Nascono ancora
figli di Dio
Gv 1, 1-18
Tutte le tre letture che abbiamo ascoltato hanno un orizzonte molto ampio: non si riferiscono ad un tempo particolare, storico, o ad un ambito ristretto, spaziano su tutto l'universo e su tutti i tempi. Per questo la riflessione che vorrei proporvi non si limita all'evento particolare che oggi ricordiamo, la nascita di Gesù, perché esso è un segno di un processo molto più esteso, nel tempo e nello spazio. Ci interessa riflettere su questo processo, perché noi siamo parte attiva, non solo spettatori: è un evento che ci riguarda e che sollecita il nostro coinvolgimento, cioè le nostre decisioni consapevoli.
Perché ci riguarda? Perché almeno sulla terra - in altre parti dell'universo non sappiamo come possa svolgersi - il processo della vita può essere interrotto bruscamente, in modo drammatico, dalle nostre decisioni sbagliate. Anche in altri secoli ciò avveniva, ma in modo limitato. Oggi può accadere in modo definitivo, perché gli uomini hanno la possibilità di distruggere la vita sulla terra e di eliminarla definitivamente.
È possibile anche che questa forma così complessa di vita raggiunta sulla terra sia per il momento unica nell'universo, perché i tempi necessari per lo sviluppo di una complessità così straordinaria come quella che si realizza nell'uomo sono abbastanza ampi e sulla terra sono trascorsi a ritmo straordinariamente elevato e a condizioni così favorevoli che alcuni pensano si siano verificati solo sulla terra. Il che vorrebbe dire che agli uomini è affidato il compito di diffondere la consapevolezza e la libertà. Nell'uomo la forza creatrice è giunta ad essere consapevole di sé in forma creata. E se per il momento solo sulla terra questa meravigliosa avventura si è compiuta, a noi è affidato il compito di diffondere altrove queste perfezioni. Noi possiamo invece distruggere tutto. Certo, la vita ha altre possibilità e chissà quante altre meraviglie potrà esprimere, o forse ha già espresso, ma noi per il momento abbiamo una enorme responsabilità perché possiamo interrompere il cammino dell'azione di Dio nella storia e nella creazione.
Per questo ci raccogliamo a riflettere, perché dobbiamo renderci conto di che cosa ci è chiesto, come possiamo continuare quest'avventura. Comprendiamo perciò la responsabilità che ci è affidata.
Le risposte che possiamo dare hanno criteri molto precisi e l'avventura di Gesù, di cui oggi consideriamo l'avvio, ce ne indica alcuni. Per questo ci è necessario fare riferimento a Gesù, proprio perché nella sua avventura appare la legge fondamentale del processo salvifico, che è la legge dell'incarnazione: Dio è in gioco nella nostra storia, l'avventura umana è espressione di una Realtà molto più ricca, molto più profonda.
Questo è il dato fondamentale che oggi ricordiamo. Anzi, nelle espressioni tradizionali questa verità è stata tradotta attribuendo immediatamente a Dio ciò che avviene. Diciamo: «Dio è nato»: sono formule metaforiche, che ci richiamano però ad una Realtà molto profonda che noi non sappiamo descrivere. Dio non è nato come uomo, Dio non è sceso sulla terra: queste formule sono comuni, tradizionali, ma sono formule poetiche, cioè metaforiche, che utilizzano appunto il linguaggio simbolico. In realtà Dio non nasce, non scende: è presente, cioè opera, e la sua azione si esprime in modi molto diversi, ma successivi.
Avete ascoltato nella seconda lettura: «In molti modi e in diversi tempi Dio ha parlato».
Noi saremmo portati a pensare questa diversità come frutto di una decisione di Dio, che ad un certo momento pensa di essere di aiuto agli uomini e di intervenire. Questo è un modo molto antropomorfico di pensare, e non ci condurrebbe a capire bene la realtà di Gesù, come anche il coinvolgimento della nostra vita. Perché non sono "interventi" successivi di Dio nella storia umana e nella creazione. Dio sempre opera per condurre tutta la creazione a quella pienezza, a quel compimento a cui siamo chiamati. Perché allora la diversità, perché la successione? La diversità dipende dal fatto che la perfezione della Vita, la perfezione di Dio, è così grande, è così profonda - infinita, diciamo - che non riesce ad esprimersi con una creatura sola, in modo unico, ha bisogno di una molteplicità enorme di espressioni. Ma queste espressioni sono soggette alla successione del tempo. Perché le prime espressioni sono necessariamente limitate, imperfette, minime; non possono cioè accogliere in modo compiuto tutto il dono che viene loro offerto. Per questo è necessario il tempo, è necessaria la successione. Non ci sarà mai un tempo che esaurisce la possibilità della perfezione comunicata (che in termini nostri sarebbe il tempo infinito), ci sarà sempre un "di più" che può essere accolto. Ma sempre nel limite della creatura.
