Compiere
leggi e profeti
Mt 5, 17-37
Vorrei mettere in luce la novità che Gesù introduce, come tappa del cammino spirituale dell'umanità. La proposta di Gesù non costituisce un'altra imposizione morale, perché altrimenti sarebbe legge che si aggiunge a legge, bensì è una qualità nuova di vita che Gesù testimonia personalmente e insegna. È utile per noi individuare questa qualità nuova che Gesù testimonia e insegna, perché diventa il criterio per capire le novità che emergono all'interno della storia e che in questa fase siamo sollecitati ad accogliere e a realizzare.
Il processo che Gesù ha vissuto, infatti, che è il "compimento" di una legge e di una tradizione, continua ancora. "Compimento" non vuol dire la negazione, bensì la realizzazione della funzione di una legge, in ordine ad una qualità nuova di vita. Gesù aveva avvertito che era giunto il compimento di un tempo e quindi che doveva indicare il cammino nuovo che stava davanti al popolo ebraico, agli uomini del suo tempo; quel cammino che il popolo ebraico ha compiuto in modo proprio nei secoli successivi. In quel momento solo alcuni hanno accettato la proposta di Gesù, ma poi dopo, sotto la spinta degli eventi, il cammino è proseguito, anche nella religiosità ebraica. Ora camminiamo insieme verso traguardi inediti di umanità. Ma in quel periodo Gesù non riuscì a far accogliere la sua proposta se non a un piccolo gruppo, che poi ha continuato il cammino ed ha costituito il nucleo germinale della Chiesa alla quale anche noi oggi apparteniamo.
Allora chiediamoci qual è la novità che Gesù vive e che insegna e quali sono gli atteggiamenti necessari per continuare l'avventura nella quale siamo inseriti.
La novità di Gesù
Le formule emblematiche che Gesù utilizza sono due.
La prima è quella che parla del "compimento": «Non pensate che io sia venuto ad abolire la legge e i profeti, non sono venuto per abolire ma per dare compimento». Con la formula "la legge e i profeti" si indicava tutta la tradizione ebraica: la legge era la Torà, i profeti erano gli altri libri della Scrittura ebraica.
Non interpretiamo questa parola "compimento" semplicemente come "esecuzione" di una legge semplice attuazione di ciò che essa prescrive. Dare compimento vuol dire cogliere le tensioni profonde che una tradizione porta (o potremmo anche dire, con un termine più moderno: i valori che essa vuole concretizzare) per individuarne le forme nuove. La tradizione infatti è viva, e quindi la legge, ad un certo momento, esaurisce il suo compito: così com'è formulata non è più sufficiente.
Gli antichi avevano l'illusione che si potessero fare delle leggi eterne, che corrispondevano alla volontà di Dio, Giustiniano, nel sesto secolo, quando promulgò il codice di diritto romano (che è rimasto la legge per tutta l'Europa per lunghissimi anni, praticamente fino al codice di Napoleone) aveva questa presunzione: di proclamare una legge che sarebbe rimasta per sempre, tanto è vero che conteneva la proibizione interna di introdurre alcuna modifica. La costituzione che lo promulgava cominciava: "Nel nome della Santissima Trinità", cioè si agganciava alla volontà di Dio, come espressione storica perfetta della legge eterna. Gli uomini hanno trovato tanti piccoli stratagemmi per venire fuori dalla gabbia in cui la legge era stata fissata e i glossatori attraverso l'interpretazione giungevano a conclusioni opposte al dettato stesso della legge, quando le esigenze storiche lo imponevano.
Oggi sappiamo che le leggi sono sempre inadeguate rispetto alla situazione e quindi occorre continuamente riformularle, sia per la situazione che cambia (perché siamo in processo, non esistono situazioni fisse), sia perché la realtà è sempre più complessa delle formule umane.
Oggi infatti abbiamo un concetto dinamico della realtà, per cui la natura non è fissata una volta per sempre, ma è in processo, e le sue esigenze si rinnovano continuamente. In secondo luogo, perché gli uomini non riescono a tradurre nelle proprie formule, parole e decisioni tutta la ricchezza della vita, che pure possiedono. La vita è molto più profonda e più grande delle parole con cui noi la diciamo o delle legislazioni con cui noi vogliamo orientarla e dirigerla: la vita deborda continuamente, perché ha al profondo un'azione creatrice che è infinita: non possiamo chiuderla nelle nostre categorie, nei nostri pensieri e nelle nostre leggi.
