La formazione sociale dei giovani
Antonino Valastro
(NPG 1968-06/07-12)
In astratto, l'adolescenza (o giovinezza) può essere concepita come un periodo di vita caratterizzato da taluni fenomeni biologici e psicologici; in concreto, esiste l'adolescente che vive e si sviluppa in un ambiente, ed in esso instaura un sistema di rapporti condizionanti in parte la persona: non soltanto nei modi dell'agire, ma anche – e largamente – nella stessa struttura psicofisica. Si è anzi constatato che la cosiddetta «crisi giovanile», riferita ai noti fermenti biopsichici, non è una rigida costante dello sviluppo umano; è piuttosto il riflesso tipico della moderna società industrializzata, con la sua dialettica di stimoli ed inibizioni, di miraggi e remore, raramente componibili nella sintesi e nell'equilibrio.
In altri termini, l'età adulta ha inizio con la maturità sociale (assunzione di ruoli più o meno autonomi), piuttosto che con la maturità fisiologica; anche se rimane assai difficile isolare analiticamente i reciproci influssi fra i due momenti della crescita.
Se il periodo giovanile è delimitato dallo status acquisito nei quadri della società adulta, questa è a sua volta – oggi come non mai – costretta a sintonizzarsi sulla lunghezza d'onda del «mondo giovanile», coi suoi fermenti e le sue istanze: «La condizione giovanile (o dell'adolescenza) sta per essere assunta come condizione cruciale significativa, nel mondo occidentale ma non solo in esso, per il generale discorso sulla società del nostro tempo. La condizione giovanile sta forse per prendere il posto, nelle aree di elevato sviluppo economico, già occupato nella problematica dell'Ottocento dalla condizione operaia» [1].
Qual è, oggi, questa «condizione giovanile», assurta alla ribalta delle vicende storiche? Quale può essere, nei suoi riguardi, la valutazione delI 'educatore cristiano?
Diagnosi e giudizio: due operazioni di estrema complessità e delicatezza, poco compatibili con osservazioni miopi e pregiudizi viscerali. Si generalizza, spesso, ciò che accade nel raggio visivo d'una esperienza sedentaria o si attinge dai servizi a sensazione dei rotocalchi; si esalta o si condanna con passione acritica, secondo che funzioni ormoniche, o esigenze di mestiere, o deformazioni professionali, ispirino baldanza giovanilistica o trepidazione senile.
Il prudente agire pastorale-educativo suppone il retto valutare, e questo, a sua volta, l'esatto vedere: è necessario – si è detto – partire dai fatti, osservandoli con lealtà scientifica ed inesorabile allergia per i risultati prefabbricati nei laboratori delle caste anagrafiche, o ideologiche, o di censo.
Interviste ed inchieste sociologiche sono i tipici, necessari strumenti di lavoro per l'indagine della realtà effettuale: come tali, costituiscono il punto di partenza d'ogni serio lavoro educativo. In mancanza, conosciamo – dei giovani – solo ciò che noi crediamo ch'essi siano, non ciò che in realtà essi sono, solo ciò che noi pensiamo ch'essi pensino, non ciò ch'essi pensano realmente.
Ogni strumento è per sua natura ambiguo, «strumentalizzabile» per tutte le intenzioni; così anche i mezzi d'indagine sociologica. Se voglio che un'inchiesta confermi una tesi, basterà ch'io scelga con astuzia il tempo, il luogo, le persone, le domande, il tono. La realtà può essere inoltre falsata, senza dolo, da un errato dosaggio d'ingredienti, da angolazioni settoriali troppo anguste, o da abbagli interpretativi di fronte ai risultati emersi.
Si può anzi affermare che i fatti trascendono sempre i nostri sondaggi, anche se onesti e calibrati, a causa della larga presenza di fattori imponderabili in ogni evento ed atteggiamento umano.
