei genitori e degli adulti nella nostra vita. Ma quell’immagine di Dio è inesatta, come anche le immagini successive, tutte le immagini che si susseguono nella nostra vita. Non è male che abbiamo delle immagini sbagliate, il male è che non ne prendiamo coscienza, perché se ne prendessimo coscienza, allora riusciremmo a vivere una vera esperienza religiosa, un vero rapporto con Dio prendendo la distanza dalle nostre immagini, purificandole continuamente. Se invece non ne prendiamo coscienza, succederà che assolutizziamo il nostro modo di pensare e identifichiamo Dio con la nostra immagine. Possono esserci momenti in cui ci troviamo in un groviglio di situazioni, di esperienze e di interpretazioni da cui non riusciamo a venire fuori, sono infatti contraddittorie, perché la nostra immagine di Dio contiene elementi contraddittori.
3. PASSAGGIO DALL’AMBITO PSICHICO ALLO SPIRITUALE
La consapevolezza della precarietà delle immagini di Dio si acquisisce quando si passa dall’ambito psichico all’ambito spirituale. Nell’ambito psichico noi ci sentiamo il centro, la fonte della nostra azione: siamo noi a fare il bene, a dire la verità, a realizzare la giustizia, siamo noi ad assistere gli ammalati. Dobbiamo tenere presente che quando viviamo l’esperienza religiosa con meccanismi di tipo psichico, centrati su noi stessi, restiamo soggetti al nostro istinto, alla nostra sensibilità.
La conversione fondamentale che Gesù chiedeva ai suoi, è appunto il passaggio dell’ambito psichico a quello spirituale. Quando ciò avviene percepiamo una forza più grande, un’energia che ci attraversa, una presenza che ci alimenta, un amore che ci avvolge, che è prima di noi. Lo possiamo chiamare Dio, assoluto, trascendente o con termini laici: energia della vita, forza creatrice. Chiamatelo come volete, ma quello che è importante è percepire che noi siamo lo spazio dove una realtà più grande si esprime. E quindi non siamo noi a fare il bene, ma è il Bene che in noi diventa dono di vita per i fratelli; non siamo noi a conoscere la verità, ma è il Vero che in noi cerca di diventare idea; non siamo noi cioè che individuiamo le vie della giustizia, ma è il Giusto più grande di noi, che diventa progetto ed è stimolo in noi per camminare verso la realizzazione del regno.
L’atteggiamento della persona spirituale è radicalmente opposto a quello della persona psichica: mentre questa è centrato su se stessa e si proietta all’azione come se ne fosse la fonte, la persona spirituale invece si pone in ascolto delle situazioni che sta vivendo: dell’ammalato, dell’alunno, dell’ospite, assume cioè l’atteggiamento di accoglienza e di interiorizzazione della forza di vita che viene attraverso gli altri.
La forza creatrice in noi si esprime attraverso le nostre piccole strutture, ma anche attraverso coloro con i quali veniamo in rapporto. Di conseguenza l’atteggiamento di chi vive la vita spirituale è un atteggiamento di continuo ascolto, di accoglienza, di interiorizzazione del dono per farlo fiorire nella nostra azione.
Nell’uomo psichico tutto è limitato ed inquinato dai pregiudizi, dalla volontà di gratificazione, dalla ricerca del riconoscimento. Solo quando giunge all’ambito spirituale il fluire della vita diventa gratuità, offerta senza richiesta di ricompensa, offerta pura, forza creatrice perché è la forza della vita che in noi si esprime.
A questo fondamentale capovolgimento, risponde a un’immagine nuova di Dio. Non è più colui che ci premia, che ci castiga, o ci rimprovera, bensì colui che rende possibile il cammino, che alimenta la realtà. Dio non si sostituisce mai alla creatura, ma la costituisce e rende possibili le sue azioni.
4. IL TEMA: DALL’INSEGNAMENTO DEL CROCIFISSO ALL’INSEGNAMENTO DEL MALATO
Il messaggio del Crocifisso
Mi sono fermato su queste premesse, perché altrimenti non si capisce Gesù, né il messaggio, che viene dalla sua croce.
