Amò sino alla fine
(Gv 13, 1-15)
Carlo Molari
«Tu ora non lo capisci». Se era vero che Pietro, quella sera, non era in grado di capire il gesto di Gesù, credo valga anche per noi: ci troviamo di fronte a gesti che ancora non comprendiamo. Questo è un presupposto necessario per celebrare bene questa sera la memoria della fedeltà di Gesù. Anche il gesto della lavanda dei piedi si inserisce nel suo cammino di ubbidienza. Giovanni lo sottolinea: «Sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani, che veniva da Dio e a Dio ritornava...»: è la consapevolezza di essere creatura (veniva da Dio e a Dio tornava), cioè che il valore di ogni suo gesto stava nell'azione del Padre in lui, nella Sua presenza. Questa è la chiave per capire la scelta di Gesù.
Pietro non lo capiva ancora, come noi non lo capiamo. Riusciamo a capire il valore morale dell'insegnamento di Gesù, o anche la dottrina, ma non gli eventi che esigono di essere vissuti per essere compresi. La novità è nell'evento, non nella dottrina. Anche il Levitico conteneva già l'affermazione: «Ama il prossimo tuo come te stesso», ma il contenuto misterioso di questo comando, cioè l'azione di Dio che si esprime nell'amore dell'uomo, questo non era ancora capito. E non è tuttora compreso, perché è il mistero di Dio in noi. La novità di Gesù non sta nelle sue parole o nelle sue idee, sta nella fedeltà con cui Egli è giunto alla fine: «Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine». Cosa vuol dire "sino alla fine"? Non è "per tutti i giorni della sua vita", è il compimento di un mistero, cioè è il traguardo ultimo di un'azione di Dio in noi che ancora non si era espresso.
Questa è la novità di Gesù, che ha come risvolto la resurrezione. Perché la resurrezione non è un'azione di Dio che si aggiunge all'azione di Gesù, o che si aggiunge alle dinamiche della storia e della creazione: sarebbe ancora cadere in un'interpretazione antropomorfica dell'azione di Dio.
La resurrezione di Gesù è stata innescata da un amore che è giunto sino alla fine, cioè che ha accolto pienamente l'azione di Dio: «sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani...»; quel "tutto" indica l'azione di Dio in lui che giunge ad esprimersi sino alle ultime possibilità umane. Per questo la resurrezione è il sigillo di una fedeltà - o di una obbedienza, come dice l'inno cristologico riportato da Paolo nella lettera ai Filippesi: «obbediente sino alla morte». La formula «sino alla fine» non si riferisce solo al tempo, ma all'intensità dell'amore. Sino alla morte, cioè sino a morirne. «Per questo Dio lo ha glorificato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome». Cioè: per questo Dio lo ha risuscitato. L'espressione indica l'opera di Dio, ma in quanto è diventata azione e amore di Gesù. Se l'azione di Dio non fosse diventata amore in Gesù, non ci sarebbe stata la resurrezione, cioè non ci sarebbero state quelle dinamiche interne alla storia che sono esplose nella resurrezione e che sono state introdotte dall'amore vissuto da Gesù sino alla fine.
Credo sia necessario capire questo nesso profondo, altrimenti cadiamo in una interpretazione estrinseca, o morale, della nostra vita cristiana, cioè pensiamo che dobbiamo fare qualcosa perché Dio lo ha stabilito, perché c'è una legge... No, non è sufficiente, dobbiamo compiere gesti per consentire all'azione di Dio in noi di andare "sino alla fine". Certo, in noi non arriva sino alla fine, anche nella morte avremo bisogno di una fase di recupero, di tempi ulteriori... chissà. In Gesù Dio è pervenuto sino alla fine nella morte. Per questo in lui è reso chiaro il progetto che Dio ha dell'uomo, cioè quella dimensione nuova che in Gesù è apparsa nella sua figura ultima e che noi non riusciamo ancora a capire.
Vale quindi anche per noi la parola di Gesù: «Tu ora non lo capisci». Perché non conosci ancora qual è la forma ultima dell'uomo, cioè la figura che l'azione di Dio acquista quando un uomo ama sino alla fine. Per questo Gesù è diventato Messia e Signore, il punto di riferimento del nostro cammino.
I gesti anticipatori dell'amore "sino alla fine" che Gesù compì quella sera sono l'istituzione dell'Eucaristia e la lavanda dei piedi. Due gesti simbolici.
L'istituzione dell'Eucaristia
Spezzare il pane e distribuire il vino, cosa che sacramentalmente ancora noi facciamo nell'Eucaristia, è simbolo della dedizione, della fedeltà di Gesù: il corpo dato, il sangue versato. Il contenuto di questa fedeltà in senso teologale è consentire all'azione di Dio in lui di giungere sino alla fine. Ma nella dimensione antropologica e storica la fedeltà significava continuare ad amare anche quando l'odio diventava così ingiusto ed assurdo, da esprimersi nella crocifissione. Continuare ad amare era andare sino alla fine.
