La gloria di Dio
è offrire la vita
Gv 11, 1-45
Si può notare con facilità l'intreccio delle due trame che costituiscono questo racconto.
Una prima trama è il cammino di Gesù, la sua fede, la sua preghiera, la sua invocazione, il suo pianto, la sua commozione, «Ti ringrazio perché mi hai esaudito» e il grido: «Lazzaro, vieni fuori»; è un cammino compiuto da Gesù nella sofferenza, nel coinvolgimento.
C'è poi l'altra trama del racconto, ed è la serie di riflessioni che la comunità del Quarto Evangelista fa su questo episodio di risurrezione, considerato simbolo della vita eterna, cioè di quella dimensione definitiva della persona, di quella identità dei figli di Dio, che è il traguardo di ogni cammino di fede.
Seguono, infine, alcune riflessioni sulla gloria di Dio da comunicare - e la gloria di Dio, lo sappiamo, è l'uomo che diventa vivo attraverso i rapporti di comunione.
L'importanza dell'amicizia nell'azione di Gesù
Il primo aspetto è fondamentale: ciascuno di noi è chiamato a dare vita ai fratelli. L'azione creatrice di Dio passa sempre attraverso creature, per cui il cammino della nostra identificazione - nei due livelli, dell'identità psichica e dell'identità spirituale, nella quale assumiamo il volto dei figli di Dio - viene compiuto nella trama delle relazioni, quindi delle esperienze che compiamo. In ogni rapporto, in ogni esperienza che compiamo un piccolo frammento di vita ci viene offerto.
Questo processo ha due risvolti. Il primo, quello personale: noi possiamo crescere solo abitando le relazioni, accogliendo l'offerta di vita che ci viene continuamente rinnovata. Ogni volta che rifiutiamo di vivere rapporti o siamo
pigri, indifferenti, ci sono sepolcri che devono essere aperti e morti che devono resuscitare. Lungo il cammino accumuliamo una serie di cadaveri dentro di noi. Noi siamo complessi e molte delle possibilità che ci costituiscono vengono frustrate dalla nostra pigrizia, dalla resistenza all'azione di vita che ci perviene attraverso i rapporti e nelle esperienze che siamo chiamati a compiere.
Giovanni sottolinea l'importanza che ha avuto l'amicizia nel comportamento di Gesù. Egli ha incontrato molti defunti nella sua vita, ma solo del giovane figlio della vedova si dice che l'abbia richiamato a vita e di Lazzaro (anche della figlia di Giairo, se era già morta). In ogni caso sono pochi episodi, nei quali interviene la commozione di Gesù e, in questo caso, la sua amicizia: «Voleva molto bene a Marta, a Maria e a Lazzaro», dice Giovanni. La commozione di Gesù e il suo pianto di fronte alla tomba non è una recita. Egli ha vissuto realmente l'esperienza e ha pregato intensamente il Padre per questo. L'azione di Dio che ridona vita a Lazzaro, passa attraverso la sua commozione e il suo pianto. Lazzaro poi è morto e quindi l'azione di Gesù ha semplicemente allungato un po' la sua vita terrena, come può avvenire per esempio per uno che ha un arresto cardiaco e un medico attraverso il massaggio ristabilisce il circolo del sangue. Anche nella nostra vita il fluire del dono di Dio negli altri suppone la nostra consapevolezza, la nostra sensibilità, la nostra sintonia di vita, la nostra oblatività, e quindi il superamento dei nostri egoismi, delle nostre chiusure e resistenze.
Questo mette in luce la responsabilità che abbiamo gli uni degli altri, proprio in ordine alla vita, al vivere serenamente, al crescere positivamente. Noi ci scambiamo vita ogni giorno, ma possiamo - per l'indifferenza, per la resistenza, per l'egoismo, perché siamo ripiegati su noi stessi - trascurare questo compito fondamentale. Quante volte avremmo potuto dire: «Vieni fuori Lazzaro», come altri lo dicono per noi, offrendoci stimoli di vita.
