Joseph Aubry
(NPG 1967-01-27)
I casi dei fanciulli fino ai 12 anni presentano pochi problemi per cui è soprattutto su quelli degli adolescenti e dei giovani che noi ci fermeremo. E poiché si tratta di «dialogo», sarà necessario cogliere i due sensi della relazione quella dei giovani verso i loro genitori e gli altri educatori, e quello di questi ultimi nei riguardi dei loro giovani. Senza escluderne nessuno noi tuttavia insisteremo sui due tipi di relazione che il compito di educatori ci porta a mettere più in rilievo quello dei giovani nei rapporti coi loro genitori e il nostro specifico atteggiamento verso i giovani, specialmente nel dialogo di carattere spirituale.
IL DIALOGO GENITORI-FIGLI
1. Aiutare i genitori a dialogare con i loro adolescenti e i loro giovani
Sotto la forma giudicata più adatta (conversazioni tenute in casa o nella famiglia, riunioni di parenti, circolari, articoli nei Bollettini dell'Istituto...) noi possiamo, con discrezione, aiutare i genitori a meglio comprendere per meglio agire. Qui noi non diamo una regola fissa, perché è chiaro che le relazioni subiscono una evoluzione secondo lo stadio della adolescenza (dove un «confronto» è normale) e quello della giovinezza (dove si abbozzano le relazioni «adulte» definitive).
a) Alla luce della Bibbia
Offriamo ai genitori cristiani una prospettiva soprannaturale dei loro atteggiamenti. Essi sono i delegati di Dio Padre. Essi devono essere suoi imitatori. Nella Bibbia è Dio l'educatore per eccellenza che cerca di ottenere dal suo popolo e dai singoli individui una docile sottomissione, mirando a interiorizzare progressivamente la legge mettendola nel fondo del cuore (Os 11, 1-4; Ger 31, 33). Gesù si presenta come un rabbi, un maestro che educa i discepoli come dei figli, e che promette e dona lo Spirito Santo Paraclito quale Educatore intimo e insuperabile per mezzo del quale si risolve il paradosso di una piena libertà che si afferma nell'obbedienza filiale (Gv 14, 26; 16, 13; Gal 4, 6-7).
L'equilibrio tra l'importanza di sostenere e di educare la debolezza dei giovani (espressa nel tema frequente della «correzione», per esempi, nell'Ecclesiastico 30, 1-13) e l'atteggiamento di confidenza nella loro libertà (così ben espressa nella parabola del Figliol prodigo, Lc 15, 12) si ritrova nei saggi consigli di S. Paolo: «Genitori, non esasperate i vostri figlioli nel timore che si scoraggino! Ma usate nell'educarli delle correzioni e degli avvertimenti che si ispirino al Signore» (Ef 6, 4 Col 3, 21). Notate questa ultima espressione: non si tratta di correggere e ammonire secondo il proprio nervosismo o il primo moto spontaneo dell'animo! Si può vedere su questo argomento gli articoli: Educazione Figli, Madre, Padre, del Vocabolario di Teologia Biblica, edito presso l'Editrice Marietti.
b) Qualche atteggiamento fondamentale: il rispetto
I genitori, per primi, sono tenuti al rispetto verso la persona concreta di ciascuno dei loro figlioli. Quando un fanciullo si sviluppa non deve essere più trattato «come un bimbetto» e neppure come se fosse già un adulto, ma piuttosto bisogna aiutarlo in questa sua marcia progressiva verso l'autonomia dell'adulto.
Questo atteggiamento rifugge da ogni sorta di paternalismo. Il paternalismo è la deformazione del vero amore paterno. È il tentativo egoista, cosciente o no, di attaccarsi al bambino per tenerlo in tutela e averlo in proprio possesso, invece di aiutarlo a liberare se stesso col prendere possesso di se stesso. Come dice bene Lavelle: «Il più gran bene che possiamo fare agli altri, non è tanto nel comunicare loro le nostre ricchezze, ma di scoprire le loro». Questo richiede ancora che certi diritti dei giovani siano progressivamente riconosciuti: il diritto al rispetto della corrispondenza e dei problemi strettamente personali, ad un minimo di denaro in tasca, alla buona riputazione, alla scelta della professione...
