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    Le tentazioni:

    il fascino illusorio

    del bene incompiuto

    Mt 4, 1-11

    Due brevi riflessioni sul genere letterario di queste letture.
    Il primo racconto, quello della Genesi, è di tipo mitico, quindi utilizza dei simboli per narrare le origini del male dell'uomo. Non è mai esistito un uomo che si chiamava Adamo (adam vuol dire l'uomo) e una donna che si chiamava Eva: sono simboli per riflettere sulle origini dell'umanità, sul male e sull'incidenza del peccato nella storia umana.
    Il Vangelo invece è un racconto di tipo meditativo. Gli ebrei usano il termine "midrash" per indicare questo genere di racconti, che non narrano ciò che è accaduto, ma intendono presentare il significato degli eventi.
    La meditazione offertaci dal Vangelo ha una caratteristica particolare. Utilizza infatti racconti di eventi precedenti, quelli delle tre tentazioni del popolo ebraico nel deserto: la nostalgia del cibo di Egitto, la tentazione di Dio a Massa e Meriba, e l'idolatria, in cui gli ebrei caddero quando si sentirono abbandonati da Dio e costruirono il vitello d'oro per ottenere la protezione del Baal locale.
    Questi tre episodi vengono presi come riferimento per descrivere le tentazioni subite da Gesù lungo tutta la sua vita. Quindi Gesù non fu portato sul pinnacolo del tempio o su un monte altissimo (non esiste un monte da cui si vedono tutti i regni della terra): il racconto di tipo simbolico intende cogliere il significato delle tentazioni subite da Gesù lungo tutta la sua vita, attraverso il richiamo alle tre tentazioni del popolo ebraico.
    Gesù infatti non ha subito tentazioni solo nel deserto, ma lungo tutta la sua vita. Ogni scelta implica diverse possibilità e quindi presenta diverse suggestioni. Alcune di esse sono impraticabili e quindi illusorie.
    Quando Pietro prese in disparte Gesù per rimproverarlo dei discorsi che faceva, e Gesù reagì dicendo: «Allontanati da me, Satana, i tuoi giudizi non corrispondono ai giudizi di Dio», la tentazione era costituita dal giudizio dato da Pietro delle scelte di Gesù. Quali scelte compiere? Il messianismo regale, per cui tutti avrebbero riconosciuto il suo potere? il messianismo taumaturgico, per cui tutti sarebbero accorsi per le cose straordinarie che faceva? il messianismo di tipo economico, per cui avrebbe risolto i problemi della gente e tutti l'avrebbero riconosciuto messia? Quale messianismo doveva scegliere?
    Gesù stava scegliendo un messianismo strano, a giudizio della gente, quello del Servo, presentato nel libro del profeta Isaia, interpretato da Gesù con una sensibilità particolare. Egli proponeva di portare il peccato degli altri: esercitare amore dove s'incontra odio, esprimere misericordia dove c'è violenza, esprimere gratuità dove c'è egoismo... una scelta strana, che non coincideva con le attese della gente. Per questo le proposte di Gesù suscitavano reazione e rifiuto.
    Questo è il senso dei racconti che abbiamo ascoltato. Non dobbiamo pensare che siano la descrizione di ciò che è avvenuto, sono bensì l'indicazione dei messaggi degli eventi; messaggi che dobbiamo accogliere e ai quali dobbiamo riferirci nella preghiera.
    Sulla seconda lettura non mi dilungo, dico solo che quando Paolo parla della morte si riferisce alla "seconda morte", cioè al distacco da Dio. La formula "seconda morte" non si trova in Paolo, ma nell'Apocalisse e indica la morte definitiva.
    Perché la morte naturale, la fine della nostra avventura terrena, non è un frutto del peccato, ma un dato essenziale della nostra natura. La seconda morte, cioè la possibilità del fallimento radicale della nostra vita, di non pervenire alla nostra identità di figli, è frutto del peccato. Questa è la possibilità che dobbiamo sempre tenere presente, il rischio che corriamo: noi possiamo fallire radicalmente nel nostro cammino, non giungere ad acquisire il nome scritto nei cieli, quel nome che ci è riservato come figli. Questa è la seconda morte.