Per dirlo in modo molto semplice: Dio non può fare un altro Dio: Dio è il Tutto, e il Tutto è sempre il Tutto. L'azione creatrice può esprimersi con modalità limitate e imperfette, ma successive, così da pervenire a un compimento, a una perfezione compiuta, nel suo limite. Questa è la creatura: è un'espressione, limitata ma compiuta, della perfezione di Dio. Ma per giungere a questo compimento è necessaria una successione, perché la creatura non è in grado di accogliere in una sola situazione, in un solo istante, in un solo giorno, tutta la perfezione che le è donata.
Questa è la nostra condizione che viene descritta nel prologo del Vangelo, probabilmente un inno che i primi cristiani hanno formulato, con cui hanno indicato alcune tappe fondamentali del cammino della perfezione di Dio nella storia degli uomini.
La prima tappa è quella della creazione: per mezzo della Parola tutto è stato fatto. La seconda tappa è quella della vita: «Era la vita per gli uomini». La terza tappa è quella della rivelazione: è diventata la luce, per cui gli uomini, giorno dopo giorno, sono riusciti a capire qualcosa di più della realtà; e oggi sappiamo che questo cammino ha assunto negli ultimi secoli un'accelerazione straordinaria, pel cui gli uomini pian piano hanno raggiunto dei traguard impensabili nella conoscenza della realtà.
La quarta tappa è quella della scelta di un popolo, cioè scelta particolare di popoli per realizzare una forma nuova di rapporto con Dio. Questo è avvenuto in vari modi nella storia umana. Nella nostra tradizione ebraico-cristiana noi ricordiamo l'alleanza di Abramo, di Mosè e di Cristo;
ma ci sono state anche forme precedenti dell'alleanza, che hanno coinvolto altri popoli. Pensate l'alleanza con Noè. E ci sono altre espressioni che noi non possiamo nominare, cioè non abbiamo dei punti di riferimento, ma certamente nei lunghi anni dell'avventura umana ci sono state numerose tappe dell'accoglienza dell'azione di Dio che si è espressa in una perfezione nuova.
Finché la Parola, cioè l'azione di Dio, è giunta ad esprimersi compiutamente in una realtà umana: è iniziata una nuova tappa, la tappa che appunto oggi ricordiamo. Gesù rappresenta un momento decisivo della storia dell'umanità, in cui cioè la forza creatrice è riuscita a dire l'uomo come Dio l'ha pensato fin dall'eternità. Ma in una forma ancora limitata, che è quella individuale. Da allora è cominciato l'altro lungo cammino. Perché Gesù è uno solo, Gesù è un individuo umano; ma il regno di Dio, cioè l'espressione compiuta dell'azione di Dio nella storia, implica una connessione profonda tra molti uomini. Per questo Gesù ha avviato una tappa della storia umana costituendo una comunità. Perché altra è la manifestazione dell'azione di Dio in un individuo, altra è la manifestazione dell'azione di Dio e della sua perfezione in un intreccio di individui, in una comunità. Noi oggi, dopo appena duemila anni, continuiamo questa storia di una comunità avviata dall'esperienza di Gesù di Nazareth, di cui oggi ricordiamo la nascita.
Questo è il senso della nostra riflessione: siamo ancora all'inizio delle tappe che devono condurre l'umanità a realizzare il regno di Dio, a vivere tra loro nella pace, a realizzare la giustizia: quali forme di umanità potranno sorgere quando gli uomini avranno realizzato questo cammino, se lo condurranno avanti? Quali perfezioni umane potranno essere espresse? Per questo noi oggi siamo chiamati alla consapevolezza della responsabilità che abbiamo nei confronti del futuro: noi possiamo bloccare questo processo, rendere vano il progetto di Dio per noi. Gesù diceva un giorno parlando dei farisei nei confronti del Battista, che avevano reso vano il progetto di Dio nei loro confronti (Lc 7,30). Ma noi possiamo fare ancora peggio: possiamo rendere vano il progetto di Dio come si è espresso in Gesù. Quando rifiutiamo il suo Vangelo.
Chiediamo allora al Signore il senso di questa responsabilità, la luce per capire bene cosa ci è chiesto. Perché oggi alla nostra generazione è chiesto qualcosa che a nessuno finora era stato domandato. Dobbiamo ancora scoprirlo interamente, lo intravediamo giorno dopo giorno, quando avvengono disastri, quando la violenza uccide i profeti... Ci rendiamo conto che sta avvenendo qualcosa di grande, ma spesso siamo distratti, preoccupati dei nostri piccoli problemi, dei nostri interessi, del nostro piacere, del possesso delle cose... E non ci accorgiamo che c'è qualcosa di grande che sta avvenendo e che chiede da noi consapevolezza e decisioni fedeli.
Chiediamo oggi al Signore questa luce per vedere bene, perché non sia reso vano il dolore di molte generazioni, ma soprattutto non sia resa vana la morte in croce di Gesù, che è stato il segno della nuova tappa cominciata nella storia degli uomini. Noi oggi siamo chiamati a continuarla, nella consapevolezza che possiamo rendere insignificante tutta la storia che ci ha preceduto.















