c) Il desiderio di comprendere
Una moltitudine di giovani si dichiara incompresa dai genitori. Per alcuni questa è una impressione che corrisponde poco alla realtà; ma i genitori devono tenere conto di questa impressione. Per altri, è una realtà. In tutti i casi i genitori sono invitati allo sforzo della comprensione, tanto più che i loro figli più grandicelli sono avidi di essere compresi e ti. Comprenderli, è intendere la rapidità dell'evoluzione psicologica e sociale attuale dei giovani, rinunciare ad applicare oggi, puramente e semplicemente, le regole di educazione che si sono ricevute («Quando io avevo la tua età... Ai miei tempi...»), essere informati sulle correnti di pensiero che agitano in mondo dei giovani, interessarsi ai loro problemi e anche alle loro manie o ai loro ciechi entusiasmi. Mediante tutto questo, sviluppare se stessi, discernere (nell'amore vero e nella preghiera allo Spirito Santo) ciò che è bene, accettabile, tollerabile, e ciò che bisogna rifiutare perché sono messi in gioco i valori fondamentali.
d) La pazienza nella confidenza
Proprio perché il giovane «si evolve», i genitori che sono saggi si guarderanno bene di «congelarsi» per un tratto o una parola poco indovinata o anche insolente. Quanti drammi familiari avvengono per il fatto che si è «drammatizzato» una reazione che non ne valeva la pena! Essere «pazienti come Dio stesso», «lento alla collera e ricco nell'amore e nella fedeltà» (Ps 86, 15; 103, 8; 145, 8): il che vuol dire soffrire in silenzio, o intervenire con autorità ma restando calmo; portare la gravezza del disaccordo passeggero, attendere... nella speranza! I genitori cristiani che hanno confidenza nelle risorse naturali e soprannaturali dei loro giovani, cercano di scoprirle e di farle fiorire.
2. Aiutare i nostri giovani a dialogare con i loro genitori
a) «Conosci bene i tuoi genitori?»
Quando i nostri giovani si lamentano di essere incompresi dai loro genitori, bisogna (destramente, al momento opportuno!) aiutarli ad uscire da loro stessi e attirare la loro attenzione sul fatto che anche i genitori hanno bisogno di essere ben capiti! Molti adolescenti non conoscono il lavoro quotidiano del papà o della mamma, quali sono i loro problemi di vita, le loro angosce. Molti si eclissano quando i genitori parlano delle preoccupazioni di famiglia, di lavoro, di situazione economica, di apostolato. Così sovente non si rendono conto delle gravi rinunce e dei sacrifici che essi accettano per amore dei loro figlioli, dell'insieme di atti di fedeltà e di energia richiesti dall'impegno familiare!
Ma si può condurli a una conoscenza più profonda. Alcuni primogeniti si aprirebbero facilmente a una riflessione sul modo di comportarsi dei loro genitori verso di loro, per esempio sulla differenza di reazione del papà e della mamma. Sono rimasto sempre assai stupito nel constatare i vivo interessamento che prendevano i giovani al problema e al «mistero» della paternità. Essi allora si investivano quasi della paternità del loro papà e della loro propria paternità futura... e non era poi difficile risalire da quella alla Paternità infinita di Dio. Si può, per esempio, farli riflettere su certe caratteristiche della paternità umana. Cosi, un padre comprende e ama suo figlio in un modo intellettuale e più ragionato; la mamma in un modo istintivo e molto più immediato; in questo modo essi proveranno un bisogno più pressante di dialogo e di vera discussione. Un padre quando parla a suo figlio si sofferma meno sulla sua personalità originaria attuale e sui suoi problemi di vita quotidiana che sulle sue possibilità di riuscita` sociale nell'avvenire... da cui derivano alcune volte gli interventi autoritari dettati dal desiderio che il figlio «continui» bene la tradizione familiare, ma anche l'utilità, se non l'urgenza di un vero dialogo.
b) «Hai provato a dialogare con i tuoi genitori?»