1) L’insegnamento di Gesù sulla croce
Il primo insegnamento che viene da Gesù sulla croce è l’abbandono fiducioso che egli ha esercitato nei confronti del Padre, cioè la sua fede. La croce è una cattedra di fede senza riserve. Gesù ha percorso il cammino che proponeva la parola di Dio,cioè la Bibbia: tutti i testi parlavano di una luce che si sarebbe rivelata, di un successo, di una efficacia della parola che era stata trasmessa, anche quando il cammino si svolgeva attraverso la sofferenza e la morte. Gesù, per esempio, conosceva i carmi del servo sofferente (cfr. Is 42,1-9; 49,1-7; 50,4-9; 52,13-53,12), se non conosceva il libro della Sapienza specialmente il capitolo secondo che parla dell’opposizione tra i giusti e gli empi, conosceva certamente le corrispondenti tradizioni sapienziali del popolo ebraico secondo le quali il giusto, anche in una situazione ingiusta, vissuta con fedeltà, giunge a incidere sulla storia, a creare una fase nuova, anche quando dagli uomini è costretto a passare attraverso la sofferenza e la morte. Gesù l’aveva appreso nell’esperienza della preghiera, nella contemplazione, l’aveva vissuto e insegnato ai discepoli. Essi avevano resistito, si erano opposti alla sua impostazione di vita, ma poi erano arresi e si erano convinti a seguirlo fino a Gerusalemme.
Questa fede totale in Dio Gesù l’ha vissuta, anche quando ormai tutto sembrava finito e sulla croce ha gridato l’esperienza del fallimento, ma continuando a pregare, cioè abbandonandosi con fiducia al Padre. Quel grido, riportato da Matteo e Marco, scompare nei vangeli successivi, perché è scandaloso. Gli apostoli e i discepoli non avrebbero potevano inventarlo perché secondo le attese non poteva essere attribuito a un Messia. La realtà del grido di Gesù in croce li ha costretti a ripeterlo e a trascriverlo: Alle tre Gesù gridò con voce forte: «Eloì, Eloì, lemà sabactani» che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato» (Mc 15,34). È l’inizio del salmo 22 ed è un grido di una esperienza angosciosa. Certo il salmo alla fine giunge a parlare del trionfo, dei popoli che saranno conquistati, ma Gesù in quel momento vie l’esperienza dell’abbandonato, perché tutto stava finendo miseramente. Non succedeva nulla, ormai non restava che morire. Come la promessa di Dio si poteva realizzare in quella situazione? Tutto si risolverà nella risurrezione. Ma la risurrezione è venuta precisamente perché quell’atto di fede ha consentito un’esplosione tale di amore da far fiorire la vita, la novità dell’alleanza. Luca lo esprime con le parole: Nelle tue mani, Padre, rimetto la mia vita che è più dolce del grido terribile: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato, ma è sempre un grido di fede in Dio, a cui Gesù si era pienamente abbandonato senza riserva.
Questa fedeltà è diventata l’espressione suprema della morte. Ma quel grido di amore intenso traduceva la profondità della fede, non era la disperazione, bensì l’amore di Dio, accolto nella fede, diventato forza di vita e offerta dello Spirito.
I discepoli sono riusciti a penetrare solo dopo lungo tempo il messaggio fondamentale del crocifisso. Nella prima fase del loro cammino nella storia i discepoli di Gesù hanno evitato di parlare della croce e la Chiesa delle origini non ha fatto immagini del crocifisso; perché si presentasse dal punto di vista iconografico l’immagine di Gesù crocifisso dovettero passare più di quattrocento anni. Solo nel quinto secolo appaiono le prime immagini del crocifisso in forme di piccoli quadretti di avorio e di altre forme.
Per i primi cristiani era impensabile presentare il Messia crocifisso. Pietro, dopo la guarigione dello storpio (Atti 3) spiega che cosa è successo e dice: Convertitevi, perché siano cancellati i vostri peccati e così possano giungere i tempi della consolazione da parte di Dio ed egli mandi quello che aveva destinato come Messia. Pietro, pur dicendo: l’avete ucciso, ma non sapevate cosa facevate, adesso insiste soprattutto sul convertitevi perché adesso dovete accoglierlo. Pian piano i discepoli si sono accorti che quella fine aveva un significato e che la risurrezione è il sigillo della fedeltà di Gesù. Quella fede così profonda era fiorita in un amore estremo e aveva immesso nella storia una carica nuova di vita, lo Spirito di Dio, una forza nuova, che i discepoli hanno accolto e hanno cercato di trasmettere, la forza che ha consentito la diffusione del messaggio del vangelo a partire dalla morte drammatica del Messia.
