Vittorio Gambino
(NPG 1967-04-4)
L'uomo è la perfezione dell'universo;
lo spirito è la perfezione dell'uomo;
l'amore è la perfezione dello spirito;
la carità è la perfezione dell'amore.
San Francesco di Sales
Tutti abbiamo riflettuto sulle prospettive che il Concilio ha aperto per una più profonda conoscenza della Chiesa. La Chiesa si è presentata al mondo come una forza di unità e di carità; vuole in tal modo «rendere partecipi tutti gli uomini della salvezza operata dalla redenzione e portare effettivamente per mezzo di loro il mondo intero a Cristo» (1).
Il Concilio ha affermato esplicitamente che «la Chiesa è in Cristo come un sacramento o segno dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano» (2).
Questa unità è opera dello Spirito Santo e dell'impegno di tutti nella diversità delle funzioni e dei ministeri perché si realizzi l'affermazione di San Paolo: bisogna che tutti (sacerdoti, religiosi e laici) «operando conforme a verità, si vada in ogni modo crescendo in carità in Colui che è il Capo, Cristo; da Lui tutto il corpo, ben connesso e solidamente collegato, attraverso tutte le giunture di comunicazione secondo l'attività proporzionata a ciascun membro, opera il suo accrescimento e si costruisce nella carità» (3).
L'impegno pastorale quindi è compito di tutta quanta la Chiesa «in quanto tende ad autocostruirsi come comunità ecclesiale» (4).
Non devono mancare i religiosi. «A tutti i religiosi, secondo la particolare vocazione di ciascun Istituto, incombe l'obbligo di lavorare con ogni impegno e diligenza per l'edificazione e l'incremento del Corpo Mistico di Cristo, e per il bene delle Chiese particolari» (5).
Tutti i figli della Chiesa con tutte le loro istituzioni e le loro risorse sono ugualmente interessati in una pastorale organica o d'insieme. E i religiosi sono presenti con «le caratteristiche proprie del loro Istituto» (6); uniscono e articolano intelligentemente le loro forze con le altre, sotto la guida coordinatrice e stimolante dei vescovi.
Parlando di Pastorale Giovanile e di organizzazione della pastorale giovanile nelle nostre case, un problema che si affaccia con urgenza è questo: Quale fisionomia spirituale deve avere l'apostolato giovanile di un salesiano? In che cosa consiste la peculiarità soprannaturale carismatica della congregazione salesiana? Qual è l'elemento centrale della spiritualità salesiana di don Bosco?
Porsi tali domande significa aver accettato in concreto con intima persuasione che esista una spiritualità salesiana e che il Fondatore della famiglia salesiana sia stato uno strumento vivo e «profetico» nelle mani dello Spirito Santo per un particolare disegno di Dio nel tessuto storico della Chiesa.
Queste domande toccano il cuore stesso della nostra vocazione e della nostra azione educativa tra i giovani.
Questo brevissimo studio vuole essere un piccolo contributo per una riflessione comune di fronte all'organizzazione della pastorale giovanile in piena fedeltà al carisma storico di don Bosco.
La preoccupazione è una sola: tornare alle fonti della spiritualità salesiana; osservare San Francesco di Sales e don Bosco nel loro stile carismatico; lasciarci guidare da quelli che hanno parlato di loro, soprattutto da quelli che hanno parlato di don Bosco con quella «potenza» dello spirito di chi ha saputo cogliere in don Bosco la sua particolare fisionomia ecclesiale e la sua vitalità educativa; lasciarci condurre da quelli che, senza avere scritto qualcosa su don Bosco, ne hanno tuttavia vissuto a fondo lo spirito nella loro vita.
La voce delle fonti
Quando si ritorna alle fonti si percepisce immediatamente l'inadeguatezza delle nostre parole.
L'azione educativa e pastorale di don Bosco è difficilmente traducibile in schemi logici o in termini tecnici, siano pure quelli della teologia.
Ciò non significa che don Bosco sia impermeabile alla ragione. Significa soltanto che non si può trasportare il nostro vocabolario teologico, così «scientifico», alle affermazioni pratiche e ambientali di don Bosco. Si corre il rischio di vivisezionarlo e quindi di annullarlo.