Un adolescente di 16 anni confessa: «Ho sempre avuto paura di parlare con mio padre. Una sera tuttavia mi sono deciso. È stato duro, ma credo che questa iniziativa sia stata la più utile che abbia mai fatto. A bruciapelo gli ho fatto questa domanda: - Perché ho sempre avuto paura di parlarti? - Mi è parso assai sorpreso e molto felice... E così abbiamo dialogato lungamente insieme!».
Molti malintesi si dissiperebbero se la gioventù si manifestasse ai genitori come essa è; se fosse incoraggiata a lasciar cadere la maschera di indifferenza o di ostilità che prende sovente. In fondo in fondo, la grande maggioranza dei giovani stima e ama i propri genitori. Ma l'incapacità, la timidezza, la paura di essere anche le vittime della loro sincerità, li trattiene sulle loro posizioni. Essi restano come blocchi di ghiaccio, come cassa-forti piene di ricchezze ma di cui essi trattengono la chiave... Se essi sapessero la gioia che danno ai genitori quando per esempio inviano loro una lettera dove fanno qualche cosa in più che non sia del solito parlar del tempo o domandar denaro, dove cioè essi svelano qualche cosa dei loro pensieri, dei loro intimi sentimenti!
Si può condurre i più grandi almeno sul cammino del dialogo con l'aiutarli a scoprire ciò che rende di/ficili le loro relazioni con i genitori. Non si tratta di negare le difficoltà, né le opposizioni, ma al contrario di guardarle ben in faccia per saperle superare.
- È la differenza di cultura? gli studi fatti dai figlioli danno forse, a torto, ai genitori un complesso di inferiorità. Non hanno essi in compenso la scienza pratica della vita che nessuno studio può né sa rimpiazzare?
- È forse la tensione e l'indurimento per essersi messi da parte dopo un incidente penoso, una «scena», un tentativo di dialogo instaurato, un rifiuto di spiegazione? Su quali problemi soprattutto sorgono gli urti? Perché credere impossibile una ripresa, un rinnovamento?
- È solamente una impressione che non si è compresa? Perché vivere sotto una impressione?
- È lo spirito d'indipendenza e di evasione del ragazzo, il suo rifiuto a portare la sua pietra per la costruzione del benessere della famiglia? Ma questo si corregge...
c) «Prendi la tua parte nella edificazione del benessere della tua famiglia?»
È necessario far prendere coscienza chiara al giovane della sua appartenenza alla famiglia, della solidarietà con i suoi genitori e con i suoi fratelli e sorelle, della durata di questi legami anche se la forma delle relazioni cambia man mano che si evolve verso l'età adulta. Che ciascuno sopra ciò che è diventata per lui praticamente la sua famiglia: può essere ancora un nido dove egli è egoisticamente amato? Oppure un albergo, un ristorante, un dormitorio dove egli va a mangiare, bere, e dormire? o anche un ritrovo dove si reca per ricrearsi? o una banca dove va a ritirare regolarmente del denaro? Quale deve essere allora il suo comportamento per essere «umano» e «cristiano»?
Ciascun membro è responsabile della salute e della gioia del suo «corpo» che è la famiglia. Una famiglia vive, migliora, costruisce giorno per giorno il suo benessere. Ciascuno deve cercare il suo posto e compiere il suo mandato. In questo campo si applica specialmente la legge del dialogo: ricevere e donare, voler donare tanto quanto si riceve!
d) «Cerchi di vedere la tua famiglia con lo sguardo di Cristo?»
Rimanere incantati della meraviglia che il Figlio di Dio abbia voluto essere anche figlio dell'uomo, incarnarsi, avere 12, 15 e 18 anni, fare la lunga esperienza della vita familiare: «Non è egli forse il figlio del fabbro e di Maria?» (Mt 13, 55-56). Si farà meditare i due testi profondi di Lc 2, 40-52 (Nazareth) e Mt 12, 46-50 (i veri parenti) in cui Gesù da una parte si mostra solidale con i suoi, affettuoso e sottomesso, e d'altra parte considera le sue relazioni di parentela nel quadro più vasto e più decisivo del servizio di suo Padre e del Regno da fondare.
