La fedeltà di Gesù
nel «fallimento»
Lc 23, 35-43
La solennità della regalità di Cristo è la festa della sua messianicità, della sua funzione universale di salvezza.
Il Vangelo scelto per la solennità in cui ricordiamo la funzione salvifica di Gesù, la sua messianicità universale, sembra in contraddizione col contenuto della festa, dato che lo presenta come lo sconfitto, come il ripudiato, schernito, rifiutato nella sua missione. Non c'è neppure la conclusione della resurrezione.
Questa scelta ha un significato: la passione e la morte di Gesù rappresentano il momento in cui Gesù compie la sua missione e viene intronizzato come Re, cioè costituito Messia. Tutto il periodo precedente della sua esistenza è stato una preparazione a questa intronizzazione. Essa sarebbe potuta avvenire in modi molto diversi, per esempio col riconoscimento di tutto il popolo, con un impegno di rinnovamento religioso, con una grande conversione. L'intronizzazione è avvenuta attraverso la croce, cioè nel fallimento, nel rifiuto. Ma questo fatto non ha annullato la missione di Gesù, l'ha compiuta.
La croce non è un destino assoluto, una necessità: è stata una contingenza inserita nelle possibilità dell'azione di Dio. Non per niente, c'erano profezie che indicavano questa possibilità, anche se non venivano considerate messianiche. I primi cristiani le rilessero proprio in prospettiva messianica, perché Gesù a un certo momento aveva vissuto il suo messianismo e interpretata la sua missione alla luce di queste profezie. C'erano profezie messianiche di altro tipo, perché l'azione di Dio nella storia non impone mai una soluzione, ma ne offre diverse. L'azione di Dio e, sollecitando libertà, non impone, bensì offre varie possibilità.
Anche di fronte a Gesù si aprivano diverse vie. Se i sacerdoti, e i capi soprattutto, avessero accolta la sua proposta di rinnovamento della vita spirituale del popolo ebraico, la storia avrebbe avuto un altro svolgimento, ci sarebbero state altre scelte. Non ne sappiamo nulla, perché non si può fare la storia con i "se", però dobbiamo renderci conto delle possibilità diverse che stavano di fronte a Gesù.
Gesù ha iniziato il suo cammino con entusiasmo, nell'attesa di altre soluzioni, con altre prospettive. Ma ha continuato il suo cammino anche quando le prospettive positive sono cadute ed è sorta la crisi; anche quando c'è stato il rifiuto e non è stato compreso; anche quando è stato messo in croce. Ha continuato la sua missione. Se Gesù non avesse continuato ad amare in quella situazione, a esprimere misericordia, a tradurre in gesti concreti l'amore di Dio che salva, che offre vita, tutto il suo cammino precedente sarebbe stato insensato: non avrebbe avuto il suo compimento.
Da qui deriva l'importanza della croce per la messianicità di Gesù: è il momento decisivo, quella soglia che introduce in una nuova dimensione. E Gesù è rimasto fedele. Quando diciamo: «È rimasto fedele» non intendiamo semplicemente: «Ha accettato un destino», ma: «Ha assunto una situazione che era contingente, ma che era l'ambito, il luogo, dove gli veniva offerta la sua identità».
Questo è importante anche per noi, per capire e vivere momenti decisivi di compimento. Non sono determinati, assoluti, nel senso che non corrispondono di per sé alla volontà di Dio, ma sono dipendenti da circostanze contingenti, da eventi particolari; in essi però ci è chiesta la fedeltà per giungere a compimento, cioè per acquisire l'identità di figli e assumere il nome che ci è stato riservato. Come Gesù ha assunto il nome di Figlio, di Re, di Signore, per la sua fedeltà, per la sua ubbidienza, nella Croce. Così dice esplicitamente l'inno cristologico riportato da Paolo nella lettera ai Filippesi: «Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome». Questo è anche il nostro cammino. La domanda che continuamente dobbiamo farci, nelle diverse situazioni, non è: «Questa situazione corrisponde al volere di Dio? è voluta da Dio per me?», perché non sapremo mai rispondere a una domanda di questo tipo. Non solo, ma spesso potremmo anche rispondere: «Questa situazione è contraria al volere di Dio». Però ci troviamo a viverla e lì ci è chiesto di essere fedeli alla volontà di Dio, di accogliere cioè la Sua azione per esprimerla e tradurla in gesti umani. La domanda che dobbiamo farci, in tutte le situazioni della nostra vita, è, positivamente: «Come in questa situazione posso io compiere la volontà di Dio, accogliere il nome che mi è stato riservato, raggiungere la mia identità? Come posso farlo in questa situazione?». Allora saremo in grado di valutare diversamente le circostanze. Altrimenti non possiamo rispondere e viviamo in superficie, senza coinvolgerci interamente, senza cogliere il significato profondo della situazione in cui ci troviamo.