È importante sviluppare questo senso di responsabilità, per fare di ogni giorno una palestra della creatività di Dio: non siamo noi il principio, certo, noi non possiamo far nulla per conto nostro, ma la forza della vita è tale, che noi possiamo svolgere questo compito. E siamo chiamati a farlo in quanto partecipi dell'avventura della vita. Non è un'aggiunta alla nostra esistenza, è il vivere stesso. Il resto è vegetare, è sopravvivere, ma vivere è consentire alla vita di fluire, di acquistare forma in coloro che ci stanno accanto.
Indicazione del traguardo finale
Il secondo aspetto è ancora più importante. Sono riflessioni successive: la comunità nel racconto coglie il senso, il valore profondo, dell'episodio. Esso sta nella indicazione del traguardo finale del cammino della storia umana: la gloria, l'identità dei figli di Dio: «Perché il figlio di Dio venga glorificato, perché sia rivelato». Ciascuno di noi vive perché in lui il figlio di Dio si riveli, perché in lui maturi una forma nuova e definitiva di esistenza, che è appunto l'identità di figli di Dio.
L'avventura della persona potrebbe fallire, perché è legata alle risposte che noi diamo lungo la storia. Certo, non dobbiamo valutare questa possibilità in un modo drammatico, nel senso che la soglia minima per giungere a un'identità di figli di Dio è alla portata di tutti; però dobbiamo essere consapevoli di poter fallire il traguardo dell'identità personale. Siamo perciò sollecitati a vivere le esperienze e i rapporti attenti al dono della vita eterna, cioè a quella dimensione per cui ciascuno di noi sviluppa la forma definitiva della sua identità di figlio di Dio.
Questa è la ricchezza dell'azione creatrice: contiene infinite possibilità. Ognuno di noi ne realizza una. Non tutte le possibili partecipazioni della ricchezza infinita di Dio si attueranno, molte resteranno potenziali, come molti figli di uomini non nascono. La vita non è condizionata da queste possibilità mancate. Però è importante ricordare che in noi Dio cerca di assumere una forma inedita, di acquistare un volto mai finora espresso, e che questa formazione è legata alla nostra consapevolezza e alla nostra libertà. Noi non possiamo aggiungere nulla, ma possiamo impedirlo e non consentire che Dio in noi assuma la forma di figlio.
La rivelazione della gloria di Dio
Questa è la gloria del figlio di Dio che si rivela. La colletta ricordava quella formula straordinaria di sant'Ireneo, che poi divenne vescovo di Lione, del cap. IV dell'Adversus Haereses: «La gloria di Dio è l'uomo vivente». È l'uomo vivente come figlio, cioè l'uomo che sviluppa la dimensione eterna. Questa dovrebbe essere la preoccupazione fondamentale: «Che giova all'uomo, diceva Gesù, anche se guadagna il mondo intero, se poi perde la vita?», cioè se non sviluppa la possibilità straordinaria che gli è offerta?
Abbiamo quindi una grande responsabilità, non solo nei nostri confronti, ma nei confronti di coloro che ci stanno accanto. Perché la legge della salvezza, dello scambio di vita reciproco, non vale solo a livello psichico, ma vale soprattutto a livello spirituale, cioè in quella dimensione della vita eterna per cui, come Gesù diceva, «un nome è scritto nei cieli per noi».
Di fronte a questa responsabilità reciproca, il sacramento eucaristico che stiamo per celebrare, il gesto di comunione, acquista un particolare valore. Non è solo la ripetizione di un rito tradizionale, vuole essere l'impegno che assumiamo e che rinnoviamo, gli sposi tra di loro, gli amici, coloro che si conoscono, coloro che si incontrano per caso, qui o lungo la strada: l'impegno che assumiamo di non bloccare il flusso della vita, di non impedire all'azione di Dio di esprimersi, perché nulla del dono di Dio vada mai perduto.















































