Suggerimenti
a cura di P. Babin e del suo Centro di Pastorale di Lione
(NPG 1967-02-83)
1. Suscitare dei gruppi
L'educatore ad inizio d'anno deve sentirsi responsabile di legare in un gruppo «vivo» i giovani che gli si avvicinano, provenienti da culture e mentalità differenti.
Prima di qualsiasi insegnamento, cercherà lui stesso d'inserirsi vitalmente nel gruppo.
Legare il gruppo significa creare un ambiente e un clima di dialogo, clima fatto di rispetto, di stima reciproca e di libertà d'iniziativa. Ciò consisterà nel far percepire a ciascun membro del gruppo il suo valore, situarlo in rapporto agli altri come interlocutore valido.
Senza questo preambolo – sempre da ricostruire – non si farà nulla. In secondo luogo, l'educatore dovrà proporre degli obbiettivi che spingano il gruppo ad una ricerca comune: «Che cosa faremo assieme? Avete delle idee? Io vi propongo questo... Ecco i documenti per lavorare assieme...».
2. Sviluppare nei giovani il senso della loro vocazione in funzione degli altri e nella reciprocità
I giovani devono sentire che la vita di gruppo li spinge ad essere più se stessi, li aiuta a scoprire meglio gli altri. Che essi pensino «gruppo» e non più «io»; che essi reagiscano in funzione del gruppo: e non «questo mi dispiace», ma «questo nuoce al gruppo».
suggerimenti
Di qui le seguenti esigenze:
– insegnare ai giovani ad essere in servizio del gruppo, a trovare un compito preciso per il bene dell'insieme, ad essere disposti a far posto in primo luogo agli interessi del gruppo non a quelli personali;
– insegnare ai giovani a sentirsi responsabili della marcia dell'insieme. Spingerli a prendere su di sè il gruppo, a prendere cura del suo sviluppo. Per esempio, organizzare una riunione per studiare i problemi del gruppo, più che parlarne solo con due o tre.
3. Insegnare ai giovani a lavorare in gruppo
I giovani devono sentirsi veramente capaci di un lavoro in gruppo, ciascuno al suo posto, con le proprie funzioni.
I giovani devono scoprire le leggi della ricerca, dell'elaborazione, del dialogo.
Chiunque entri in un gruppo di lavoro imparerà in fretta che il lavoro di gruppo esige: una ristrutturazione continua di se stesso e disponibilità; al tempo stesso che apporta ricchezza e solitudine. Infatti ciascuno, nel gruppo, deve accettare la tensione costante tra la solitudine fondamentale della condizione umana e il desiderio di comunicare, di condividere.
A titolo d'indicazione, ecco cinque leggi per le discussioni o lavori di gruppo:
– non contraddire nessuno, nè discutere la sua opinione, senza averlo ascoltato e interpellato con attenzione e amore;
– non prendere la parola o interrogare, quando qualcuno sta parlando; -- prima di porre un problema, chiedersi se interessa a tutto il gruppo. Se si tratta di un problema che interessa solo una piccola parte, meglio far silenzio. Se un giovane, nonostante tutto, pone dei problemi fuori posto, spetta all'animatore del gruppo educarlo, sia lasciando cadere francamente il problema suscitato, sia spiegandoglielo a parte;
– ciascuno deve definire bene il suo pensiero prima di parlare. Sia proibito pensare a voce alta;
– quando la discussione sdrucciola o si perde nelle astrazioni, fare appello ai fatti, agli esempi.
Immaginate che ,queste leggi, così semplici, siano inculcate durante qualche mese a un determinato gruppo, che l'educatore vi si conformi fedelmente e ne faccia vivere la spiritualità al suo gruppo: quale enorme trasformazione!
4. Iniziare i giovani alla ricerca
Si tratta che i giovani scoprano la fede cristiana, non soltanto ricevendo l'insegnamento dall'esterno in un testo scolastico, o dall'alto di una cattedra, ma piuttosto mediante una ricerca attiva e personale della fede. attraverso tutte le realtà umane e cristiane che li circondano.
Di qui:
– In primo luogo dare ai giovani l'abitudine della ricerca di documenti e inculcare loro l'arte della scoperta. Si tratta che i giovani alla fine della loro giovinezza abbiano assimilato non tanto un programma completo, quanto che abbiano sviluppato in essi il gusto delle cose di Dio, che abbiano acquistato il metodo della scoperta attraverso mille realtà e documenti: abitudine dell'intervista, arte di porre dei problemi, di ascoltare, di classificare e di annotare, ecc.
– Nella catechesi, si farà particolare attenzione che i giovani acquistino l'abitudine e il gusto di riferirsi alla Tradizione viva e attuale della Chiesa. Ciò suppone la cura costante dell'informazione religiosa e l'atteggiamento a discernere ciò che è semplice opinione da ciò che è definizione della fede, rivestimento storico di un dogma e senso profondo di questo dogma.
5. Dare al gruppo il senso di una certa missione, di una responsabilità missionaria
Ci si può accontentare di formare un gruppo in se stesso e per se stesso? Evidentemente no.
È necessario educare i gruppi giovani non soltanto alla qualità dei rapporti ad intra, ma pure ai rapporti più vasti con il mondo.
Questo è particolarrmente importante nel nostro tempo. Non possiamo più accontentarci di formare un «gruppo di cristianità». Questo mondo, come è oggi, è massimamente straniero a Gesù Cristo e alla Chiesa. Giovani e ragazze sono continuamente confrontati durante la giornata con non cristiani, indifferenti o atei. Pensiamo che questa situazione sia provvidenziale, che abbia un senso e un valore per la nostra fede. I cristiani
sono oggi gettati nel mezzo del mondo: invece di rattristarcene sterilmente, perchè non accogliamo l'opportunità che ci è offerta della sua evangelizzazione?
Una catechesi che educasse il gruppo in una serra calda e portetta è oggi impensabile. Invece deve educare i giovani al dialogo, al linguaggio dell'evangelizzazione che sia valido per il nostro tempo.
Occorre insegnare al gruppo l'apertura agli altri gruppi, la qualità del dialogo con tutti i fratelli, e le strade della trasmissione della parola a quelli che non sono cristiani.
Come potrà un giovane dialogare con un marxista o un protestante? Come leggerà i giornali e le riviste? Come parlerà dell'amicizia, della religione, della Chiesa con tale compagno incredulo?
La catechesi deve assolutamente educarlo a questo incontro, a questo linguaggio? Se no si tradisce la possibilità che Dio ci offre oggi.
Si fa una catechesi da ghetto. Si rischia di uccidere il gruppo fermandolo in se stesso; invece educandolo al dialogo ad extra, lo si apre alla vita, gli si dà la sua vera finalità.
NOTA
(1) Da: Babin P., Opzioni, presso la Editrice L.D.C., 1967, pagg. 104-107.

