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    Abitare le relazioni

    e accogliere le diversità

    per diventare vivi

    Mt 3, 1-12

     

    Noi siamo disposti ad accettare la novità della vita, i cambiamenti che la storia sollecita (a livello personale, ma anche a livello sociale), quando questi cambiamenti corrispondono alla nostra sensibilità, alle nostre previsioni, ai nostri interessi; ma quando i cambiamenti sconvolgono il nostro modo di vivere, di pensare ed esigono cambiamenti profondi, cioè conversioni, allora abbiamo resistenze. Ciò avviene quando ci aggrappiamo al nostro presente come criterio assoluto di vita: al presente che è un riassunto del passato, una concretizzazione delle nostre esperienze, delle speranze che abbiamo alimentato. Quando utilizziamo questo criterio, non siamo in grado di riconoscere il nuovo e di accoglierlo; non lo prevediamo e quindi non siamo capaci di interiorizzarlo.
    È questo il rimprovero che Giovanni rivolge ai farisei e ai sadducei che andavano a lui per il battesimo. Il battesimo era un rito di conversione, ma i farisei e i sadducei, a giudizio di Giovanni, non erano in grado di vivere questo processo, perché dicevano: «Abbiamo Abramo come padre»; cioè si richiamavano alla loro tradizione, come se fosse sufficiente ad accogliere la novità che stava irrompendo, le forme nuove di vita che maturavano e di cui Giovanni era annunciatore.
    Giovanni era un ebreo, probabilmente molto vicino al gruppo degli Esseni che si erano raccolti a Qumran, vicino al Mar Morto. Anche la zona in cui Giovanni predicava, probabilmente vicina a Gerico, era molto vicina a Qumran: era nel deserto della Giudea, quella zona scoscesa che scende dalle montagne (Gerusalemme è a mille metri) fin sotto il livello del mare, fino a Giordano e poi fino al Mar Morto. Gli esegeti oggi pensano che Giovanni il Battista avesse una relazione col gruppo di Qumran: forse apparteneva o era appartenuto ad esso e ad un certo momento aveva avvertito l'esigenza di proclamare ciò che aveva intuito e molta gente accorreva a lui.
    I sadducei costituivano un gruppo molto autorevole: appartenevano alla casta sacerdotale, erano quindi fedeli alla tradizione. Anzi, sotto un certo aspetto erano molto tradizionalisti, perché utilizzavano la tradizione più antica: non avevano accolto neppure le novità degli ultimi secoli; per esempio non parlavano della vita dopo morte, non pensavano all'esistenza dell'inferno o del paradiso, di cui pure la gente parlava.
    I farisei, al contrario, ammettevano la resurrezione, ma erano fortemente legati alla legge e quindi ritenevano che la tradizione fosse sufficiente per andare avanti.
    Giovanni rimprovera ai farisei e ai sadducei questo loro atteggiamento, e lo fa con parole dure, legate anche all'uso che allora facevano delle formule bibliche: «Razza di vipere, chi vi ha suggerito di sottrarvi all'ira imminente? Fate dunque frutti degni di conversione e non crediate di poter dire: "Abbiamo Abramo per padre". Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre». Questo atteggiamento impedisce ai farisei e ai sadducei di accogliere quello che qui Giovanni chiama "il regno dei cieli". Questa formula di Matteo equivale all'altra, "regno di Dio". Gli ebrei usavano delle metafore per parlare di Dio. Non solo non utilizzavano il nome proprio di Dio (quello che era specifico della loro tradizione, quello che corrispondeva al Dio dell'alleanza, indicato con il tetragramma sacro), ma neppure il nome generico di Dio. Anche oggi gli ebrei abitualmente non scrivono "Dio" nelle loro riviste, mettono "d", poi trattino e "o", proprio per non utilizzare neppure il nome generico di Dio. Questo indica la trascendenza ed è un segno di rispetto.
    Quindi la formula "regno dei cieli" utilizzata da Matteo non indica il dopo morte, il paradiso (perché molti di loro negavano che esistesse), ma l'azione di Dio nella storia umana, l'azione per cui veniva ricostituito il regno di Davide. Oggi noi l'intendiamo in un senso più ampio e anche più profondo, cioè l'azione di Dio che conduce a novità di vita, a forme nuove di umanità, a quella giustizia di cui parlavano i profeti.
    Allora potremmo riassumere la conversione che Giovanni il Battista sollecitava ai suoi con queste due formule molto semplici: abitare le relazioni, cioè vivere i rapporti e accogliere la diversità. Sono due esigenze fondamentali per noi oggi. Per noi dico non solo a livello personale, ma soprattutto a livello sociale. L'umanità sta vivendo un passaggio profondo, una novità irrompe nella storia umana, indotta dai mezzi di comunicazione molto accelerati, veloci, dal rapporto nuovo tra i popoli, dall'utilizzazione dei beni della creazione, da tutte le invenzioni della tecnica. Non possiamo presumere di poter vivere questa condizione inedita, da quando l'universo esiste, almeno qui sulla terra, con gli stessi atteggiamenti con cui gli antichi hanno vissuto le loro esperienze, o come i nostri predecessori hanno vissuto la loro storia. Dobbiamo renderci conto che è richiesto un atteggiamento nuovo. Ma un atteggiamento che non conosciamo ancora, che dobbiamo maturare insieme - o meglio, accogliere assieme, perché la vita già ce lo offre, cioè la forza creatrice già contiene quella ricchezza di vita che oggi ci è sollecitata, cioè quell'atteggiamento interiore che ci è necessario. Questo vuol dire credere in Dio: credere che il Bene esiste già, che la Vita è già in pienezza, per cui contiene già anche la qualità che oggi ci è necessaria, ma che ancora dobbiamo accogliere.

