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    Memoria e consolazione

    VI domenica di Pasqua A

    fratel Alberto


    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 15«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; 16e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, 17lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. 18Non vi lascerò orfani: verrò da voi. 19Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. 21Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui».
    Giovanni 14,15-21 (At 8,5-8.14-17; 1Pt 3,15-18)

    Nel genere letterario dei discorsi di addio, si verificano alcune costanti. Accanto alla benedizione dei figli, alla trasmissione di una eredità, alla consegna di alcune volontà (specialmente la concordia fraterna, l’amore vicendevole), una costante è pure la designazione di un erede, l’elezione di un successore.
    Nel Quarto Vangelo, a differenza del Vangelo secondo Matteo, il successore di Gesù non è Pietro. Per Giovanni, vi è una tensione implicita fra istituzione e carisma, tra Pietro e il discepolo amato. Sintomatica è la corsa dei due apostoli al sepolcro vuoto, dove il discepolo amato arriva prima di Pietro, anche se poi lo lascia passare. C’è voluto un supplemento canonico, una seconda conclusione del Vangelo (Gv 21), per giustificare il primato di Pietro.
    Nei discorsi di addio di Giovanni, il vero successore di Gesù è un alter Jesus, possiamo dire un “altro Gesù”. “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti, e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce” (Gv 14,15-16).
    Parlare di un “altro Paraclito”, significa che anche il Gesù storico, nella sua durata terrena, è stato un avvocato, ed ora continua ad esserlo, spiritualmente. Infatti la prima lettera di Giovanni lo afferma: “Figlioli, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto” (1Gv 2,1).
    Il termine greco paràkletos deriva infatti dal verbo parakalèo, “chiamare vicino”, “presso di sé”, e quindi ha un preciso equivalente latino in ad-vocatus, “avvocato” difensore. Questo termine non ha equivalente in ebraico, che lo ricalca dal greco. “Dice un rabbino: Chi compie un precetto si procura un difensore; chi compie una trasgressione si procura un accusatore”.
    In Giovanni, il termine si riferisce allo Spirito santo o “Spirito di verità”, ossia è un Avvocato che istruisce un processo in cui si accerta la verità. Ci sono quattro passaggi che definiscono il Paraclito nei discorsi di addio secondo Giovanni, ed essi non fanno che illustrare quattro diversi aspetti o prerogative dello Spirito di verità, che qui elenco di seguito.
    La prima prerogativa è il ricordo storico di Gesù, la memoria Jesu: “Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paraclito, lo Spirito santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,25-26).
    La seconda prerogativa è la testimonianza o martyrìa. “Quando verrà il Paraclito, che io manderò da presso il Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi mi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio” (Gv 15,26-27).
    La terza prerogativa è il giudizio del mondo, la sua krisis. “Io vi dico la verità: vi conviene che io me ne vada. Se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. E quando sarà venuto, convincerà il mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio” (Gv 16,7-8; questi tre ultimi termini non fanno che esplicitare il giudizio che si opera sul peccato del mondo).
    Quarta ed ultima prerogativa è la profezia, come capacità di far progredire la storia. “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito di verità, vi guiderà in tutta la verità, perché non parlerà da sé stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future” (Gv 16,12-13).
    Insomma, l’operazione dello Spirito santo sembra essere una memoria riconciliata con il proprio passato, capace di superare le prove della vita, le crisi, le incomprensioni, le ostilità, fino a progettare un futuro e a testimoniare la verità. Infatti, la verità personale di ciascuno di noi è il vivere e il morire di Gesù, come insegnerà davanti a Pilato (“Che cos’è la verità?”: Gv 18,38).
    Il Paraclito mantiene dunque viva la memoria di Gesù nella storia del mondo. Nel Vangelo di questa domenica si verifica infatti un significativo spostamento di accento. Esso afferma che il mondo non può ricevere lo Spirito di verità “perché non lo vede e non lo conosce”, quindi è una presenza invisibile, nascosta. Ma poi aggiunge: “Voi lo conoscete, perché egli rimane presso di voi e sarà in voi” (Gv 14,17).
    Si può quindi registrare una sottile differenza tra il “rimanere presso” e l’“essere in”, tra un prima e un dopo della presenza di Gesù: quella terrena, visibile, accanto ai discepoli storici da lui chiamati, e quella spirituale, che si dà nel cuore di ogni fedele, come un “Maestro interiore” secondo la definizione di Sant’Agostino, ossia proprio una paraklèsis, una consolazione.
    Viene qui a proposito la seconda lettura, che ci invita a rendere conto della speranza che è in noi, “Tuttavia, questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo” (1Pt 3,16).
    Dolcezza e rispetto (o, più letteralmente, “mitezza e timore”: sì, proprio timore di nuocere ad altri, di fare il male) sono anch’esse dei frutti dello Spirito santo, dei sintomi che attestano la presenza in noi del Consolatore. “Il frutto dello Spirito è infatti amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé” (Gal 5,22).



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