Giancarlo Negri
(NPG 1967-04-38)
Scopo di questo articolo:
- far vedere come il «gruppo» diventa gruppo di amici (quindi esperienza di Chiesa)
se dà molto spazio alla discussione dei problemi giovanili;
- far vedere come i giovani dai 15 anni fino ai 18 sono fortemente inclinati alla «discussione» e al problematizzare: è la seconda «età dei perchè»;
- mettere in crisi il nostro modo di «discutere» e proporre il sistema dialogico della «Revisione di vita».
Che cosa ci preoccupa? Il fatto che tutti questi «gruppi», che si fanno sorgere in clima di associazionismo, finiscono in grosse delusioni per i giovani, perché non li dirigiamo verso lo sviluppo bensì verso l'involuzione o la sfasatura.
1. «Ed entrammo in confidenza io con lui e lui con me» (Don Bosco)
Don Bosco seppe creare (e non solo con Domenico Savio) un clima dì confidenza reciproca tale da rendere inevitabile il crescere di una solida e profonda amicizia tra lui e un giovane.
a) L'amicizia è essenziale al gruppi.
Si è detto che il gruppo primario (vedi numero precedente) è sostenuto da rapporti di amicizia, mentre quello secondario da rapporti di interessi comuni, ma pur sempre interessi individualistici.
Ora il gruppo che è esperienza di Chiesa (vedi numero precedente) è solo quello primario, di amici.
Cí si arriva per diverse vie, anche partendo dagli interessi, ma è certo che in un modo o nell'altro, ad un certo punto i soci del gruppo si guardano tra loro in
un modo nuovo: «che fai tu?», «perchè porti i capelli lunghi?», «hai la ragazza?», «ti piace Antoine?». Qui l'interesse ha virato di 180 gradi: non è più il compagno di squadra, è l'uomo, il tipo, che interessa. E quando ci si interessa all'uomo e basta, comincia l'amore.
Quanti educatori sono sensibili a questi indizi? A queste partenze? Quanti le raccolgono? Sanno che significano? Fanno un piano che sia al servizio della loro spontaneità, sempre bisognosa di purificazione?
b) Mettiamo che tra i quindici di una squadra di calcio (si parte da un gruppo secondario dunque), l'animatore colga sette casi di queste conversazioni. Aspetti che siano nove: più della metà e aspetti che siano non interpersonali (a due), ma a più: a tre a cinque o sei. Sta iniziando qualcosa di molto grande: il segno che si attendeva. Oltre, naturalmente, a pregarci sopra, occorre avere idee chiare e piani precisi e progressivi. Innanzitutto idee chiare.
Che cosa capita? dove vuol andare questo movimento spontaneo?
Soprattutto se si tratta di 15 o 16enni, l'entrare in confidenza, il fare confidenze è un fatto importante. Generalmente questo non è più dato alla mamma, né al padre, né al sacerdote, né ad un adulto (a meno che si sia già avanti nello sviluppo che indico). Lo si dà a coetanei ed i coetanei sanno d'istinto che significa: «ti ho accettato», «mi piaci», «ti faccio entrare». È una fase tutta promesse, tutta nobiltà e purezza all'inizio, perché i ragazzi si incontrano come su una neve ancora intatta. Tutto è possibile nello svolgersi della vicenda: il bene più grande e il male più grande. Ma gli adolescenti, scoprendo questo mondo nuovo e misterioso che è un altro adolescente, affacciandosi curiosi, solidali e simpatizzanti sulla sua anima, avvertono indistintamente le. cose in modo ottimistico: soprattutto come possibilità di cose belle e grandi.
c) Ma il nocciolo della questione, quello che è determinante di una amicizia, di un incontro tra uomini in quanto uomini, anche se in costruzione, è il fatto che dopo il reciproco scambio di confidenze tipo «dati anagrafici», pur già interiori se non intimi, viene lo scambio di confidenze «dichiarazioni di voto»: io do il voto a questo, io a questo...: confidenza nel proprio modo di vedere il mondo. Nel punto successivo vedremo come i giovani sono tendenzialmente problematici. Anche. quando non giungono allo stato di crisi, la loro scoperta del mondo è nella fase in cui avvertono acutamente gli aspetti problematici delle cose, quindi discussioni :. con confronto di opinioni.
Segue presto un altro tipo di confidenze, già più avanti: le confidenze tipo «come-fai-tu?», dove c'è già la stima dell'altro, la disposizione a credergli, a dar peso alla sua formula di esistenza o addirittura la disposizione a considerarlo un po' esempio.
d) Di questa problematica viva – che sarebbe errato chiamare problematicismo, non essendo un partito preso – essi sono gelosi, ne hanno il pudore. È appunto per essa che diventano «chiusi», come dicono gli adulti: non si confidano.
