Parliamo del gruppo giovanile


    Lettera aperta

    Analisi del gruppo giovanile fatta da un giovane che per anni è vissuto in gruppi giovanili

    G. Bairati

    (NPG 1967-04-83)


    Personali esperienze di gruppi giovanili – limitate forse, ma non superficiali – mi rendono istintivamente diffidente verso quanti, affascinati da tardive scoperte interpretate come profetiche intuizioni, tendono a creare il «mito» del gruppo, definito come massima espressione dell'anima giovanile, insostituibile mezzo di manifestazione e comunicazione dei valori tipici dell'età evolutiva; e mi convincono della necessità e urgenza di impostare un dibattito che evitando di contrapporre mito a mito, ideologia a ideologia, inquadri il fenomeno «gruppo» nel più vasto contesto della situazione socio-culturale dell'uomo contemporaneo.

    Rapporto giovani-adulti nella società d'oggi

    Il nostro modo di vivere, di pensare, di agire è oggi strettamente condizionato dalla tendenza – espressa dalla società nel suo insieme – a bloccare ogni tentativo di superamento di una mentalità chiusa immobile e progressiva, che pretende di trasformare una gerarchia di attività e responsabilità legate all'esperienza quantitativa dell'individuo, quindi alla sua età, in una gerarchia di doveri e di valori che devono essere assolti e assimilati da chi vuol far parte, con pieni diritti, dell'ambiente in cui Vive. La nostra società risulta così dominata da coloro che hanno raggiunto una posizione «sicura», «definitiva», una piccola piattaforma di potere sulla quale attestarsi con idee, valori, sentimenti e, soprattutto, capacità di acquisto (di persone non meno che di beni) dal quale insegnare alle generazioni che salgono ciò che veramente conta nella vita: la carriera, l'ordine, l'autorità, l'avere; con parole nelle quali non è difficile riconoscere ipocrisia e malafede.
    Lo stile di molta nostra educazione – non tanto quella dei trattati e dei discorsi, quanto quella pratica della famiglia, degli organi di informazione, della scuola, delle organizzazioni aziendali, dei circoli parrocchiali – può essere interpretata alla luce di queste riflessioni in termini di «immobilismo interclassista»: giovani e adulti non rappresentano momenti diversi di un unico e unitario processo di crescita della persona umana, ma diventano i termini antitetici di una lotta che può essere composta solo con l'integrazione della «classe dei giovani» nella società voluta e determinata e dominata dalla «classe degli adulti».
    I valori dell'età giovanile possono anche essere paternalisticamente sopportati, discussi, divelti, ma la loro validità è sempre stabilita in base all'assunzione che i valori autentici della nostra civiltà sono quelli permessi dal sistema produttivo in cui si inserisce ogni attività e responsabilità del mondo degli adulti, degli «arrivati».

    Criterio di validità del gruppo

    Il fenomeno dell'esplosione dell'associazionismo giovanile può essere approfondito solo se si tien conto di questa componente socio-culturale, presente in ognuno di noi: non tanto come forza coscientemente operante, ma come atmosfera lentamente respirata in ogni contatto con l'ambiente che ci circonda e dalla quale non abbiamo la forza di liberarci.
    Ogni incontro di persone, voluto e realizzato sulla base di un interesse, di un'idea, di un ideale comune è certamente rivelativo della struttura dialogante della persona umana, della nostra necessità di realizzarci unificandoci in noi e con gli altri, comunicando, amando; ma non è mai totalmente indipendente dal contesto culturale della società che sostiene la nostra struttura comunitaria e che produce in noi pensieri, sentimenti, desideri che, apparentemente nostri, sono in realtà il risultato di una lenta opera di persuasione, di istruzione sistematica della nostra volontà e capacità critica.
    Di fronte al problema dell'associazionismo giovanile bisogna rendersi conto che la presa di coscienza del processo di unificazione della comunità umana non è sufficiente a giustificare ogni sua forma – dalla coppia al nucleo familiare; dal circolo aziendale a quello studentesco; dal gruppo politico a quello ricreativo; dal gruppo culturale a quello religioso – perché quasi sempre vi si sovrappone quel senso di precarietà e di solitudine che opprime quanti, accanto al rifiuto di un gioco che tende a trasformarli in consumatori di valori prefabbricati, di impulsi suggeriti dalla pubblicità, non hanno ancora trovato, nell'esperienza esistenziale, la costanza e la coerenza di seguire fino in fondo una direzione coscientemente scelta.

    Caratteri collaterali del gruppo

    Il piccolo gruppo, che unisca giovani legati da qualche omogeneità ideale o affettiva, può svolgere la funzione liberante di ogni comunità autentica capace di aprire la persona che ne è partecipe alla realtà di tutti gli uomini, attenuandone le tendenze all'individualismo e al conformismo; ma, nella misura in cui coscientemente o meno, accetta o subisce gli schemi culturali di una società che non crede nel dinamismo dei valori umani; nella misura in cui trae origine, non dalla profondità della persona, ma dagli scompensi del suo carattere e dal suo ambiente, il piccolo gruppo viene meno alla sua funzione per diventare sovrastruttura alienante.
    Chiunque guardi nelle sue esperienze di giovani e di gruppi potrà riconoscere i segni di deviazioni che bisogna imparare a valutare:
    – Il piccolo gruppo diventato incontro spontaneo ma indifferenziato di giovani che desiderano solo sfuggire l'atmosfera conformista e opprimente delle comunità ufficiali accettate dalla società; dalla famiglia in cui amore e dialogo sono parole celebrate ma non vissute; dalla scuola che comunica moduli letterari, ma non valori di vita; dalla politica che usa ogni idealità come strumento di propaganda; dalla comunità ecclesiale che ripete formule e schemi privi di interesse per l'uomo, non rivissuti dall'amore che si pretende testimoniare;
    – il piccolo gruppo usato come forma associativa imposta magari da adulti delusi o infantili, che hanno ancora bisogno di giovani con cui trastullarsi e sulle cui spalle realizzare la finzione di una qualche esperienza educativa;
    – il piccolo gruppo ridotto a coagulo di quel bisogno di intruppamento che affascina chi, liberatosi dalla totale dipendenza dall'ambiente nativo, non ha ancora conquistato l'uso cosciente della propria libertà;
    – il piccolo gruppo che ripete con mentalità infantile il classismo degli adulti: con i suoi centri di potere, i suoi dogmi, la sua mistica, la sua cultura, la sua prassi;
    – il piccolo gruppo, infine, rifugio delle delusioni infantili, delle paure puberali, delle ansie dell'adolescenza: alibi di una preoccupata incapacità a realizzarsi nella comunità umana; costitutivo, con la sua atmosfera sentimentale protettiva, di effetti realmente autentici.

    Conclusione

    L'importanza del «gruppo» nella vita di ogni giovane, la sua unicità nell'aprirlo al senso dinamico dell'esperienza esistenziale, è una certezza che nessuno può e vuole negare.
    E però anche una certezza che deve spingere, quanti si interessano di questi problemi, a distinguere ciò che che è autentico, valido, da ciò che è falsificazione, inutilità.
    Ai giovani che ancora possono attendere dagli adulti una speranza, non si può offrire miti, sostitutivi di altri miti invecchiati e logori.
    Resta solo la possibilità di mostrare coraggio, di abbandonare gli schemi imposti da una società insufficiente per cercare assieme qualcosa di veramente legato alla necessità dello sviluppo della persona umana.