Rivelare
la gloria di Dio
Mt 5, 13-16
Prima di tutto cerchiamo di capire a che cosa Gesù si riferiva, quando diceva: «Voi siete la luce del mondo, voi siete il sale della terra», per poi vedere quale missione è affidata alla Chiesa con queste parole e quali sono le condizioni per realizzarla.
«Voi siete il sale della terra e la luce del mondo»
Prima di tutto osserviamo che non è una dichiarazione di fatto, Gesù non descrive ciò che esisteva, ma indica un compito che affida ai suoi.
A che cosa si riferiva immediatamente? Di quale luce parlava, di quale sapore da dare alla vita, di quale senso da individuare (o da introdurre) nella storia umana?
Era l'annuncio del regno, l'indicazione per fare un passo avanti nella spiritualità umana: il modo nuovo di portare il male, di affrontare la violenza, di opporre all'odio l'amore.
Era un cambiamento così sconvolgente, che non poteva essere accettato immediatamente dalla gente: contraddiceva le leggi fondamentali dell'imitazione, della contrapposizione, dell'appartenenza, che fino allora l'umanità aveva seguito. Era uno sconvolgimento che poteva essere accettato solo attraverso una verifica di vita, fondato sulla testimonianza: Gesù si presentava personalmente come testimone della verità del suo vangelo e dell'efficacia della sua proposta.
Dobbiamo però sempre tenere presente l'inadeguatezza della sua testimonianza: poteva solo dare qualche indizio, la resurrezione sarebbe venuta alla fine. Anche Gesù era creatura ed aveva limiti: nella lingua che utilizzava, nella cultura con cui si esprimeva... La creatura non riesce mai a tradurre compiutamente l'azione creatrice di Dio in un solo istante, in una sola situazione: può dare solo indicazioni attraverso barlumi, segni di una luce più grande, che non può esprimersi compiutamente.
I suoi discepoli, poi, erano ancora molto indietro, perché non avevano ancora accolto il progetto di Gesù e ponevano resistenze alle proposte che Gesù faceva, lo contraddicevano, cercando di orientare la sua azione messianica in una direzione diversa da quella che Egli aveva scelto. Gesù con queste parole indica agli apostoli la sua missione, che un giorno anch'essi avrebbero assunto.
Il contenuto della missione affidata agli apostoli e alla Chiesa
In che consiste concretamente la missione di essere sale e luce del mondo affidata agli apostoli? Non dobbiamo pensare a cose straordinarie, ai miracoli che anche gli apostoli avrebbero compiuto, e neppure al martirio che avrebbero subito. Si tratta di cose molto più semplici, continue, quotidiane: il contenuto della missione di essere luce, di essere sale, è molto concreto. Isaia già l'ha indicato con alcune espressioni semplici e quotidiane. Cerchiamo di esprimerlo in un modo generale.
Il compito che Gesù affida ai suoi è quello di rivelare Dio, cioè di far percepire che la nostra piccola esistenza è espressione di una Realtà più grande. Ogni volta che esprimiamo una piccola verità intuita, o emergente dalla nostra esperienza, non facciamo altro che lasciare spazio ad una Verità immensa, che riesce a farsi strada attraverso le fessure delle nostre strutture opache. Ogni volta che compiamo un gesto di giustizia, non facciamo altro che tradurre, in un modo minimo, elementare, una Giustizia molto più rigorosa, un Ordine molto più armonico, che ancora non riesce a tradursi nella storia umana. Anche nella creazione non c'è una situazione ordinata, perfetta perché la volontà di Dio non vi si è ancora compiuta. C'è ancora caos, disordine, incompiutezza, inadeguatezza.
Oggi comprendiamo molto bene questa situazione: la creazione si sta compiendo. Per questo noi nella preghiera quotidianamente diciamo: «Si compia la tua volontà», perché solo al termine si compirà. Ogni volta che diciamo: «Si compia la tua volontà», noi invochiamo la fine, il compimento di tutto il progetto della creazione e della storia umana, perché lì la volontà si compie. Qui siamo sempre in situazioni inadeguate.
Per questo essere luce non vuol dire rivelare lo splendore divino in modo irresistibile, bensì in un piccolo frammento. I genitori ogni giorno possono farlo nei confronti dei figli, anche se non dicono parole eccezionali; il coniuge lo può fare per l'altro coniuge ogni giorno, gli amici tra di loro, le persone che s'incontrano sul tram, i passanti che incontrano un povero che chiede l'elemosina... Tutte le situazioni della nostra vita si prestano a svolgere questa missione. Non dobbiamo perciò immaginare situazioni straordinarie nelle quali ci sarà chiesto di fare un gesto miracoloso o eroico.
La trasparenza di vita
Ma quali sono le condizioni perché i gesti quotidiani siano epifania?
Saremmo tentati di dire: operando il bene, seguendo la legge... Eppure, questo non è sufficiente. L'inganno, o l'equivoco, che soggiace spesso all'interpretazione di queste parole è che noi pensiamo sia sufficiente fare il bene, osservare le leggi, per rivelare Dio, compiere la sua volontà e condurre la storia al suo compimento. Non è sufficiente fare il bene, osservare la legge, evitare il male. C'è una condizione fondamentale, che potremmo chiamare, con una parola molto semplice, la "trasparenza di vita".
Essere trasparenti vuol dire assumere un atteggiamento che consenta alle persone che ci stanno accanto di cogliere una Realtà più grande della nostra, cioè di percepire che in gioco nella nostra esistenza e nella nostra storia c'è un'azione immensa, una Verità senza limiti, una Giustizia senza confini, una Vita infinita.
Ma quali sono le condizioni perché questo avvenga? Potremmo ridurle a due.