È per questo pudore, misto a paura, che ci appaiono distratti, superficiali, «vuoti», senza interessi, senza impegni: quelli stessi adolescenti, afferrati da un dittatore, diventano dei fanatici.
È chiaro perciò che se confidano a qualcuno questa loro interiorità, nasce l'amicizia, la confidenza, nasce un incontro primario o un gruppo primario. È una gran parte della loro esperienza di vita, poiché proprio in un clima di incertezza, di problematica, di ricerca essi partecipano alle esperienze d'ambiente. Quindi è una gran parte – e profonda e sensibile della loro persona che essi si scambiano nelle confidenze, mettono in comune, pongono alla base dei loro gesti spontanei, delle interminabili conversazioni, rotte dal po' di dischi, dal gioco, da altro. Conversazioni su tutto e di tutto, ma in ogni caso confidenze e persino confessioni, poiché pur parlando di tutto, pur parlando di ragazze, si parla sempre di sé: si dona la propria anima agli amici.
e) A questo punto possiamo localizzare il catalizzatore, che è l'animatore di gruppo. Evidentemente anche per giungere a questo stadio dello sviluppo del gruppo di amici occorrono altri fattori concomitanti e collaboranti, ma non possiamo parlare sempre di tutto, senza diventare complessi, anche se l'esigenza verifica sempre la concomitanza e contemporaneità dei fattori.
Perché queste confidenze, questi incontri umani, questi accenni a diventar amici non si inaridiscano per via, ma invece ingrossino come ruscelli, convergano in un alveo unico e creino torrente, occorre che queste confidenze-conversazioni diventino non più solo spontanee, occasionalmente, ma volute, ricercate. Se capita questo passaggio dalla spontaneità occasionale alla voluta programmazione, allora il gruppo di amici nasce.
Ma quando si ricercheranno queste conversazioni? Quando gli inizi sono stati soddisfacenti! E come possono essere soddisfacenti? Possono essere soddisfacenti se nel gruppo di soci (giocatori, artisti, suonatori, ecc.) qualcheduno era fin dal principio un capo, un leader: le sue risposte erano più mature, più intelligenti, più da uno che ci sa fare, più appaganti e persuasive. Allora nasce una pendenza degli altri verso di lui o verso di loro, se sono più d'uno. E questa pendenza dà soddisfazione: con quello ci si sente più sicuri, più forti nell'affrontare la vita, più sostenuti, più decisi. E allora si torna.
Ecco il lavoro dell'animatore di gruppo: i leaders. Seminare ín ogni gruppo secondario dei leaders. Poi tutto va da sé. Occorrerà solo curare l'autenticità del leader, che deve agire perché è, non perché ha imparato una lezione di apostolato.
Inoltre il leader, deve «aprire» i pro' blemi. Questo verbo, che prendiamo da Dondeyne (La Fede in ascolto del mondo), ci sembra decisivo. Bisogna che ogni conversazione, anche abbozzata (negli spogliatoi, nel pullman, in una pausa dei dischi), ogni inizio di confidenza, ogni discorso, che farà sempre più capo al «tipo», silenziosamente scelto come capo, sia in parte una risposta soddisfacente e in parte apra un discorso più lungo, mostri sviluppi nuovi, forse impreveduti, ma pertinenti – soprattutto pertinenti! –, allora la proposta di parlarne «più a lungo», «più tardi», «con più comodo», «in un angolo più tranquillo» è accolta, è promettente ed una calda corrente circola negli animi, li fonde insieme, li unifica in un comune intento umano: ricerca della verità e della vita.
E il gruppo di amici sarà nato. Il resto lo dà il fattore tempo, se niente di contrario capita. Sono amici:
– perché si incontrano come uomini e non come funzioni di un gioco a ciascuno interessante;
– perché si ritrovano per parlare dell'uomo, della vita, di se stessi e non dell'apostolato, del gioco, della gita o di altro estrinseco, anche se queste motivazioni estrinseche permangono come portante subordinato;
– perché hanno confidenza gli uni con gli altri, tanto da scambiarsi confidenze, ed hanno stima e fiducia reciproca come uomini, tanto da studiarsi reciprocamente;
– perché più o meno convergono su un capo che fa da punto genetico dell'unità di pensiero e di comportamento.
