La vita è esplosa
negli abissi della morte
Gv 20, 1-9
La resurrezione non viene narrata: i Vangeli non hanno il racconto della resurrezione, bensì racconti di discepoli, delle donne per prime, che vanno alla tomba e incontrano Gesù. Se nessuno si fosse mosso, se tutti, presi dalla paura, fossero tornati alle proprie case, se nessuna donna fosse uscita di casa per andare alla tomba a piangere, a completare l'unzione che per la fretta era stata interrotta, se non ci fosse stato amore, se tutto fosse stato dimenticato, non avremmo i racconti dell'incontro con Gesù risorto. Cosa sarebbe stato? Non sappiamo, ma questo mette in luce che la storia di salvezza procede solo per decisioni e per gesti di uomini. Ciò d'altra parte risponde alla legge dell'incarnazione: l'azione di Dio non si esprime nella storia umana, se non attraverso decisioni umane; tutto quello che avviene nella storia è una creatura che lo compie.
Questo vale anche per la storia di Gesù. Anche la resurrezione passa attraverso la fedeltà di una creatura. Gesù nella sua vita, nella sua passione, nell'agonia, nella preghiera dell'orto, ha innescato una forza di vita tale, che nella morte è esplosa come resurrezione. Per questo si può dire: «Gesù è risorto». Non è rimasto vivo di nascosto nei sotterranei della terra, come gli antichi pensavano. No, nel momento della morte la vita è esplosa, cioè Gesù ha raggiunto quella forma definitiva di esistenza alla quale anche noi siamo chiamati. L'altra dimensione, la forma nuova di vita, è passata attraverso la fedeltà di Gesù. Se Gesù si fosse tirato indietro la storia avrebbe avuto un'altra piega: Dio avrebbe suscitato qualche altro, per esprimere la novità che era necessaria in quell'ambiente e per cui il popolo ebraico era già pronto, dato che il "piccolo resto" aveva maturato una fedeltà che appunto in Gesù si è espressa, coinvolgendo la sua libertà. Se Gesù si fosse tirato indietro, se per esempio nel momento della crisi galilaica fosse tornato a Nazareth, per aspettare tempi migliori, chissà come la forza creatrice, l'amore di Dio si sarebbe potuta esprimere in quella situazione. Non possiamo rispondere, perché la storia non può essere scritta con i "se". Però dobbiamo riflettere per capire il significato della sua fedeltà, del suo abbandono fiducioso nel Padre, della sua "ubbidienza", come la chiama la Scrittura.
Ed è importante ricordare, oggi che siamo sollecitati anche noi a rinnovare il suo impegno, che l'oggetto della fedeltà di Gesù non è l'esecuzione di un decreto, perché Dio non ha decreti sugli uomini, ma offre possibilità. Tanto meno era la volontà di andare alla morte, perché Dio non vuole la morte degli uomini, neanche la morte del Figlio dell'uomo (anzi, soprattutto del Figlio dell'uomo). Dio vuole la rivelazione dell'amore. Questo chiedeva al Figlio: di rivelare l'amore nelle situazioni più estreme, volute solo dagli uomini.
Passa attraverso questa fedeltà l'esplosione di vita che ha iniziato una nuova tappa della storia umana. Non è tutta la realtà umana, perché ci sono altre correnti vitali accanto a quella cristiana, ma è la nostra, nella quale siamo coinvolti e che sollecita il nostro impegno, la nostra decisione. Per questo è utile riflettere un istante sulla fedeltà di Gesù.
Gesù ad un certo momento ha dubitato di poter continuare quel cammino. Aveva predicato molte volte che quando si incontra l'odio è necessario raddoppiare la forza dell'amore, che quando si incontra il peccato è necessario esprimere misericordia, che quando s'incontra la violenza, lì è il luogo della mansuetudine. Tante volte Gesù l'aveva detto e l'aveva vissuto. Ma ora si trovava in una situazione in cui vivere una tale fedeltà sembrava impossibile, o almeno al limite delle possibilità umane. Fu l'agonia di Gesù, fino a sudare sangue di fronte a un compito immane. Possibile che sia ancora chiesto di amare, in un abisso di violenza e di odio? Possibile che si possano compiere gesti di misericordia, di solidarietà, di perdono, anche in un oceano di sofferenza?
Questo era il dubbio, legittimo. È lo stesso dubbio che noi spesso abbiamo, quando scoppia la violenza nella storia umana. In questi giorni, quante volte abbiamo avvertito un senso d'impotenza? Cosa fare perché cessino gli scoppi delle bombe, perché gli esuli possano tornare nelle proprie case? Che cosa fare perché la violenza cessi tra gli uomini? È, questo stesso dubbio che spesso diventa tentazione di inerzia, di chiusura, di ripiegamento su se stessi: «Non c'è nulla da fare, io curo i miei interessi».