Com'era possibile? Questa io credo sia stata l'agonia di Gesù, il significato della sua preghiera nell'orto, quando capì che gli era chiesto di continuare ad amare sino a una modalità estrema. Ma continuare ad amare in quella situazione sarebbe stato possibile? Certo anche Gesù nella preghiera non riusciva ancora ad anticipare il valore di quella fedeltà. Cosa avrebbe voluto dire amare? Cosa avrebbe richiesto essere misericordioso di fronte a quelle persone? Cosa avrebbe significato perdonare i propri crocifissori? Ma sarebbe stato possibile?
Questo è stato l'interrogativo della preghiera di quella notte; che è questa notte, perché, terminata la cena, Gesù uscì dalla città verso il monte degli Ulivi e cominciò a pregare. Sarebbe stata possibile la necessaria fedeltà? Questa era l'angoscia di Gesù, che ha risolto abbandonandosi all'amore del Padre: «Nelle Tue mani rimetto la mia vita. La Tua volontà si compia, non la mia. Io non so, non vedo, non posso. Tu sai, Tu puoi. Si compia la Tua volontà».
Questo è il senso della fedeltà di Gesù e della sua preghiera: amare sino all'espressione estrema. Aveva diritto di dubitare di poter esprimere amore anche in quella situazione. Perché come creatura avvertiva il limite. Ma a Dio nulla è impossibile. Per questo Gesù si è affidato senza riserve.
È questo il segreto che Pietro ancora non capiva e che anche noi non riusciamo a capire. La condizione per fare memoria della fedeltà di Gesù è camminare in questa direzione e andare sino alla fine.
La lavanda dei piedi
L'altro simbolo, la lavanda dei piedi, non ha un'espressione sacramentale nella chiesa; o meglio, l'espressione sacramentale è la solidarietà che la Chiesa è chiamata ad esercitare: l'accoglienza degli ultimi, dei profughi, la vicinanza agli ammalati, agli emarginati, ai sofferenti... Questo è il contenuto della lavanda dei piedi. E anche questo gesto della Chiesa è sacramento, come lo è l'Eucaristia. Ma è sacramento solo se diventa rivelazione dell'amore di Dio, cioè se tutti noi viviamo i rapporti nella consapevolezza che veniamo da Dio e a Dio torniamo, così da essere in grado di rivelare il Suo amore sino alla fine.
A noi non è possibile in tutte le situazioni vivere questa fedeltà. Ma è importante tenere innanzi agli occhi questo ideale, che concretamente vuol dire «tener fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della nostra fede», come dice la Lettera agli Ebrei.
Non abbiamo di fronte una legge o una serie di prescrizioni: abbiamo di fronte un evento di cui facciamo memoria, per inserirci in quelle dinamiche di resurrezione che Egli ha introdotto con la sua fedeltà e che ancora sono diffuse nella storia, perché i santi le rinnovano continuamente: le assumono e le moltiplicano nella loro vita.
Introdurre dinamiche nuove nella storia
L'avventura avviata da Gesù continua ancora. Siamo però consapevoli che le dinamiche sono in noi inquinate, subiscono scacchi, rivelano insufficienze. Gesù quella sera riuscì ad amare sino alla fine, ma non riuscì a coinvolgere gli altri in quell'avventura.
Anche noi oggi nella storia possiamo trovarci soli, non sempre riusciamo a risolvere i problemi, come Gesù non li risolse quel giorno. Gesù introdusse dinamiche di vita nuova all'interno della storia, che in lui si espressero nella resurrezione. Esse sono ancora incompiute e acquistano potenza quando i santi consentono all'azione di Dio di diventare gesto di amore sino alla fine.
Questo vuol dire che di fronte alle situazioni storiche spesso ci troviamo impotenti: non possiamo oggi presumere di risolvere con la nostra decisione la guerra del Kosovo, la pulizia etnica dei serbi, l'intervento armato della NATO... Certamente oggi noi non possiamo risolvere il problema. Ma non dobbiamo però restare inerti di fronte a questi eventi, perché sappiamo che il futuro sarà possibile solo se c'è qualcuno che, sulla scia di Gesù, ama sino alla fine; cioè se ci sono comunità che inseriscono dinamiche di resurrezione per rendere possibile il futuro. Il che vuol dire vivere in un nuovo modo i nostri rapporti, esprimere una misericordia finora mai espressa, compiere gesti di perdono a cui finora abbiamo resistito. Giungere cioè in qualche ambito della nostra vita ad amare sino alla fine. Questa è la garanzia del futuro. Ed è questa la speranza che ci consente di continuare a celebrare la memoria della fedeltà di Gesù: perché ancora c'è una storia da vivere, c'è un peccato da portare, c'è una salvezza da offrire.
Chiediamo allora al Signore di essere coinvolti anche noi questa sera completamente nella celebrazione, così da offrire i nostri corpi, come diceva Paolo, «come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio». Questo è il culto che ci è chiesto: offrire i nostri corpi perché, almeno in qualche momento, in qualche spazio, in qualche ambito della nostra vita, l'azione di Dio possa diventare amore sino alla fine.
(Percorsi comunitari di fede, Borla 2000, pp. 172-176)















































