Sei tu che deve venire?
«Andate e riferite»
Mt 11, 2-11
Esaminiamo brevemente le prime due componenti del criterio evangelico: le opere e la profezia.
In questa pagina sono indicati alcuni criteri per valutare il regno di Dio che viene, cioè per rispondere alla domanda: «Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo attendere un altro?». È la domanda che costituisce anche la tensione profonda della nostra vita ed è la domanda degli altri nei confronti della Chiesa. Anche noi poniamo a Gesù questa domanda. Ogni volta che teniamo fisso lo sguardo su di lui come Messia e Signore, gli diciamo: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attendere un altro?»; che vuol dire: «Sei tu colui che salva, o dobbiamo cercare altrove salvezza?». Questa domanda ha anche un risvolto nuovo, nel nostro tempo, perché all'interno della stessa tradizione cristiana è sorta l'esigenza di ascoltare altri salvatori. Potremmo dire che Gesù stesso ci conduce fuori del nostro campo per individuare i frammenti della Parola eterna e accogliere le varie espressioni dell'azione dello Spirito nel mondo, come elementi essenziali anche per il nostro cammino. Il dialogo è una componente essenziale della missione ecclesiale, per cui la domanda: «Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo attendere altri?» si pone in modo nuovo.
La risposta che il Vangelo oggi ci dà e il criterio che ci offre è articolato e possiamo coglierne gli elementi attraverso le parti di questa pagina del Vangelo.
Il primo elemento è indicato nella risposta di Gesù: «Andate e riferite ciò che vedete ed ascoltate». Il secondo è indicato nella figura di Giovanni come profeta: anche Giacomo, nel brano della sua lettera ascoltato come seconda lettura, invitava a guardare coloro che parlano in nome di Dio, cioè ai profeti. Il terzo è il criterio del traguardo: nel regno si è più grandi di ciò che un uomo, anche grande, è nella storia: «Il più piccolo nel regno è più grande dello stesso Giovanni», dice Gesù. Siamo in processo e il traguardo a cui siamo chiamati è un traguardo eccelso, o trascendente, rispetto alla condizione nella quale noi ci troviamo.
La testimonianza delle opere
Il criterio primo per valutare la venuta del regno è la solidarietà con gli ultimi: ai poveri è annunciato il Vangelo, è offerta salvezza. Gli esempi concreti che Gesù dà - <d ciechi riacquistano la vita, i morti risorgono, i sordi odono» - sono espressioni profetiche che avevano nella vita di Gesù forme concrete, ma che lungo i secoli hanno avuto modalità molto diverse. Anche oggi gli ultimi, gli emarginati, i poveri della terra esigono parole salvifiche, ma la modalità è molto più esigente che ai tempi di Gesù. Oggi ci vuole molto di più, ci vogliono molte persone messe insieme, per rispondere a questa domanda, per poter dire: «Andate e riferite ciò che vedete ed ascoltate».
Questa è ancora, in fondo, la missione della Chiesa. Spesso, soprattutto in questi ultimi secoli, la Chiesa ha affidato l'identità della sua missione piuttosto all'esattezza della dottrina o all'osservanza delle leggi morali: infatti l'insistenza principale nella Chiesa, soprattutto dal concilio di Trento in avanti, è stata sulla perfezione della dottrina, sull'ortodossia; o anche sul comportamento morale giusto, buono, osservante delle leggi. E invece la ricchezza maggiore della Chiesa è un'altra. Se noi osserviamo il cammino della Chiesa lungo i secoli, vediamo che i contenuti dottrinali hanno subito cambiamenti profondi. In questi ultimi 150 anni c'è stato uno sviluppo notevole di studi storici delle dottrine, dei dogmi, della teologia, per cui sappiamo che ci sono stati cambiamenti profondi. Ma questo non vuol dire nulla, perché la Chiesa è rimasta la stessa, perché la fede è il "tener fisso lo sguardo su Gesù". Analogo discorso può essere fatto anche dei comportamenti morali: ci sono stati dei cambiamenti notevoli, vistosi, ma l'identità della Chiesa, che è data dall'annuncio del Vangelo, dalla solidarietà con gli ultimi, è rimasta intatta.
Nel numero 5/1998 di Micromega c'è un articolo del direttore («Aut fides aut ratio») che commenta l'ultima Enciclica del Papa «Fede e Ragione». Voglio richiamare un'osservazione molto opportuna, che compare due volte, all'inizio e alla fine dell'articolo, che non riguarda direttamente l'Enciclica.
