Il destino prefigurato
nei simboli
Mt 1, 18-24
I simboli costellano la nostra vita e la storia della salvezza. Isaia ci ricordava nella prima lettura che è necessario chiedere segni; anzi, Achaz viene rimproverato proprio perché non chiede segni. Perché è necessario chiedere segni? Non perché non si ha fede, ma perché l'oggetto della fede è più grande, cioè la realtà della vita è più grande della nostra possibilità di capirla e quindi di accoglierla interamente. Per questo non possiamo mai tradurre compiutamente l'azione di Dio e narrarla in modo adeguato: la realtà non viene mai compresa interamente e resta sempre più grande delle nostre idee e delle nostre parole.
In questa prospettiva acquistano significato nuovo i riferimenti profetici dei vangeli dell'infanzia, e comprendiamo la nostra incapacità di esprimere ciò che viviamo e di accogliere interamente l'azione di Dio nella nostra vita: ci sarà sempre da ascoltare e ci sarà sempre da accogliere. Questa è anche la ragione per cui quando per esempio la chiesa si ferma eccessivamente sull'aspetto espressivo, dottrinale, della fede, rischia di tradire il messaggio del Vangelo; perché mentre non riusciremo mai con parole a tradurre la vita, con la nostra fedeltà consentiamo alla Parola di Dio di esprimersi in modo ricco ed efficace.
Questa premessa ci serve per capire il messaggio della liturgia di oggi contenuto nei simboli: la stessa narrazione di tipo simbolico richiama sogni, angeli, cioè messaggeri di realtà più grandi. Questa realtà più grande è l'azione della vita in noi e nella storia. Il termine "spirito" indica la novità di Dio, cioè quella realtà che ancora non ha potuto esprimersi nella nostra esistenza e nella storia degli uomini, perché non c'era un ambito di accoglienza sufficiente. Quello quindi che è avvenuto in Gesù, cioè il cammino che egli ha compiuto, continua nella nostra esistenza: anche in noi la Parola di Dio deve nascere in virtù dello Spirito.
Fermiamoci brevemente a esaminare il cammino compiuto da Gesù come è delineato dalle letture di oggi e poi cerchiamo di capire l'avventura in cui noi siamo inseriti, quell'avventura per cui la forza creatrice sta lavorando da miliardi di anni, per giungere a delle modalità che ancora noi non conosciamo. Per questo si parla di "compimento dei tempi". Sono stati necessari miliardi di anni, non potevano essere abbreviati. Noi siamo ancora in questa fase del compimento dei tempi avviato da Gesù, perché duemila anni sono nulla, nei quindici, venti miliardi da quando il processo dell'universo in cui noi siamo inseriti è cominciato.
L'avventura di Gesù
Le letture di oggi ci presentano tutta la parabola dell'attesa, della venuta, del compimento. Sempre alimentata dallo Spirito, cioè presentata come espressione di un'azione più grande. Anche l'attesa. Isaia non si riferiva a Gesù, quando parlava dell'Emmanuele, probabilmente parlava del figlio del re del suo tempo, parlava di qualcuno che stava per nascere e che doveva venire; ma l'evento, quando è evento di salvezza, è prefigurativo, cioè contiene promesse, alimenta speranze, perché porta una forza che è più ricca di quella che esprime.
Questa è la ragione della profezia. Non è ciò che dice il profeta che è profetico, bensì l'evento a cui si riferisce; esso contiene una ricchezza più grande, annuncia quindi nel suo accadere ciò che ancora non può avvenire in quel momento, ma già lo prefigura, perché la forza creatrice lo contiene. Questo è lo Spirito, cioè il "di più" che ogni evento contiene, ma che non può tradurre né realizzare, se non nella successione dei secoli.
Il compimento viene presentato da Paolo nella seconda lettura: «Costituito figlio di Dio in potenza per opera dello Spirito nella resurrezione dei morti». Anche la resurrezione è simbolo. Non sappiamo in che consiste, non lo possiamo dire, perché la dimensione definitiva a cui anche noi siamo chiamati, a cui Gesù è pervenuto, non può essere descritta né capita. Per questo ci viene presentata con un termine che ha un valore simbolico. Gesù ha raggiunto lì la sua identità, lì è stato costituito figlio, cioè ha acquisito il carattere definitivo della sua missione, per cui per noi ancora è un punto di riferimento.