Basterà dare una direzione organica alle riunioni, un obiettivo, un intento e il gruppo di amici diventa educativo.
2. La seconda età dei perché
a) Qualcuno potrebbe trovare esagerato il mettere così al centro di un gruppo di amici adolescenti il discutere, lo scambiarsi opinioni, il riflettere insieme sui loro abbozzi di personalità. Questa obiezione può venire o da esperienza di adolescenti che non discutono (e allora bisognerà cercare il fattore che impedisce a questi adolescenti di essere tali) o da esperienze di discussioni andate a male, inconcludenti, antipatiche (e allora bisognerà vedere l'autenticità dei leaders, che dirigono inavvertitamente il corso delle discussioni).
Limitiamoci qui a far riflettere sulla importanza vitale che ha dai 14 anni ai 17 o 18 il discutere su problemi di vita. Si potrebbe procedere per statistiche: quasi tutte mostrano adolescenti, che vogliono discutere le loro obiezioni, i loro problemi, pungenti la loro anima come lana ruvida sulla pelle. Ma si potrebbe ricordare un fenomeno, che tutti conosciamo e riteniamo determinante per la formazione degli adolescenti: il fenomeno delle «compagnie».
È addirittura un luogo comune quello delle «compagnie cattive» da evitare: i, compagni cattivi sono sempre al primo posto per spiegare il perdere quota di un adolescente. Ora domandiamoci: come si svolge il lavoro di corruzione da parte dei compagni cattivi? Troviamo al centro un insieme di discorsi persuasivi, di proposte precise offerte alle aspirazioni, pullulanti nel cuore dell'adolescente. I discorsi: ecco l'elemento che volevamo isolare. C'è un clima, uno stile, una testimonianza personale, un processo di giustificazione (eticità), una risposta alle obiezioni in questi «discorsi», tanto da renderli persuasivi. Ci sono, è logico, istinti e tendenze che premono, ma ciò non giunge all'atto senza discussioni, ragionamenti, questioni e «discorsi».
Se la tecnica di questi «discorsi», il loro stile, il loro clima, il loro procedimento, il loro svolgersi tra coetanei o quasi, se tutto ciò fosse ripreso a servizio del bene, delle proposte positive offerte alle aspirazioni adolescenziali, non avremo delle mirabili forze educative?
Chi sa discutere con gli adolescenti, li ha in mano.
b) Forse è utile fare un po' di luce sul meccanismo che porta a questo interesse. Perché chiamiamo questa età: «la seconda età dei perché?».
Tutti conosciamo la prima età dei perché, tra i tre e i cinque anni. Su un altro piano l'età adolescenziale è, come la prima, di intensa scoperta del mondo circostante, ma questa volta con un profondo e intenso riferimento all'io.
Non intendiamo fare analisi scientifiche sul convergere di tre processi psichici, (interiorizzazione, assolutizzazione, socializzazione) per determinare questo fenomeno. Ma se l'adolescente restasse pacificamente agganciato alla tradizione esteriore, non ci sarebbero problemi, ma assunzione pacifica di soluzioni tradizionali; se l'adolescente non sentisse più acuto il senso del proprio io, della sua affermazione e crescita, le cose non diventerebbero problema: si seguirebbe l'istinto o l'abitudine senza porsi tante domande; se l'adolescente non entrasse a occhi ben aperti, inquisitori nel mondo della società, non ci sarebbero problemi, perché il caos della società non ferirebbe il giovane che lo assume.
Invece l'insieme del distacco dall'autorità precedente, del tuffo ad occhi bene aperti nella società, del bisogno di precisare il proprio io, le proprie scelte fa sì che le stesse cose che per noi sono pacifiche, per essi siano un vespaio di problemi, di perché, di questioni. L'adulto può guardare i problemi speculativamente: egli ha già scelto, è già dentro una scelta e i giochi logici di una possibile opinione contraria, sono per lui come fuori della finestra. L'adolescente non è dentro a nessuna scelta e tutto è proponibile e quindi tutto è di vitale importanza: sempre ne va della vita per lui. Eccolo allora a cercare una ragione per ciò che fa naturalmente in modo disordinato, proprio perché al rigore della logica si intrecciano esperienze premature, quindi complicazioni di coscienza, risonanze affettive di esaltazione o di paura, a seconda del suo precedente mondo affettivo.
