Il regno di Dio
è vicino
Mt 4, 12-23
Possiamo subito chiederci quale compimento del tempo avvenga nei nostri giorni e quale cambiamento o quale conversione siano necessari. Questa è stata la prima richiesta fatta da Gesù in rapporto alla missione che Egli stava compiendo.
Nella storia della terra ci sono stati molti di questi momenti: quando la vita è sorta, quando sono emerse le prime forme di sensibilità; quando è sorta la consapevolezza per la prima volta, cioè quando la forza creatrice è giunta ad essere consapevole di sé e ad esprimersi nella libertà. Sono poi seguite tutte le tappe della cultura umana, che hanno richiesto cambiamenti profondi: pensate ad esempio quali contrasti profondi l'umanità ha vissuto quando sono cominciate l'agricoltura e la pastorizia: il racconto di Caino e Abele è la parabola del conflitto tra pastori e agricoltori. Poi tutte le altre svolte culturali. L'umanità è in processo, sta diventando, e ad ogni svolta culturale sono necessari profondi cambiamenti spirituali perché il processo continui.
La richiesta di Gesù, perciò, non è di carattere semplicemente morale, bensì è una richiesta globale, che investe il modo di interpretare la realtà, di mettersi di fronte agli altri, di porsi di fronte a Dio.
Il dato presupposto all'interpretazione che Gesù dà del suo tempo e all'interpretazione che noi come credenti diamo del nostro tempo, è questo: l'azione in gioco in questa avventura contiene ricchezze più grandi. Esprimiamo questa proprietà col termine "trascendente": ha dinamiche più ricche di quanto appare attualmente. Non ci sono dinamiche che si sviluppano accanto a quelle create o che si aggiungono alle creature. No. Tutto ciò che è nella storia e nel cosmo è creato. Le dinamiche più grandi sono quelle che alimentano, che soggiacciono, che rendono possibile tutto il processo. Ma quello che appare è tutto e solo creato.
Dobbiamo ricordare questa condizione, per capire bene la necessità di leggere oltre, o di andare a fondo. Questa è la differenza tra un'esperienza di fede e un'esperienza atea o agnostica. L'esperienza in se stessa è identica: i gesti che si compiono, gli elementi che compongono l'avventura umana, i problemi che devono essere affrontati, le soluzioni che vengono approntate. Ma gli atteggiamenti con cui vengono vissuti, e quindi le interpretazioni che ne emergono, sono diverse. L'atteggiamento credente suppone precisamente che la ricchezza della spinta vitale, della forza creatrice, non è ancora apparsa compiutamente, anzi, forse è ancora alle sue prime manifestazioni. Gesù esprimeva la trascendenza della storia umana con la formula «il regno è vicino». Cioè: l'azione di Dio soggiace.
La domanda: «qual è l'atteggiamento giusto, quello del credente o dell'ateo?» non ha una risposta a priori. L'atteggiamento del credente che, abbandonandosi con fiducia alla spinta di vita che lo investe, tende a esprimerne le ricchezze ulteriori, o quello del non credente, che invece ritiene che tutto ciò che è è già dato e che solo l'uomo è artefice del suo destino? Non si può dare una risposta prima a questo problema. Solo verificando a che cosa conducono i diversi atteggiamenti, come si esprimono e a quali frutti pervengono, è possibile capire il senso dell'esperienza che si compie. Questo è il valore della testimonianza. Non si può presumere di risolvere prima questo problema per poi vivere. No, è necessario vivere per cogliere a che cosa conduce la scelta che si compie e come si debbono affrontare i problemi storici.
Quali sono i problemi emergenti, oggi, a cui deve essere data una risposta?
Prima di tutto è il problema del confronto tra le culture e tra le religioni, l'incontro nuovo tra i popoli; quindi il grado nuovo di unità che l'umanità deve realizzare. È un grande problema. Oggi è la domenica che cade all'interno della settimana per l'unità dei cristiani: dal 18 al 25 gennaio tutti i cristiani del mondo si riuniscono per pregare insieme e impegnarsi a realizzare l'unità, quella per cui Gesù stesso ha pregato: «Che siano una cosa sola». Ma l'unità richiesta non è l'unità delle origini, non è l'unità medievale, è un'unità nuova, che non è stata mai realizzata. Sarebbe illusorio pensare che il traguardo che ci viene prospettato sia quello per esempio che avevano raggiunto le prime comunità cristiane. Quella era una forma ancora molto elementare, ambigua, con profonde imperfezioni. L'unità a cui oggi i cristiani sono chiamati ha una forma inedita, che implica l'accettazione delle molte diversità, la valorizzazione delle caratteristiche specifiche. Quindi implica il pluralismo. E questo dovrebbe essere uno dei paradigmi dell'unificazione dell'umanità. È un compito nuovo che ci è affidato.
Ci sono due condizioni fondamentali per svolgere questo compito: la consapevolezza della novità che ci è sollecitata e la fiducia nei confronti di Dio, per realizzarla. «Convertitevi, il regno di Dio è vicino». Oggi il regno di Dio che si fa vicino è l'unificazione nuova.