Lo sguardo fisso su Gesù
Per rispondere alla domanda relativa alla volontà di Dio, ci è necessario tenere fisso lo sguardo su Gesù crocifisso. Il Vangelo oggi ci presenta diverse categorie di persone che tengono fisso lo sguardo su Gesù.
Il popolo, dice Luca, «stava a guardare». È una formula molto pregnante, perché "stare a guardare" vuol dire "vediamo come va a finire". Probabilmente tra questo popolo che stava a guardare c'era qualcuno che ancora attendeva un miracolo, un evento straordinario: se veramente era il Messia, come molti credevano, non poteva finire sconfitto, qualcosa doveva accadere. Quindi stavano a guardare. Ma a distanza, cioè senza coinvolgersi, senza dire: «Rendiamo possibile ciò che deve accadere». No, stavano a vedere. Chissà cosa sarebbe accaduto.
C'erano invece i capi del popolo che schernivano Gesù: «Ha detto di essere il Cristo, salvi se stesso, il re dei Giudei, scenda dalla croce». E anche i soldati schernivano Gesù. Ci sono diversi atteggiamenti di rifiuto: i capi del popolo, i soldati, lo stesso rivoluzionario che era condannato con Gesù, che lo rifiutava: «Se sei il Cristo salvaci».
Questi diversi rifiuti, con scherno e dileggio, erano forse gli aspetti più penosi per Gesù, perché vedersi sconfitto con l'umiliazione, col disprezzo, come se la vita non avesse avuto senso, è il massimo della sofferenza.
Ebbene, anche noi, nei diversi momenti della nostra vita, abbiamo uno sguardo a Gesù con caratteristiche diverse: dall'indifferenza (stiamo a vedere cosa può accadere) fino al rifiuto.
C'è anche lo sguardo del "buon ladrone", come viene chiamato: «Ricordati di me, quando sarai nel tuo regno». Anche lui non sa cosa voglia dire entrare nel regno, ma si affida, dà fiducia, anche ad uno sconfitto, ad un morente, ad un rifiutato. «Ricordati di me».
È la forma più radicale di fede. Su che cosa poteva fondarsi quella fede? non sul potere, non sulla capacità dei miracoli, non sulla potenza guaritrice che Gesù aveva. «Ricordati di me quando sarai nel tuo regno». Era una forma di fiducia in Dio che in lui operava e in lui si manifestava.
È la forma radicale di fede che anche a noi è chiesta, soprattutto nei momenti di passaggio, nei momenti in cui tutto il resto viene meno e tutto il passato perde senso. Ci sono nella nostra esistenza questi momenti, in cui tutto ciò che abbiamo imparato scompare, ciò che eravamo capaci di fare diventa incapacità, ciò che avevamo accumulato sparisce, l'amicizia che avevamo coltivato si tronca... Situazioni nelle quali il passato viene meno, non si presenta più come ragione di vita. Nella morte l'esperienza fondamentale è proprio questa: è il momento in cui il passato non ha più incidenza, non ti puoi più richiamare a nulla. Lì ci sarà chiesto di compiere un gesto di fede radicale: «Ricordati di me, quando sarai nel tuo regno».
Ma non solo nella morte, altrimenti sarebbe una volta sola nella nostra vita, ci viene chiesto di esercitare la fede in Dio. Ci sono tante altre situazioni in cui il valore del nostro passato scompare, si esaurisce: può essere la salute, la capacità di operare, può essere il lavoro... un momento in cui ci è chiesto di continuare a vivere e di abbandonarci fiduciosamente. Ma non poggiati più sulla nostra memoria, bensì sulla memoria di un Altro; non sulla nostra capacità, bensì sulla capacità di un Altro.
È l'esercizio della fede in Dio: noi non possiamo sapere che cosa è Dio, ma possiamo vivere l'abbandono fiducioso, proprio perché non lo sappiamo. La fede non implica il sapere chi è, la fede implica l'abbandono fiducioso senza sapere. L'unica cosa che ci è sempre possibile è la fede, perché non dobbiamo richiamare nulla: ciò che abbiamo accumulato, i meriti che abbiamo acquisito, la sapienza che avevamo, la potenza di operare... non dobbiamo richiamare nulla, se non la Sua potenza, la Sua memoria, la Sua presenza: «Ricordati di me».
Se noi ci educhiamo ogni giorno, nei momenti di passaggio, nelle soglie delle nostre giornate, o nelle tappe della nostra vita, a vivere l'abbandono fiducioso, senza richiamare i nostri meriti o le nostre capacità, ma solo fidando nella sua presenza («Ricordati di me»), saremo in grado di poterlo ripetere gioiosamente quando verrà meno ogni altra prospettiva, quando nella morte ci sarà chiesto di attendere solo Dio.















































