Il dramma di un amore appassionato
XXVI domenica del tempo ordinario - A
fratel Luigi - Bose
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un'altra parabola: c'era un uomo che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: «Avranno rispetto per mio figlio!». Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: «Costui è l'erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!». Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d'angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».
Matteo 21,33-43 (Is 5,1-7; Fil 4,6-9)
Al centro delle letture di questa XXVII domenica c’è di nuovo una parabola come nelle due domeniche precedenti. Il brano, come quello di domenica scorsa, si colloca in un momento cruciale della narrazione di Matteo: Gesù è entrato a Gerusalemme, ha compiuto l’atto profetico della purificazione del tempio (cf. 21,12-16), accompagnato e commentato dall’episodio del fico seccato (cf. Mt 21,18-22), e questo innesca subito un aspro confronto con le autorità del popolo, che si snoda attraverso varie scene e culmina, nel cap. 23, in una violenta requisitoria di Gesù contro scribi e farisei (i famosi “guai”). Nel nostro brano Gesù si trova nel tempio di Gerusalemme – il luogo più sacro di Israele – e sta ancora parlando ai “sommi sacerdoti e anziani del popolo” che lo hanno interrogato sulla sua “autorità” (cf. Mt 21,23), dalla quale si sentono minacciati, da uomini di potere quali sono. Al lettore abituato a leggere e ad ascoltare i vangeli non può sfuggire che gli interlocutori di Gesù sono qui proprio coloro che, durante il racconto della sua passione, saranno i responsabili della sua condanna e della sua morte (cf. Mt 27,1). Il dialogo è dunque teso e drammatico, e la nostra parabola, diversamente da altre rivolte alle folle o ai discepoli, non è tanto un insegnamento generale sul regno dei cieli e sulla sua logica (come ad esempio quella di Mt 20,1-16, letta un paio di domenica fa), ma diventa una rilettura sintetica e concreta della vicenda di Gesù (come anche dell’intera storia di salvezza di cui essa è il culmine), in un momento decisivo di svolta in cui egli ha la coscienza di trovarsi, nell’imminenza della sua passione. Senza dirlo esplicitamente, Gesù sta dunque parlando di sé e di ciò che sta per succedergli. Il contesto drammatico non deve impedirci però di cogliere anzitutto il cuore “evangelico” della parabola di Gesù, che riprende linguaggio e immagini dal profeta Isaia. All’inizio di tutto il racconto c’è il dono, significato nell’immagine della vigna. Sia in Isaia che in Matteo c’è qualcuno (il “diletto”, il padrone) che predispone una situazione ideale con ogni cura e amore possibili: prepara il terreno ripulendolo dai sassi, pianta una vigna, la circonda con una siepe (o palizzata), vi scava un tino (o frantoio), vi costruisce una torre (evidentemente per vigilare su di essa contro le possibili intrusioni esterne), e poi alla fine la affida – anzi la “dà in affitto”, a sottolineare che lui ne resta il proprietario – a dei contadini, che sono quindi degli affittuari ovvero dei mezzadri. Isaia fa addirittura pronunciare al Signore la domanda enfaticamente retorica: “Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?” (Is 5,4). Evidentemente nulla di più era possibile fare; e tutto questo ci racconta il dono di Dio, la passione di Dio, il volto di un Dio appassionato e amoroso che non si risparmia e fa di tutto per mettere il suo popolo (la vigna) nelle condizioni ideali per dare frutti di giustizia. In questo senso il racconto – sia quello di Isaia che quello di Matteo che gli fa eco – riporta la nostra mente agli inizi del racconto biblico, quando Adam, l’essere umano creato dalla terra, fu posto da Dio nel giardino di Eden “perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen 2,15). Tutto quindi è già pronto: tutto è dono, tutto è grazia. Eppure Dio attende che anche noi facciamo la nostra parte, custodendo e facendo fruttificare ciò che egli ci ha donato. Dio agisce e dona per primo, ma poi si mette in attesa di una nostra risposta. Quindi se è vero che egli ha già predisposto tutto, è anche vero che c’è ancora spazio per dare (o non dare) seguito