2) Il primo messaggio quindi è un messaggio di fede, il secondo è collegato: è il messaggio dell’amore. Non è la sofferenza come tale che salva.
Questo è molto chiaro e deve essere sottolineato fortemente. Non è la sofferenza che salva, perché la sofferenza può diventare spazio di disperazione e finire in tragedia, può diventare rifiuto della vita, ed essere causa di morte volontaria. Non è la sofferenza come tale che salva, è la fede con cui viene attraversata la situazione di sofferenza, la fede che riesce a far fiorire la vita, un dono di vita agli altri. Allora, la sofferenza riempie lo spazio di salvezza.
Questo è l’insegnamento che viene dalla croce di Gesù.
L’insegnamento del malato
Passiamo adesso brevemente all’altro aspetto: qual è l’insegnamento del malato per noi? Qual è la cattedra dell’infermo per noi, che siamo qui, che non siamo ammalati anzi siamo al servizio dei malati? Bisogna distinguere a questo proposito un duplice ambito: primo, l’insegnamento oggettivo, quello che proviene dalla situazione reale del malato, indipendentemente da come venga vissuta; secondo l’insegnamento soggettivo, quello che coinvolge le dinamiche personali, secondo il livello spirituale del malato, che attraverso la sua esperienza può giungere a livelli molto elevati di spiritualità e quindi di capacità di donare.
1) L’ambito oggettivo. C’è un insegnamento che proviene dalla condizione di malattia come tale, un insegnamento per tutti, per coloro che ancora sono sani e per tutti gli altri, specialmente per quelli che sono al servizio e hanno un rapporto con loro. È un insegnamento fondamentale che può essere formulato così: noi siamo in condizioni di precarietà nei confronti della vita.
Stiamo vivendo, ma la fase in cui ci troviamo è una fase provvisoria, destinata a finire come tale. Per dirlo in un modo molto più immediato, è l’insegnamento della condizione di creatura. Essere creatura significa non avere in noi il principio di ciò che siamo, significa dipendere totalmente, in tutta la nostra realtà: fisica, biologica, psichica, spirituale, cioè in tutte le nostre dimensioni.
Siamo continuamente sostenuti, alimentati, costituiti nella nostra condizione, per cui non siamo noi il principio, la fonte di noi stessi. È sufficiente per rendercene conto osservare la condizione a livello fisico. Ci sono quattro, cinque forze fondamentali che ci attraversano, ci costituiscono; se venissero meno, finiremo in un istante; ma questo è un livello così stabile, la forza di gravità, le onde elettromagnetiche ecc., che non lo percepiamo.
A livello fisico siamo continuamente attraversati, compattati, sostenuti da energie che ci sostengono, ma siccome le energie che alimentano il processo sono stabili noi non ce ne preoccupiamo. A livello biologico già cominciano i problemi, perché sperimentiamo di essere in condizioni molto precarie: è sufficiente mangiare male, prendere dei cibi avariati che già incominciano a reagire e ci sembra di non capire più niente o di non poter sopravvivere. Se viene toccato il cervello poi le cose diventano drammatiche.
Siamo continuamente dipendenti dalle offerte di vita che ci vengono fatte ad ogni livello; sappiamo di essere continuamente dipendenti da realtà che non possiamo gestire e dobbiamo accogliere, utilizzare al meglio, ma anche a livello psichico questo avviene. Noi siamo continuamente sostenuti, alimentati dall’amore degli altri. A un certo momento se percepiamo che le persone non ci stimano più, che vengono meno nel loro amore, già cadiamo in crisi profonda. Più andiamo avanti nella vita più possiamo andare alla ricerca di ambienti dove ci viene offerto dono di vita, dove ci viene offerto amore e siamo in grado di adattarci continuamente, ma nei primi passi della vita se non ci viene offerta gratuitamente la vita, non abbiamo niente per sussistere da noi. Il malato ci presenta apertamente, senza remore la condizione della nostra precarietà, e spesso noi non vediamo la realtà, non la vogliamo vedere. Questa è una delle ragioni per cui molti hanno difficoltà a frequentare gli ospedali, a visitare gli ammalati. Ci sono molte persone, più di quante noi possiamo pensare, che hanno un rifiuto profondo, non consapevole spesso, delle situazioni di malattia, perché la malattia è una lezione così profonda che ci scuote in ogni caso.
