La luce che guida
il cammino dei ciechi
Gv 9, 1-41
Ci sono due aspetti nel cammino del cieco nato narrato dal Vangelo: l'aspetto fisico, il passaggio dallo stato di cecità alla visione, e il cammino di fede, che viene indicato nelle sue tappe essenziali: l'incontro con Gesù, la dichiarazione che è un profeta, e infine il riconoscimento che è il Messia, il "figlio dell'uomo". Gesù presenta con questo titolo la sua missione: «Credi nel figlio dell'uomo?». «Chi è, perché possa credere in lui?». «Io credo, Signore». Questo cammino di fede probabilmente continuò nella comunità cristiana, forse proprio nella comunità del Quarto Evangelista, che, unico dei quattro Vangeli, ha conservato la memoria di questo episodio.
Giovanni dà sempre un valore simbolico ai suoi racconti e in questo cammino del cieco nato indica con chiarezza il cammino di fede che anche noi siamo chiamati a compiere. Ma partendo da un presupposto che spesso noi trascuriamo: la nostra assoluta cecità. Nei confronti della vita, nei confronti di noi stessi, nei confronti di Cristo, nei confronti di Dio.
Questo è un dato che spesso trascuriamo, perché nasciamo nell'illusione di conoscere la realtà. Di fatto noi siamo chiusi dentro la gabbia dei nostri sensi. Essi sono piccole finestrelle che ci consentono sguardi furtivi sulla realtà sempre diversa da come noi la cogliamo.
Anche da un punto di vista fisico, della realtà conosciamo solo piccoli sprazzi, ambiti minimi che, più conosciamo, più si rivelano fonte di problemi. Per cui più procediamo nella conoscenza, più prendiamo consapevolezza di non sapere come stanno le cose. Gli stessi libri degli scienziati sono interessanti, perché attraverso una serie notevole di acquisizioni, aprono orizzonti immensi sull'ignoranza dell'uomo: ogni piccolo problema che viene risolto ne apre altri mille per i quali non esiste ancora soluzione. Sono continui punti interrogativi. Proprio in questi giorni ho terminato di leggere un libretto di Paul Davies, uno dei tanti libri di divulgazione che egli ha scritto, ed è interessante perché ogni capitolo (sulla complessità, sull'infinito, sulle particelle elementari...) contiene una serie lunghissima di problemi a cui non c'è risposta.
Questo riguarda la scienza, che è uno degli aspetti di cui la nostra cultura va più orgogliosa, e giustamente, per le numerose conquiste.
Ciò vale, e ancora di più, per la nostra interiorità: chi siamo noi, che cosa sappiamo del groviglio di impulsi interiori? Appena vi gettiamo uno sguardo ci sembra di capire come stanno le cose e il giorno dopo le scopriamo diverse. Le conoscenze che abbiamo, più le approfondiamo, più si aprono all'incerto. Oggi siamo convintissimi di una cosa, dopo un po' di tempo scopriamo che non è così sicura, dopo altro tempo ancora ci rendiamo conto che alcuni aspetti sono certamente sbagliati. Che sappiamo del nostro mondo interiore? della validità dei nostri pensieri, degli stati d'animo?
E degli altri, che cosa conosciamo, anche di quelli che ci sono più vicini? Che sappiamo in realtà? Quante volte, dopo una lunga riflessione, dopo un lungo dialogo, scopriamo degli aspetti che prima ci erano completamente sfuggiti, ma che quando vengono acquisiti appaiono solo piccoli frammenti di un mondo che continuamente ci sfugge. Che sappiamo realmente delle persone che incontriamo, con le quali parliamo?
E di Gesù che cosa conosciamo? come ha vissuto il suo cammino di fede? Più si legge il Vangelo, più appaiono con chiarezza cose che prima non si vedevano, che poi a loro volta appariranno inadeguate e insufficienti.
E di Dio? cosa conosciamo di Dio? L'unica cosa che possiamo dire è di non sapere nulla E più cerchiamo di conoscere la Sua realtà, cioè di vivere alla Sua presenza, più scopriamo che l'atteggiamento che ci è chiesto è il riconoscimento della nostra ignoranza: non sapere che cosa è Dio è l'inizio della sapienza. Siamo ciechi.
Se le cose stanno così, perché ci raccogliamo a pregare, perché riflettiamo, perché passiamo giorni interi nel raccoglimento? A che serve, se dobbiamo continuamente riconoscere che ciò che apprendiamo è la nostra ignoranza? Serve a giungere a questa consapevolezza, che ha due aspetti fondamentali: io non so nulla, ma Dio è, la Verità è, il Bene è, la Luce risplende. E io posso camminare. Non sono io la luce, io sono nelle tenebre, ma la luce mi guida. Posso andare avanti, posso camminare. Verso dove? Chissà. Lui lo sa: «Tu sai o Signore, Tu vedi, io so che la luce che risplende all'orizzonte non è un inganno, è la Tua presenza».
Questo basta per camminare, per andare avanti, per non fermarsi nelle tenebre che ci avvolgono e per fare ogni giorno un passo avanti verso la luce: «Tu sai, Signore, dove ci guidi».















