Ma nonostante questi limiti, è innegabile il contributo imponente di dati positivi offerto dalle ricerche più o meno recenti, ai vari livelli dell'impegno scientifico: le facili ironie sul mito dell'inchiesta – da parte di taluni educatori autosufficienti – non annullano tali meriti, tangibili almeno quanto l'insipienza delle false certezze deduttive.
La letteratura sociologica è ormai ricca d'inchieste sul mondo giovanile, ai principali piani di ricerca: ideologico, morale, sociale e religioso.
L'estrema varietà di luoghi e di metodi non ha impedito sinora una sostanziale concordanza delle rilevazioni, nei loro lineamenti più marcati e caratterizzanti. Pur nelle articolazioni dei profili, le tipiche silhouettes dei giovani d'oggi si ripetono costanti nei diversi quadri fenomenologici: una conferma della serietà e validità scientifica dei metodi.
Un incontro personale con le cifre ed i grafici d'una statistica su temi giovanili appare a molti un'esperienza culturale poco stimolante: cosa aggiungono quei dati alle nostre nozioni di psicologia e pedagogia, alle informazioni dettagliate della cronaca? Quale indagine su comportamenti sociali dei giovani potrà – ad esempio – contestare il cliché dell'adolescente entusiasta per le grandi imprese, idealista e generoso, esaltato dai miti dell'eroismo, della libertà, della giustizia? E quale «curva» di sociologo potrà ignorare le notizie che ogni giorno riecheggiano l'esplosione del ribellismo anarchico giovanile?
Ma, in contrasto con tali opinioni, la sociologia possiede un'insospettata attitudine a scoprire ed a sorprendere per le sue conclusioni: i risultati delle ricerche sembrano infatti smentire ampiamente le affermazioni concordi di psicologi e pedagogisti sui processi psicofisici ricorrenti nelle fasi tipiche della adolescenza.
E lo studioso registra inoltre il concorde rifiuto dei sociologi a far propria la rappresentazione della «gioventù bruciata» o polemica; alla quale oppongono il quadro d'una generazione sconcertante sì, ma per difetto, non per eccesso di tratti passionali, emotivi: gioventù moderata, scettica, integrata.
Per spiegare i contrasti, non occorre ritenere errate le conclusioni dell'una o dell'altra scienza: è sufficiente rilevare che le diverse raffigurazioni non si collocano sul medesimo piano: «gl'interni rivolgimenti bio-psicologici, intellettuali e morali che in larga misura si associano alla fase puberale e post-puberale e allo sviluppo dell'organismo e della personalità possono essere anche vigorosi e sfrenati, ma non tali, per condizioni storiche ed esterne opportunità ambientali, da tradursi in modelli di vita e valori culturali diversi da quelli prevalenti nella più vasta società» [2].
E la presenza invadente di fenomeni «devianti» dei teen-agers, sulla stampa e sui mezzi audiovisivi, è dovuta al fragore di quella effervescenza ed alla resa commerciale dei réportages che la evidenziano.
La vastissima produzione di sociologia giovanile presenta agli educatori i vantaggi d'un'immensa apertura d'orizzonti, ed i rischi di facili dispersioni. Il presente lavoro si propone di presentare una panoramica sufficientemente organica e funzionale, pur nei ristretti limiti imposti dal suo carattere sintetico e divulgativo.
A tal fine, riduciamo a brevi spunti le indicazioni più interessanti e pertinenti di alcuni tra i principali studi; ci riferiamo, s'intende, a dati esteriori, fenomenologici, riservando ad ulteriore discorso le valutazioni e le proposte di azione educativa.
La cultura giovanile
Intendendo per cultura «un sistema di modelli di vita impliciti o espliciti, condiviso dai membri di un gruppo», il nostro problema può essere espresso in questi termini: esiste oggi una cultura tipicamente giovanile, indipendente e differenziata – nei contenuti e nelle fonti – dalla cultura della società adulta? E se esiste: come si caratterizza? dove si alimenta? la sua posizione dialettica è di contrasto, di semplice distinzione, o di conformistica imitazione?