    Il male nella storia

    Veniamo allora al messaggio fondamentale di questa liturgia.
    Il male è alle origini, perché la nostra avventura comincia con le forme più elementari, incompiute, imperfette, inadeguate. La creazione emerge dal nulla, che è il male assoluto.
    L'azione creatrice che ci investe e ci offre vita può essere accolta e interiorizzata solo in modo molto elementare, primitivo, imperfetto. Certo, la forza creatrice contiene tutta la ricchezza della vita, ma noi possiamo accoglierla solo a piccoli frammenti, a piccole porzioni, nella successione del tempo. Per questo la nostra vita è un pellegrinaggio: siamo in un processo. Ogni giorno un dono nuovo di vita ci è offerto.
    Siamo quindi sempre incompiuti e il male è una componente strutturale della nostra condizione.
    A questo poi si aggiunge il peccato. Anzi, potremmo dire che prima ancora esistono scelte negative di cui non siamo consapevoli. Molte volte noi facciamo delle scelte credendo di fare bene e invece seguiamo delle illusioni. Operiamo scelte credendole buone e invece poi scopriamo che erano inquinate dal nostro egoismo, dalla ricerca di noi, o che erano proiezioni del nostro passato, delle frustrazioni subite nell'infanzia, delle resistenze al bene che si accumulano, si aggrovigliano nella nostra vita e ad un certo momento esplodono, determinando decisioni, scelte, immaginazioni, fantasie e così via.
    Siamo impastati di elementi negativi, non solo in rapporto al peccato, ma perché stiamo crescendo: emergiamo dal nulla e non possiamo crescere in un giorno solo. Questa è la nostra condizione, di cui spesso non ci rendiamo conto.
    Anche la nostra cultura e la nostra tradizione religiosa non hanno sottolineato sufficientemente questo aspetto. Il mito dell'età perfetta, dell'età dell'oro, la concezione cioè che all'inizio ci sia stata una situazione perfetta, ha giocato un ruolo importante. È un mito che appartiene a tutte le culture, perché probabilmente è legato all'esperienza che ciascuno di noi fa nella prima infanzia e sicuramente nella fase fetale, quando tutti i problemi vengono risolti e tutto procede ordinatamente: viviamo in un giardino in cui i frutti ci vengono offerti senza che dobbiamo coltivare nulla. Queste esperienze, anche se non ci sono presenti nella memoria intellettuale, per cui non possiamo richiamarle come immagini, ce le portiamo dentro, perché sono scritte nella nostra carne. I miti raccontano precisamente l'esperienza delle origini attraverso delle immagini: gli alberi, i frutti..., immagini primordiali che utilizziamo anche nei nostri sogni.
    Dobbiamo perciò liberarci dalla convinzione che ci sia stata all'inizio una condizione perfetta. La situazione perfetta è alla fine, è il traguardo a cui siamo chiamati. Quella della Genesi, perciò, è un pagina profetica, che indica un traguardo al quale siamo sollecitati e che dobbiamo raggiungere: è il traguardo della nostra identità di figli, di un nome che dobbiamo acquisire. All'inizio il nome 'adam è ancora generico, che indica l'uomo, ma al termine c'è un nome proprio che ci sarà affidato, se saremo in grado di assumerlo e di portarlo.
    Il male fa parte strutturale della nostra esistenza e dobbiamo quindi prenderne coscienza, perché continua ad operare in noi attraverso le illusioni. Le tentazioni che ci vengono presentate, sia nel primo racconto che nel Vangelo, sono alcune delle illusioni frequenti nella nostra vita. I racconti del Vangelo seguono le tracce del popolo ebraico nel deserto, quindi hanno una caratteristica storica, sono cioè esperienze vissute. Il racconto della Genesi, invece, si riferisce a una tentazione fondamentale, la tentazione di essere Dio: «Saprete tutto», «Sarete come Dio». È una tentazione che tutti noi ci portiamo dentro. Anche quando non si formula così, ha tante modalità per presentarsi: farai presto, ti libererai dalla condizione del tempo, saprai tutto, possederai il dominio su tutte le cose, potrai dirigere... La tentazione di assolutezza che ci portiamo dentro assume anche delle forme perverse nei confronti degli altri, nei rapporti che viviamo, nelle scelte che compiamo. Certo, nel rapporto con gli altri ci pervengono stimoli continui, di bene o di male, ma i filtri sono il nostro cuore, la nostra fantasia, la nostra mentalità, il nostro modo di pensare. Se noi pensiamo negativamente, tutti gli stimoli che riceviamo acquistano un carattere negativo. Se ci educhiamo a vivere positivamente (e il rapporto con Dio a questo ci conduce) allora siamo in grado di dare un carattere positivo anche alle condizioni di male nelle quali ci veniamo a trovare.

