Antonino Valastro
(NPG 1968-03-26)
Con questo articolo, l'A. pone premesse per uno studio sulla formazione sociale dei giovani.
Da uno sguardo panoramico agli aspetti più rilevanti della società attuale (come per esempio, il fenomeno della socializzazione), si scende all'analisi dei reciproci influssi tra società e mondo giovanile.
Vengono poi studiati i momenti più importanti della formazione sociale: i suoi fondamenti, le mete, i contenuti, le componenti, le idee-luce, gli ambienti educativi, le formule operative.
Il discorso quindi tende continuamente a tradursi in termini concreti di azione, soprattutto in aiuto ai gruppi sociali.
Nella presente introduzione, attraverso la lettura attenta di alcuni documenti conciliari e l'ascolto delle voci più vive del nostro tempo, si risale alla urgenza di una educazione sociale dei giovani, a cui spetta il grave compito «di formare la società del domani, per salvarsi o perire con essa».
REALTÀ SOCIALE ED EDUCAZIONE CRISTIANA
Verso un umanesimo sociale
La vocazione sociale nasce con l'uomo: «osservandone il comportamento e inducendone la natura, si coglie in lui quella nota costitutiva ed essenziale della sua spiritualità che è l'attitudine, anzi, l'esigenza di stabilire relazioni coscienti con gli altri uomini, e di organizzare gruppi finalizzati al conseguimento di un bene comune».[1]
Risalendo sino alle civiltà primitive, lo storico incontra una costante: l'importanza attribuita al clan, ed alla trama di relazioni vissute in esso; gli albori della educazione sociale coincidono con i primi rudimenti della prassi pedagogica.
Le forme di convivenza si evolvono nel tempo più o meno lentamente, e gli educatori, in genere, non stentano a sintonizzarvi i propri interventi, con formule che rimbalzano sostanzialmente intatte di generazione in generazione; l'esperienza atavica dell'uomo e della vita non ha difficoltà ad imporre tradizioni monolitiche: tanto più che al lungo immobilismo sociologico fa riscontro la visione essenziale - e quindi statica - della persona umana, e, tra i cristiani, il rifiuto manicheo delle realtà terrene, specie se dinamiche.
Ma quando - in tempi più recenti - la storia accelera il suo ritmo, i riflessi dell'aggiornamento pedagogico risultano intorpiditi dal letargo: e la questione sociale esplode, il suo fragore rintrona il mondo, la sua violenza disintegra strutture millenarie, ma non riesce a scuotere i torpori dei maestri di vita delle varie scuole. L'eccezione quasi solitaria di D. Bosco riscatterebbe in parte la «categoria», se questa non le avesse inflitto, col disagio dell'isolamento, la pena del sospetto.
Società ed educazione cristiana hanno poi percorso strade sempre più divergenti, ispirandosi a valori eterogenei, e perseguendo mete non comunicanti: un divorzio contro natura, che ha privato di anima il progresso, e segregato il messaggio della Redenzione fuori la ribalta dei tempi nuovi.
«Le condizioni di vita dell'uomo moderno, sotto l'aspetto sociale e culturale, sono profondamente cambiate, così che è lecito parlare di una nuova epoca della storia umana. (...) siamo testimoni della nascita d'un nuovo umanesimo, in cui l'uomo si definisce anzitutto per la sua responsabilità verso i suoi fratelli e verso la storia».[2]
E finalmente, la risposta nuova del Cattolicesimo: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta di uomini, i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il Regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Perciò essa si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia».[3]
La Chiesa infrange i diaframmi secolari, va incontro all'uomo contemporaneo con simpatia e rispetto, propone un colloquio senza anatemi, e si associa ai suoi itinerari, senza ambizioni e riserve mentali.
Ascolteremo i vostri profeti, se ci mostrerete i vostri testimoni!
Ma è un «incontro difficile»: non ci si converte agevolmente ad una mentalità cristiana di dialogo e ad una presenza cristiana di servizio; e - dall'altro versante - pregiudizi laicisti respingono l'offerta, o la paventano.
Sono dunque in molti a temere che le pesantezze mentali e strutturali cerchino di imbrigliare gli slanci conciliari, riducendo gli appuntamenti Chiesa-Mondo a meri scambi di cortesie diplomatiche, in vista d'uno stabile regime di non-aggressione.