Il linguaggio di don Bosco è concreto, esistenziale, sgorga da una paternità spirituale illuminata, nell'incontro con i giovani, dalla luce dello Spirito Santo.
Il linguaggio di don Bosco appartiene al suo stile educativo, che è appunto un carisma ecclesiale. Uno stile non è riducibile a pensiero, lo si constata. Il linguaggio di don Bosco è legato alla verità della sua presenza viva, è emanazione del suo essere e della sua esistenza. Appartiene al suo modo di «essere-con-i-giovani». In questo senso è un «segno». Per esempio, quando don Bosco parla di «purezza», indica un «atteggiamento» concreto, palpitante e vitale pieno di sfumature; quando invece San Tommaso analizza la «castità», lo fa in modo «scientifico», essenziale, indica cioè la parte soggettiva della virtù della «temperanza». San Tommaso scrive lo spartito musicale, don Bosco lo eseguisce.
Qualcosa di analogo succede con il concetto di «fede» in San Paolo, cosa concreto e dinamico nelle sue Lettere; altra cosa è l'analisi formale della virtù infusa della fede fatto dalla teologia speculativa. Sono due maniere di parlare molto distinte; non si contraddicono: al contrario sono entrambe necessarie e complementari, però distinte.
L'analisi «scientifica» segue, viene dopo l'affermazione «concreta», sta al suo servizio: non il contrario! Lo studioso di don Bosco per studiare la persona di don Bosco deve partire dal «santo», dall'«agiografia», non viceversa. La definizione. formale è per l'affermazione concreta, non viceversa. Un linguaggio tecnico ci rivela la formalità di una realtà, tuttavia non esaurisce la sua ricchezza esistenziale.
Credo sia opportuno di tenere presente questa differenza di linguaggio perché sarebbe facile lasciarci trasportare dall'identità di suono di una parola e posporre un messaggio soprannaturale di un santo a uno schema scientifico, perfetto quanto si vuole, ma senza l'innervatura della persona viva.
La risposta che cercherò di dare al quesito che ci siamo posto sarà pure di tipo «concreto», proprio dell'ambiente esistenziale della nostra attività pastorale tra i giovani.
La bontà come stile
Abbiamo detto che lo stile sgorga dalla dinamica stessa delle relazioni vissute. Nello stile di don Bosco «bontà» e «purezza» non sono la stessa cosa che «carità» e «castità».
La «bontà» concreta di don Bosco quale sgorga dalla sua pedagogia viva, implica certamente la virtù soprannaturale della «carità», ma è qualcosa di più.
La «bontà» di don Bosco ha una ricchezza di tratti e di sfumature che sono difficili da catalogare o ridurre facilmente ad una sola virtù. La bontà di don Bosco ha tutta la ricchezza esistenziale della carità di cui ci parla San Paolo nella lettera aí Corinti. In particolare è fatta di «semplicità», di «fedeltà», di «liberalità», di «longanimità». Allo stesso tempo ha il tono della gravitas, della suavitas e della festivitas. Essa, in una parola, è fatta di amorevolezza cioè parte dalla familiarità, porta affetto e crea amicizie (7).
Così pure la «purezza» concreta di don Bosco è un atteggiamento esistenziale, in cui il concetto di «castità ha certamente íl ruolo centrale, ma circondato da tanti altri elementi che sono propri di altre virtù, 'come ad esempio, l'«umiltà», la «sobrietà», la «modestia», la «circospezione», la «precauzione», la «pazienza», la «costanza», ecc.
La «bontà» e la «purezza» nella spiritualità di don Bosco sono due atteggiamenti che uniti in una sola persona creano uno «stile» e sono un messaggio spirituale.
Si sa con evidenza che qualsiasi spiritualità comporta la presenza di tutte le virtù, e che necessariamente ogni spiritualità deve avere come nucleo centrale le virtù soprannaturali della fede, della speranza e della carità. Anzi ogni spiritualità è essenzialmente carità e richiede necessariamente una profonda castità.