Quesiti di evidente attualità ed importanza, specie se si consideri lo zelo delle generazioni nel contendersi la paternità dei valori in auge, e nel palleggiarsi quella delle mode scadute; nonché l'interesse degli educatori a cogliere i segni dei tempi, sovrattutto nelle loro espressioni autenticamente giovanili.
Riteniamo impossibile, e comunque non rilevabile, una cesura netta tra realtà culturali conviventi nel medesimo ambiente: l'osmosi è anche qui una legge che non si elude. Possono invece individuarsi fatti e regioni culturali segnati da un prevalente influsso di strutture già consolidate, ed altri animati invece da un più vivace apporto di nuove intuizioni, aspirazioni o mode. Solo in questo senso è legittimo distinguere una cultura adulta da quella «giovanile».
Della prima sarebbe per noi utile sovrattutto cogliere la forza d'urto sulle nouvelles vagues, dell'altra l'originalità e lo spessore sociologico. Con altra angolatura, alcune dimensioni adulte della cultura contemporanea sono state enumerate – com'è noto – dalla «Gaudium et Spes». Qui, soltanto qualche cenno esemplificativo a quelle che esercitano maggiore incidenza sugli atteggiamenti sociali degli adolescenti.
– Relativismo teoretico e morale. La verità ed il bene non sono valori assoluti: è vero ed è buono ciò che assicura l'efficacia (pragmatismo), che risponde a questa mia situazione concreta (esistenzialismo), a questa concreta situazione storica (storicismo), che dà vigore alle attese ed ascese terrene degli uomini (marxismo).
– Umanesimo ateo. L'uomo si proclama autosufficiente: «Come vivere senza la grazia è il problema che domina il XX secolo» (Camus, l'Homme révolté); il suo pensiero può spiegare tutto senza false luci fideistiche; le conquiste tecniche e scientifiche realizzeranno la sua pienezza; per migliorare la città terrena, gli basterà perfezionare i suoi sistemi economici, politici, sociali.
– Solidarismo. Gli odi tra razze, tra classi e tra regimi continuano a lacerare l'umanità e a minacciarne la sopravvivenza. Ma insieme con le armi, proliferano iniziative ispirate a un sentimento di fraternità senza frontiere, che avvicina gli uomini al dolore e al destino degli uomini: è la convinzione di appartenere ad un'unica famiglia universale, è la morale della solidarietà umana, che emerge dall'humus culturale della generazione d'Auschwitz e d'Hiroshima.
Gli aspetti originali della cultura giovanile
Eclettismo universalistico
Sempre meno esclusivi gl'influssi dei nuclei ambientali d'origine (famiglia, ecc), sempre più estesa ed intensa l'interazione fra le civiltà.
I mezzi di comunicazione sociale, il turismo, l'emigrazione, le innumerevoli iniziative internazionali, annullano le distanze e innestano oltre tutti i confini idee, costumi, virtù e difetti di ciascun popolo.
La maturazione culturale dei nostri giovani si attua in condizioni ormai remote da ideologie monolitiche e tradizioni omogenee: il quadro dei valori e dei modelli proposti ad essi, ha molto più il fluire cangiante d'un caleidoscopio che la stabile chiarezza d'un progetto.
I rischi: la dispersione, la difficoltà di gerarchizzare i valori affluenti e comporre in sintesi la pluralità di elementi eterogenei, la facilità di recepire – negli scambi – gli elementi deteriori e caduchi trascurando gli apporti più costruttivi (si pensi alla irruzione, in terra d'Occidente, dell'istintivismo africano e del fatalismo orientale, cui fa riscontro la-scarsa recezione delle espressioni più elevate delle civiltà afroasiatiche: la contemplazione e il senso profondo del sacro).