Se veramente tutto finisse lì, se tutte le speranze riaccese dal Concilio ritornassero a fumigare tra le mani stanche dei cattolici, dopo aver illuminato prospettive di solidale progresso, la collera dei delusi travolgerebbe le nostre strutture venerande, o - più probabilmente - una fragorosa risata cosmica soffocherebbe per secoli la voce profetica del Popolo di Dio.
Non siamo mai stati così provvisti di messaggi aggiornati abilitanti al dialogo con gli uomini di oggi (documenti conciliari, recenti Encicliche sociali) e mai così esposti al rischio di sentirci ripetere: «ascolteremo i vostri profeti, se ci mostrerete i vostri testimoni».
Testimoni d'una Chiesa che «si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e la sua storia», che fa sue in concreto «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono».
I cristiani - d'altronde - «ricordando le parole del Signore, "in questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se vi amerete gli uni gli altri", niente possono desiderare più ardentemente che servire con maggiore generosità ed efficacia gli uomini del mondo contemporaneo. Perciò, aderendo fedelmente al Vangelo e usufruendo della sua forza, uniti con tutti coloro che amano e cercano la giustizia, hanno assunto un compito immenso da adempiere su questa terra: di essa dovranno rendere conto a Colui che tutti giudicherà nell'ultimo giorno».[4]
Se invece continueremo - noi, segni vivi dell'Amore - a inventariare i nostri ghetti, e a guardare diffidenti e distaccati ai dinamismi «laici» della storia, saremo sempre più pochi a credere nella Chiesa-Sacramento-del-Dio-Amore; ma se i segni diventano illeggibili, è inutile ed ingiusto imprecare alla miopia degli increduli.
«Bisogna che l'amore cristiano diventi una forza storica» (Girardi), dopo essere stato a lungo un tema da sermoni, o eroismo di élites; la conversione urge, e l'urgenza va misurata sul ritmo delle tensioni di oggi: «Bisogna affrettarsi: troppi uomini soffrono».[5]
È possibile il recupero, dopo secoli di cammino divergente? È lo stesso che chiedersi se il Vangelo ha una voce per tutte le stagioni della storia, e se la Grazia ha energie per tutte le imprese del Popolo di Dio.
Ma la presenza dei cristiani sarà di fatto la forza animatrice della futura comunità umana? La dinamica conciliare sospinge in questa direzione, ma nessuna irruzione dello Spirito impedirà mai alla libertà umana di respingerlo od estinguerlo.
Le insidie più gravi: la presunzione di ritenerci e proclamarci detentori in esclusiva della Verità e della Speranza, e l'errore di scambiare le istituzioni benemerite con la virtù teologale della Carità. Qualcuno può credere di costruire la Chiesa perché costruisce le chiese.
Il test decisivo è - oggi come sempre - «come amare gli uomini; che cosa ho promesso loro, e che cosa loro hanno il diritto di aspettarsi da me. Non si può codificare l'amore, è certo; ma ora si tratta di purificarsi dalle ipocrisie, e smetterla di credere di aver amato per il fatto che abbiamo dato pane, e cultura, e assistenza agli infermi, e sport, e cinema, e quanto abbiamo saputo inventare. Siamo un popolo profetico; e dobbiamo dare la profezia: dobbiamo cioè non tanto insegnare dall'alto, inventare iniziative, ma stare nella storia cui concorriamo come uomini con gli altri uomini; e abbiamo promesso qualcosa che è specifico: di essere sale, luce, lievito».[6]
Messaggeri dell'Eterno, e insieme artefici del tempo; cultori della Grazia e della Natura; donatori e insieme mendicanti di valori; profeti in ascolto della Parola di Dio e del discorso dei figli di Dio: antinomie da risolvere nella sintesi d'una mentalità riconvertita ai riflessi di dialogo, e d'una azione restituita alla missione di servizio.
Ai giovani il compito di formare la società
Ai giovani di oggi il destino di compiere le scelte forse più decisive dell'avventura umana: «siete voi che... vivrete nel mondo nel momento delle più gigantesche trasformazioni della sua storia. Siete voi che... formerete la società di domani: voi vi salverete o perirete con essa».[7] A loro, dunque, una consegna di estremo impegno: «È a nome di questo Dio e del suo Figlio Gesù che noi vi esortiamo ad ampliare i vostri cuori secondo le dimensioni del mondo, ad intendere l'appello dei vostri fratelli, ed a mettere arditamente le vostre giovani energie al loro servizio. Lottate contro ogni egoismo... E costruite nell'entusiasmo un mondo migliore di quello attuale!».[8]
Il mondo di domani sarà come lo faranno i giovani di oggi; ma questi saranno fondamentalmente quali li avranno formati gli educatori di oggi.
