I giovani hanno ragione


    La voce di un giovane

    Nino Barraco

    (NPG 1968-05-48)

    Un documento che fa saltare tutti i luoghi comuni

    Ciò che mi spinge a scrivere è la necessità di controllare la miseria delle parole. Se mi sembra, infatti, di sapere qualcosa, è che c'è in giro aria di disfatta, di turbamento, di rassegnazione suicida, di generale sfiducia verso tutto e verso tutti, e che, d'altra parte, tutti sentiamo il bisogno - chi per consapevolezza, chi per intuito - di credere e di sperare. Il giovane si trova nel mezzo di questa tragedia. Eccolo: triste come un cielo senza stelle e scoraggiato come un pilota in un mare di burrasca. Nell'occhio lo stesso smarrimento di quella luce che si frantumò alle porte del Paradiso terrestre. È un deluso, un rivoluzionario fallito. Ogni seduzione retorica lo trova smaliziato. Gli hanno parlato della Patria, ed egli si è accorto che tanti per servirla l'hanno ridotta a un genere alimentare; lo hanno richiamato al senso del dovere, ed ha dovuto constatare che chi ci arriva a spinte se la gode, anche se è un somaro, e chi non ci arriva peggio per lui; gli hanno prospettato la famiglia, e s'è convinto che per tanti l'amore è un abito che si prova e... si può cambiare.
    È terribile questa esperienza. Tanto terribile che, ad un certo punto, io mi domando con trepidazione se sia ancora possibile dire agli amici: «Andate e mostratevi ai sacerdoti».

    Avvicinarsi in punta di piedi

    No, non rispondetemi subito. Lo so anch'io che è possibile, e rimane, anzi, l'unica possibilità di vita; ma considerate piuttosto quale grave pericolo sia oggi la «stanchezza dei buoni», e quanto delicato debba essere il nostro contatto con chi soffre l'amarezza e l'angoscia di un collaudo così disastroso.
    Non parlo, qui, di coloro il cui entusiasmo sia venuto meno appunto perché mancante di reale senso pratico; mi riferisco a quelli che, pur essendo mossi da un sano realismo cristiano, vedono, per opera di molti, crollare ogni più alto ideale di amore, di forza e di grazia. Il giovane che protesta per questa mediocrità, anche se con intemperanza e quasi superbo delle sue idee, deve essere capito. Egli grida perché in fondo ha bisogno di credere, di sperare, di uscire dall'abbattimento, da questo mondo di uomini pirandelliani che si ritrovano, alla fine del viaggio, con un biglietto di banca falso, un'immagine di santa e un nome sciupato di donna.
    È necessario avvicinarsi a lui con rispetto, in punta di piedi, con lealtà. Guai a servirsi di un lavoro meccanico e approssimativo! L'uomo non è fatto a serie, e ogni persona, pur nella comunione della natura, è quello che è e che nessun'altra persona può essere. L'amore nostro gli dovrà far capire che è soltanto dentro l'alveo della Chiesa che sono possibili le grandi rinascite in modo completo ed eterno, e che la sua brama di vita, di cose nuove («rerum novarum»), di un mondo migliore, è l'ansia perenne della Chiesa stessa, sempre immutabile e sempre nuova.
    Bisogna ridargli fede, idee essenziali, un ideale caldo di umanesimo perché possa, finalmente, risorgere dalla noia e lanciarsi al combattimento, conquistatore di uomini e di posizioni, Attila di Dio che distrugge nel fuoco e lava nella grazia. Occorre dargli il senso della storia, del mondo, della persona, farlo sviluppare nella crescita organica e gerarchica di natura e di soprannatura, di orizzontalità e di verticalità, renderlo umanamente equilibrato, cristianamente formato, socialmente attivo, assicurare - si capisce, nell'assoluta intransigenza dei principi - la libera espansione delle sue legittime esigenze e della sua originalità.
    I giovani non sono né comunisti né atei; sono sfiduciati, sono stanchi di essere considerati in uno stato di minorità, valutati con paternalismo, usati quando fa comodo ai grandi. La stanchezza dice che si è rimasti senza dialogo: chi è cresciuto troppo in fretta e in un clima di dolori, ha bisogno di credere a «qualcosa che valga la pena», sentendosi legato, al di là di ogni rapporto formale, a quanti lo capiscono e lo aiutano, a quanti, cioè, lo «pigliano sul serio».
    Solo quando manca questa comprensione - ed essa vien meno per deficienza di amore e di coraggio - solo allora il giovane tenta l'avventura al di fuori di ogni paternità. L'ateismo di tanti giovani, dice, appunto, la nostalgia di questa paternità perduta. Combatterli senza intuirne lo stato d'animo equivale a stimolarli, credere al monopolio del Signore e non riuscire a vedere l'immagine di Dio che si trova in ogni creatura. Io penso che bisogna avere grande sensibilità per capire se chi non si conforma, pur nel rispetto dell'autorità, se chi critica, non porti con sé la passione stessa del bene. Certamente, è una passione ancora imperfetta, ricoperta da tanta ganga di orgoglio, di ingenuità, non saggiata sufficientemente dall'urto della realtà storica e ambientale che condiziona ogni vita collettiva; ma essa è portatrice di un sacro fuoco che travolge la persona privata ed investe tutte le persone in un unico grande dolore.