c) Prendiamo in modo speciale la religione: o essa è intrecciata con i problemi urgenti, vivi, pungenti, dolorosi per l'adolescente, oppure essa si presenta astratta, incomprensibile a chi vive di problemi di vita: come parlare di filosofia a chi ha lo stomaco vuoto. Una religione presentata come modo di sfamarsi nella fame di perché, una religione che risponde ai perché urgenti e insorgenti: ecco ciò che tocca il giovane. Questo modo di fare catechesi è emerso ad esempio anche da una interessante ricerca tra tutti gli oratori del milanese, apparsa su «Eco degli oratori» (gennaio 1967).
d) Pensiamo poi ai problemi giovanili. Vita sessuale, stile di rapporti umani, impostazione del rapporto con i genitori, modo di farsi strada, atteggiamento verso il denaro, la famiglia, la delinquenza, la cultura, la politica. Tutto ciò, sospinto o dalla maturazione biopsichica o dall'ambiente, si rende cosciente e dolorosamente cosciente all'adolescente sotto forma di problema e problema etico (che cosa è giusto?).
Non un'etica astratta, intendiamoci, ma insieme interiore (ciò che mi conviene) e assoluta (ciò che vale).
Questo insieme di interiore e di assoluto fornisce il commovente indice della purezza adolescenziale: essi non separano il conveniente dal buono. Pensano che il buono deve apparire conveniente a costo di rovesciare tutto e decidere che il conveniente è anche buono. L'adulto pensa come Ovidio: vedo il bene, ma mi dò al male. L'adolescente non può: piuttosto dice che è buono quello che fa, poiché non può accettare di essere immorale, ne va della sua stessa vita, tendente ad essere etica, morale. E per ottenere questo discute obietta reagisce, torna a discutere!
Due cose dunque per l'adolescente. Non teoria, ma vita: problemi di vita, ciò che sta per fare o che ha fatto o che gli altri fanno. Non vita materiale, senza teoria, aia vita diventata «perché» e poi discussa, inquadrata, diventata etica.
e) Una delle conseguenze di questo insieme di interiorità ed eticità negli adolescenti è il fenomeno del «codice morale», che ogni gruppo a poco a poco stabilisce per sé e rispetta con forza.
Qui ci interessa l'insieme di conversazioni, discussioni, che producono questo codice del gruppo.
Questo meccanismo ha delle immense possibilità educative: un socio del gruppo è fortemente portato a rispettare le norme di comportamento del gruppo stesso. Quando diciamo di utilizzare la «dinamica di gruppo» nell'educazione, intendiamo proprio questo: far si che le norme, da noi desiderate, siano imposte non dai nostri discorsi, non da un regolamento di massa, ma dal regolamento interno di un gruppo, per cui la forza coesiva del gruppo è al servizio di esse ed a beneficio degli individui, proprio come era la «società dell'allegria» di D. Bosco.
Qui ci interessa l'insieme di conversazioni, discussioni, discorsi, con cui il gruppo elabora il suo codice. Ora: se questo formarsi di un «codice morale del gruppo», in forma più o meno strutturata, è il centro utile della dinamica del gruppo,se questo codice si forma attraverso discussioni, discorsi, se in queste discussioni è determinante l'intervento dei leaders, ci ritroviamo a precisare la parte dell'educatore: favorire le discussioni e intròdune leaders ben formati a dirigere le discussioni perché terminino bene, cioè con norme di comportamento valide ed autentiche.
3. II bisogno urgente di autocritica
Come formare bene i leaders a dirigere queste discussioni? Come formare i giovani in generale a canalizzare utilmente questa loro voglia di discutere, di commentare, a proposito delle esperienze di vita?
a) Torniamo al meccanismo di partenza, il problematizzare:
1) Gli adolescenti rimettono tutto in questione e questo è senso critico nascente. Gli adolescenti non sono però al problematicismo, cioè non discutono per discutere ma per vivere, per trovare soluzioni ai problemi aperti.
2) A suggerire soluzioni intervengono in molti: i leaders, prima di tutto e più di tutto, gli autori preferiti (o i cantanti, o i divi) poi, la stampa, le mode, gli altri gruppi, la Chiesa, gli adulti (ancora i genitori, ma chiamandoli gli adulti), ecc.
3) La tendenza a farsi un giudizio per conto proprio (autonomia dell'adolescente) mette l'adolescente in ricerca di una ragione di una logica per decidersi verso una delle soluzioni suggerite. Questa tendenza è secondaria, ma solo a stimolarla, risulta forte e combattiva.
Chiamiamo «autocritica» la ricerca di una ragione per le soluzioni che si accettano, il voler motivare il proprio schierarsi per l'una o l'altra «etica» o «norma di comportamento». Gli adolescenti da soli fanno rozzamente questa «autocritica», la fanno a scartamenti) ridotto, ma vi sono portati, come si è detto, sia per autonomia, sia per tendenza all'eticità.
b) Per queste ragioni è importantissimo che l'educazione (animatori e leaders) punti potentemente su di essa.