Questi testi sono corroborati dagli inviti pressanti di altri libri della Bibbia: nell'Antico Testamento, la importante legge mosaica di «onorare padre e la madre» (Es 6, 1-3; Col 3,20).
«Obbedire nel Signore», cioè non solamente come dei «ragazzi educati», ma con una «mentalità di fede». Nel volto del suo babbo della sua mamma il giovane cristiano deve vedere poco alla volta il volt del Padre che è nei Cieli, «dal quale ogni paternità nel cielo e sulla terra prenda nome» (Ef 3,15). Questo medesimo Padre domanda ai geni tori di comandare e di amare come lui, di un amore il meno paternalista che sia possibile, infinitamente disinteressato e votato; e ai figlioli d obbedire come il suo Figlio di un amore libero e generoso (testi importanti sulla paternità di Dio: Mt 5, 48; 6, 3 e 26 segg.; Ef 1, 3; 3, 14-17 20-21; Gal 4, 6).
Una delle forme di questo amore: pregare per i propri genitori.
Per approfondire i problemi delle relazioni fra genitori e figli potrebbe essere utile mettere in mano ai ragazzi il libro di Quoist, Il diario d Daniela, Ed. Borla.
IL NOSTRO DIALOGO Dl EDUCATORI CON I NOSTRI GIOVANI
1. Metterci in condizione di dialogare con i nostri giovani
a) Essere attenti al loro desiderio collettivo di comunicare
Se il nostro ufficio porta a occuparci di giovani riuniti in gruppo, (come è il caso frequente) noi dobbiamo prendere conoscenza del gruppo come realtà originale: come l'individuo, esso desidera dialogare con ognuno e con l'insieme dei suoi educatori. Oggi, come non mai, bisogna ascoltare, osservare e dare alle reazioni degli alunni in gruppo una grande attenzione.
L'ideale è dare al gruppo la possibilità di esprimersi in un dialogo reale, confidente e libero. Il professore che nella sua classe ha saputo creare un clima di distensione ne ha fatto spontaneamente l'esperienza. Il funzionamento del delegato di classe, quando è ben fatto, risponde al medesimo bisogno e rende i medesimi servizi. Ma se questi scambi sono resi impossibili, essi saranno in maniera controproducente sostituiti da forme ben conosciute di reazione: incontri turbolenti, gruppi di sfacchinati, iscrizioni sui muri...
Quando avvengono questi fenomeni, non basta indignarsi: «Come! Hanno fatto questo, a me!». Bisogna andare oltre e farsi la domanda: «Che significato ha questa reazione? Quale problema, quale genere di insoddisfazione questo gruppo, coscientemente o inconsapevolmente, ha espresso con questo suo comportamento?». Meglio ancora se tali manifestazioni saranno studiate molto efficacemente dai professori riuniti insieme, non già per «giudicare dei colpevoli», ma per «comprendere gli appelli di un gruppo in conflitto» e rinnovare il dialogo.
b) Tre atteggiamenti possibili. Secondo quale dosaggio?
L'educatore, l'insegnante, si pone innanzi tutto di fronte ai giovani, individuo o gruppo, come un «personaggio» più o meno impressionante per il suo bagaglio intellettuale o il posto sociale che occupa. È fatto normale, poiché in realtà egli ne sa di più che i suoi giovani e deve esercitare nei loro riguardi una legittima autorità. Ma disgraziato se egli si tiene sulla sua; egli deve proprio, per il posto che occupa, essere ancora più «persona» di fronte ai suoi giovani, nell'atteggiamento di accoglierli.
Tre atteggiamenti profondi gli sono possibili:
Prima di tutto un atteggiamento di pressione, organizzandosi nel suo metodo direttivo: ordini impartiti sovente con minaccia di castighi, consigli insistenti, trascuranza delle ragioni affettive, giudizi perentori. Un tale atteggiamento condiziona l'educando e lo obbliga a divenire identico all'educatore o al modello che egli si è proposto.
Secondo atteggiamento possibile, benché più raro, di ricupero, di distanza. L'educatore non vuole impegnarsi per disinteresse o imbarazzo. Egli elude i veri problemi o li svia destamente. L'educando è lasciato nell'incertezza e nell'inquietudine.