    Censurare non è cospirare

    C'è nel giovane un bisogno di romperla definitivamente con i conformismi pavidi e le pigrizie burocratiche, un bisogno di fare liberamente da sé, per non essere dannato ad aderire al gioco dell'intolleranza, seguendola passo passo sempre con l'opposizione e la negazione.
    Se la, gioventù sbaglia, è, appunto, perché trova paternalismi al posto della paternità, e la paternità è tanto diversa dal paternalismo da rinunciare anche a se stessa per amore dei figli (mi ricordo delle due donne che litigavano dinanzi a Salomone sull'attribuzione dell'unica creatura superstite: per amore di essa, solo la madre fu pronta a rinunziare al suo stesso titolo!)». Il paternalismo è invece clientela e privilegio: le sue parole sono fallaci, né può bastare, per scusarle, che esse vengano rubate, qualche volta, al Cristianesimo, come non può bastare avere la cappella nella villa padronale per essere salvi nel giorno dei giudizio dai peccati d'ingiustizia.
    E di giustizia, di verità e di carità ha bisogno il giovane: al di sopra di ogni torbida manipolazione e di ogni interessato temporeggiamento, che spesso rischiano di compromettere, nell'attesa non soddisfatta, anche il valore delle realizzazioni già attuate.
    Definire i giovani che denunziano taluni scandali e fallimenti come rivoluzionari, è vigliaccheria. Essi respingono con tutte le forze questa accusa che nasce, spesso, da una irritazione o da una diffidenza preconcetta e comunque non illuminata. I giovani sanno di amare la Chiesa, di essere con Essa, e non possono quindi tollerare l'ingiuria di quei padroni che fanno spreco delle citazioni di S. Tommaso e delle Encicliche dei Papi per difendere i propri interessi personali o di gruppo, mentre danno, invece, ad intendere la difesa della stessa Chiesa dalle eresie dei suoi figli discoli.
    Censurare non è cospirare, criticare o biasimare non è sovvertire le leggi: la critica, né ingiusta e neppure esagerata, è un bene. Ed è un bene che il giovane se ne serva, l'adoperi come linguaggio della sua anima tesa verso l'ideale. Si può accusare qualcuno d'assassinare i malati, sol perché rivela gli errori dei medici, o si può condannare una povera donna che è costretta a presentare istanza di separazione dal marito ubriacone bruto e violento? Il giovane ragiona con le sue vene, ed è vile ogni ironia superficiale, che ne sottovaluti gli impeti. Bisogna capirlo ed accorgersi delle conseguenze più vistose del suo disagio.
    No, non parlo, certamente, qui di quei giovani invertiti e sciocchi, che vogliono per forza dirsi scettici e cinici, di chi non conosce altri appuntamenti che la penombra ossessiva degli angoli di peccato, di chi ormai si è ubriacato nella spregiudicata ostentazione della dissolutezza: fantocci d'egoismo che non saprebbero sopportare lo spavento di una colica. C'è molto da distinguere tra la rivolta spicciola di taluni «capelloni» su cui agiscono, quali speculatori, editori, sarti e canzonettari, e la profonda ribellione dei giovani contro le strutture marce della società, la ribellione al conformismo, alla guerra, al razzismo, ai troni degli astuti e degli ipocriti.
    Parlo di quei giovani che sentono di essere giovani; che non vogliono rinunziare ad essere giovani; e che soltanto per questo vengono accusati di essere anarchici ed immorali.
    No, essi - lo ripeto - non sono degli atei, se dicono che a Notre Dame preferiscono lo squallido Cristo delle Catacombe; non sono dei marxisti se rifiutano l'ingiuria di quei padroni che hanno rubato all'operaio e che fanno dorare a proprie spese la teca delle reliquie del Santo; non sono degli immorali se sanno battere le mani al ritmo delle nuove canzoni. In mezzo a loro è Cristo, che intona il vero canto della vita, anche se essi non lo sanno; in molti di essi è addirittura presente sacramentalmente. «Una volta - è Paolo VI che si rivolge meravigliosamente ad essi - era la società che dirigeva la gioventù. Adesso è la gioventù che, nella sua presa di coscienza, nella sua maturità, nella sua precocità, nella sua rapida evoluzione dovuta alla stessa trasformazione della società ed ai mezzi che circondano la psicologia umana, investendola fin dai primi anni, è la gioventù che ha il sopravvento, ha la voce più forte, ha le forze più fresche, ha il culto delle cose nuove, ha l'audacia, rivendica quella libertà che voi in parte godete e in parte sapete apprezzare ed esaltare. La libertà dei giovani: siete liberi di scegliere davanti a Cristo che parla».