In questo senso è uguale la spiritualità di un benedettino, di un francescano o di un salesiano. Ogni spiritualità ha una portata strettamente evangelica ed è animata dallo stesso Spirito.
Eppure esistono diverse scuole di spiritualità ed è certo che esiste una fisionomia propria del salesiano.
Non nascondo certo la difficoltà di definire la spiritualità salesiana. Vi è ovviamente il pericolo di essere superficiali nella determinazione dei suoi tratti essenziali e di correre il rischio di facili monopolizzazioni.
Non è questo che pretendo fare: vorrei solo indicare, in uno stretto quadro, quello che penso possa essere la caratteristica principalissima di questa spiritualità, al cui servizio stanno tutte le altre. A ciascuno di noi, in questo periodo post-conciliare s'impone una autentica conversione in funzione di ciò che è. La Congregazione salesiana nel compito pastorale con i giovani ha le sue difficoltà e i suoi orientamenti propri.
La preoccupazione di mantenere la sua originalità nel pluralismo degli stili operativi è semplicemente una preoccupazione d'onestà e di ubbidienza alla Chiesa. Nella comunità «ecumenica» della pastorale giovanile, la differenza del salesiano' non costituisce «un mondo a parte» chiuso, inaccessibile agli altri; la nostra differenza ha il suo senso proprio ed ecclesiale nella partecipazione all'insieme e nel servizio della comunità. La nostra spiritualità non è che una voce, ma che deve rimanere fedele alla genuinità del. carisma che lo Spirito ha affidato a don. Bosco per essere servizio originale e non semplice identificazione.
Il tratto caratteristico
Per capire la spiritualità che anima l'apostolato giovanile del salesiano dobbiamo rifarci a San Francesco di Sales nella cui profonda verità essenziale affonda lo stile educativo di don Bosco.
In San Francesco di Sales la spirituali ha uno stile inconfondibile: una-carità-affettuosa-in-funzione-di-accoglienza.
Pio XI ha scritto di lui: «Adorno di tutte le virtù, brillava soprattutto per una dolcezza di animo così propria, che possiamo chiamarla sua virtù caratteristica;... tale virtù temperava di dolcezza la gravità del suo aspetto e rendeva gradevole la sua voce e il suo gestire da conciliarsi la più affettuosa riverenza di tutti... Per ottenere la conversione di migliaia di persone gli valse la sua inalterabile dolcezza».
Questa bontà così affabile, fu in tutta la sua vita la base di grande amicizie, tanto da essere definito dai suoi agiografi: «Il Santo dell'amicizia» (8).
È difficile trovare amicizie più profonde di quelle vissute da San Francesco di Sales. Qualcuno ha definito la sua affettuosissima relazione con Santa Giovanna Fremiot de Chantal: «i maglgiore dei miracoli».
La caratteristica essenziale della spiritualità del salesio è senza dubbio quella di una bontà affettuosa, che costruisce re, lazioni personali di amicizia in un clima di vero amore (9).
Si tratta in San Francesco di Sales di una comunicazione di esistenze, di una autentica filosofia della seconda persona, ossia del «tu», come si esprimerebbe Mounier.
Se volessimo domandarci perchè mai don Bosco ha nutrito tanto affetto e simpatia per il vescovo di Ginevra scegliendolo come patrono e volendo che i suoi figli si chiamassero «salesiani», non ci verrebbe altra risposta se non questa: per la bontà affettuosa che costruisce autentiche amicizie.
Altri motivi possono esservi aggiunti e qualche volta addirittura sovrapposti, ma in fondo lo Spirito Santo guidava in questa scelta don Bosco verso la sua particolare missione ecclesiale: una presenza educativa nuova in mezzo ai giovani per una azione di servizio e di dialogo nell'amicizia più vera. Da questo si deduce che non si può concepire la spiritualità salesiana se non in funzione dell'apostolato giovanile. La particolare fisionomia di «santi» che hanno i salesiani nella Chiesa è per la loro speciale metodologia pastorale. A tal punto che nella organizzazione della «loro» pastorale giovanile si può e si deve scoprire l'«essenza» di «santi». Non nel senso che la spiritualità sia semplicemente un elemento di apostolato, e la santità salesiana un semplice mezzo, di educazione: questo invertirebbe semplicemente i valori; ma perchè la santità specifica di salesiani è la causa eminente della loro particolare azione educativa e pastorale che ne è la causa inferiore. Così come la «contemplazione» dell'apostolato è la «causa eminente» della sua azione e non un semplice mezzo di attività: «omne agens agit sibi simile». Per questo analizzando la nostra postorale giovanile si dovrebbe scoprire l'essenza della nostra santità.
