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    Compiere le profezie

    Lc 24, 13-35

    Nel racconto dei due discepoli di Emmaus, trasmessoci da Luca, è delineato il nostro cammino di fede nelle sue tappe, nelle sue difficoltà, nei suoi esiti. È opportuno fermarci un istante ad esaminare questi diversi momenti che tutti, in un modo o in un altro, prima o poi, viviamo: la delusione, la caduta delle attese, il ripiegamento su noi stessi, il ritorno nella propria casa, come probabilmente stavano facendo i due discepoli del racconto. Forse erano marito e moglie, come farebbe pensare il fatto che viene detto solo un nome, Cleopa; se si fosse trattato di due uomini forse sarebbe stato annotato anche il nome dell'altro (le donne venivano nominate solo quando era necessario). In ogni caso, questi due tornavano alla propria casa. Quante volte anche noi, dopo la delusione, nei momenti di stanchezza, nella caduta delle speranze, torniamo nelle nostre case, ci chiudiamo nei nostri piccoli problemi, non guardiamo gli altri, non riconosciamo il volto di chi cammina con noi.

    Alla luce delle profezie

    Il segreto per vivere bene gli eventi, anche quelli dolorosi, è rintracciarne le radici. Quante volte noi viviamo situazioni di sconforto, di ansia, di angoscia, di turbamento - o anche di euforia, di gioia - e ci chiudiamo nella nostra emotività! Dovremmo invece chiederci: perché questo accade, quali sono le radici? Riandando alla nostra piccola storia riusciremmo a trovare i criteri per leggere ciò che accade, la chiave per vivere bene ciò che stiamo vivendo. Gesù, per aprire gli occhi ai due discepoli che tornavano a casa abbandonando gli amici, ha richiamato la storia.
    I due discepoli stavano per essere schiacciati dagli eventi: «speravamo che fosse lui a liberare Israele...». Si attendevano che Gesù ristabilisse il regno di Davide, forse che allontanasse i Romani. L'avevano seguito con queste attese, ma erano passati già tre giorni dalla sua morte e non era successo niente. Tornavano a casa rinunciando all'impresa, senza più speranza.
    Gesù riapre il loro cuore alla speranza volgendo lo sguardo al passato, aprendo i loro occhi sulle profezie: «Cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui». Perché mai i due discepoli, come gli altri apostoli, che pure leggevano le Scritture, non avevano colto ciò che Gesù vi leggeva e che aveva vissuto come compimento delle Scritture?
    Per capirlo dobbiamo ricordare due cose. Prima: la profezia non sta nella semplice dichiarazione del profeta, bensì nell'evento a cui il profeta si riferisce. Seconda: la profezia non anticipa un evento, né dichiara che cosa avverrà, ma offre il criterio per capire come vivere le situazioni future in modo da compiere l'evento accaduto nel passato.
    "Compiere l'evento" vuol dire far fiorire le dinamiche che esso mette in moto, realizzare le speranze che contiene, le promesse che annuncia. Tutti gli eventi della storia della salvezza, come quelli della nostra vita, contengono promesse, annunciano speranze, indicano criteri di vita. Ma non tutti gli eventi fioriscono, non tutte le profezie si compiono, non tutte la promesse vengono mantenute. Gli strumenti della storia salvifica sono inadeguati, incompiuti, imperfetti, per cui esistono anche il disordine, il caos e il peccato. La Parola di Dio riesce a suscitare speranze, alimenta desideri, annuncia promesse che esigono compimento. Ma il compimento è affidato alla fedeltà degli uomini. Ci sono promesse perciò che non si compiono, speranze che non vengono realizzate. La storia è piena di eventi indicativi di un cammino che resta interrotto.