e compimento a quanto di bello egli ha iniziato. Il Dio biblico chiede l’alleanza e la collaborazione dell’umanità, non vuol agire da solo senza ottenere il suo assenso; e questo a costo di attendere a lungo e di vedere trasformato, dilazionato o anche infranto il suo sogno originario, e perfino di vedere miseramente rifiutato il suo dono. Nel vangelo, del resto, l’attesa del Signore si accompagna a un prendere le distanze dalla propria creatura, dal proprio dono, a un lasciare spazio, significato in quella partenza del padrone (apedémesen, “se ne andò lontano”, lett. “andò all’estero”). Una partenza che non dice certo indifferenza o disinteresse da parte sua per la sorte della sua vigna amata, ma dice desiderio di lasciar libero chi ha ricevuto il dono. Il nostro Dio non è un controllore ossessivo che riempie ogni spazio e ci sta dietro con il fiato sul collo, ma è un padre che ci vuole figli liberi e responsabili, e quindi si fa da parte. Quando poi il padrone ritorna – prosegue la parabola – egli non manca di richiamare i contadini alle loro responsabilità. “Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto”. Il testo greco dice letteralmente “Quando si avvicinò il tempo” (hote dè énghisen ho kairós), che fa eco alla predicazione di Gesù sul compimento del tempo e sull’approssimarsi del regno (cf. Mc 1,15). Nella prospettiva biblica, il tempo della storia è sempre kairós, occasione propizia per discernere la presenza di Dio e obbedire alla sua chiamata. A differenza di Marco, in Matteo troviamo due soli invii, che riguardano due gruppi di servi, di cui alcuni sono bastonati, altri uccisi e altri lapidati. In ogni caso è evidente l’allusione ai profeti spesso presentati nella Scrittura come servi di Dio e da lui inviati per parlare a suo nome, ma quasi sempre respinti e rifiutati dal popolo, come leggiamo in Geremia: “Da quando i vostri padri sono usciti dall’Egitto fino ad oggi, io vi ho inviato con assidua premura tutti i miei servi, i profeti; ma non mi hanno ascoltato né prestato orecchio, anzi hanno reso dura la loro cervice, divenendo peggiori dei loro padri” (Ger 7,25-26; cf. anche 2Cr 36,15-16). Netto è il contrasto nella nostra parabola tra la paziente ostinazione di Dio, che continua a credere e sperare in un bene possibile, e il rifiuto di chi con ogni violenza possibile respinge questi ripetuti invii, che in realtà sono altrettanti “inviti”, e richiamano l’agire del padrone sia nella parabola degli operai nella vigna (cf. Mt 20,1-16) sia in quella del banchetto di nozze che segue (cf. 22,1-14), sia ancora il comportamento del seminatore che sparge il seme ripetutamente in ogni tipo di terreno (cf. 13,1-9). Nella nostra parabola il padrone apparentemente insiste per ottenere la parte di frutti che gli spetta (lett. “i suoi frutti”, v. 34), ma in realtà la tenacia con cui persegue questo scopo al di là di ogni plausibile vantaggio e in pura perdita, mostra che egli non è mosso da un interesse personale (il crederlo ci riporterebbe all’immagine di un Dio pagano che esige doni e sacrifici). I frutti che pretende da quella vigna amata sono in realtà a vantaggio della vigna stessa, come si vede bene nel testo di Isaia (cf. Is 5,7b: “Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi”): il padrone della vigna sa in realtà che se i contadini non gli daranno parte dei frutti, non li avranno neppure per sé. Fuor di metafora: Dio – il Dio di Gesù Cristo rivelatoci nella Scrittura – non ha bisogno dei nostri doni, non li vuole per sé, eppure ce li chiede perché sa che solo nella libera restituzione del dono che egli ci ha fatto, ovvero nel rendimento di grazie – sia in parole che in opere – l’essere umano trova la pienezza della propria umanità e della propria vita. Come esseri umani infatti siamo stati creati da Dio per essere in relazione con lui e riconoscerlo come la fonte di ogni dono. Ma ecco che, dopo aver esaurito ogni tentativo di convincere i contadini attraverso i suoi servi, il padrone invia il proprio stesso figlio. “Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto di mio figlio!”