Su che cosa può essere fondata questa unità nuova? Non certo sulle lingue, sulla cultura, sulle dottrine. Anche nella Chiesa, come anche nel dialogo tra i cristiani, spesso si punta sulla unificazione dottrinale, come se, avendo le stesse dottrine, si realizzi già l'unità. Non è esatto. Anzi, di per sé pensare tutti allo stesso modo è un impoverimento, perché è impossibile che il Pensiero di Dio, che la Parola della Vita, che la Verità, possa tradursi in una lingua sola, in una cultura sola, in una sola struttura di pensiero. Se la Verità è trascendente, cioè molto più grande di quella che noi riusciamo a pensare, conseguentemente dobbiamo ritenere che i nostri pensieri sono assolutamente imperfetti rispetto alla verità di Dio. Dobbiamo ammettere quindi che ci sono tante altre modalità di pensare, che possono esprimere aspetti che il nostro pensiero non riesce a tradurre. Anche il cammino dell'unità dei cristiani che si è svolto in questo secolo è iniziato con attenzione particolare sulle dottrine: sono stati pubblicati molti documenti, numerosi teologi delle diverse chiese sono stati coinvolti. Ma la difficoltà resta ancora e si è giunti al nocciolo fondamentale, che è l'unità fondata sull'accoglienza dell'amore di Dio e quindi sulla carità, sull'impegno della solidarietà verso gli ultimi. Questa è stata la specificità dell'avventura cristiana fin dall'inizio: Gesù ha avviato questo processo perché ha fatto una scelta particolare e ha realizzato la rivelazione di Dio dalla parte dei diseredati, degli emarginati. Il Dio abitualmente riconosciuto era il Dio dei potenti, il Dio dei ricchi: erano benedetti da Dio se erano ricchi e avevano molti beni.
La scelta di Gesù ha caratterizzato tutta la storia, la vera storia della Chiesa; non la storia delle strutture o delle dottrine, non la storia dei poteri o delle realizzazioni anche grandiose. No, la vera storia della Chiesa è quella relativa alle forme di solidarietà. Perché il criterio fondamentale che Gesù ha dato è questo: «Ogni volta che avrete fatto queste cose a uno dei più piccoli dei miei fratelli, l'avrete fatto a me». Su questo noi saremo giudicati.
possibile però fare opere buone senza rivelare Dio. Gesù ha detto: «Quel giorno molti mi diranno: Nel tuo nome abbiamo cacciato demoni, annunciato profezie, operato miracoli. Ma io dirò loro: Non vi ho mai conosciuto, operatori di iniquità» (Mt 7,23). Il dato fondamentale è la scelta di solidarietà, ma come rivelazione di Dio, come manifestazione di Chi è più grande di noi. Questa epifania ci costituisce fratelli, perché è la trama fondamentale dell'unità.
In questa fase storica che stiamo vivendo ci è chiesto di sviluppare questi atteggiamenti spirituali: la consapevolezza che l'azione di Dio, nella storia, ha contenuti nuovi che vuole esprimere; che ci sono novità che possono emergere, non fondate sulla nostra capacità o sul nostro passato, ma sull'azione inedita dello Spirito.
Secondo, ci è chiesto un abbandono fiducioso nell'azione di Dio per cui siamo in grado di partire anche senza sapere dove possiamo arrivare.
Se i quattro discepoli quel giorno chiamati per una missione particolare avessero saputo come sarebbe andata a finire la loro avventura con Gesù, io non so se avrebbero risposto positivamente o se invece avrebbero trovato delle scuse per non seguire Gesù. Di scuse a disposizione certamente ne avevano tante: lasciare il padre nel lavoro, abbandonare la famiglia, anche se provvisoriamente, e così via. Tante scuse potevano essere trovate. Sono quelle scuse che noi continuamente troviamo per non rispondere alle sollecitazioni. Nella chiesa sono pochi quelli che si rendono disponibili, che danno fiducia al punto di essere capaci di morire. In questi giorni i giornali riferiscono di diverse persone, di missionari, delle suore di Madre Teresa,
del sacerdote di Como, di altre persone, che danno tale fiducia al Vangelo, da mettere in gioco la loro vita. Ma non perché si sentano grandi (perché hanno i limiti, le insufficienze, le paure di tutti gli uomini), ma perché hanno dato fiducia a un'azione più grande di loro che in loro diventa decisione, solidarietà, perdono, misericordia, accoglienza.
Noi siamo capaci di pregare, ci raccogliamo in solitudine, facciamo pratiche spirituali, abbiamo vita morale integra. Ma anche i farisei facevano tutto questo. Per Gesù era ancora insufficiente; anzi, era iniquità, se non esprimeva l'azione di Dio che salva gli uomini, cioè se non era epifania e rivelazione.
Cosa avviene nella nostra vita? Fermiamoci un momento a riflettere, perché non è in gioco solo la nostra piccola esistenza, il valore della nostra piccola storia: è in gioco l'avventura umana, perché la storia umana è il risultato delle piccole fedeltà di ogni giorno, degli impegni che rinnoviamo, delle invenzioni che consentiamo.
Chiediamoci allora che carattere ha attualmente la nostra risposta al Signore, quali sono le dinamiche prevalenti nella nostra piccola storia, i pensieri, i desideri più vivi. E portiamo sull'altare una risposta all'invito del Signore: «Il regno di Dio è vicino. Convertitevi».















