Infatti secondo lo studio critico di don Braido Pietro l'interazione tra fine educativo di don Bosco, che è soprannaturale e cristiano (il «primum in ordine intentionis») e il metodo (il «primum in ordine executionis») viene definita in queste semplici e magistrali parole: «fiducia, amore, collaborazione affettuosa» (10). Vi è un unico fine dell'azione educativa: la salvezza dell'anima. Ma è unico pure il metodo: «ho bisogno che ci mettiamo d'accordo e che fra me e voi regni vera amicizia e confidenza» (11).
Abbiamo qui un rapporto educativo centrato sulla comunicazione con il giovane, fatto di atteggiamento di «empatia», comprensione, sicurezza, «calore», e oserei dire di «amore vero». Questa linea è stata ispirata da Dio: è scesa attraverso il cuore di Cristo e poi di San Francesco di Sales ed è stata vissuta in chiave giovanile da don Bosco, come carisma ecclesiale particolare (12).
Questa linea educativa che definisce le condizioni di una relazione positiva e personalizzante con i giovani, costituisce l'aspetto caratteristico dell'apostolato educativo di don Bosco (Casotti lo ha chiamato «metodo dell'amore») ed è l'effetto o il risultato della sua particolare spiritualità.
La spiritualità di don Bosco affonda le sue radici nella caratteristica fisionomia spirituale di San Francesco di Sales: una bontà affettuosa che costruisce amicizie, vissuta (e questa è l'originalità spirituale di don Bosco) nell'incontro con i giovani. La spiritualità salesiana di don Bosco traduce, per l'apostolato giovanile, la caratteristica generale dell'apostolato soprannaturale del Vescovo di Ginevra.
Giustamente don Alberto Caviglia, nel commento alla vita di Domenico Savio, dice che la spiritualità di don Bosco è una «spiritualità impregnata di amore» ed ha ragione quando afferma che «il salesiano senza bontà, non è salesiano, anche se osserva le Regole».
Non riscontriamo qui in don Bosco una particolare missione ecclesiale che diventa sempre più realtà oggi in cui si fa strada un nuovo stile pastorale con i giovani che vorrei chiamare «stile-gruppo», o «stile-comunità», o «stile rapporto-fraterno», o «stile-dialogo»? Don Bosco è oggi storicamente un invito ai pastori ed educatori a comprendere un segno dei tempi: scambio profondamente personale e non solo al livello dei rapporti superficiali della vita corrente, il dialogo essenziale, il lavoro in gruppo, l'associazionismo che marcherà sempre più la vita professionale, civile, internazionale ed ecclesiale di domani. Nella nascita di una nuova epoca planetaria in cui gli uomini sentono crescere una maggiore speranza di unità e di amore. Don Bosco presenta agli educatori il segno del rapporto personale e della vocazione universale che deve essere sempre più un segno inconfondibile della Chiesa cattolica.
La bontà salesiana
Questa relazione personale di bontà con i giovani, che è fisionomia della spiritualità salesiana, è prima di tutto amore soprannaturale.
Non c'è peggiore deformazione di questa bontà affettuosa e personalizzante che la svenevolezza emotiva e passionale.
La bontà di don Bosco affonda le sue radici nell'amore di Dio sorgente di ogni vero amore ed è riflesso e riverbero del dialogo interpersonale di amore tra il salesiano e Dio. Il suo clima ideale è quello della fede che è rapporto personale di amore con Dio, dialogo affettuoso, fiducia e abbandono.
La bontà di don Bosco, tuttavia, non è la semplice virtù teologale della carità. Qualsiasi santo, un benedettino ad esempio, deve possedere questa carità infusa; però non si tratta della «bontà» del salesiano. Per il salesiano «non basta amare» anche se questo amore è grande come la morte.