. Matteo inspiegabilmente elimina l’aggettivo agapetós (“amato” o “prediletto”) che ricorre in Marco e che dice l’unicità di quel legame filiale; ma il fatto che parli di “proprio figlio” e di “mio figlio” in senso assoluto rimanda comunque a un figlio unico. Che senso ha questo ulteriore invio? Sembrerebbe un atteggiamento ingenuo, inverosimile, quasi assurdo. Dopo tanta violenza usata nei confronti dei servi, cosa può lasciar pensare al padrone che nei confronti di suo figlio quei contadini si comportino diversamente? (non meno inverosimile del resto è il pensiero attribuito ai contadini che uccidere quel figlio potrebbe significare automaticamente ottenere la sua eredità). Ma ciò che è inverosimile sul piano della realtà allude – al di là del racconto stesso – a un modo diverso di agire, di guardare alla realtà, che è proprio di Dio, come accade di frequente del resto nelle parabole (pensiamo ad esempio al pastore che lascia le novantanove pecore sui monti per andare in cerca dell’unica che si è perduta in Mt 18,12-14). Tutto questo ci narra il volto di un Dio che nel suo amore appassionato arriva fino alla follia, come dicevano i Padri. La follia di quel Dio “che tanto ha amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito” (Gv 3,16). Un Dio che in quel Figlio ha dato tutto sé stesso, ha per così dire “scommesso tutto”, continuando a sperare fino alla fine in una risposta positiva da parte dell’uomo, nonostante tutto. Nelle parole messe in bocca al padrone c’è tutta la coscienza da parte di Gesù di essere il “figlio amato” del Padre (cf. 3,17; 17,5), da lui inviato per portare amore e salvezza all’umanità; e in questa coscienza filiale egli mostra di conoscere le intenzioni intime di Dio stesso, il suo intimo desiderio. Dio Padre non vuole la morte del Figlio, anzi essa è certamente frutto della violenza e del peccato degli uomini (cf. 16,21; 17,23; 20,18-19); ma Dio, per così dire, ha ‘accettato il rischio’ di quella morte per poter dimostrare il dono del suo amore “fino alla fine” (Gv 13,1). Di nuovo, il dono dell’amore di Dio in questo mondo non si impone mai, e il suo rifiuto violento dimostra anzi la purezza e la gratuità del dono stesso: l’amore appassionato di Dio giunge fino alla passione del Figlio sulla croce. Del resto il fatto che nella parabola il figlio del padrone sia gettato “fuori della vigna” e ucciso (v. 39) è un’evidente allusione alla morte di Gesù, avvenuta “fuori dalla porta della città” (cf. Eb 13,12; Gv 19,20). Nel Cristo crocifisso si concentra tutta la violenza del peccato umano, “la somma del dolore che va spargendo sulla terra l’uomo” (G. Ungaretti), ma nello stesso tempo vi trova spazio la rivelazione suprema dell’amore disarmato di Dio. Senonché la parabola si conclude con una domanda rivolta agli interlocutori: “Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?”. La risposta in Matteo non è pronunciata dallo stesso Gesù – come in Marco e in Luca – ma è affidata agli interlocutori stessi, sommi sacerdoti e anziani d’Israele, che così, ironicamente, pronunciano la propria condanna: “Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo” (v. 41). La condanna è durissima e Gesù nel testo di Matteo, pur non pronunciandola lui stesso, sembra farla propria (cf. anche v. 44 omesso nel brano liturgico). Come comprendere queste parole? Dove va a finire l’amore disarmato di Dio? Si dirà che, come in molti altri passi della Scrittura che parlano di punizioni divine, occorre intendere è l’uomo stesso che, scegliendo le vie del male e della violenza, finisce per rimanere vittima del proprio stesso male della propria stessa violenza (cf. Mt 26,52). E qui l’evangelista sembra alludere chiaramente alla distruzione di Gerusalemme ad opera dei romani nel 70 d.C. interpretata come una conseguenza del rifiuto del Messia. Ma per non offrire la sponda a idee distorte alimentando l’antisemitismo (come purtroppo storicamente è avvenuto e spesso continua ad avvenire) tutto questo deve essere ben compreso anche nel contesto particolare del vangelo di Matteo. Il racconto matteano, infatti – il più giudaico dei quattro evangeli – appare fondamentalmente imperniato sul confronto-scontro di Gesù con Israele. Proprio perché l’autore è profondamente convinto che Gesù, Messia