Autocritica dentro le discussioni, cioè progressivo elaborare una filosofia della vita, un quadro completo generale, logico, motivante le singole soluzioni, un quadro di riferimento e l'uso di esso per vagliare un modo di risolvere un certo problema. In questo quadro vi è anche il «codice morale» di cui si è parlato.
Autocritica, che significa crescente autonomia personale;
autocritica che significa coerenza tra le varie scelte rispetto ad un unico blocco dí motivazioni;
autocritica che significa scendere al profondo, ai punti centrali, senza sperdersi nella molteplicità dei problemi (colti nella loro particolarità viva);
autocritica che significa scegliersi un maestro, un credo, un vangelo e dopo far sempre capo ad esso, senza incoerenze, che distruggono l'autonomia, senza contraddizioni, che squalificano l'io nascente.
c) I gruppi da soli senza animatori arrivano alla discussione, arrivano a costituire il codice di norme, ma non arrivano alla autocritica. È l'educazione che matura lo sviluppo spontaneo fin all'autocritica.
Tutti comprendiamo come lì abbiamo il punto d'inserzione per una catechesi, per la presentazione del Maestro e del Vangelo, che diventa assimilato, parte di sè, parte dell'«autonomia» e termine in base al quale fare l'autocritica.
I comunismi di tutti i paesi agiscono già così: il maestro, il credo è un altro, ma nessun giovane comunista agisce, discute, sceglie soluzioni ai suoi problemi, senza fare l'autocritica ín modo che le sue scelte siano coerenti con i suoi principi.
Niente di nuovo dunque, ma un modo nuovo di fare le cose consuete. Anche noi forniamo dei principi, ma una cosa è fornire dei principi che non si intrecciano con i problemi di vita e una cosa è fornire dei principi, presentati come i punti fermi dell'autocritica nel discutere i problemi di vita.
d) Anche da un altro punto di vista comprendiamo l'urgente bisogno di autocritica:
1) gli adolescenti hanno una violenta farne di «esperienze», cercando nelle esperienze qualcosa di grande e di indefinito;
2) le esperienze non sono vissute acriticamente, ma problematizzate, discusse alla ricerca di un significato, di un valore li una eticità per ciascuna;
3) la molteplicità, la confusione caotica, la dispersione delle esperienze (complice la società moderna) da una parte e dall'altra il bisogno di non sperdersi, di essere sempre «io», di restare autonomo, unificato in un nucleo costante di significati, fa cercare l'unità, un discorso coordinatore, unificatore, che chiamiamo autocritica.
Siamo tutti d'accordo che questo meccanismo è iniziale, germinale negli adolescenti; ma questo significa solo che l'educazione ci vuole, che l'aiuto degli adulti è necessario perchè il germe si sviluppi e prenda consistenza e forza di virtù.
Anche da questo punto di vista torniamo al problema educativo di saper discutere con gli adolescenti, di saperli aiutare nei loro tentativi di autocritica, di saper fare una catechesi a livello adolescenziale.
Una catechesi che utilizzi la immensa forza della «dinamica di gruppo» è una catechesi che si innesta il più spontaneamente possibile nelle «discussioni» del gruppo, destate dai vivi problemi contingenti;
prolunga queste discussioni dalla superficialità all'autocritica (= andare a fondo, studiare a fondo i problemi, cercarne le profonde radici, come insegna la Gaudium et Spes, indicando la caratteristica dell'intervento ecclesiale nelle discussioni degli uomini);
mostra come le verità cristiane sono i più persuasivi principi per l'autocritica. Ora questa forma di catechesi, che appare l'unica umanamente plausibile per gli adolescenti, esiste, ha un nome e un metodo: il metodo della Revisione di Vita. Lo studio di questo metodo diventa perciò logica conseguenza dello studio sui gruppi. In conclusione:
– I giovani hanno bisogno di discutere i loro problemi;
– i giovani cercano di discutere in modo soddisfacente e persuasivo;
– questo modo soddisfacente e persuasivo è quello dell'autocritica, cioè del decidere la soluzione di un problema contingente secondo un nucleo di motivi stabili, duraturi, rispondenti a tutte le situazioni, formanti il nucleo della continuità dell'io;
– la Revisione di Vita è un metodo di catechesi, rispondente a queste esigenze. Se ne parlerà un'altra volta.