    Rifiutano un Cristianesimo senile

    Quando, però, dico giovane, non mi riferisco, neppure, a quelli che hanno 18 anni. La giovinezza non è un prodotto fisiologico: si può essere giovani a 80 anni, e vecchi, decrepiti a 18. L'età è data dal cumulo dei nostri peccati, dalla pesantezza della mente, dall'abitudine del cuore: dove è lo sforzo dell'assimilazione, la croce della forza liberatrice del Padre, il mistero, l'ardire della spoliazione totale e volontaria di sé? Presunzione, sì; dolciume, sì; burocrazia, sì. Il dramma, la ricerca, la lotta? Incrostazione, opacità, senilità! Un memoriale appeso alle pareti di fango della nostra casa, un biglietto di visita da blasonato decaduto. Allora è facile che per quanti cercano la fiamma abbacinante del fuoco di Cristo, la passione missionaria per una umanità incenerita dal peccato, possa essere di maggiore attrazione Teilhard de Chardin che non un documento che appare menomato, privo di sofferenza e di vita, un'orzata senile a tranquillo presidio di placidi, conformismi.
    Siamo pronti a pigliarcela coi giovani. Sembra che non si possa parlare di loro senza parlare della ragazza del clan e del ragazzo di via Gluck, dei Beatles e dei play-boys, di «mani bucate», di geghegè, di juke-box e di bigs della canzone, di gente smidollata e delirante che mastica chewing-gum e spara bang-bang. Pensiamo di saper tutto di loro, e già tutto quello che ci pare di sapere - ed è poi l'esteriorità - è superato da nuove forme di giovinezza. Ed essi, a ragione, ci ridono in faccia. I giovani «beatniks»: uno scandalo. La loro ribellione, un fatto di moda, diciamo. Protestatari e suicidi a freddo. Eppure, c'è tanta verità in quel «tirare le pietre, qualunque cosa fai»... Che si vuole da loro? È interessandosi di loro, senza rimproveri inutili, con pazienza, che si capiscono tante cose. Nel vecchio quartiere parigino di Montmartre, c'è un Abbé Barreau che organizza gli adolescenti «rifiuto» della società. Certo è facile sbagliare in questo genere di apostolato. Don Bosco, però, non sbagliò. Bisogna che essi sentano di essere accettati. E sentite: non credete - mi ricordo in questo momento di Claudel - a quanti vi dicono che la giovinezza è fatta per divertirsi; la giovinezza non è fatta per il piacere ma per l'eroismo.
    Finiamola con il condannare tutto: i loro modi, i loro capelloni, le loro canzoni. In tante canzoni c'è un mondo, un umanesimo cocente; molto spesso, prima, c'erano soltanto luna e stelle. La retorica dei fiorellini «sulla bocca dei cannoni», la rivoluzione delle chitarre può essere una protesta con i depositi alla Banca; ma quanti non si ingrassano per primi sulla pelle dei giovani, su questa «bandiera», scatenando il loro sfrenato ed incontrollato delirio di travolgere tutto, provocando l'esasperazione del peccato nella promiscuità, nell'alcova, nella seduzione sessuale, nella borsa fascinosa dei facili guadagni, trasformando in profitto gli stessi ideali più autentici? E poi: se davvero tutte le ragazze e i ragazzi si dessero la mano «attorno al mondo»!