La nostra avventura
Ma questo è il paradigma della nostra avventura: anche noi siamo stati prefigurati in eventi passati, nella storia in cui siamo inseriti, nella tradizione da cui emergiamo. Anche noi siamo virgulti di un tronco. Non è il tronco di Jesse, che era la famiglia di Davide, ma sono altri filoni dell'espressione multiforme della vita. Ed è stato preparato, il nostro emergere alla vita, da amori, da sofferenze, da impegni. Non perché ci fosse un progetto determinato in modo assoluto, dato che ci sono tante componenti casuali nel filone che ci ha preceduto: potevano sorgere altre persone, ma in realtà noi siamo emersi. E siamo emersi come risultato di tutto ciò che altri hanno vissuto, che altri hanno amato, che altri hanno sofferto. Anche noi esprimiamo una storia, abbiamo una genealogia. Luca e Matteo presentano due diverse genealogie di Gesù, proprio per indicare l'inserimento in una storia, l'emergenza da una lunga tradizione. Possiamo allungare lo sguardo e vedere tutta la storia dei quasi quattro miliardi di anni della vita sulla terra e tutto lo sforzo precedente per formare gli elementi necessari (il carbonio, l'ossigeno, il ferro, ecc.): il lungo tempo necessario perché un figlio d'uomo potesse giungere all'identità di figlio di Dio.
Anche la nostra vita è orientata a questo traguardo. Ora sta avvenendo questo processo, ora siamo chiamati a sviluppare quella dimensione eterna per cui possiamo esistere come figli. Si sta costruendo ora, ma in virtù della forza più grande di noi, cioè dell'azione dello Spirito.
Questo è il mistero del Natale che ricorderemo in settimana e a cui ci stiamo preparando: è il mistero del nostro destino eterno, che non possiamo nominare, ma solo prefigurare attraverso simboli. Il Natale è l'intreccio di questi simboli, che la tradizione cristiana ha convogliato in un giorno ideale. La data scelta non è il giorno della nascita di Gesù: è un giorno ideale, simbolico. È il sorgere del sole, la ripresa del suo cammino nell'orizzonte dopo il solstizio d'inverno. È un giorno simbolico, perché la realtà che descrive è così profonda e così ricca, che non può essere detta se non attraverso simboli: è la nostra realtà di vita.
Se siamo consapevoli che c'è una forza più grande, che c'è uno Spirito che in noi cerca di tradursi, di acquisire forma nuova, unica (modalità che non è necessaria, perché è precaria e può fallire, ma quando si esprime resta per sempre una modalità con cui il volto di Dio è apparso come creatura) comprendiamo allora l'importanza di ogni gesto che compiamo, di ogni pensiero che alimentiamo, di ogni desiderio cui diamo spazio: configuriamo lo Spirito in noi, diamo forma a una Parola eterna.
E questo non solo a livello personale, bensì anche a livello sociale. Noi possiamo creare un ambiente che consenta la nascita dei figli di Dio e possiamo invece inquinare o rompere quell'intreccio delicatissimo per cui la vita può assumere ancora forme nuove nella storia umana.
Di qui nasce la responsabilità sociale e l'impegno politico. Sono terminati i bombardamenti in Iraq, ma le ferite sono ancora aperte. Ora è necessario che l'umanità si impegni a ricostituire questa trama delicatissima della vita, perché gli uomini possano camminare nell'armonia, nella pace e consentire quel clima vitale così denso e ricco, per cui lo Spirito può assumere forme nuove e possono nascere figli di Dio in mezzo a noi.
Non è, quindi, la festa a cui ci stiamo preparando, una semplice celebrazione di ciò che un giorno è accaduto: è la profezia di ciò che deve accadere, dell'umanità nuova che deve nascere e a cui ciascuno di noi è chiamato a dare il suo piccolo contributo, nella fedeltà alla Parola del Padre, nell'accoglienza del suo Spirito.
Chiediamo al Signore di trascorrere i giorni, ormai pochi, che ci separano dal Natale, in questa consapevolezza, per potere gioiosamente cantare la nascita del figlio di Dio in mezzo a noi.















