I vantaggi: una conoscenza più estesa della realtà umana e dei suoi
problemi il decantarsi dei provincialismi, un più convinto rispetto per il pluralismo delle idee e dei costumi.
Linguaggio delle immagini
«Fatto saliente della civiltà delle immagini non è l'associarsi delle nuove forme di trasmissione del pensiero proprio del nostro tempo a quelle tradizionali, bensì il loro prevalere nella formazione intellettuale di quanti si aprono ora alla vita dello spirito. Ancora non possiamo rendercene conto, ma costateremo fra qualche decennio quale profonda differenza vi sarà fra gli scolari, gli studenti, gli stessi uomini di cultura classe 1940 e classe 1960. Il bimbo che andrà a scuola fra qualche anno, sarà domani un uomo di cultura formatosi nel clima della civiltà dell'immagine. Già oggi, del resto, avvertiamo un certo stacco fra le generazioni formatesi soprattutto sui libri, e quella che invece ha registrato il progressivo imporsi della fotografia, del fumetto, dei mezzi audiovisivi: siamo ancora in un periodo di transizione e gli effetti di questo mutamento qualitativo dei mezzi di trasmissione della cultura sono ancora poco avvertibili. È certo, comunque, che l'avvento delle immagini influisce sempre più sulla società giovanile, contribuendo a differenziarla sempre più rispetto alla società adulta, ancora sostanzialmente legata alle forme tradizionali di cultura» [3].
Il fatto, dunque, è soltanto nella sua fase iniziale, sfuggono ancora all'indagine ed al giudizio le sue reali conseguenze sullo sviluppo della persona e dei rapporti sociali. Ma i dati sinora osservati consentono di annoverare, tra i rischi: facoltà mentali intorpidite dalla inerzia recettiva di fronte al linguaggio delle immagini; fra i vantaggi: un più vasto repertorio di mezzi descrittivi ed espressivi, e conseguente arricchimento di forme culturali, di comunicazione e di dialogo fra gli uomini.
Movimenti e associazioni culturali giovanili
Per la prima volta nella storia, l'animazione culturale dei popoli non si realizza più esclusivamente attraverso i canali più o meno strutturati delle élites intellettuali adulte. C'è oggi una cultura per i giovani, elaborata in parte e proposta dagli stessi giovani, sovrattutto da movimenti ed organizzazioni giovanili. Sono gruppi più o meno omogenei di coetanei che esprimono e vivono valori, simboli, usi e comportamenti comuni, con una sempre più accentuata coscienza delle funzioni spettanti alle nuove leve intellettuali.
Una recente indagine Spes rileva che circa il 30% dei gruppi culturali italiani è d'iniziativa giovanile: promosso, cioè, e sostenuto direttamente dai giovani.
C'è già, dunque, una «cultura giovanile»? Nonostante tutto, è più esatto forse parlare – con l'Ardigò – di «sub-cultura di tempo libero e di privacy»: si riscontrano infatti «autonomi modelli culturali in ambiti non pregiudicanti la grande Organizzazione, in ambiti privati, di tempo libero, di maggiore libertà espressiva, di stimolazioni anche al limite irrazionale che avvengono sempre più in ambienti giovanili, tra «pubblici» adolescenti. Musiche, danze, stili di divertimento e di sport, mode consumistiche, (..) miti ed «eroi», linguaggi e forme artistiche particolari, relazioni – sessuali e non – con persone dell'altro sesso, ma partecipi di gruppi misti di coetanei (i cosiddetti flirt di gruppo): questi sono gli elementi che compaiono più di frequente nelle analisi dei contenuti culturali giovanili» [4].
Al rifiuto degli antichi «modelli» non fa quindi riscontro il polo dialettico di originalità culturali universalmente valide: tali, cioè, da reintegrare le dimensioni umane erose dalla crisi dei valori senescenti.
Carenza di talenti geniali?