    La lettera di un giovane

    Proprio «da parte di un giovane» mi è pervenuta una lettera che reputo di grande interesse. È un lungo documento di cui stralcio la parte fondamentale:
    «Non si può fare un ritratto che comprenda tutti i tipi di giovane. Innegabilmente non siamo profondi, prendiamo atteggiamenti, diciamo così, cantiamo canzoni, balliamo in forme estremamente agitate, urliamo spettinati in modo che a prima vista può sembrare pazzesco solo perché altri lo fanno. Ma non bisogna pensare che tutti siano così. Molti giovani aspirano a qualcosa di superiore, soffrono le ansietà del mondo, da un capo all'altro, respingono tutto ciò che è egoistico. Molti non si limitano a quei sogni borghesi che spesso ci vengono indicati come ideali dai nostri stessi genitori: una casa, una famiglia, una macchina, i conforts, un capitale in banca; molti di noi rifuggono la mediocrità in tutti i campi e aspirano a una famiglia che non comprenda soltanto la propria moglie e i propri figli; ma tutti gli uomini, compresi coloro di cui ci si può mettere al servizio».
    «Mi sembrano semplicemente ridicole le accuse di "gioventù delinquente", di "giovani bruciati". Non è detto che siamo angeli, ma forse gli anziani si vendicano con certe affermazioni o perché ai loro tempi furono considerati un po' nello stesso modo da chi li precedeva, o forse perché hanno una certa invidia di non essere stati come noi. Non pensano che talora può essere proprio la loro freddezza a renderci irascibili, scontrosi... Non pensano che abbiamo una nostra vita intima che talora può preoccuparci. Saremo superficiali, ma forse dovremmo esserlo ancora di più per essere giudicati meglio da loro».

    «Anche le ragazze di oggi si propongono un fine, sono disposte a lottare, non aspettano certo placidamente la fine dei giorni sempre in casa. Non sono più le "brave, timide, serie ragazze dell'ottocento", che per mio conto assomigliavano tanto al semolino che mangiano i bambini piccoli. Tutti, insomma, cerchiamo di conoscere di più la vita, di ragionare con più profondità, di essere meno ipocriti. Se aiuta la loro digestione, gli anziani signori che ci invidiano, esprimano pure nei loro salotti, fumando, giudizi molto severi su di noi. Ma chi vuol giudicarci seriamente, procuri di conoscerci meglio».

    «Forse è diverso il nostro modo di presentarci e di esprimerci, i contenuti possiamo averli almeno come li avevano tanti anni fa. Ma mi sembra che se ci sono cose contro cui ci ribelliamo un po' tutti, sono consuetudini che non hanno vero significato, sono le ipocrisie che tolgono alla vita sincerità, spontaneità, lealtà».