Per fortuna, il vero educatore si mette prima o dopo in un atteggiamento di contatto e di accoglienza personale. Egli accetta l'educando come è in se stesso, incondizionatamente, senza giudicarlo né condannarlo. Egli riconosce in lui delle aspirazioni, un bisogno di libertà nella ricerca. Egli cerca dunque di operare non per mezzo di pressione diretta, ma per mezzo di risposta, all'avviarsi progressivo proprio dell'educando. Lo aiuterà ad esprimersi, a chiarire i suoi propri problemi e a trovarne la soluzione, la migliore oggettivamente, pronto a reprimere in se stesso. vedute o i desideri troppo personali.
Non facciamoci però delle ingenue illusioni: come educatori noi abbiamo continuamente occasioni di usare questi tre atteggiamenti, con un dosaggio che varia a secondo dell'età dei nostri educandi, secondo il loro grado di maturità, secondo la possibilità data alla nostra azione (insegnamento, formazione morale, ecc.). L'essenziale è perseverare, il che permetterà che presto o tardi si sfoci nel terzo atteggiamento e gli si doni progressivamente la preponderanza.
c) Cristo educatore, stimolava senza fare pressioni
Gesù si è presentato come il portatore di una Buona Novella, come Messaggero divino dal cuore «dolce e umile» (dunque non dominatore), «dal giogo soave e dal peso leggero», rifiutando di essere chiamato «Maestro» in modo captativo. Egli ha scelto i suoi Dodici senza violentare nessuno. Egli ha lasciato che il giovane ricco dicesse il suo «no». Egli non ha offerto consolazione, né facile compenso. Egli si è interdetto di condizionare la Fede mediante dei miracoli-prodigi (confronta le tre tentazioni nel deserto). Egli ha sempre guarito sotto l'invocazione della Fede. Egli è sempre entrato in contatto autentico; fu cosi per la donna adultera: «Io non ti giudicherò. Va' e non peccare più». Meraviglioso rispetto di Dio per la creatura peccatrice!
Certamente Gesù non ha sacrificato né minimizzato nessun «valore» e nessuna esigenza di suo Padre: egli veniva non a distruggere ma a completare. Ma egli ha messo ciascuno in presenza dei suoi valori, facendo appello alla sua libertà e al suo amore. Tale è il nostro Maestro supremo nell'opera dell'educazione.
2. Insegnare ai nostri giovani a dialogare con noi
a) Educare alla riflessione
Noi abbiamo fatto riflettere specialmente i nostri più grandi sulla forma delle loro relazioni familiari. Facciamo la stessa cosa circa le loro relazioni con noi.
Il corpo degli educatori, professori e assistenti, si compone di parecchi membri. Di fronte ad essi i giovani si atteggiano spontaneamente secondo le loro preferenze. Su quali criteri si basano per giudicare? Per giustificare i loro pregiudizi su di un tale, non è forse troppo facile il confrontarlo a un altro? Come giudicano i preti? forse solamente per il posto che occupano di insegnamento o di assistenza? Fare meditare S. Paolo: «Quando voi dite: Io sono per Paolo, io per Apollo, non è forse questa una maniera umana di comportarvi?» (1 Cor 3, 4-9).
Quale deve essere lo stile delle relazioni con gli educatori? Come legare equilibrare buone maniere e semplicità? Come essere sinceri senza essere appiccicaticci?
I nostri giovani esitano a dialogare con noi. Secondo loro da dove vengono principalmente le difficoltà? Che cosa attendono di giusto da noi? Ci trovano abbastanza comprensivi, abbastanza disponibili? Oppure l'obbedienza sembra a loro passata di moda? La vedono come una pura coercizione subita, mentre deve essere un atto di libertà progressivamente adulta? Fate meditare la lettera di S. Paolo agli Ebrei: «Obbedite ai vostri superiori siate docili perché essi vegliano sulle vostre anime dovendone rendere conto, affinché essi lo facciano con gioia e non con pena, il che vi sarebbe dannoso» (13, 17).
b) Educare mediante iniziative
Suscitare delle occasioni per migliorare la scambievole conoscenza di incontro e anche di collaborazione: una festa di classe alla quale venga invitato il Professore X o l'insieme dei professori; una passeggiata di gruppo con lui o con loro... Gli scambi più proficui sono quelli che tendono a migliorare «l'ordinario» dei contatti e delle attività in cui gli educatori e i giovani si trovano giornalmente insieme.