Il pane quotidiano di don Bosco non è stato tanto di penare o di pregare o di fare chissà quale rinunce, quanto quello di incarnarsi nei suoi ragazzi e nei suoi giovani, fare di loro degli amici, delle persone cioè capaci di relazioni personali profonde e variate, suscettibili di amore di riconoscenza vero e affettuoso.
Per questo don Bosco ha penato; ha pregato, ed ha battagliato tutta la vita.
Lo Spirito Santo ha guidato fin da piccolo don Bosco a intuire e sviluppare questo carisma di bontà. La sua «Maera» lo ha incoraggiato illuminandogli missione «difficile».
Giovannino Bosco non ha mai pensato che il parroco di Castelnuovo, don Dassano, non avesse carità o non fosse capace di dar la sua vita per lui; però al constatare l'impossibilità di intavolare con lui una autentica relazione personale di amicizia, diceva: «Se io fossi sacerdote, mi avvicinerei ai ragazzi, li chiamerei vicino a me»... (Memorie, 44).
Ricordando poi i suoi anni di seminario, ripeteva: «Io amavo molto i miei Superiori ed essi hanno sempre avuto con me molta comprensione; ma il mio cuore non era soddisfatto» (Memorie, 91). Nell'Opuscolo sul Sistema Preventivo, scrive don Braido, si allude a direttori e assistenti «che come padri amorosi parlino, servano di guida ad ogni evento, diano consigli ed amorevolmente correggano... Si ripete che questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religione e l'amorevolezza».
Si afferma che, anche nel castigo, l'educando deve vedere che vi è sempre un avviso amichevole e preventivo che lo ragiona; che l'allievo avrebbe evitato un fallo «se una voce amica l'avesse ammonito»; che il sistema preventivo rende «amico l'allievo» in modo che l'educatore potrà parlare col linguaggio del cuore sia in tempo di educazione, sia dopo di essa... «Il direttore... indirizzi alcune affettuose parole in pubblico».
In fine di vita in una nota per il testamento don Bosco scrive: «Mostratevi sempre loro affezionati».
Tutti conosciamo la sua famosa lettera del 1884 da Roma che è «il suo più originale, breve e maturo documento pedagogico»; in essa troviamo questa ammirevole espressione: «Non basta amare». È una «vera rivelazione pedagogica, una delle più geniali intuizioni psicologiche e principi pedagogici di don Bosco: la rivelazione dell'amorevolezza...: non basta amare, ma che conoscano di essere amati. Che tornino, esclama don Bosco i giorni dell'affetto e della confidenza. Chi sa di essere amato, ama» (13).
Questa tipica «bontà» di don Bosco verso i giovani si è tradotta in un continuo sforzo di incarnazione nella vita dei suoi giovani. Don Bosco si è letteralmente lasciato invadere da essi, per raggiungerli nella verità della loro esistenza, per comunicare con il centro della loro persona., Basti pensare a don Bosco sorridente e buono ín mezzo ai suoi ragazzi; al don Bosco che «convive» e gioca e scherza con essi; al don Bosco che organizza e partecipa ai giochi, alle scampagnate, ai canti, ai suoni dei suoi ragazzi, al don Bosco che riceve chiunque si presenti a lui purchè sia ragazzo. Non c'è problema giovanile a Torino che non inquieti immediatamente il suo cuore di sacerdote. C'è in don Bosco una continua disponibilità di spirito, una solidarietà essenziale con la miseria, la povertà e la speranza dei suoi giovani. Don Bosco non vive che per i suoi giovani: prova con loro gli stessi sentimenti di gioia e di tristezza, partecipa alle loro lotte interne, agli stessi entusiasmi e alle stesse angosde. In una parola don Bosco parla il loro linguaggio, è il padre che si fa povero con essi, che rinuncia alle bende sapienti davanti agli occhi per scrutare meglio il cuore sofferente o gioioso dei suoi giovani. Don Bosco non è pensabile senza i giovani.
In questa situazione di presenza affettuosa e amica al gruppo dei giovani si realizza la vocazione del salesiano nella Chiesa e si pone la condizione della sua originalità e missione specifica.