    I cammini compiuti, le profezie adempiute, sono legati alla fedeltà dei santi. Gesù negli eventi del passato aveva colto dei criteri fondamentali secondo cui affrontava le diverse esperienze della sua storia. Esse però dipendevano in parte dalle scelte degli uomini. Ad ogni situazione, di rifiuto o di accoglienza, corrispondevano profezie e si adempivano speranze diverse. Quando Gesù cominciò la sua attività personale in Galilea c'era entusiasmo, si compivano alcune profezie. Quando venne il rifiuto quelle profezie rimasero sospese e cominciarono a compiersene altre. Gli eventi che dipendevano dai rifiuti degli uomini, dalla resistenza degli apostoli, dalla negazione dei capi del popolo, furono vissuti da Gesù secondo criteri desunti da eventi passati, che diventavano per lui profezia del suo cammino.
    Gli eventi che accadevano non erano determinati dalle profezie, bensì dalle scelte degli uomini. Gesù, in ascolto continuo della Parola, in meditazione costante della Scrittura, scopriva di volta in volta i criteri salvifici con cui vivere le situazioni e compiva le profezie corrispondenti.
    Gli apostoli non erano in grado di capire, perché il messianismo scelto da Gesù non era il loro; e i canti del Servo, contenuti nel libro di Isaia, mentre per Gesù erano criterio per accogliere l'esperienza di rifiuto, ai discepoli non dicevano nulla. Gli eventi profetici appaiono tali dopo il loro compimento.
    Per questo Gesù ebbe bisogno di spiegare quali profezie si erano compiute nella sua storia, quali promesse e speranze si erano realizzate in eventi così negativi come quelli decisi dai capi del popolo, dai Romani e dal rifiuto delle sue proposte: «Cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui».
    La spiegazione di Gesù avviò nei discepoli un processo di fede: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto, mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». Lungo la strada la Parola risuonava, l'azione di Dio diventava flusso di vita, luce di verità, calore del cuore. Era un'azione accolta che faceva crescere figli di Dio.
    Tante parole restano sospese ed esigono compimenti, tanti eventi della storia di salvezza debbono essere ancora compiuti nelle loro promesse, nelle loro tensioni. Di qui l'importanza dell'ascolto continuo della Parola, dei momenti di silenzio, per far risuonare eventi antichi; di qui l'importanza di comunità contemplative, che compiano questo lavoro per aiutare gli altri. È una funzione essenziale per la Chiesa e per il mondo.
    Gli eventi non accadono perché Dio li ha decisi. Dio non decide per l'uomo, offre le decisioni all'uomo, aprendo molte possibilità. Ma chi avverte l'esigenza che profezie vengano compiute, non può restare inerte, passivo e dire: quel che deve accadere, accadrà. No, non è vero, il compimento delle profezie è affidato alla decisione, alla fedeltà, alla generosità di uomini. Nel silenzio della preghiera e nella meditazione si possono scorgere i criteri contenuti per il cammino, le promesse che debbono essere ancora realizzate, le profezie che debbono essere compiute. Questo è il compito affidato alla Chiesa e a tutti gli uomini, consapevoli dell'azione di Dio che si esprime nella storia, attraverso la fedeltà degli uomini.
    Anche a noi capita, lungo il cammino, che qualcuno diventi testimone di fede e ci ricordi il passato. Noi personalmente nasciamo senza storia, ma siamo inseriti in una storia e prenderne coscienza ci è necessario per crescere come persone: il processo di educazione è l'inserimento in una cultura, in una tradizione. La fede comincia ad esercitarsi così. Quando veniamo al mondo e diamo fiducia ai nostri genitori, ai parenti, agli amici, alla cultura che impariamo, cominciamo a leggere la storia. Il cuore sussulta, soprattutto quando l'esegeta, il narratore, il testimone, ha qualità straordinarie, come Gesù. Quel giorno i cuori dei discepoli sussultavano perché essi cominciavano a vedere le cose in un modo diverso, mentre Gesù richiamava le ragioni di ciò che accadeva, mostrava il compimento delle profezie e smascherava le loro illusioni.