    «Alle cose vogliamo andare fino in fondo, vederne l'aspetto vero, più genuino e sincero. In questo nostro agire critico contro quanto ci viene detto, a volte per eccessiva impulsività, condanniamo anche ciò che è valido. Però rimane indubbiamente positivo questo nostro ricercare appassionatamente la verità per farla nostra, per possederla, per viverla insomma».

    Perché farne un busto ortopedico?

    Lettera di un giovane, di giovani d'oggi che hanno bisogno d'indipendenza e rifiutano il paternalismo, che si ritrovano imbarazzati e son capaci di esplodere con forza, che sembrano, immediatamente, più sensibili alle cose della terra che alle promesse del cielo, che comunque sono più sinceri e più aperti all'amore fraterno, alla miseria altrui, alla giustizia, alla solidarietà.
    Una delle colpe tristissime della nostra opacità è quella di non averli capiti, di non aver dato un ideale per la loro giovinezza, di aver presentato come vero, dalle nostre cattedre di educazione, un tipo di ragazzo fuori del mondo, senza sangue e senza gioia.
    No! Perché dovete fare del Cristianesimo un busto ortopedico che impedisca ogni flessione umana; perché dovete chiamare male quel bene che invece è stato predisposto dalla bontà e dall'amore di Dio? Il cristiano ha raggiunto l'equilibrio, nella spirituale visione del Padrone di tutto l'universo, del Creatore di tutte le bellezze. Si muove, cammina, prega, lavora, si incontra con il suo prossimo, studia, gioisce, e vive il Cristianesimo senza impaccio, con naturalezza, così come i polmoni si nutrono d'ossigeno. Non era naturale per Alessandro Volta seguire le processioni eucaristiche con la candela accesa?
    Bisogna abituarci a questo movimento, a questa naturalezza. Il Cristianesimo è valido per il monaco e per l'atleta, per l'uomo di studio e per il commerciante, per il padrone e per lo scaricatore di porto.
    Io dico: tu non chiedi la Grazia perché le grazie della gioventù ti hanno abbandonato, ma perché brami comunicare a tutti la forza di una conquista che è sempre eroica; così, la ragazza che si rivolge al Cielo, non lo fa perché disprezza la terra ma perché desidera che la sua giovinezza diventi luminosa aurora di vita sana, esuberante di quella gioia che non è un prodotto meccanico né fisiologico.
    La nostra religione non comporta una diminuzione, ma un potenziamento. In sostanza, che cosa ti impedisce la tua posizione di giovane cattolico?
    Di essere meno che uomo. Ti vieta il peccato che impoverisce («aversio a Deo, conversio ad creaturas»), ti vieta di vedere nella donna un corpo senz'anima, ti vieta di accostarti a lei per consumare un furto, ti vieta una usurpazione, una reciproca menzogna, una amicizia posta sul piano sdrucciolevole di una relazione mezzo mistica e mezzo sensuale.
    Le creature sono di Dio, e tu non puoi rubare quanto appartiene a Dio, non puoi sostituirti a Lui. Tutto questo, però, non può rinchiuderti in uno scrupolo stupido, acido e bigotto. Essere cristiani non vuol dire essere orsi, disprezzare la natura, quello che Dio ha creato cioè, non saper cogliere la bellezza delle cose, trovarsi impacciati, incapaci di una battuta allegra di fronte alle ragazze, non poter gioire con tutta la realtà. Dilata, piuttosto, la tua anima: partecipa alla vita degli altri, al dolore, alla gioia dei tuoi simili, alle ansie di tutti. Non appartarti nello sconforto di te stesso; abbi - questo sì - il più nauseante orrore del male, ma sappi bene individuare dov'è il peccato, e, in ogni caso, non ritrovarti mai tra i farisei che mormoravano sul conto di Cristo perché riceveva i peccatori e mangiava con essi. Al pozzo di Sychar, Egli non ebbe paura, tanta era la sua purità!
    Certamente: c'è un «leone ruggente» in noi e attorno a noi: avidità insaziata ed insaziabile del bruto, tragicamente irrequieto, che è, poi, avidità metafisica dell'angelo e della felicità. Occorre il contatto con la carne di Cristo per superare l'istinto famelico della carne, ma una esagerata apprensione non facilita certamente la lotta ed agevola invece la caduta.
    La serenità, al di là del male e dello scrupolo, è la prima garanzia della vittoria. Oh! coraggio! Non vi è età più bella. I miei occhi si appuntano sulla tua primavera: un tumulto di idee, giorni scheggiati da gettiti impetuosi di lava, cancelli spalancati, un desiderio di possesso, una battaglia di sofferenze. Ed intanto... forse neanche tua madre ti capisce, e persino ti può sembrare che tuo padre non sia stato mai giovane, perché non ti dice niente.
    Amore: è solo per amore che i suoi occhi ti sembrano più belli, oggi. E pensi: è facile. Domani, tu e lei, lei e tu, tenendovi per mano, è facile vero? E poi il viaggio di nozze e le giornate da conservare in album, e poi, se si gira ancora una pagina, siete in tre. Sì, pensa a lei, pensa ai suoi occhi: sono il dono più bello della vita; ma pensaci da uomo. Se è amore, lei ti aiuterà a non disperdere la fiamma, ti darà la forza di non sciuparti nell'attesa, solleciterà la gioia del tuo lungo lavoro per preparare un focolare di pane.
    Questo focolare rimarrà. Solo la casa. Soltanto la fiamma di Cristo. Tutto il resto finirà. Così come è già morto l'effimero tripudio dell'altro giorno, il furore del rock and roll, il vortice sbrigliato dell'hula-hoop. Oggi, un ritmo sorpassato. Di altri giovani di ieri! Appena ieri. Domani, ancora altri giovani non sapranno, forse, neppure che sia esistito un movimento «beat»!