Impossibilità di stabilire nuovi «progetti» sulle sabbie mobili di una società instabile?
Reazione ad oltranza della «Grande Organizzazione», pronta a respingere – con scaltrite tecniche di difesa e di rigetto – ogni tentativo di ricambio e di trapianto?
Incapacità degli educatori d'intendere ed orientare intuizioni nuove e fermenti vitali?
Forse tutto questo; ma niente d'inesorabile.
Irreversibili, invece, le nuove esperienze e tendenze maturate in clima universalistico, con le «categorie» dell'immagine, nei vivai culturali dei «gruppi» giovanili.
Già emerge dai recinti della privacy una coscienza giovanile impegnata «a tempo pieno», decisa a dialogare alla pari e – se necessario –a contestare con «occupazioni» sollecitanti e mozioni e progetti di riforma radicale.
Non è il solito pullulare eterogeneo di precocità estroverse, aristocratiche o velleitarie: «Quello di oggi non è il "giovanilismo" di moda alcuni decenni addietro, il giovanilismo di Peguy e di Marinetti, di Nietsche e di
D'Annunzio, e nemmeno quello più rigoroso e meno emotivo, del primo Mounier; è un giovanilismo nuovo, che non deriva soltanto da un'istintiva esigenza di difendere la propria personalità di affermare ad ogni costo di fronte agli adulti i valori (o gli pseudovalori!) di cui il giovane si sente portatore. Il risveglio dei giovani nasce dal loro stesso interiore maturare, dalla sempre più viva consapevolezza che essi hanno del proprio essere diversi dagli anziani, dalla coscienza, che i giovani di oggi in misura sempre maggiore vanno acquistando, del proprio "essere nel mondo": si può quasi parlare di un "esistenzialismo istintivo", non certo filosoficamente fondato ma nemmeno solo biologico, della nuova generazione, tutta protesa a risolvere originalmente i problemi della propria esistenza e ad imprimere un nuovo corso alla storia del mondo. I giovani sentono di essere qualcosa e vogliono contare qualcosa nella società, anche e sovrattutto a livello culturale: non accettano la cultura tradizionale e si sforzano di delinearne una nuova, fondata su nuove e meno inconsistenti fondamenta» [5].
È certo ancora un dilagare di fermenti allo stato d'incandescenza fluida, privo di contorni e di strutture, disponibile a percorsi divergenti, entro o fuori l'alveo dell'umanesimo plenario.
Quale direzione prevarrà?
Non formuliamo oroscopi; presumiamo soltanto di prevedere quale sorte toccherà a talune forme «culturali» d'intervento educativo: quelle sollecite a tutto accettare, nell'estasi supina della novità; quelle affannate a riparare in ansia gli argini vetusti di piste abbandonate dal flusso della vita.
Il fenomeno giovanile non si esaurisce, ovviamente, nel fatto culturale. Completeremo la descrizione riferendo – nel prossimo articolo – gli ideali, le reazioni, la tendenza comunitaria, l'inserimento sociale e politico dei giovani del mondo d'oggi. Meglio: del mondo occidentale d'oggi; una restrizione funzionale, non discriminante, e tuttavia un limite: è sempre meno educativa ogni proposta culturale che lasci ai margini realtà e valori d'interi continenti e relative civiltà.
La necessaria concisione di queste note va quindi integrata – qui come altrove – da altri contributi, e sovrattutto dalla personale ricerca degli educatori, inseriti ormai in un processo evolutivo nel quale ogni problema giovanile ha una dimensione o una prospettiva planetaria.
NOTE
[1] Ardigò: «La condizione giovanile nella società industriale». In: Questioni di Sociologia, vol. II, pag. 548-9.
[2] Ardigò, o.c., pag. 579.
[3] Allori, «I giovani si avviano ad una cultura di tipo nuovo».
[4] Ardigò, o.c., pag. 607.
[5] Allori, art. citato.