Questa è la tentazione che Gesù ha subito. Ma Gesù è stato fedele: «Nelle tue mani io rimetto la mia vita. Non la mia, ma la Tua volontà di compia». Ed era questa la volontà: continuare ad amare, a rivelare la misericordia, a esprimere forza di vita là dove si esercitavano dinamiche di morte e di violenza.
In questo modo, però, Gesù non ha semplicemente compiuto un dovere, ha immesso nella storia degli uomini spinte nuove di vita, ha introdotto dinamiche che restano, ha mostrato dove può condurre la fedeltà. Questo dobbiamo ricordare, perché l'evoluzione si esprime proprio così: quando la vita inventa nuove modalità di esistenza cerca di esprimerle in tutti i modi. L'evoluzione della vita ha questi momenti decisivi, in cui una novità irrompe ed esplode in una fioritura straordinaria. Così è stato quel giorno: è esplosa una forza di vita, ha trovato una modalità nuova di tradursi e ha irrigato la terra con "fiumi d'acqua viva", come diceva Gesù (cfr. Gv 4,14), "una fonte che zampilla per la vita eterna". Non semplicemente nel dopo morte. No no, zampilla qui sulla terra, fino a esprimersi in dimensioni di eternità.
Questo è il contenuto della resurrezione. Noi non sappiamo in che consista la forma definitiva di vita umana, non abbiamo neppure le categorie per immaginarla, tanto più per descriverla, perché la vita è più grande della nostra modalità attuale di esistenza. Non possiamo sapere che cos'è, ma possiamo anticiparne le dinamiche, accogliendo senza riserve l'azione di Dio in noi ed esprimendola come Gesù ha fatto.
Per questo il giorno dopo il Sabato di quell'anno comincia una nuova tappa della storia umana. Ed inizia con l'attenzione delicata di alcune donne che vanno a un sepolcro, con la gioia di discepoli che cominciano a capire qualcosa di più.
Tutto questo accade anche nella nostra vita: quando compiamo gesti di solidarietà, di misericordia, di perdono, comprendiamo ciò che era stato scritto, cioè la ricchezza della vita, un senso che prima era nascosto.
Tutto questo accade nella fatica del cammino doloroso della sofferenza, della contrarietà, perché noi siamo creature incompiute, in processo, e quindi siamo inadeguati alla storia che siamo chiamati a vivere. Per questo c'è il male, c'è il disordine, c'è l'insufficienza, esplode la violenza... Non è semplicemente l'espressione di peccati remoti; c'è anche nella storia, certo, l'incidenza del peccato, ma alla radice c'è qualcosa di più profondo: l'incapacità che abbiamo di tradurre compiutamente la vita, perché il dono offertoci è così grande, che non può abitare la nostra piccola realtà personale. Ne cogliamo frammenti che richiedono compimenti, che spesso però non avvengono, perché siamo infedeli; cioè ci ripieghiamo su noi stessi, ci fermiamo là dove siamo arrivati, curiamo solo i nostri piccoli interessi. Ricordare la resurrezione del Signore significa che l'avventura iniziata quel giorno, cioè la spinta di vita introdotta nella storia, ha trovato, già da allora, accoglienza ed è continuata, fiorendo poi in una molteplicità di esperienze. Il regno è già, cioè ci sono già dei santi nella forma definitiva, Gesù è già risorto. Quindi non fallisce la storia di salvezza anche se tutto sulla terra finisse drammaticamente. Per questo il ricordo della resurrezione di Gesù diventa per noi la sollecitazione a continuare l'avventura. La liturgia non serve semplicemente per fare memoria di un evento accaduto duemila anni fa, ma per dichiarare la nostra disponibilità perché l'avventura ancora continui, cioè perché dove esplode l'odio ci siano persone che sappiano tradurre l'amore di Dio con gesti anche straordinari; perché dove c'è la violenza ci siano persone che sappiano essere mansuete; perché dove c'è il rifiuto dell'altro ci siano persone accoglienti e il bene trionfi. A lungo andare appare che l'odio distrugge, che la morte non costruisce nulla, che le bombe non risolvono i problemi, che rifiutare le persone diverse da noi ci rende più cattivi e incapaci di vivere la nostra esperienza. A lungo andare la verità si impone, ma spesso è troppo tardi.
Anche per noi molte volte è necessaria la sofferenza per far esplodere la forza della vita e manifestare quelle forme eccelse di amore e di misericordia che altrimenti non si esprimono.
Questa necessità, che più volte il Vangelo ricorda, ci sembra assurda. Non deve essere riportata a una volontà divina o a un decreto trascendente: è una necessità legata alle dinamiche della storia, alla nostra insufficienza, alla nostra condizione di creature. Una necessità a cui risponde l'amore misericordioso di Dio, la sua offerta di vita, che quando trova persone accoglienti si rinnova in un miracolo di resurrezione.















