In alcune situazioni i malati stessi non accettano le loro condizioni perché la loro vita è menomata e proprio questi diventano insegnanti molto più efficaci, a questo livello oggettivo, proprio perché ci richiama questa condizione di precarietà. Non si vogliono vedere in quella condizione. Quante volte i figli non vogliono essere vicini ai genitori ammalati o in fin di vita, perché loro stessi potranno essere colpiti da qualche male e si vedono già ora in quella condizione.
La visita agli ammalati è una delle opere, come sapete, di misericordia.
Oggi, per certi versi, è diventato più difficile visitare i malati in ospedale perché ci vogliono determinate condizioni. Prima nelle case, una visita a domicilio, una visita di amicizia, era più facile. Ma anche oggi ci sono tanti malati nelle case e dobbiamo visitarli e apprendere questo insegnamento importante di precarietà, perché noi tendiamo sempre a dimenticare questa nostra condizione.
2) L’altro aspetto è quello dell’insegnamento soggettivo, che certo varia da persona a persona, da situazione a situazione. Ci sono persone sempre più numerose che giungono ad una raffinatezza spirituale elevata, condotte per mano dallo Spirito nella situazione concreta nella quale vivono, e spesso è una situazione di sofferenza. La loro è una ricchezza interiore che arricchisce chi le accosta.
La sofferenza può avere anche una funzione di richiamo degli ideali autentici, perché pone il soggetto di fronte alla sua grandezza, al suo destino e quindi è un’occasione per sviluppare l’atteggiamento teologale, tipico della persona spirituale. L’esistenza del malato allora diventa una cattedra di vita spirituale, perché stimola il capovolgimento che introduce all’essenziale.
La persona non si pone più al centro, come soggetto che attira l’attenzione e il riconoscimento degli altri, bensì come spazio di rivelazione, dove qualcosa di più grande si esprime e diventa misericordia, attenzione agli altri, tenerezza. Ci sono persone che sono cresciute spiritualmente proprio attraverso l’esperienza della malattia. Non capita sempre, anzi spesso si accentuano le dinamiche egoiste ma quando accade le tappe della crescita personale sono accelerate.
Uno dei compiti che sono affidati a quelli che accompagnano i malati nel loro cammino penso sia proprio quello di aiutarli a entrare nella prospettiva teologale in modo da rendere la loro esperienza un ambito fecondo di vita per la società intera.
CONCLUSIONE
Nel crocifisso e nell’immagine di Dio che in lui si è rivelato, c’è una carica di vita, una potenza straordinaria che però si esprime solo quando si vive l’atteggiamento di abbandono fiducioso in Dio, quando la fede fiorisce nell’amore.
Non si devono attendere i momenti critici per sviluppare l’atteggiamento teologale. Esso deve fiorire nella vita quotidiana, continuamente, nelle situazioni più diverse. Chi ha a che fare con gli ammalati o deve prestare servizio, deve rendersi conto dell’urgenza di passare dall’ambito psichico a quello spirituale in modo da non inquinare le dinamiche di servizio, di dedizione, di attenzione agli altri e di tenerezza. Questa purificazione può venire solo attraverso l’esperienza di fede, con l’esercizio dell’abbandono fiducioso in Dio, nelle situazioni più semplici della nostra esistenza: l’incontro con gli altri, i rapporti con i figli, con la moglie, il marito, con i vicini, possono essere vissuti con atteggiamento di ascolto, di accoglienza, di attenzione alle dinamiche della vita. Questo è il cambiamento oggi più urgente perché si crei un clima nuovo nella nostra società. Lo scenario politico dei nostri giorni è molto imperfetto per certi versi, proprio perché mette in luce meccanismi di potere perverso, inquinato, che fa risaltare gli aspetti più negativi delle persone.