Prima condizione è la consapevolezza che non siamo noi il Bene, la Verità, la Vita, e che esiste una Forza che rende efficaci i nostri gesti.
Questa consapevolezza non è facile, perché tutti noi cominciamo la nostra esistenza nella convinzione di essere il tutto, di essere il centro. È la tentazione di essere Dio, la tentazione originaria di ogni uomo che nasce. Perché il venire al mondo, l'essere investiti dalla vita, è un'esperienza così esaltante, così profonda e così coinvolgente, che noi abbiamo l'impressione che tutto sia lì. Sì, per noi tutto è diventare vivi, certo. Ma il Tutto è molto di più della piccola cosa che siamo noi.
Siccome tutti cominciamo la nostra esistenza con questo tipo di esperienza, tutti siamo sollecitati a un certo momento a convertirci, cioè a uscire da questa illusione, a cominciare a percepire che noi non siamo altro che una piccola scintilla di un fuoco immenso, una espressione minima di una Realtà infinita.
Quando cominciamo a vivere questa consapevolezza, tutto acquista un significato diverso.
In qualche momento dell'esistenza riusciamo a pervenirvi. Sono i momenti lucidi: abitualmente sono momenti di sconfitta, momenti di dolore, di sofferenza, in cui con chiarezza percepiamo la nostra condizione. Possono essere anche momenti di gioia, ma è più raro. Abitualmente l'avvio del cammino di consapevolezza avviene nei momenti di sconfitta, di constatazione del limite della nostra realtà e della sua insufficienza. Allora prendiamo coscienza della nostra condizione, percepiamo il nulla della nostra realtà, ma insieme ci cogliamo immersi, portati da una Forza immensa.
Il secondo atteggiamento necessario, per la trasparenza dell'azione, è l'accoglienza. Che non è una semplice accettazione intellettuale, mentale o volontaria, è un'accoglienza vitale, è un disporsi abbandonandosi senza riserve. Più arriviamo all'abbandono radicale, più lasciamo spazio alla vita che irrompe.
Abbandonare tutto vuol dire rinunciare ai propri punti di vista, alle proprie idee. Non perché non sono vere, ma perché non sono completamente vere, come invece noi pretendiamo che siano. Vuol dire abbandonare la nostra sensibilità, distaccarci da tutto quello che costituisce la piccola trama ingannevole delle nostre giornate. Quale parola diciamo, che non contenga una gran parte di errore? Quale sentimento buono nutriamo, che non contenga un elemento profondo di egoismo e di negatività?
Vedere lucidamente tutto questo e consegnarsi alla vita perché entri, fluisca e ci riempia interamente, è il segreto per diventare trasparenti, "luminosi". Non è una luce che viene dall'esterno, non andiamo in un luogo dove la luce piove e veniamo illuminati. No, una luce esterna ci fa vedere agli altri, ma non ci rende luminosi dal di dentro. La condizione per diventare trasparenti è consentire alla Luce di irrompere dal di dentro.
In questa prospettiva si capisce l'importanza dei momenti di silenzio interiore, di preghiera quotidiana, di contemplazione. Non è tempo perduto, se ci rende viventi e luminosi dentro.
Il rammarico più grande che sorge, man mano che avanziamo nella vita, è il tempo non occupato per diventare luminosi, è aver trascurato gli spazi possibili di preghiera, di silenzio, di meditazione. Aver trascurato quel tempo convinti di dover fare cose più importanti - cose buone: dovevamo preparare da mangiare, dovevamo lavorare per la nostra famiglia, dovevamo impegnarci nelle opere di carità, nel volontariato... e abbiamo trascurato l'essenziale, quello per cui quelle stesse opere diventavano rivelative. Altrimenti erano inganno. Non si può dire: «Ma intanto le opere erano buone lo stesso»: no, erano inganno, anzi, Gesù le chiama "iniquità". Ricordate Matteo 7,21 ss: «Abbiamo compiuto miracoli nel tuo nome, abbiamo cacciato demoni, abbiamo annunciato profezie. Ma io dirò loro: allontanatevi da me, operatori di iniquità, non vi ho mai conosciuti».
Avevano fatto bene, operato miracoli, eppure Gesù parla di un fallimento. Anche il brano di oggi prospetta questa possibilità: il sale che diventa insipido viene buttato via, calpestato dagli uomini, non serve più a nulla.
È possibile che la nostra vita fallisca. Non perché facciamo il male, ma perché non consentiamo che la Luce appaia, che la Presenza si esprima, che l'azione di Dio in noi diventi efficace.
Gesù termina la sua riflessione ricordando proprio questa esigenza: «Vedano le vostre opere buone e diano gloria al Padre». Se la nostra azione viene svolta in questa consapevolezza e con questo atteggiamento, non rivela la nostra bontà, la nostra verità, la nostra giustizia, rivela l'amore del Padre, la sua presenza, la sua azione in noi. Chiediamo al Signore questa consapevolezza. Ma soprattutto esercitiamoci, anche nella preghiera comune che vi invito a fare, e nell'offerta che stiamo per portare all'altare, esercitiamoci in questo abbandono senza riserve, in questo distacco da tutto ciò che noi pensiamo sia nostro. Nulla è nostro, di quello che si esprime in noi. E quando lo riteniamo nostro ci appropriamo di qualcosa che non ci appartiene, lo inquiniamo, lo roviniamo dal di dentro. E non viene più consegnato, mentre il segreto è consegnarlo. Chiediamo allora al Signore di essere in grado anche noi, tornando a casa, incontrando gli amici, operando per i nostri familiari, per gli altri, di rivelare la gloria di Dio nella nostra vita.















