Oggi - come sempre - la meta dell'educatore cristiano è «fare dei santi»; ma la prassi di questa missione non può sfuggire alla revisione conciliare. «Un certo piano di santificazione ha dato al mondo dei presunti santi, perduti nella storia, incapaci di orientarsi nella città dell'uomo; che pretendono di fare da guida e non sanno trasmettere orientamenti in un linguaggio comprensibile. Alla funzione spesso non corrisponde il carisma. È necessario ridare il gusto della santità autentica... Perché se santo vuol dire quel tipo di uomo fedele fino allo scrupolo alle pratiche quotidiane, che poi in mezzo alla realtà storica annaspa... nessun giovane vuol essere santo. È certo che il santo vero, avendo ricevuto il dono della contemplazione infusa, non può non intendere la storia e le tappe del popolo di Dio... non può essere un uomo fuori del suo tempo».[9]
Il nuovo corso della santità giovanile non è tutto da inventare: quando ancora la storia sembrava ai più doversi svolgere ai margini del piano di Dio, e l'impegno sociale appariva ancora una tentazione profana, già Don Bosco educava i giovani a «cogliere i valori evangelici nella loro vitalità storica», ed a viverli nella loro incarnazione.
E il magistero preconciliare già avvertiva:
«(un'educazione) sarebbe incompleta se si restringesse a procurare il bene personale, temporale ed eterno degli alunni... Bisogna prepararli ad esercitare sul loro tempo un'azione salutare, in guisa che attraversino il mondo lasciandolo dietro di essi migliore».[10]
La moderna educazione deve essere completa
«La moderna educazione deve essere completa. Essa non deve limitarsi ad una semplice istruzione, né alla sola formazione religiosa. La buona educazione oggi... richiede una educazione sociale, che inculchi nell'anima dei giovani un sincero amore per la giustizia e per la carità, base di un vero ordine nuovo; richiede una educazione civile e politica, che faccia la gioventù cosciente dei suoi doveri verso la nazione e, nel tempo stesso, la guidi nell'esercizio dei diritti che, in seguito, la faranno partecipare alla vita pubblica dello Stato».[11]
L'Enciclica giovannea Mater et Magistra, prima sintesi organica dei problemi relativi all'ordine sociale moderno, rivolge appelli pressanti ai responsabili della formazione giovanile:
«Riaffermiamo anzitutto che la dottrina sociale cristiana è parte integrante della concezione cristiana della vita.
Mentre notiamo con soddisfazione che in vari Istituti già da tempo tale dottrina viene insegnata, Ci preme esortare ad estenderne l'insegnamento con corsi ordinari ed in forma sistematica a tutti i Seminari e a tutte le scuole cattoliche d'ogni grado. Va inoltre inserita nei programmi dell'istruzione religiosa delle parrocchie e delle associazioni dell'apostolato dei laici; va diffusa con i mezzi espressivi moderni: stampa quotidiana e periodica, pubblicazioni a carattere divulgativo e di natura scientifica, radio e televisione».[12]
... e concreta
Ma le nozioni non bastano:
«Una dottrina sociale non va solo enunciata, ma anche tradotta in termini concreti nella realtà. Ciò tanto è più vero della dottrina sociale cristiana, la cui luce è la Verità, il cui obiettivo è la Giustizia, e la cui forza propulsiva è l'Amore. Richiamiamo quindi l'attenzione sulla necessità che i nostri figli, oltre che essere istruiti nella dottrina sociale, siano pure educati socialmente».[13]
Le dimensioni:
«L'educazione cristiana deve essere integrale, e cioè estendersi ad ogni serie di doveri; e però deve pure tendere a che nei fedeli nasca e s'invigorisca la coscienza del dovere di svolgere cristianamente anche le attività a contenuto economico e sociale».[14]
La formazione curi anche le formule concrete di azione:
«Il passaggio dalla teoria alla pratica è, per sua natura, arduo; tanto più lo è, quando trattasi di tradurre in termini di concretezza una dottrina sociale qual è quella cristiana, a motivo dell'egoismo profondamente radicato negli esseri umani, del materialismo di cui è impregnata la società moderna, delle difficoltà a individuare con chiarezza e precisione le esigenze obiettive della giustizia nei casi concreti.