C’è urgenza di una nuova qualità umana, deve sorgere una forma nuova di fraternità, una modalità di relazione, di attenzione agli altri, di tenerezza. Il mondo ne ha bisogno urgente: la svolta economico-sociale che stiamo vivendo da decenni, non ha le qualità spirituali necessarie perché sia vissuta in modo armonico e positivo. Siamo in ritardo nello sviluppo spirituale.
È necessario che si creino spazi, dove, vivendo nella fede, alcune persone sappiamo far fiorire un’umanità nuova. L’ambito della sofferenza e della malattia è molto adatto per i salti qualitativi oggi necessari.
Per chi crede in Dio la cosa è molto chiara: la forza creatrice, quell’amore che muove tutto il processo, l’energia immensa che sostiene la storia della salvezza ha avuto poco tempo per poter far fiorire l’umanità come Dio l’ha pensata, come Gesù attraverso i segni, la croce e la risurrezione ci ha lasciato intravedere. Non c’è stato ancora tempo sufficiente e inoltre oggi dobbiamo riconoscere che siamo in ritardo anche per le nostre numerose resistenze. Abbiamo però la certezza che una umanità nuova è possibile perché esiste già ha la forza creatrice che la contiene e l’energia che la può esprimere. Mancano solo gli ambiti in cui possa fiorire. La nostra speranza che è che molte persone si mettano insieme per far fiorire l’umanità nuova.
Vi faccio l’augurio che il vostro ambito di servizio costituisca uno dei numerosi alvei di fraternità, di servizio, di dedizione in cui finalmente forme inedite di amore fioriscano e un’umanità nuova possa progettare quel cammino umano, che tutti stanno aspettando.
DOMANDE
1. Come rapportare la visione che lei ci ha dato della morte di Gesù, presendandoci la croce come estranea alla volontà di Gesù e al disegno di Dio, con l’insegnamento che ci viene dato sulla Messa come sacrificio del Cristo?
2. A volte ci vengono presentati due modi di guardare e di accostarci al malato: quello di vedere nel malato Gesù, di agire come se tu operassi per Gesù; oppure di dire al malato di offrire la propria sofferenza per i peccatori, in espiazione dei peccati propri e degli altri.
3. Se non ci sono altre domande, chiedo a don Carlo di spiegarci alcuni passi della Scrittura che possono esser interpretati in una maniera sbagliata.
Richiamo questi testi: a) Colui che non aveva conosciuto peccato lo fece peccato in nostro favore (2 Cor 5,21) b) Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede nel suo sangue (Rom 3,25) c) Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce..., per le sue piaghe siete stati guariti (1 Pt 2,24-25); il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di tutti noi (Is 53,6).
In altre parole gli chiedo dispiegarci il concetto della sofferenza vicaria.
RISPOSTE
Ringrazio degli interventi di don Vinicio e degli altri presidenti di associazioni perché hanno puntualizzato cose importanti.
Riguardo alle domande rispondo in maniera globale e prima di tutto sul sacrificio di Gesù.
Partiamo dai termini perché lungo i secoli le parole cambiano significato e noi ci troviamo a dire delle cose contrarie a quelle che dicevano i cristiani di altri secoli pur ripetendo le stesse parole. Vediamo prima il senso del termine sacrificio come ci è stato trasmesso dalla tradizione cristiana.
Sacrificio vuol dire: riservare una cosa o una persona a Dio, renderla sacra.
In latino è espresso con sacrum facere. Per esempio, si consacra una chiesa, cioè si rende sacra, si riserva quello spazio all’assemblea che celebra il suo Signore. Oggi in italiano il termine sacrificio viene usato o nel senso di una offerta di animali uccisi o di frutti della natura (quando ci si riferisce alle pratiche pagane), oppure in modo traslato nel senso di sofferenza affrontata per un ideale o per ottenere una grazia. Non richiamiamo questi significati per interpretare le formule neotestamentarie del termine.