3. Il dialogo della confessione e della direzione spirituale
Argomento vastissimo di cui noi toccheremo solo qualche aspetto.
a) Contesto particolare della direzione spirituale dei giovani
Mi valgo delle seguenti riflessioni del P. Laplace s. j. prese dal suo eccezionale manuale «La direction de conscience ou le dialogue spirituel».
«È nel periodo della giovinezza che l'obiettivo della direzione è il più limitato perché si tratta soprattutto in quel momento di porre in maniera solida i fondamenti dell'uomo. Ciò dipende solo parzialmente dal prete. È opera della famiglia, del gruppo, dell'ambiente, della scuola. Per questo è così importante che il sacerdote, che si occupa di direzione dei giovani, sia profondamente inserito nel loro ambiente e che vi abbia un suo posto... La direzione prende il suo punto di partenza dalle esigenze e dalla vita del gruppo... Da questo punto di vista, si può comprendere la sollecitudine che hanno gli educatori di coordinare, nel seno di una comunità di vita, ciò che si può chiamare una direzione spirituale comune Essa consiste nell'unire gli sforzi di tutti in un senso definito che influisce sulle attività del gruppo e di ciascun individuo. La direzione particolare si inserisce in questo insieme.
Lo schema di questa direzione collettiva deve tenere il più gran conto di ciò che la psicologia ci rivela degli stati di evoluzione del fanciullo dell'adolescente, al fine di non renderli vani... (bruciarli).
Le ricerche sulle diverse attitudini che i differenti caratteri presentano nello sviluppo della vita religiosa e sugli sforzi che convengono a ciascuno, sono molto utili...
Il pericolo sarà di voler attendere tutto da questi studi. La direzione comincia a partire dal momento in cui noi non teniamo più solo conto dei determinismi psicologici di una creatura, ma anche delle libere determinazioni e movimenti dello Spirito Santo in Lui. È certo che sia presso il fanciullo come presso l'adulto lo Spirito Santo lavora... Molti rischiano di comportarsi con i fanciulli o i giovani come se non credessero al silenzioso lavoro della grazia... A questa età, la direzione spirituale è quella che, semplice e quasi rudimentale nelle sue manifestazioni, permette alla grazia di emergere nelle ricerche e negli sviluppi dell'adolescente. Non è necessario che essa moltiplichi le pratiche, ancora meno che cerchi di preservare dai pericoli e dalle evoluzioni inevitabili, ma che essa senza meravigliarsi delle resistenze o delle debolezze, profitti di tutte le circostanze per scavare il terreno favorevole alla grazia. Questi rilievi valgono specialmente in caso di vocazione... quando l'essenziale non è di parlare, ma di formare delle libertà sollecite alla sola volontà di Dio».
b) Rapporto del giovane con il suo Educatore
Sicuramente l'allievo attende dal suo educatore una luce sulla sua vocazione cristiana e un apprendistato sulla sua vita cristiana, vita secondo lo spirito per unirsi a Dio Padre e alla Chiesa in Cristo. Ma egli entra in questa relazione con tutto il suo essere. E al di là dei motivi coscientemente soprannaturali che lo spingono a cercare la guida del sacerdote, altri motivi segreti intervengono che il direttore deve discernere e di cui deve aiutare il giovane a liberarsi.
Può capitare per esempio che l'allievo cerchi presso il suo educatore la sicurezza che gli veniva nella famiglia (o che al contrario non gli veniva) dalla sua sottomissione filiale a un buon papà e a una mamma che decidevano ogni cosa. Desidererà allora che l'educatore prenda al suo posto iniziative e responsabilità. Ma l'infantilismo non è l'infanzia spirituale. L'educatore dovrà aiutare il giovane a conquistare la sua autonomia affettiva e la sua libertà interiore.
c) Rapporto dell'educatore con il giovane
Il Gesuita belga A. Godin riconosce tre funzioni complementari alla funzione pastorale del sacerdote-guida spirituale.