Perciò l'educazione, oltre che far nascere e sviluppare la coscienza del dovere di agire cristianamente in campo economico e sociale, è pure necessario che si proponga di far apprendere il metodo che rende idonei a compiere quel dovere».[15]
Difficile estrarre dai testi conciliari citazioni adeguate: tutto il messaggio mira a dilatare le frontiere dell'anima ed a raggiungere le più remote articolazioni dell'esperienza viva; l'educatore cristiano dovrà attingervi un nuovo stile di rapporti umani, più che un sistema di norme comportamentali.
Non mancano, tuttavia, indicazioni chiaramente orientative:
«La vera educazione deve promuovere la formazione della persona umana, sia in vista del suo fine ultimo, sia per il bene delle varie società, di cui l'uomo è membro ed in cui, divenuto adulto, avrà mansioni da svolgere.
Pertanto i fanciulli ed i giovani, tenuto conto del progresso della psicologia, della pedagogia e della didattica, debbono essere aiutati a sviluppare armonicamente le loro capacità fisiche, morali ed intellettuali, ad acquistare gradualmente un più maturo senso di responsabilità nell'elevazione ordinata ed incessantemente attiva della propria vita e nella ricerca della vera libertà (...).
Debbono inoltre essere avviati alla vita sociale, in modo che, forniti dei mezzi ad essa necessari ed adeguati, possano attivamente inserirsi nelle diverse sfere dell'umana convivenza, siano disponibili al dialogo con gli altri e contribuiscano di buon grado all'incremento del bene comune».[16]
«Bisogna curare assiduamente la educazione civile e politica, oggi tanto necessaria, sia per l'insieme del popolo, sia soprattutto per i giovani, affinché tutti i cittadini possano svolgere il loro ruolo nella vita della comunità politica».[17]
Celebrato prima che il Concilio pervenisse a conclusione, il Capitolo Generale XIX della Società Salesiana (1965) ne ha tuttavia recepito gran parte dei temi e delle istanze. Il «vertice» di una Congregazione di educatori non ha eluso il compito di tentarne una prima interpretazione in hiave educativa, ed una prima sintesi operativa con gli apporti e le tradizioni di famiglia. Un'impresa di estrema complessità, ma confortata dai facili raccordi fra alcune intuizioni del Fondatore e le idee-luce del Vaticano II.
In armonia con le due fonti, la formazione sociale del giovane è vista nella più ampia prospettiva d'un'adeguata rivalutazione della persona umana, e in una più attenta lettura dei segni dei tempi:
«Come Don Bosco si è preoccupato d'individuare le necessità dei giovani del suo tempo e di provvedervi con i migliori mezzi a disposizione, così oggi il Salesiano fedele al suo spirito s'industrierà di conoscere la mentalità, in certo senso nuova, della gioventù del nostro tempo, sforzandosi di rispondere alle sue richieste con la più larga generosità. Pertanto egli cercherà di prendere chiara coscienza degli aspetti positivi e negativi dell'umanesimo contemporaneo, aderendo lui stesso e avvicinando i giovani a tutto ciò che di valido è in esso, curando la completezza e l'armonia dei valori umani e cristiani, in conformità con quello che si potrebbe legittimamente chiamare "umanesimo salesiano", adombrato anche nella Epistola della Messa in onore di S. Giovanni Bosco: "Tutto ciò che è vero, nobile, puro, amabile, onorato... tutto questo meditate"».[18]
Prendendo atto, in particolare, del «vivo senso sociale» che caratterizza la mentalità del giovane d'oggi, il documento continua:«In linea con D. Bosco, e assecondando l'esempio della Chiesa, che accentua oggi la necessità dell'apertura e del dialogo con tutti, l'educatore salesiano svilupperà le disponibilità sociali del giovane con tutti i mezzi: le attività ordinarie della Casa salesiana, i mezzi moderni d'informazione sugli avvenimenti e i problemi della Chiesa e della società, i vivi 'contatti con il mondo circostante. È compito preciso, anche se complesso, avviare i giovani ai futuri comportamenti nella società ai vari livelli: vita familiare e professionale, vita politica e senso internazionale, spirito missionario ed ecumenico e sensibilità per i problemi della Chiesa universale».[19]
Un così ampio discorso introduttivo potrebbe considerarsi superfluo: ma solo se gli ambienti educativi italiani avessero raggiunto il minimo di sensibilità sociale compatibile con le rispettive esigenze di qualificazione professionale.
Non è necessario frequentare la Scuola di Barbiana per condividere complimenti di questo tenore:
«Un'altra materia che non fate... è educazione civica.
Qualche professore si difende dicendo che la insegna sottintesa dentro le altre materie. Se fosse vero sarebbe troppo bello...