La lettera agli Ebrei presenta il cammino di Gesù come un sacrificio e Gli attribuisce le parole del salmo 40: Tu non hai voluto né sacrificio, né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: “Ecco io vengo per fare a Dio la tua volontà”. Poiché così sta scritto di me sul rotolo del libro: “Ecco io vengo per fare la tua volontà” (Eb 10,5-7). Gesù ha reso sacro il suo corpo, cioè lo ha riservato a Dio e, a un certo momento nella sua vita, ha deciso di lasciare il lavoro, la famiglia per dedicarsi all’annuncio del regno: si è sacrificato, cioè si è riservato a Dio. Questa dedizione di Cristo, questa riserva a Dio per volontà di uomini è sfociata nella condanna a morte, si è esercitata anche nella croce. Ma tutta la vita pubblica di Gesù è stata riservata a Dio. Ha rivelato l’amore di Dio attraverso i suoi gesti. Questo è il sacrificio di Gesù: è il donarsi a Dio per renderlo presente nella storia.
Anche noi, come dice Paolo nella lettera ai Romani, siamo invitati a offrire i nostri corpi come sacrificio al Dio vivente, non per soffrire, ma per rivelare il suo amore, cioè offrire gesti di amore, di servizio, di dedizione, di fraternità.
In Rom 12,1 Paolo scrive: Vi esorto per la misericordia di Dio ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivo santo gradito a Dio. Questo è il vostro culto spirituale. Offrire i corpi a Dio significa riservarli a Lui perché possa in noi esprimere il suo amore, il suo perdono ecc. Oggi usiamo il termine consacrazione per esprimere questa idea: si è consacrato a Dio, ha fatto del proprio corpo un ambito di rivelazione di Dio. Se non volete usare il termine sacrificio, usate il termine consacrazione.
Tutti noi, come battezzati, siamo consacrati, cioè siamo riservati a Dio, e intendiamo offrire la nostra vita, il tempo, i gesti, perché l’amore di Dio diventi efficace. Il principio che regola questo processo è la legge dell’incarnazione: l’azione di Dio non esiste nella creazione e nella storia se non diventa azione di creatura, di persone umane. L’amore di Dio non fa crescere nessun bambino se non diventa amore di madre, di padre, di zio, di nonno, di suora, di vicino. Il bambino non è in grado di accogliere l’amore di Dio se non di riflesso, se non viene tradotto, comunicato in forma umana. Nessuna madre può dire: Dio lo ama, il bambino cresce; no, no, se tu non lo ami, tuo figlio non cresce, perché l’amore di Dio non gli può pervenire se non diventa amore di creatura umana. Da qui l’importanza, la responsabilità che abbiamo gli uni verso gli altri, come consacrati, cioè come ambiti di rivelazione di Dio. Non dobbiamo far nulla di straordinario per rivelare Dio, è sufficiente che siamo umani, che siamo trasparenti, perché la forza creatrice di Dio contiene ricchezze straordinarie, deve solo trovare degli spazi per comunicarsi. Se invece ci chiudiamo in noi stessi, ci ripieghiamo in noi, curiamo solo i nostri interessi, ci preoccupiamo di far prevalere il nostro punto di vista (come oggi fanno molti politici) e crediamo così di fare il bene, tradiamo il compito affidatoci dalla vita. L’azione di Dio deve esprimersi in noi e diventare una forza di vita per coloro che ne hanno bisogno. Sacrificare significa perciò: rendere sacro il nostro corpo, perché il santo, che è Dio, si riveli nella nostra vita. L’elemento essenziale e costitutivo è l’accoglienza, la fede, perché l’azione di Dio si esprima, come gesto di fraternità, di condivisione, di pazienza, di pace e così via.
Anche il termine espiazione ha cambiato significato, come il termine sacrificio.
Quando gli Ebrei celebravano ogni anno (e lo celebrano tutt’ora) lo yom kippur, il giorno della purificazione o della espiazione, non davano qualcosa a Dio per ottenere il perdono, ma accoglievano la potenza purificatrice di Dio espressa attraverso il sangue, che versavano sul kapporet nel Santo dei santi e poi sull’altare. Era un modo simbolico per indicare e realizzare il rapporto con Dio, che offre purificazione dei peccati, gratuitamente.
È Dio che espia, purifica gli uomini dal loro peccato con la forza di vita simboleggiata dal sangue. Anche Gesù ha espresso nei suoi gesti la forza purificatrice di Dio. In questo senso Gesù ha portato il male del mondo, ha annullato le dinamiche distruttici del peccato amando dove c’era odio, esercitando mitezza dove c’era violenza, offrendo perdono dove c’era peccato.