Penso sia conveniente a questo punto analizzare brevemente il senso familiare della amicizia nella tipica spiritualità salesiana per cogliere sempre meglio lo stile evangelico della presenza educativa del salesiano nel mondo d'oggi.
Spiritualità dell'amicizia
L'amicizia è un amore sincero e autentico, non è un ruolo, una tecnica o peggio una finzione. Non si tratta di attuare «come se si amasse», ma di «amare», di «vivere-per-l'altro», di situarsi esistenzialmente nell'altro, di «coesistere», ossia di formare una «comunità di esistenze» come afferma Maurice Nédoncelle.
L'amore è il contrario del ripiegamento: significa profondamente essere-verso-l'altro e più ancora, essere-nell'-altro, prima ancora di essere-in-se-stesso.
Secondo Gabriel Marcel l'essere ci è dato come un «essere-con» e «essere-con» nell'amore. Essere, significa «essere-con». La persona si sviluppa e matura solo nel raggiungimento di questa relazione. Per raggiungere questa realtà di «essere-con» dell'amore, la persona deve rinunciare, in qualche modo, alla sua esistenza; rinunciare, certamente a servirsi della persona dell'altro trattandola come un «avere». L'essere essenziale dell'uomo è direttamente ordinato a trovare la sua pienezza nella persona dell'«altro».
In questo senso l'amore è rinuncia. Amare significa rinunciare a usare la forza, la costrizione, l'irragionevolezza, la violenza; l'amore lascia all'altro la sua libertà e all'occorrenza sa ritirarsi. Per essere, bisogna rinunciare a se stessi, è la conclusione fondamentale di chi seriamente vuol amare.
Siamo lontani, in questo senso, dalla simpatia sensibile o dall'affabilità diplomatica o di tratto (sovente confuse con l'amore). Siamo pure lontani da una semplice delicatezza sociale (che è parte potenziale della virtù della giustizia).
In quest'estasi dell'amore, chi ama non, ricerca assolutamente alcun arricchimento di «sé»: se fosse possibile sacrificherebbe tutto se stesso per la persona amata. Il suo unico desiderio è quello di arricchire l'altro, di fondersi nell'altro perché non ci sia più un «io» e un «tu» ma solo il «noi» che è il risultato dell'incontro riconoscente e umile di due. amori.
Questa relazione d'amore è immagine dell'amore eterno del Padre e del Figlio e dell'amore della Trinità verso gli uomini. L'amore trinitario reciproco e la carità creata è un amore di amicizia. Tutta l'azione di Dio a favore degli uomini: è la ricerca di una risposta nell'amore; Dio creò e si incarnò non solo per amare,- ma per sentirsi amato: «Non dicam... vos servos sed amicos».
L'amore educativo deve tendere a formare negli altri questa possibilità di amore-dono, o quello che è lo stesso, formare delle persone che sappiano essere degli «esseri-con», esseri cioè capaci di dimenticare se stessi per aprirsi: agli «altri».
Un padre che ama suo figlio, deve volere per questi il massimo bene; ma il maggior bene esistenziale di una persona è di diventare appunto un bene-per-gli-altri; così l'amore disinteressato del padre tende per forza a costruire, con il dono totale del suo amore, la risposta reciproca del figlio. Così fa la reciprocità dell'amicizia.
Reciprocità sublime, perchè l'amico desidera per il suo amico il dono migliore: vuole che anche l'amico sia capace di amare con disinteresse. L'amore di amicizia è perciò più che un dono un desiderio, poichè il desiderio è l'anelo al massimo dono.
Quando un autentico amico crea nell'amico la possibilità dell'«essere-con», non è un contabile che fissa il prezzo delle sue merci, ma un padre liberalissimo che si impegna nel suscitare nell'altro lo stesso, generoso atteggiamento di «dono». Nell'amicizia di paternità, propria tra l'adulto e il giovane, l'amicizia è la creazione sacrificata dell'amore reciproco dell'amico.
Questo lavoro è molto difficile e costoso: implica rinuncia e interiorità. Esso è il principale obiettivo della spiritualità di don Bosco.