"Compiere" una legge, perciò, non vuol dire ritenerla per sempre valida ed eseguirla, vuol dire portarla oltre il suo dettato, per essere fedeli alla sua tensione interna, ai valori che propone, alle esigenze che esprime.
Gesù si trovava appunto in questa condizione: aveva preso coscienza che era un momento di svolta della vita religiosa, spirituale e sociale del suo popolo e indicava nuovi traguardi.
La seconda formula che Gesù utilizza, per indicare i nuovi traguardi, è ancora più chiara, perché Gesù dice: «Se la vostra giustizia (cioè se la vostra sintonia con l'azione di Dio, o potremmo anche dire: se la vostra osservanza della volontà di Dio) non è superiore (non è più profonda) di quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno (non vivrete la nuova stagione della storia salvifica, resterete indietro rispetto al vostro tempo)».
Qual era la giustizia degli scribi e dei farisei? Era l'osservanza minuziosa della lettera della legge, cioè la considerazione della legge come definitiva e assoluta. Comprendiamo allora bene, credo oggi meglio ancora, l'esigenza che Gesù avvertiva e a cui ha cercato di rispondere.
Gli atteggiamenti necessari per continuare l'avventura di Gesù
Quale elemento nuovo Gesù sottolinea, anzi, pone al centro del suo interesse e della sua predicazione?
Potremmo descriverlo secondo due versanti: il versante teologale, del rapporto con Dio, che è centrale nell'esperienza di Gesù, e il versante antropologico, cioè quello relativo agli atteggiamenti dell'uomo.
Il versante teologale è molto chiaro: Gesù propone un nuovo rapporto con Dio, come ragione dei comportamenti umani. La legge è solo uno strumento per discernere la volontà di Dio, per cogliere che cosa ci è chiesto. Ciò che vale non è osservare il dettato della legge, ma compiere il volere di Dio. Gesù utilizzava sempre questa formula, l'ha messa anche nella preghiera insegnata ai suoi discepoli: «La tua volontà si compia».
Se fosse sufficiente la semplice osservanza della legge, per compierla, la legge sarebbe sempre compiuta da parte di coloro che la osservano; Gesù invece sottolineava il fatto che spesso i rigorosi osservanti della legge non compivano la volontà di Dio, né si mettevano in ascolto della sua Parola.
Questo era l'errore di fondo che Gesù individuava nella religiosità ufficiale del suo tempo: il rapporto con Dio era scaduto a livello di osservanza legale.
Dobbiamo sempre ricordare che si tratta di un cammino spirituale dell'umanità, che è molto più recente dell'avvio dell'esperienza religiosa. È comprensibile quindi che ci fossero ancora inadeguatezze, insufficienze; come d'altra parte nel cammino personale di ciascuno di noi, perché anche noi cominciamo dall'esteriorità, dall'osservanza delle prescrizioni, e solo più avanti, nella maturità, facciamo un passo ulteriore.
Il riferimento a Dio, perciò, è il primo dato essenziale. Non è sufficiente osservare la legge, per compiere la volontà di Dio. O, per dirla con un'altra formula, non è sufficiente ascoltare parole di uomini, per ascoltare la Parola di Dio: c'è sempre un "oltre" a cui dobbiamo aprirci e a cui dobbiamo sempre essere attenti.
Questo è l'invito di Gesù. Era un invito nuovo. Dobbiamo ricordare che per gli ebrei di allora il dettato della legge corrispondeva alla volontà di Dio, la parola scritta era stata detta da Dio. Ci sono ancora questi modelli: il fondamentalismo, anche cristiano, il fondamentalismo ebraico, il fondamentalismo musulmano ancora di più, oggi, identificano la volontà di Dio col dettato della legge, con le parole umane scritte. E questo conduce e ha condotto (la nostra storia di questi anni è piena di questi episodi) a scelte violente, oppressive: uccisioni, guerre, sono sorte da questa identificazione.