Portare il male del mondo è immettervi dinamiche opposte a quella del male.
Gesù non ha dato qualcosa a Dio per conto degli uomini, secondo il modello della soddisfazione, che è stato proposto in modo organico nel medioevo in particolare da S Anselmo di Aosta e che poi ha percorso i secoli. Si è interpretata l’azione di Gesù come se fosse un’offerta fatta a Dio per compensarlo delle offese recateGli dagli uomini. Dio veniva presentato come se fosse in attesa di un compenso per potere perdonare e offrire salvezza.
Questo modo di presentare Dio è insensato, blasfemo. Però è una teoria che ha percorso dei secoli ed è stata anche matrice di santità Questi modelli legati alle nozioni giuridiche di soddisfazione o di compenso, devono essere abbandonati. Il termine espiazione, se è inteso in senso biblico, potrebbe essere utilizzato, ma siccome è ambiguo è meglio usare purificazione. Dio purifica i peccati, li dimentica (cfr Ger. 31,34) e Gesù è stato uno strumento straordinario di purificazione, perché ha messo amore dove c’era odio, ha donato spirito di vita dove c’era morte, ha capovolto le dinamiche del male. Non ha eliminato il peccato dal mondo, dato che il peccato esiste ancora nel mondo, anzi aumenta con il passare del tempo.
Più aumenta il bene, più il male ha spazio per espandersi. Più c’è desiderio e realizzazioni di giustizia, più l’ingiustizia ha possibilità di diffondersi. Il nostro compito è questo: esprimere forza di vita dove ci sono dinamiche di morte. Se vedendo la televisione, per esempio, sentite la notizia che uno ha ucciso una persona, che dei bambini sono stati strumentalizzati per passioni perverse, se sapete che ci sono stati stupri, omicidi, dovete dire: dobbiamo aumentare la nostra capacità di amore, per annullare le spinte distruttive che si stanno diffondendo nel mondo. Se, invece esprimete sentimenti di avversione, di disprezzo o di odio, amplificate il male, invece di eliminarlo.
Se sapete che un politico è egoista e cerca solo i propri interessi, dovete amarlo di più (non dovete votarlo, è chiaro), perché se lo odiate e nutrite sentimenti di avversione, moltiplicate il male, approfittate del suo male per farlo anche voi. Portare il male del mondo, perciò, significa esercitare amore dove c’è male, cioè esprimere potenza di bene. Questo significa essere strumento di espiazione. E questo Gesù ha fatto, ha espresso amore dove c’era odio, esprimeva l’amore di Dio, perché si fidava tanto di Dio da produrre l’amore di Dio, da esprimerlo con i propri gesti. In questo senso Dio l’ha reso peccato (2 Cor. 5,21). Vuol dire che in lui ha espresso la potenza della sua misericordia in forma estrema. Gesù non aveva peccato, ma è stato il luogo dove la misericordia di Dio ha avuto l’espansione più ampia, perché di fronte al peccato Dio esercita misericordia. Questo Gesù ci ha rivelato. Gesù ha vissuto nella sua carne ed ha realizzato questa missione nel mondo: rivelare la misericordia di Dio, tradurre nella sua vita la forza della riconciliazione. Paolo dice che anche noi dobbiamo essere ministri di misericordia, perché Dio ci ha affidato la parola della misericordia quando scrive: “Tutto questo però viene da Dio che ci ha riconciliati a sé mediante Cristo ed ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo; non imputando agli uomini le loro colpe (questa è la gratuità) e affidando a noi la parola di riconciliazione” (2 Cor 5,18-19). Noi dobbiamo esprimere questa potenza misericordiosa di Dio. Credo sia chiaro questo discorso sul sacrificio di Gesù.
Il passaggio dall’ambito psichico all’ambito spirituale è fondamentale. I termini sono paolini. Paolo scrive: L’uomo psichico non comprende le cose dello Spirito di Dio, esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. L’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno (1 Cor 2,14-15). Questo passaggio avviene con una conversione profonda, quando cioè non siamo più centrati su noi stessi, ma il nostro centro è un altro, l’azione di Dio nella nostra vita, la forza dello Spirito in noi, la vita, l’energia creatrice che è più grande di noi. Allora incominciamo ad accogliere la sua azione, a far fruttificare i suoi doni. Questo passaggio alla vita spirituale è fondamentale: condotti dallo Spirito, o guidati dallo Spirito. L’uomo psichico è colui che si lascia guidare dal proprio istinto, dal proprio passato fissato nelle connessioni cerebrali. Quando reagiamo istintivamente, è il passato che prevale in noi.