    Vivere i rapporti

    Questo è l'atteggiamento che la liturgia ci sollecita: accogliere la qualità nuova di vita che ci è offerta, ma che non cade dal cielo, bensì matura all'interno delle esperienze umane. Per cui dobbiamo imparare a vivere i rapporti: i rapporti con le cose, ma soprattutto i rapporti con le persone, perché a livello umano è attraverso le persone che il dono fluisce e la vita ci è consegnata. Lo spazio di Dio non è il monte o il tempio, ma la storia; Dio non abita in una casa, in una costruzione: lo spazio di Dio è il tempo degli uomini. La successione degli eventi ci consente di accogliere giorno dopo giorno, passo dopo passo, a piccoli frammenti, il dono della vita.
    Di qui deriva l'importanza di imparare a vivere le relazioni: tutte le relazioni, anche quelle che non corrispondono alla nostra sensibilità, che non sono gratificanti. Lì è lo spazio dove la forza creatrice si esercita per noi, lì è il luogo dove il nuovo irrompe.
    L'avvento ci insegna a vivere consapevolmente tutte le situazioni, accogliendo il piccolo frammento che ci è consegnato. Anche le situazioni negative, anche quelle contrarie al volere di Dio, sono situazioni nelle quali l'azione di Dio si esercita. L'uomo introduce negli eventi la contrarietà al volere di Dio, ma non può andare molto in fondo, resta in superficie. Per questo siamo in grado di vivere anche le situazioni di ingiustizia, di odio, di avversione, di incomprensione, di sofferenza, di malattia (situazioni negative e quindi contrarie al volere di Dio), accogliendo il nuovo che ci è offerto.
    Avere questa consapevolezza è fondamentale per vivere bene, altrimenti succede che noi viviamo solo un po' della nostra vita, alcune situazioni, alcuni rapporti, e tutte le altre situazioni le evitiamo; cioè le viviamo rifiutandole. Le viviamo, perché ci siamo dentro, però rifiutiamo la vita che ci è offerta in quella circostanza.
    Questo non significa ritenere che la situazione, solo perché ci è data da vivere, corrisponda al volere di Dio, perché quasi tutte le situazioni della nostra vita contengono elementi contrari al volere di Dio; però è lì che ci è offerta la vita, è lì che ci è dato di crescere, cioè di accogliere il regno che viene.
    Questa è la conversione fondamentale, che ci conduce ad abitare tutte le situazioni nelle quali ci veniamo a trovare, a vivere tutti i rapporti che ci è dato sperimentare. Il che non vuol dire che dobbiamo lasciare le cose così come sono, ma la possibilità di emergere e di cambiare le situazioni ci è offerta dalla situazione stessa nella quale ci troviamo, perché lì la forza della vita ci è consegnata, il regno di Dio viene.
    Per questo il passato non ci è sufficiente: è il presente nel quale ci è dato vivere a consegnarci e a prepararci al futuro, alla novità che dobbiamo imparare ad attendere e ad accogliere.