    Un ideale che fa per lui

    Si tratta - scrive Luigi Rétif - di ritrovare i giovani così come sono, in se stessi, per se stessi, nella verità della loro vita voluta o permessa da Dio, e non come noi li giudichiamo o vogliamo che siano.
    Ritrovarli sulle strade del mondo. Guardare in faccia la realtà quale essa è. Don Bosco non raccolse i giovani con l'anti-cortile, ma facendo del cortile addirittura il termometro della vita spirituale dei suoi ragazzi. È davvero così: ti metti in cattedra, parli di grazia, ed i giovani sbadigliano; affronti l'argomento «cielo» e «inferno», e vieni guardato con scetticismo ed ironia. Proponi Cristo, e l'interesse resiste fino a quando ci sono curiosità culturali; ma Cristo, nella sua autenticità, resta fuori. Colpa del Cristianesimo? No! colpa nostra. Ci vuole inventività stimolante, che corrisponda ad una realtà che muta e che impone cambiamenti nelle formulazioni dottrinali, nei riti liturgici, nei modi cioè in cui si incarna nel tempo la Parola immutabile. Non vuol dire, no - ogni tentazione in questo senso è un passo fuori della Chiesa - cambiare il dogma o reiventarlo. Tanti uomini sono vecchi, «mathusa» dicono i giovani, non perché hanno molti anni, ma perché mediano le loro idee da impostazioni che hanno fatto il loro corso, da tesi troncanti, da libri aulici, accademici, che parlano in termini estranei agli interessi concreti, positivi della mentalità moderna.
    Se il bisogno di questa revisione non fosse stato legittimo, non avremmo avuto il Concilio. Non ci sarà più una educazione negativa, al solo «non peccare», ma a servire il mondo e a costruirlo: ecco il fatto nuovo, che richiede sintesi vitali, trasformanti, capaci di appagare la grande sete di «creare» e di «divenire» che è il segno dei nostri tempi. Comprendere e interessare i giovani, significa amarli sul duplice piano della Fede e del pane, amarli di un amore vero, sostanziato di valori eterni e temporali, da poter ripetere con S. Paolo: «Nell'amore per voi eravamo disposti a darvi non solo il Vangelo di Dio, ma anche la nostra stessa vita». È la Chiesa che parla. E la Chiesa non ci abitua certo a disprezzare il compagno comunista che dà sfogo alla sua infelicità in una trattoria, e ad indulgere al padrone che è il presidente della confraternita e non esita a calpestare il cuore di chi soffre!
    Il giovane: magnetiche vibrazioni di fede e di passione. Noi gli andiamo incontro e gli diciamo: ecco il tuo ideale, quello, che fa per te, il Cristianesimo. Non un'idea astratta, ma una persona, Cristo!