Riguardo a quella spiritualità che ci fa vedere nell’ammalato Gesù, debbo dire che è una formula desunta dal vangelo, ma credo debba essere ben intesa. In Matteo 25,40 Gesù dice: quello che avete fatto ad uno dei più piccoli dei fratelli, l’avete fatto a me. In che senso “l’avete fatto a me”? Nel senso che continuiamo nel tempo la missione che egli ha svolto.
Trasmettiamo quella forza di vita, che Egli ha espresso, quell’energia dello Spirito che Egli ha promesso e consegnato. Egli è coinvolto nella dinamica di fraternità e di servizio. Noi possiamo rendere presente il suo amore e tradurre l’efficacia dell’azione redentrice di Dio attraverso i nostri gesti e quindi diventare strumenti della salvezza che viene da Lui. In questo senso noi siamo condotti a vedere l’azione che Gesù avrebbe esercitato nell’altro.
L’altro può essere senza qualità, senza amore, senza virtù; ma per questo deve essere amato di più, proprio perché è nel bisogno, nella necessità, ha dei difetti, non sa accettare la situazione. Non è la qualità del malato che deve essere amata, ma la sua condizione in quanto Dio si pone al servizio di quella persona per mezzo nostro, perché così gli sta accanto per condurlo verso la vita; verso la vita fisica, se è una malattia che può essere superata, verso la vita definitiva se è una malattia per la morte. Dio è sempre dalla nostra parte, dalla parte di chi è sofferente. Ma non dite mai: se Cristo mi ama, perché mi lascia soffrire così! Non è Dio che vuole la malattia. Dio è dalla parte del malato perché possa venirne fuori. L’azione di Dio nella storia degli uomini non è onnipotente. Dobbiamo ricordare che il male accompagna necessariamente la creazione, che non è compiuta, perché la creatura non può cogliere il dono di Dio pienamente, in un solo istante, ma solo nella successione, frammento dopo frammento. L’incompiutezza e l’inadeguatezza accompagnano perciò tutto il nostro cammino. Noi siamo sempre inseguiti dal male. Dio non ci manda questa o quella sofferenza, né ci libera di per sé dal male, ma ci dà la forza di superarlo o di attraversarlo. Dio non è onnipotente nei limiti della creatura. Dio è onnipotente in sé, cioè nelle dinamiche trinitarie, Dio è onnipotente nel compimento, quando sarà tutto in tutti (1 Cor 15,28). Nella nostra condizione non può essere onnipotente, né la sua azione può esprimersi in noi compiutamente, perché può diventare nostra azione solo in modo limitato, progressivo e imperfetto. Non dobbiamo dire: Dio mi lascia soffrire, ma dire: Dio soffre con me. Egli è dalla parte nostra per venirne fuori, per attraversarla. In questo senso, Gesù diventa l’emblema della nostra sofferenza e della solidarietà con chi soffre.
Dobbiamo rappresentare la tenerezza di Dio che si pone accanto al malato per accompagnarlo nel suo cammino per farlo crescere come figlio anche attraverso le situazioni difficili. Di per sé la sofferenza è contraria al volere di Dio, ma può essere vissuta in modo positivo, così da compiere sempre il volere di Dio: amare, tradurre in gesti umani la sua misericordia, accogliere il Regno. La nostra vicinanza al malato deve essere orientata a sostenerne la fede o anche per trasmettergli forza di vita e realizzare un miracolo, ma non per dirgli che la sofferenza è voluta da Dio o che può essere offerta a Lui in sconto dei peccati. Noi possiamo aiutare il malato ad attraversare in modo salvifico e positivo la situazione difficile nella quale si trova, mostrandogli concretamente l’amore di Dio e la sua tenerezza.
(Relazione tenuta nel Seminario Arcivescovile di Fermo, il 26 marzo 2006, nell'ambito dell'incontro diocesano per la pastorale della salute)