Per saperla esercitare occorre essere passati dall'«avere-possessione» all'«essere-dono», ossia essere entrati decisamente nel tirocinio evangelico delle beatitudini per abbattere il muro dell'«io» che tenta di continuo di erigersi tra noi e gli altri. Questo lavoro implica fedeltà, vigilanza e abbandono totale a Dio. Si nutre solo di fede.
Se la Sacra Scrittura ci assicura che un vero amico è un tesoro, e che nulla vale quanto un amico fedele, la nostra continua ascetica quotidiana deve aiutarci a diventare tali «tesori» per i giovani, che ci attendono. Solo diventando progressivamente «uomini interiori» saremo bagnati da una atmosfera di forza che ci rivelerà con chiarezza il senso profondo degli «altri», i loro problemi e la loro vocazione. L'educatore diventa allora capace di scrutare il mistero profondo dei suoi giovani. Il suo sguardo rifletterà quella dolcezza tipica del nostro santo Padre, quella sua longanimità, quell'armonia e quella calma di chi ha saputo trasformare tutta la sua energia vitale in «persona».
La «purezza» dell'amore
Il lavoro spirituale è però lento. Non basta tutta la vita per morire a se stessi e spostare l'asse della bilancia dal proprio «io» agli altri. La natura dell'uomo è ferita: il peccato originale è un fatto storico terribilmente reale che ci ha lasciato delle tracce che quotidianamente sperimentiamo nelle nostre carni.
Adamo ha ferito in modo particolare la nostra capacità di amore. Ha rifiutato il dialogo, l'incontro, l'«essere-dono» sostituito dall'«essere-in-sé» e «per-sé». Da quel giorno nella vita dell'uomo c'è una terribile assenza di amicizie autentiche. Nel cuore dell'uomo annida spesso tanta meschinità, tanta concupiscenza, tanta infedeltà. Spesso la storia umana si presenta come il deserto dell'amore. Oggi in modo particolare l'uomo sente quanto la civilizzazione abbia allontanato l'uomo dall'uomo aizzandolo contro il prossimo.
La ricerca di «comunità» autentiche dove l'uomo possa vivere l'esperienza primitiva della persona, dell'«io» e del «tu» è diventata un segno dei tempi, una necessità ineludibile dell'uomo della civiltà della tecnica.
La peggior rovina del peccato originale è l'insubordinazione dell'eros dalla parte passionale del nostro essere e l'audacia di stabilire relazioni sentimentali'per chiamarle «amicizia».
Don Bosco dichiara che il principale nemico dell'amicizia in noi è l'egoismo, manifestato soprattutto nelle simpatie disordinate.
In vista di questo pericolo troppo concreto, la bontà tipica della spiritualità salesiana cerca un equilibrio nella «purezza». Non si può essere veramente amico se non si sa dominare la propria concupiscenza. È molto pericoloso dimostrare bontà affettuosa se non si ha l'abito dell'intransigenza della «temperanza» e di una aristocratica delicatezza di espressione.
La «purezza», come dicevamo, è molto di più della «castità»: è un atteggiamento aristocratico di dominio, è una padronanza. In questo senso ogni educatore salesiano è un «signore» (San Francesco fu chiamato il «signore» di Ginevra), un aristocratico del sentimento, un nobile dominatore delle proprie passioni disordinate, più che uno sceicco che le maltratta.
La «purezza» si trova al centro della spiritualità salesiana di don Bosco, ma non è il centro: è la controluce del centro, è il sostegno del centro, il suo scudo. Il centro è unicamente questa bontà affabile che ci porta a costruire con i giovani sincere e autentiche amicizie. Tale bontà sarebbe purtroppo un'utopia pericolosa se non fosse accompagnata da una delicata ed esigente purezza.
La purezza salesiana è come la controporta della bontà salesiana: ha una funzione di ripresa e di contenzione, che detiene non per sminuire, ma per vare il potenziale dell'amore.
Senza una purezza vigilante, non si potrebbe essere un vero salesiano, perchè un amore senza purezza non è un autentico amore di amicizia.
