La chiamata
accolta nella preghiera
Mt 3, 13-17
Le prime due letture ci offrono la chiave per capire il senso dell'episodio narrato dal Vangelo e dell'esperienza compiuta da Gesù nel Battesimo.
La prima lettura ci parla della chiamata: «Ti ho chiamato e ti ho preso per mano». Si riferisce al Servo, di cui il libro di Isaia tratteggia le linee fondamentali, quelle che Gesù interiorizzerà nella sua preghiera e che vivrà portando a compimento quella profezia.
La seconda lettura parla della consacrazione: «Come Dio consacrò», cioè riservò a Sé. Nella liturgia odierna viene letto un brano del discorso di Pietro, dal capitolo 12 degli Atti, perché si riferisce al Battesimo come al momento della consacrazione iniziale: la consacrazione piena verrà nella Pasqua.
Luca aggiunge un elemento che credo sia importante ricordare: che l'esperienza della consacrazione venne vissuta da Gesù in un momento di preghiera, successivo al battesimo. Luca dice: «Mentre era in preghiera, il cielo si aprì, lo Spirito...». Sono descrizioni esteriori di una esperienza profonda. Non è avvenuto nulla nel cielo, nelle nubi, è nel cielo del suo spirito che si squarciano le nubi - la luce irrompe e Gesù ascolta una chiamata. Prende corpo quello che nei mesi precedenti si stava delineando dentro di lui, per cui aveva deciso di andare da Giovanni, si era sottoposto al rito battesimale, che era un rito di conversione. Gesù stava per decidere. Quello è il momento in cui in lui prende corpo la chiamata. E nella preghiera diventa la sua risposta. La lettera agli Ebrei la esprime richiamandosi al salmo 40: «Ecco, io vengo, Padre, per compiere il tuo volere. Perché così è scritto di me sul rotolo del libro: io vengo per compiere il tuo volere».
In questo modo riusciamo a entrare pian piano nella spiritualità di Gesù, cioè a penetrare (da lontano, perché noi non abbiamo quell'intensità del rapporto col Padre che Ge-
sù aveva), ma riusciamo un po' a percepire qualcosa di ciò che Gesù quel giorno visse, quando l'azione del Padre in lui divenne risposta. Questo è il segreto della nostra vita, il significato di ogni nostra risposta. Non dobbiamo aspettarci di sentire qualcuno che dice: «Dio vuole questo da te». Nessuno ce lo potrà mai dire. Anche quello che avvertiremo dentro, sarà sempre un indizio, un'indicazione di cammino, non sarà mai la volontà di Dio pienamente espressa. Noi non siamo uno spazio sufficiente perché la Parola di Dio possa risuonare come divina.
Anche per Gesù questo accade, perché nella sua realtà umana Gesù aveva i limiti della creatura: non era uno spazio infinito, era uno spazio legato ad una cultura, ad una lingua, ad un progetto, ad un modo di vedere le cose:, quello del suo ambiente. Dobbiamo sempre ricordare che Gesù ha compiuto un cammino di fede, quindi di ricerca, di abbandono fiducioso al Padre, per cogliere il significato di ciò che accadeva.
Qui si inserisce il valore della sua preghiera. Perché altrimenti pregava? Che senso aveva mettersi in silenzio? Perché andare nel deserto? Lo ricorderemo all'inizio della quaresima: Gesù volle continuare questa esperienza di preghiera e si ritirò nel deserto per lunghi giorni, a riflettere, a pregare. Per consentire alla parola che aveva ascoltato ancora in embrione, di diventare parola chiara, coinvolgente, che potesse esprimersi compiutamente. Richiede tempo la Parola divina per diventare carne, per diventare pensiero umano, per diventare risposta: esige tempo, perché noi non siamo in grado di accoglierla in una sola condizione, in un solo istante, con un solo pensiero e una sola parola. È troppo piccola la nostra mente per tradurre una Parola divina. Molte parole devono succedersi, intramezzate da lunghi silenzi, da decisioni, da scelte. Tutta la vita di Gesù è lo sviluppo di questa prima esperienza, quando fu "consacrato", come dice appunto Pietro, da Dio, per una missione.
Questo accade anche nella nostra vita. Non possiamo pretendere di avere chiara fin dall'inizio la Parola di Dio per noi, di conoscere qual è la Sua volontà, di sapere qual è "il nome che ci è riservato nei cieli", per usare una formula cara a Gesù. Non lo possiamo sapere. È solo camminando, giorno dopo giorno, ma in modo che la Parola diventi nostro pensiero, decisione nostra, diventi parola che noi possiamo pronunciare.
Questa è una condizione assoluta. Altrimenti la Parola iniziale si disperde lungo i sentieri delle nostre fantasie, dei nostri desideri incompiuti, dei nostri progetti egoistici o interessati, lungo i sentieri delle nostre passioni.
Di qui deriva l'importanza della fedeltà quotidiana all'ascolto, alla preghiera, a quegli spazi di silenzio che consentono alla Parola di continuare la sua espressione nella novità che irrompe.