Il direttore di Micromega afferma che ci sono due forme di religione, all'interno del cattolicesimo: c'è una religione del conformismo, che potremmo chiamare "dottrinale" e c'è una religione che lui chiama "delle opere", della fedeltà al Vangelo, della "solidarietà agli ultimi" (lui stesso usa questa formula); ed è strano, egli osserva, che oggi il cattolicesimo dia più importanza al primo aspetto che al secondo, che invece è costitutivo. Egli scrive: «È solo attraverso un cristianesimo vissuto come testimonianza pratica del Vangelo, che la chiesa può oggi parlare a chi non crede, facendolo perfino arrossire (p. 105). In realtà è solo nel cristianesimo delle opere, della fedeltà al Vangelo, dell'impegno a fianco degli ultimi, che il non credente trova la sua pietra d'inciampo (p. 206)». Perché fa sorgere nel non credente la domanda «se e come sia possibile passione per il relativo e impegno altruistico non fondato sulla trascendenza. Difficoltà che ha già vissuto come antinomia, visto che l'indignazione per l'ingiustizia ha dovuto prendere le forme dell'ideologia, del surrogato di religione, per muovere le masse. Con gli esiti totalitari che sappiamo (p. 206)».
L'osservazione è giusta. Eppure la Chiesa, e noi stessi, spesso, non avvertiamo l'importanza di questa testimonianza: «Andate e riferite ciò che avete visto e udito». E il contenuto di questo "visto" e "udito" è l'invenzione della solidarietà verso gli ultimi: «il Vangelo annunciato ai poveri». Sapete che Gesù ha insistito molto su questo punto, come criterio della fedeltà. Ricordate Matteo 25, che è un testo chiarissimo a questo proposito: «Ero in carcere e siete venuti a visitarmi... Quando Signore? Quando l'avete fatto a uno dei più piccoli dei miei fratelli». Non c'è dubbio, eppure dobbiamo riconoscerlo, molte volte oggi anche la nostra Chiesa dà più importanza al rispetto della dottrina o all'osservanza morale dei comportaménti e non utilizza appieno, come criterio di fedeltà, la solidarietà verso gli ultimi.
Le opere come profezia
Quando le opere sono testimonianza efficace? Quando sono epifania, quando sono profezia.
È questa l'altra componente che Gesù mette in luce quando si richiama a Giovanni. Perché Giovanni ha avuto un significato? Perché era profeta, parlava in nome di Dio, cioè esprimeva l'azione di Dio che accoglieva, a cui si apriva. I gesti diventano indicazione del regno che viene, quando sono epifania di Dio. Non sono le dottrine a rivelare la verità di Dio, ma la testimonianza. Non è neppure il comportamento morale, cioè l'osservanza delle leggi, perché sapete quante parole dure Gesù ha detto contro i farisei. il criterio della rivelazione di Dio nella solidarietà per gli ultimi, per i più piccoli, per gli emarginati.
La testimonianza che nel mondo la chiesa è chiamata a dare è questa, tutto il resto è secondario, anzi, a volte tutto il resto diventa un ostacolo, un impedimento, quando viene considerato assoluto.
Per questo l'osservazione che Micromega fa dell'attuale condizione della Chiesa ci deve sollecitare. Se gli atei stessi riconoscono di avere un problema a questo proposito, perché non hanno i criteri sufficienti per una solidarietà autentica, che non si traduca in ideologie e in oppressione peggiore, noi che siamo chiamati a rivelare Dio nella solidarietà dobbiamo interrogarci se l'ateismo diffuso nei nostri ambienti non proceda proprio da questa mancanza o insufficienza di testimonianza. Che gli altri sono pronti a riconoscere, ma che vedono trascurata.
È l'interrogativo che dobbiamo porci proprio in vicinanza del Natale, che ci ricorda la legge fondamentale della storia salvifica, cioè la legge dell'incarnazione: l'azione di Dio diventa efficace nella storia umana solo quando diventa gesto di uomini; ma gesto che esprima l'azione di Dio accolta, non semplicemente buona volontà, filantropia, impegno storico - cose tutte buone, ma non sufficienti perché il regno venga, cioè perché l'avventura della salvezza continui anche in mezzo a noi.
Chiediamo allora al Signore la luce per capire bene la nostra condizione, per non illuderci e per poter quindi portare all'altare, in questa terza domenica di avvento, una decisione seria di solidarietà e di condivisione, perché almeno anche di noi qualche volta si possa dire: «Andate e riferite ciò che avete visto e che avete ascoltato».















