    Atteggiamenti necessari

    Per vivere positivamente tutte le situazioni ci sono richieste alcune condizioni molto semplici.

    Primo: prendere coscienza dei nostri limiti e delle nostre insufficienze.
    Noi abbiamo una resistenza enorme a riconoscere il male della nostra vita. Ci siamo fatti di noi una immagine perfetta, che è giusto avere, perché è l'immagine del traguardo finale. La chiamata di Dio suscita in noi immagini della perfezione; la forza creatrice, che contiene tutto, imprime una tensione verso la perfezione completa, che si traduce in immagini interiori. Solo che esse non corrispondono alla realtà attuale, bensì al compimento finale.
    Abbiamo difficoltà a riconoscere il male della nostra vita. Quando lo scopriamo, possiamo avere reazioni molto diverse: o lo neghiamo, dicendo che non esiste, o lo attribuiamo agli altri, dicendo che sono gli altri che lo causano in noi, o cadiamo in depressione: «allora non posso far nulla nella vita». Mentre la cosa molto semplice è prenderne coscienza, perché questa è la nostra condizione: non possiamo avere tutto, non possiamo sapere tutto, non possiamo operare tutto, anzi, ciò che siamo, ciò che pensiamo, ciò che facciamo è un piccolissimo frammento di tutta la ricchezza della vita, ma accogliendolo giungiamo progressivamente alla identità definitiva, ad acquisire un nome eterno.

    Secondo: avere un atteggiamento positivo nei confronti dei limiti e dei mali della nostra vita: amarli, investirli cioè di spinte positive.
    Questo vale anche per il male degli altri. Siamo tutti in cammino, ma tutti siamo chiamati a raggiungere una perfezione e dobbiamo scambiarci reciprocamente doni di vita ogni giorno. Se assumiamo un atteggiamento positivo nei confronti dei limiti e delle insufficienze, nostre e degli altri, riconoscendoli, diventiamo capaci di scambiarci doni di vita.
    Riconoscere il male è fondamentale, ma assumere un atteggiamento positivo è ancora più importante, perché altrimenti il male degli altri ci devasta. Se reagiamo negativamente al male altrui diventiamo peggiori. Se invece cominciamo ad esercitare atti positivi, allora pian piano cresciamo insieme e soprattutto approfittiamo anche del male altrui per crescere nella nostra identità di figli.

    Terzo: imparare a gestire i limiti e a farci supplire dagli altri.
    Il nostro limite in certe circostanze devasta la vita, fa del male agli altri e a noi. Imparare a gestirlo significa consentire agli altri di completare la nostra vita, di indicarci cammini. Così possiamo aiutarci reciprocamente portando gli uni i limiti degli altri.
    La tentazione si inserisce in questo processo. La tentazione gioca sul non riconoscimento del male: è l'accettazione dello stimolo che ci viene nella illusione che sia la risposta, mentre gli stimoli pongono domande, ma non sanno dare risposte. La risposta dobbiamo trovarla altrove: non viene dalle cose, dalle situazioni, dalle persone, come tali. Ma, come dice Gesù, da una parola, dalla Parola di Dio. Che però risuona sempre attraverso creature e quindi in modo limitato e ambiguo. La Parola della vita che ci chiama alla nostra identità risuona sempre nelle situazioni, nelle persone, nelle cose, ma in modo insufficiente. Per questo la tentazione è necessaria, non possiamo evitarla. Dobbiamo sempre metterci in ascolto delle situazioni, delle cose e delle persone, per vivere. Ma nella consapevolezza che nel messaggio che esse ci portano c'è un aspetto illusorio. Attraverso il loro messaggio, però, quando viene riconosciuto illusorio, noi scopriamo la Parola che risuona, la Parola che ci chiama. E allora siamo in grado di vivere ogni situazione, di vivere ogni rapporto, di utilizzare tutte le cose, sempre in modo salvifico, cioè in modo da accogliere il messaggio di Dio, da percepire la Sua presenza, da riconoscere la sua azione. E questo ci consente di crescere come figli, nella libertà e nella gioia.



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