Quando invece abbiamo esperienze religiose intense, quei momenti in cui il cielo si squarcia, una luce irrompe, vediamo chiaro un cammino, spesso pretendiamo che la chiarezza resti sempre, lungo il tragitto. No, questa è la chiarezza dell'inizio, è la Parola che sollecita, ma che deve diventare pensiero, parola, decisione in noi. Non c'è Parola di Dio che non diventi parola umana, se ha un significato per noi; che non sia pensiero di uomini, se deve essere espressa e ascoltata da noi. Ma qutsto richiede tempo, perché la parola di Dio non può diventare in noi una parola sola, un solo pensiero, un solo desiderio, un solo progetto, bensì diventa una continuità di progetti, di pensieri, di parole che si succedono nei giorni e che perciò richiedono fedeltà.
È della fedeltà che spesso manchiamo. Ci accontentiamo di quel momento, di quell'esperienza. Diciamo: 4-lo capito». In realtà, abbiamo solo cominciato a capire, ma se non continuiamo nell'ascolto quella parola resta là sospesa e non ci dice più nulla.
Questo è il dramma frequente delle nostre risposte alla chiamata di Dio (o, potremmo dire, alla nostra vocazione): ci illudiamo di poter rispondere in un giorno solo, con una sola parola, con una sola decisione.
Concretamente, considerate le diverse situazioni possibili: l'inizio di un lavoro, per esempio, l'inizio del matrimonio, l'inizio di un'amicizia, l'inizio di un'esperienza: c'è sempre un momento luminoso. Ciascuno di noi ha certamente questi riferimenti nella sua esistenza, che può ora richiamare, proprio per individuare la luminosità dell'inizio e spesso, poi, la dispersione, l'infedeltà, i tradimenti.
Tutto ciò non sarebbe drammatico, se già la prima chiamata ci costituisse nella nostra identità di figli. Il problema è appunto questo: che l'inizio non ci costituisce ancora nella nostra identità di figli. Certo, possiamo già dirci figli, nel senso che abbiamo iniziato il processo: come un bambino che nasce è già figlio, ma figlio realmente lo diventerà quando potrà dire ai suoi genitori di aver accolto interamente il dono che lungo gli anni essi continueranno ad offrirgli. Allora acquisterà il nome di figlio e sarà in grado di condurre i propri genitori al loro compimento, come è dovere di ogni figlio.
Ciò vale anche (anzi, molto di più) nella vita spirituale, perché il processo di crescita non è che il simbolo di un altro processo molto più profondo: l'essere chiamati a diventare figli di Dio, processo che si realizza attraverso i sentieri e le scelte della vita quotidiana.
In tutte le nostre situazioni e in tutte le nostre risposte c'è una componente storica, che è limitata, imperfetta, inadeguata. È la risposta al coniuge, la risposta all'amico, la risposta al compagno di lavoro, la risposta alle persone che sono coinvolte nella nostra avventura storica; una risposta quindi reale, a persone, a situazioni. Ma c'è nello stesso tempo, e nello stesso atto che noi compiamo, un'altra risposta, che è quella significativa e che dà valore anche alla prima. Ed è la risposta a Dio. Non sono due atti diversi. Questo è il punto su cui occorre riflettere. Noi invece pretendiamo di rispondere a Dio in un momento particolare, o andando in chiesa, o in uno spazio di preghiera, e di rispondere agli altri per conto nostro. In realtà noi diamo un'unica risposta: l'unico gesto che noi compiamo contiene in sé una duplice dimensione: risponde a persone che ci stanno davanti, a situazioni che stiamo vivendo, ma nello stesso istante, e con lo stesso atto, noi rispondiamo a una chiamata più profonda, che è la chiamata della Vita, che è la chiamata di Dio a diventare figli suoi.
Il nostro cammino perciò richiede la consapevolezza della complessità dei gesti che compiamo. Cioè la consapevolezza che la nostra vita contiene qualcosa di più grande di quello che esprime, delle parole che possiamo dire, delle scelte che possiamo fare. C'è qualcosa di più grande, che dà significato a tutto ciò che accade: anche al fallimento, anche alla scomparsa delle persone, anche al nostro peccato, quando viene recuperato dalla misericordia: c'è qualcosa di più grande e di più profondo che dà un significato a tutto, se noi ne diventiamo consapevoli e se viviamo nella fedeltà della risposta.
Questo è il significato, molto semplice ma concreto, della memoria che oggi facciamo dell'inizio della risposta di Gesù e della sua consacrazione. Ebbe compimento per lui sulla croce. Anche per noi l'avrà sul letto di morte, in quel gesto supremo di fedeltà che a tutti sarà chiesto, quando dovremo rispondere: «Ecco, io vengo, o Padre, per compiere il Tuo volere».















