Dite piuttosto che è una materia che non conoscete. Lei il sindacato non sa bene cos'è. In casa d'un operaio non ha mai cenato. Della vertenza dei trasporti pubblici non sa i termini. Sa solo che l'ingorgo del traffico ha disturbato la sua vita privata.
Non ha mai studiato queste cose perché le fanno paura. Come le fa paura andare al fondo della geografia. Nel nostro libro c'era tutto fuorché la fame, i monopoli, i sistemi politici, il razzismo».[20]
Le istituzioni educative cattoliche hanno in genere brillato poco in questo campo, a parte i sussulti di zelo elettorale (affissione di manifesti, incetta di voti preferenziali, e affini), alcune impennate di carità-elemosina (fame in India, pacchi di Natale), e qualche rito celebrativo di Encicliche Sociali.
Vedremo avanti che c'è parecchio altro da fare, e che simili episodi «formativi» possono essere in realtà deformanti: sanno più di ansietà classista che di respiro evangelico, più di alibi per la coscienza che di presenza cristiana, più di parata accademica che di cenacolo di animazione.
Lo studio che seguirà tenterà una presentazione abbastanza organica dei temi connessi con la formazione sociale dei giovani; ma prevarrà - nelle intenzioni - l'immediata e concreta utilità per gli educatori, teorica e ratica: ne risulterà un più ampio risalto ad alcuni argomenti, mentre altri resteranno appena accennati.
La lettura procederà talvolta densa di citazioni: documenti ufficiali (soprattutto Concilio) e vincolanti, pareri privati ed opinabili; questi - in ogni caso - a sostegno dei primi: sia per illuminarne il senso e le motivazioni, sia per estrarne le coerenti implicazioni in chiave pastorale. Il pluralismo di voci, spesso stimolanti, offre all'educatore una svariata gamma di sensibilità, in un vasto arco di prospettive; offerta congeniale all'ampiezza e soprattutto alla novità del tema: il discorso monocorde è in questi casi più esposto al rischio di soggettivismi ed al sospetto di pionierismo saccente e maldestro.
L'impostazione inizia con una descrizione panoramica della società contemporanea, nelle sue dimensioni più profonde ed estese, con particolare risalto al fenomeno della socializzazione.
La disamina si concentrerà poi sulla realtà giovanile di oggi, ed in specie sui reciproci influssi tra società e mondo giovanile.
Sin qui il «contesto sociologico», del quale l'educatore deve «prendere chiara coscienza» (Capitolo Generale XIX).
Seguirà una descrizione degli aspetti più rilevanti della formazione sociale: i suoi fondamenti, le mete, i contenuti, le componenti (intellettuale, affettiva, pratica), le idee-luce, gli ambienti educativi, le formule operative; il tutto, con riferimenti - più o meno accentuati - estesi anche alle connessioni missionarie dell'impegno educativo.
Lo studio si concluderà con la presentazione di esperienze concrete già in atto, e con una bibliografia funzionale, tale da consentire approfondimenti aggiornati in chiave pastorale.
Ai nostri collaboratori, il compito di approfondire - da esperti - taluni argomenti particolari.
Ai lettori, l'invito ad integrare con apporti positivi, od a correggere con franche riserve: sia che l'interpretazione dei principi appaia infedele alle fonti, sia che l'osservazione empirica risulti inadeguata ai fatti.
NOTE
[1]Nosengo, L'educazione sociale dei giovani, pag. 13.
[2]Gaudium et Spes, nn. 54 e 55.
[3]Gaudium et Spes, n. 1.
[4]Gaudium et Spes, n. 93.
[5]Populorum Progressio, n. 29.
[6]Paoli, Un incontro difficile, pag. 187.
[7]Messaggio del Concilio ai giovani.
[8]Messaggio del Concilio ai giovani.
[9]Paoli, op. cit., pag. 16.
[10]Pio XII, Discorso agli studenti, 14.5.51.
[11]Pio XII, IV Settimana Sociale portoghese, 1952.
[12]Mater et Magistra, nn. 206, 209 e 210.
[13]Mater et Magistra, nn. 206, 209 e 210.
[14]Mater et Magistra, nn. 206. 209 e 210.
[15]Mater et Magistra, n. 211.
[16]Gravissimum Educationis, n. 1.
[17]Gaudium et Spes, n. 75.
[18]Atti del Capitolo Generale, pag. 183-4.
[19]Atti del Capitolo Generale, pag. 183-4.
[20]Lettera ad una pro professoressa.