In questo senso, la «purezza» salesiana ha un posto preminente nella spiritualità salesiana, non perchè sia la principale virtù in senso teologico della parola, ma perchè è l'atteggiamento centrale esistenziale del dominio di se stesso.
Certamente la sua importanza non è di fine, ma di funzione, perchè fa parte di quella presenza amichevole che caratterizza la relazione del salesiano con i giovani.
Non è concepibile un salesiano senza purezza, perchè è inconcepibile un salesiano senza bontà affettuosa. Don Bosco temeva che la sua affettività con i giovani potesse essere male interpretata dai suoi figli; è facile ingannarsi quando non si tiene a bada la concupiscenza e, non si è capaci di essere autenticamente se stessi.
Per questo don Bosco la esigeva dai suoi salesiani. Sappiamo che la vita religiosa non è per la purezza; San Tommaso ci assicura che lo stato religioso è un esercizio ordinato alla perfezione della carità. Ma è un fatto che per avere quella «latitudine di amore» che ebbe don Bosco nelle sue relazioni personali con i suoi giovani è necessaria la purezza.
È la legge della comporta.
Conclusione
Oggi tutta l'azione pastorale giovanile, l'abbiamo detto, tende ad educare delle persone-in-relazione. Questa educazione non si ottiene per una semplice presenza autoritativa e magisteriale, ma per una presenza fraterna di amicizia.
L'educatore che non diventa «fratello» e «amico», che non si incarna esisten.almente nelle situazioni reali dei suoi `giovani, che non riesce nella povertà di spirito a rendersi totalmente disponibile, e non ama d'un profondo amore d'amicizia i suoi giovani prendendo su di sè loro miseria e le loro speranze, che, In una parola, non soffre del loro travaglio, non continua la strada aperta da don Bosco.
Don Bosco è stato un battistrada. È stato afferrato e scelto dalla grazia di Dio in Cristo, per vivere con i giovani, secondo il Vangelo, una profonda relazione di amicizia. Don Bosco ha tentato questa strada valorizzando l'esperienza umana e pedagogica della sua epoca. In questo senso don Bosco non è un punto di arrivo: è un richiamo, un modello e più ancora un carisma permanente dello Spirito per l'incontro con i giovani nello stile-amicizia. Se è così potremo allora fare nostra quella simpatica intuizione di don Alberto Caviglia: «il quarto voto del, salesiano è la bontà».
NOTE
(1) Decreto sull'Apostolato dei Laici, 2.
(2) Costituzione dogmatica sulla Chiesa, 1.
(3) Ef. 4, 15-16.
(4) Decreto, Ministero e vita sacerdotale, 6.
(5) Decreto, Ufficio particolare dei vescovi, 33.
(6) Ibidem, 6.
(7) Cfr. P. Braido, Don Bosco, Ed. La Scuola, pp. 51-100.
(8) Domenico Bertetto, Lettere di San Francesco di Sales, Ed. S.E.I.
(9) Questo atteggiamento d'animo di relazione personale di amicizia affettuosa viene usato moltissimo nella psicoterapia di Rogers e viene espresso con un termine difficile da tradursi, «client-centered». Sfr. G. M. Kínget, Psychothérapie et relations humaines, vol. I Ed. Nauwelaerts, Paris. Quest'atteggiamento e oggi uno dei studiati dalla pedagogia di gruppo.
(10) P. Braido, Il sistema preventivo di don Bosco, PAS, p. 175.
(11) MB 7, 504.
(12) Bisogna ricordare che la festa del Sacro Cuore di Gesù è uno speciale patrimonio della spiritualità salesiana sia per la sua fisionomia di affettuosa dolcezza, sia perché Santa Margherita Alacoque era una figliola di San Francesco di Sales.
(13) P. Braido, Il sistema preventivo di don Bosco, p. 177.
(14) Rimandiamo per maggiori dati, come pure per un'analisi più esauriente del problema dell'amorevolezza di don Bosco, al libro già citato di don Braido: Il sistema preventivo di Don Bosco, alle pagine 175-240, ed. PAS-Verlag, Roma; soprattutto all'opuscoletto, sempre di don Braido, Don Bosco, ed. La Scuola, Brescia.