d’Israele, “Figlio di David, figlio di Abramo” (1,1), è stato inviato anzitutto a radunare il gregge d’Israele (cf. Mt 9,36; 10,6; 15,24) per condurlo al suo compimento messianico (cf. Mt 5,17-19) attraverso l’annuncio del Regno, proprio per questo, con il suo scritto egli intende dimostrare come, nonostante il rifiuto di Israele, il progetto messianico di Gesù non sia fallito. Infatti l’instaurazione del Regno da lui annunciato si è compiuta lo stesso, in modo paradossale, ultimamente negli eventi della sua passione, morte e resurrezione, grazie all’intervento di Dio, come suggerisce proprio la citazione del Salmo 118: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi” (v. 42). E sappiamo che questo salmo messianico (cui si allude anche in Mt 21,9 e 23,9) nelle prime comunità cristiane era interpretato in riferimento alla morte e alla risurrezione di Gesù, lette rispettivamente come un rifiuto da parte dei capi d’Israele e come una riabilitazione da parte di Dio (cf. At 4,11; 1Pt 2,7; Ef 2,20), ma anche come un riferimento al nuovo tempio, cioè alla chiesa, di cui Gesù è la pietra angolare. Come cristiano di origine ebraica, Matteo mostra di aver meditato a fondo sulla tragedia della distruzione del tempio, che ha cancellato uno dei pilastri dell’identità d’Israele. Nel tentativo di spiegare l’evento, egli sembra aver finito per interpretarlo, qui e altrove, come una punizione divina in seguito al rifiuto del Messia da parte d’Israele (cf. anche Mt 22,7; 23,38) – interpretazione estrema, ma in fondo coerente con la visione della storia tipica della fede d’Israele e del resto non molto lontana da quella attestata in altre fonti giudaiche contemporanee, che vedono nella fine del tempio il frutto dell’infedeltà del popolo. Ma Matteo mostra anche di credere che, con la fine del tempio, Dio ha scelto una nuova forma di presenza tra gli uomini: in Gesù risorto egli è “il Dio con noi” (cf. Mt 1,23; 28,20) presente in mezzo alla sua comunità, edificata come nuovo tempio (cf. 16,18) e nuova “casa di preghiera” (cf. 18,19-20; 21,13). L’evangelista tuttavia non cede a visioni trionfalistiche: non identifica la chiesa né con il “nuovo” né con il “vero Israele” (nonostante il v. 43, dove il termine éthnos, “popolo” o “nazione”, non va troppo sbrigativamente identificato con la chiesa...) né con il Regno di Dio. Matteo è ben cosciente delle miserie della comunità ecclesiale, e sa che essa riunisce in sé cattivi e buoni, giusti e peccatori, senza possibilità di un discernimento previo fino al compimento del tempo (cf. Mt 13,30.47-49). Chiamata com’è a proclamare la vicinanza del Regno e a invocarne incessantemente la venuta nella preghiera (cf. Mt 6,10), la chiesa vive sì le primizie del Regno, ma resta sempre in cammino verso di esso, sapendo che la condizione per entrarvi è il compimento della volontà divina, che consiste non in un “dire” ma in un concreto “fare (cf. 7,21). Di qui l’impronta fortemente etica che caratterizza tutto l’insegnamento di Gesù in Matteo, dove l’insistenza continua – come mostra il nostro brano – è sui “frutti” richiesti ai credenti (cf. anche Mt 3,8.10; 7,16-20; 12,33; 13,8.22-23). Di fronte al dramma che ha colpito Israele, quindi, l’evangelista esorta i credenti della sua comunità a non credersi al riparo, perché la salvezza non è un tranquillo possesso per nessuno; anzi l’infedeltà può sempre far decadere dalla grazia anche i discepoli di Gesù, come dimostra l’ultima parte della parabola del banchetto di nozze, dove il servo privo dell’abito nuziale viene scacciato nelle tenebre (cf. Mt 22,12-13). In definitiva, la nostra parabola mette in crisi un concetto di elezione intesa come un possesso acquisito e un privilegio riservato a una cerchia di “eletti” (sia essa identificata con Israele o con la chiesa) da cui sarebbero esclusi tutti gli “altri”. Se pur si vuole parlare di elezione, nel senso in cui ne parla la Scrittura, bisogna intenderla piuttosto come un impegno e una responsabilità al servizio del regno di Dio, come una disponibilità a portare frutti di fede e di conversione. Chiunque porta i frutti del Regno può – nel modo che Dio solo conosce – appartenere al “popolo eletto”.