Funzione di accoglienza. Il dialogo pastorale dovrebbe innanzi tutto dare a ogni persona che ne beneficia un'occasione di essere accolto, accettato e compreso secondo tutto quello che egli è, nella totalità del suo essere intellettuale, morale e affettivo. Il direttore spirituale dovrebbe essere prima di tutto il buon Pastore che conosce la pecorella, che la chiama col suo nome e che l'accetta cordialmente qualunque sia la sua situazione spirituale.
Funzione di direzione. Il sacerdote rappresenta dei valori di dottrina religiosa e di esigenza morale, sociale e ascetica. Il giovane viene a lui anche a questo scopo e il sacerdote deve allora assumere una funzione di guida spirituale e di educatore religioso. Faccia allora questa funzione articolandola parallelamente alle altre due. Egli vedrà in questo caso di aiutare il giovane a esprimersi in un clima di sicurezza, a mutare a suo agio le sue motivazioni personali (far raggiungere le vere ragioni di credere e di agire è più importante che migliorare gli atti in modo del tutto materiale), poi stabilire con lui una relazione sufficientemente sganciata dall'ascendente psicologico e dal rapporto di autorità per favorire la sua autonomia e far prendere da lui stesso le sue decisioni.
Funzione di mediazione. È quella che permette di evitare lo psicologismo e il moralismo per iniziare l'allievo all'ispirazione interiore di Cristo e del suo Spirito. Il sacerdote è un amico accogliente per indirizzare un'altra Luce. Egli si sforza di condurre l'allievo fino all'ascolto di Dio, poiché l'essenziale nella sua finalità è il dialogo: Dio - anima dell'allievo. Ci rimane da fare un cenno sulle esigenze pastorali e spirituali di tale finzione: disposizione ad una pazienza infinita; confidenza assoluta nelle risorse naturali e soprannaturali per l'opera d'arte da fare nell'allievo; desiderio di rimandare continuamente alla decisione dell'allievo maturata alla luce di Dio. In verità il direttore spirituale non è che un precursore il cui ideale è di far crescere Cristo e di eclissare se stesso! Egli deve vivere intensamente la beatitudine della povertà.
Per approfondire questi problemi di rapporto educatore-educando leggere di A. Godin, La relazione umana nel dialogo pastorale, Ed. Paoline, Roma.
I GIOVANI AL SERVIZIO DEI GIOVANI
Un gruppo di giovani francesi, i soliti blousons noirs, hanno deciso a Poissy di fare qualcosa per i loro compagni. Con lotterie, tombole, risparmi e prestazioni varie hanno comprato una vecchia casa, sufficientemente capace, e a poco a poco l'hanno adattata come Casa di Servizio per Giovani, il «Club de Loisirs et d'Action de la Jeunesse».
Il gruppo non è affiliato nè legato ad alcun partito, sindacato o confessione ed è aperto a tutti i giovani, senza nessun scopo recondito.
La Casa è diventata un Centro d'attrattiva per tutta la gioventù francese e funziona gran parte dell'anno con susseguirsi di incontri e giornate di studio o di dibattito.
Tutto è studiato e animato dai giovani stessi per arrivare alla realtà stessa del giovane: nella Casa del Giovane non vi è altro principio nè altro progetto che di essere al servizio dei gruppi spontanei dei giovani (i gruppi primari, la cellula naturale della vita dell'adolescente), ai quali il Centro lascia ogni iniziativa, La Casa vuole inoltre fornire ai gruppi già organizzati, qualsiasi sia il loro fine e lo spirito che li anima, un quadro e un luogo d'attività e di riunioni.
Per questo l'iniziativa è riuscita!
A questo riguardo ci ritornano le parole del Documento del Concilio ai giovani:
«Noi vi esortiamo ad ampliare i vostri cuori secondo le dimensioni del mondo, ad intendere l'appello dei vostri fratelli, ed a mettere arditamente le vostre giovani energie al loro servizio... Siate generosi, puri, rispettosi, sinceri. E costruite nell'entusiasmo un mondo migliore di quello attuale!».