    Accogliere la diversità

    Il secondo criterio, complementare a questo, è il criterio della diversità.
    Anche qui un grande cambiamento sta avvenendo. Perché nella prospettiva statica che era tipica del passato la diversità era negativa, era espressione di una decadenza da una perfezione già data inizialmente, mentre nella prospettiva evolutiva e dinamica che caratterizza il nostro modo di vedere le cose è l'opposto: la diversità è la ricchezza. L'azione creatrice, la forza di Dio, la Verità, è così ampia, che non può tradursi in una sola cultura, in una sola lingua, in una sola espressione, in una sola persona. Altrimenti noi saremmo tutti uguali. Se Dio potesse tradurre in una singola persona tutta la ricchezza dell'umanità, farebbe una persona sola, o farebbe tutti uguali, cioè tutti peterebbero lo stesso modello. Invece la singola persona non può accogliere tutta l'azione che offre umanità; la perfezione contenuta nella parola creatrice: «L'uomo sia», non ci sta tutta in un soggetto; per questo c'è una varietà enorme di persone, perché ciascuna traduce un piccolo frammento, una modalità minima della perfezione divina... Quello che vale per le persone vale per le culture, vale per le tradizioni, vale per i partiti politici, vale per le religioni. Tutti sono incompiuti, inadeguati. Ma tutti contengono elementi che possono essere espressioni dell'azione creatrice, cioè del Bene, della Verità, della Giustizia. Dobbiamo imparare perciò a metterci in ascolto gli uni degli altri, nell'accoglienza reciproca della diversità.
    Questo non vuol dire diventare tutti uguali, perché ricadremmo ancora in quella presunzione della perfezione compiuta; questo vuol dire diventare continuamente diversi, perché ciascuno assorbe il dono dell'altro in un modo proprio, secondo i propri geni, potremmo dire, secondo il proprio DNA. Noi mangiamo tutti lo stesso cibo, ma diventiamo tutti diversi, nella fisionomia, nella sensibilità, nel modo di agire. Così accogliere la diversità non significa diventare tutti uguali, significa anzi crescere nella propria diversità, in virtù del rapporto vissuto e del dono ricevuto.
    Questo processo di conversione per noi oggi è difficile ancora: la qualità spirituale necessaria per vivere la condizione storica nella quale ci troviamo ancora non è stata inventata. La qualità spirituale necessaria per vivere questo momento di scombussolamento completo delle strutture precedenti dobbiamo inventarla noi; o meglio, dobbiamo accoglierla all'interno delle nostre comunità, delle famiglie, dei gruppi sociali. In questi spazi devono emergere le nuove qualità e devono diventare gesto, accoglienza reciproca, misericordia, capacità di comprensione degli altri, capacità di portare i difetti gli uni degli altri. Per questo ci raccogliamo continuamente a riflettere sulla novità che ci è sollecitata, sulla conversione quindi che dobbiamo realizzare.
    Chiediamo quindi al Signore prima la luce per capire bene questo mondo straordinario nel quale ci troviamo, questo frangente storico prezioso che ci è dato vivere. Ma soprattutto chiediamo l'energia per realizzare questa conversione profonda, perché non ricadiamo anche noi nella presunzione: «Abbiamo Abramo come padre»: abbiamo una struttura a cui apparteniamo, abbiamo una dottrina che ha una lunga tradizione, abbiamo i criteri per il bene e per il male. E tutto questo ci impedisce di fare il passo nuovo - o meglio, di accogliere il dono nuovo che Dio ci offre.
    Chiediamo al Signore questa consapevolezza, per essere in grado di prepararci al Natale con attenzione nuova, con atteggiamenti inediti, convertiti, per crescere anche noi come figli di Dio.



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