    Appaiono le idolatrie e gli occhi si aprono

    Per tutti noi il cammino della vita comincia con l'idolatria, cioè con l'assolutizzazione di alcune situazioni, di alcune persone, di alcune speranze Non sono cattive, ma insufficienti. Cominciamo la vita senza alcuni elementi necessari, è comprensibile quindi che le speranze nutrite siano inadeguate. Il cammino per giungere al traguardo passa attraverso la scoperta della loro insufficienza. Gli idoli devono cadere. Tutti cominciamo con l'adorazione degli idoli - i giocattoli, il lavoro, i soldi, gli amici potenti, il matrimonio, la sistemazione, la camera... - e per tutti arriva il momento in cui dobbiamo dire: «Noi credevamo, ma ora...».
    Il primo dato che in quei momenti è importante acquisire sono le radici delle nostre speranze caotiche e illusorie. Il disordine è necessario per una nuova ristrutturazione, ha
    una funzione attiva in questo processo. Non possiamo realizzare ordini definitivi, armonie eterne: ogni ordine è provvisorio, ogni armonia è funzionale ad un cammino successivo.
    Il secondo fattore necessario perché gli occhi si aprano e finalmente la Presenza venga percepita è l'accoglienza. Occorre aprire le porte, condividere, mettersi a tavola con gli altri. È una metafora molto chiara, che noi utilizziamo sempre nell'eucarestia: metterci a tavola insieme per scambiarci doni di vita. Quando i due invitano Gesù e condividono insieme il pane, Gesù prende l'iniziativa. Il pellegrino benedice il pane, cioè allarga l'orizzonte, richiama un'altra presenza. Gesù dice: il mistero in gioco è molto più grande di noi, c'è una Presenza.
    Nell'istante in cui apre loro gli occhi, per cui percepiscono la Presenza più grande, Gesù scompare. Non è lui la Presenza, è il Padre. Gesù diventerebbe un ostacolo: «È bene per voi che io me ne vada, altrimenti non verrà lo Spirito», aveva detto il giorno prima (Gv 16,7), cioè: altrimenti non vedrete Dio presente nella vostra vita. Gesù benedice il pane, lo spezza e scompare. La funzione del testimone è proprio questa: il testimone non è oggetto della fede, ma colui che apre l'orizzonte perché Dio venga scoperto presente. Quella Presenza di cui parlava il salmo: «Mi colmerai di gioia nella tua presenza». Gesù scompare perché la loro gioia sia piena.
    Quando la luce irrompe «e lo riconobbero», la loro vita cambia senso e il cammino cambia direzione, hanno scoperto il significato degli eventi. Li avevano vissuti, ma non li avevano capiti. Per questo tornavano a casa sconfitti. Erano accaduti eventi nuovi, era già avvenuta la resurrezione, ma non potevano capire. Dopo avere capito il compimento delle profezie, avere scoperto che anche loro erano inseriti in quel compimento e che perciò una missione era loro affidata, di corsa tornarono ad annunciare agli amici la loro esperienza. Il loro cammino riprese. Avevano abbandonato gli altri, andavano a chiudersi nella propria casa. Hanno aperto la porta, hanno condiviso e la porta resta spalancata per il ritorno verso gli amici, per raccontare ciò che avevano vissuto: «Abbiamo incontrato il Signore, abbiamo scoperto una Presenza».
    Pause di oscurità, di sconfitta, ci sono anche nella nostra vita. L'importante è non rassegnarsi alla sconfitta e sapere che l'azione di Dio, la Sua Parola, è molto più forte delle nostre incertezze, delle nostre debolezze e può consentirci di cominciare una nuova tappa della nostra esistenza.
    Le cose nella nostra vita non procedono così velocemente, perché a volte l'incertezza, i momenti di angoscia, durano a lungo. Noi viviamo il cammino dal di dentro: tre giorni nella sofferenza, un mese nell'incertezza, un anno di ansia sembrano un'eternità. Sono lunghi, realmente, i giorni delle tenebre. Ma quello che è importante è avere la certezza di una Presenza. Nel terzo capitolo dell'Apocalisse Gesù dice: «sto alla porta e busso». Quel giorno Gesù realmente bussava; sì, dava l'impressione di voler continuare il cammino, ma stava bussando alla porta di quei due lungo tutto il tragitto, perché il cuore sussultava. Con le sue parole, stava bussando alla porta: «Sto alla porta e busso; chi ascolta la mia voce e mi apre siederà con me al banchetto». La vita allora acquista un altro significato e diventiamo capaci di condividere: «mi colmerai di gioia nella tua presenza». Ripercorrono la strada e tornano dagli amici per condividere la gioia che hanno vissuto.
    Anche se sono lunghi i giorni dello sconforto e dell'attesa, è questa certezza che deve guidarci nel cammino: viene il momento in cui spalanchiamo la porta e scopriamo la Presenza. E la gioia allora può essere condivisa con gli amici.



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