Oggi il fondamentalismo è minoranza (almeno nell'ambito cristiano, e anche nell'ambito ebraico), ma la tentazione ritorna sempre, perché il passaggio che Gesù sollecitava introduce irrequietezza e paura: la paura dell'ignoto. Poter dire: «la Parola è già detta, la conosco tutta, non ci possono essere sorprese», suscita grande sicurezza che però impedisce di percorrere il cammino della storia, perché abbarbica al passato. Questo è un male che conosciamo bene e che forse caratterizza la nostra Chiesa oggi, dopo lo slancio del Vaticano II, uno slancio che ha portato confusione, incertezze e quindi paure in quelli che sono rimasti ancorati all'educazione del tutto già detto e del tutto già fatto.
Questo è il primo aspetto, che richiede, per essere vissuto, un abbandono fiducioso in Dio. Esso però non consiste nell'aggrapparsi alle parole e allo scritto o alla struttura, bensì nell'affidarsi all'azione di Dio in noi, nel vivere la fede.
Gesù chiedeva di cominciare a vivere teologalmente, mettendo Dio al centro, compiendo il suo volere ogni giorno, riconosciuto attraverso la preghiera, la meditazione, la riflessione, l'ascolto della sua Parola. Questo Gesù sollecitava, ma era in anticipo, rispetto alla stragrande maggioranza degli uomini del suo tempo, almeno del suo ambiente. Solo un piccolo gruppo l'ha seguito, ma più per altri motivi, che per la convinzione della necessità di questo cammino.
Il versante antropologico riguarda il passaggio dall'esteriorità all'interiorità, cioè dai semplici gesti alle ragioni dei gesti, dalle semplici parole dette ai significati inediti delle parole, quelli che emergono per l'azione dello Spirito in noi. L'uomo cambia, cioè la persona crescendo, se vive la vita teologale, si abbandona fiduciosamente all'azione di Dio in lui, giunge a qualità nuove di vita, a nuovi modi di pensare, ad atteggiamenti interiori inediti, ossia ad una forma nuova di "giustizia" e di fedeltà alla vita, non più legata a prescrizioni. Non perché queste non siano significative, ma perché non sono sufficienti, dato che la vita richiede di più. Non si tratta quindi di sbarazzarsi di ogni indicazione o di ogni regola, ma di coglierne le esigenze profonde. Paolo diceva, nella lettera ai Galati (5, 13): «Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri».
Il lasciarsi guidare dallo Spirito conduce a libertà, perché conduce alla vita piena, alla fedeltà.
Il passaggio dall'esteriorità all'interiorità è necessario. Potremmo anche definirlo: il passaggio dalla fase psichica della nostra esistenza alla fase spirituale; o, per usare una terminologia più cristiana, alla fase teologale. Come Gesù, anche ciascuno di noi deve giungere un giorno dalla fase psichica dell'esistenza, in cui prevalgono i nostri pensieri, i nostri stati d'animo, i nostri istinti, a una fase teologale, spirituale, in cui il criterio è l'azione di Dio in noi.
Questo cammino conduce ad un atteggiamento completamente nuovo. Ora, è facile che molti di noi siano rimasti ancora alla fase psichica della loro esistenza e che, come gli scribi e i farisei, osservino le leggi, vadano a pregare in chiesa, seguano le regole morali... ma tutto finisca lì. Dio non rappresenta nulla nella loro giornata, l'ascolto della Parola non avviene mai, perché credono di sapere già quello che devono fare. Il compimento della volontà di Dio si riduce solo all'osservanza della legge, non c'è quella accoglienza dell'inedito che lo Spirito suggerisce e introduce in chi si pone in ascolto.
Questa è l'urgenza che Gesù allora individuava e che oggi, dopo duemila anni, è diventata ancora più esigente. Per questo noi siamo indietro rispetto al tempo e non siamo in grado di rispondere con fedeltà alle esigenze di giustizia, di condivisione dei beni, a quella riforma che tutti riconoscono necessaria, ma che in realtà pochi si impegnano a realizzare.
Chiediamo al Signore la luce interiore per discernere bene il nostro tempo e aiutiamoci a vicenda a indicare i traguardi possibili di questo cammino, perché la nostra giustizia non sia come quella degli scribi e dei farisei, perché allora vorrebbe dire che il regno non è per noi.















