    Sì, diamo al giovane coscienza del vero cristianesimo e non di una religione che dia scandalo e riduca Cristo, a causa dei traditori e di artificiose solidarietà, ad alleanze con potenze economiche, con classi soperchiose, con fazioni, quasi che il Cristianesimo fosse costituzionalmente legato alla ricchezza o potesse avere, sul piano del contingente, una proiezione infallibile, mentre, invece, esso appartiene a tutti ed è chiamato a proiettare, incarnandosi nella storia ma sempre rimanendo ad essa trascendente, l'esigenza del carisma e della moralità su una pluralità di categorie e di piani politici possibili!
    Diamogli testimonianza viva che la Chiesa non ha paura della verità. Essa può portare innanzi alla sua coscienza tutte le ombre della sua storia, giacché è la prima a rilevarle e lamentarle; diamogli la certezza di una carità attuata con disinteresse e senza discriminazioni, sull'esempio di Cristo che, avendo eletto il proprio domicilio presso i poveri, rifiutò di trasformare i sassi in pane del proprio nutrimento; ma non rifiutò di operare il miracolo per due prodigiose distribuzioni. Com'è avvertita la drammaticità di questo pane! I giovani non possono restare ancora sulla strada dell'incertezza; bisognerà dare lavoro, studiare tutte le possibilità esistenti. Non dubitiamo che sia un problema di grande portata, ma-il Signore benedice l'audacia, e aprire nuove soluzioni, oltre che approfondire le esistenti, può dare il via ad un ottimismo salutare.
    «Andate, mostratevi ai sacerdoti»: qui, in profonda ubbidienza alla Chiesa, rifatto libero e forte, il giovane prende coscienza della realtà terrena e soprannaturale, dei valori umani e divini, del tempo e dell'eterno. Si convince della purezza, e ripete con S. Paolo: «Nescitis quoniam corpora vestra membra sunt Christi? Tollens ergo membra Christi, faciam membra meretricis? Absit»; trasfigura il suo impegno sociale ascoltando S. Agostino: «Corpus Christi jacet per totam terram; cave ne violes, cave ne calces, cave ne percutias»; diventa invincibile con la fede: «Exspecto... vitam venturi saeculi»; anticipa il Concilio di domani nel rilancio sollecitatore ed inquietante del messaggio riservato, appunto, ai «ragazzi e ragazze del mondo intero»: la Chiesa «ha lavorato per ringiovanire il suo volto... vi esortiamo ad allargare i vostri cuori alle dimensioni del mondo... Essa possiede ciò che fa la forza e la bellezza dei giovani, la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia... Costruite nell'entusiasmo un mondo migliore di quello dei vostri maggiori».
    Sì, hanno ragione i giovani! Essi non si rassegnano alle piccole cose: hanno bisogno di vita, chiedono di poter abbracciare l'universo intero, esigono una testimonianza: «Non dateci dei consigli, ne abbiamo fin troppi, quel che ci manca sono degli esempi». Solo il Cristianesimo li può salvare. Oh! se raggiasse - in quest'ora di Satana, dell'angoscia, ma che è anche l'ora dell'Angelus, della preghiera che si fa speranza - se raggiasse un'improvvisa irruzione di sole su l'occhio di quel ragazzo rimasto al davanzale della finestra, allo scompiglio del vento!