Notiziario



    (NPG 1968-04-88)

    Incontri Internazionali di giovani
    a Taizé – 1968

    Dopo l'esperienza positiva dello scorso anno (2000 presenze), la comunità di Taizé lancia un invito a tutti i giovani europei, che vogliono approfondire la propria fede, in un clima di amicizia, di comunità, di servizio.
    Tema del 1968: Credere.
    Il tema è sviluppato in due tipi di incontro: il primo mette l'accento soprattutto sull'aspetto di informazione e di formazione; il secondo invece sulla riflessione personale.
    Lo stesso tema è visto sotto due aspetti complementari, per cui è possibile la presenza a tutti e due gli incontri.
    Date:

    Incontri «Informazione»
    18-21 luglio
    1-4 agosto
    15-18 agosto
    29 agosto-1 settembre

    Incontri «Riflessione»
    25-28 luglio
    8-11 agosto
    22-25 agosto
    5-8 settembre

    Tra l'uno e l'altro incontro:
    quattro giorni di riposo, di riflessione personale, di lavoro manuale per chi lo desidera, di escursioni, di possibilità di ritiro-esercizi spirituali.
    Chi desidera impegnarsi in una collaborazione più stretta può assumersi l'incarico:
    di animatore per gli incontri
    di collaboratore nell'organizzazione di recezione
    di traduttore (la lingua ufficiale è il francese)
    Alloggiamento:
    possibilmente con tenda propria (pochissimi posti disponibili in dormitorio comune)
    Limiti d'età:
    dai 18 ai 25 anni.
    Gli incontri sono aperti contemporaneamente a ragazzi e ragazze.
    Informazioni-iscrizioni:
    Rencontres Internationales de jeunes 71 - TAIZE-Communauté – FRANCE

    Il «Libro bianco» sulla gioventù francese

    Il rapporto della grande inchiesta sulla gioventù francese (il «Libro bianco»), annunciato dal Ministero della Gioventù da circa un anno, è stato pubblicato alla fine di maggio. Tutta la stampa francese (v. in particolare «Le Figaro littéraire» e «Temoignage chrétien») se n'è occupata, dando molto risalto al documento che sembra distruggere buona parte dei luoghi comuni sulla «generazione perduta». Il quadro è meno losco di quanto si potesse pensare. I giovani bruciati», sono una minoranza sparuta.
    I a popolazione giovanile è in netto aumento. I giovani tra i quindici e i ventiquattro anni, che erano nel 1962 poco più di cinque milioni, saranno otto milioni e mezzo nel 1971 (16,6 per cento del la popolazione totale). Più della me-(il dei ragazzi e delle ragazze lavorano; il loro stipendio mensile si aggira sulle sessantamila lire. Gli analfabeti sono una minoranza esigua (1,2 per cento). Ma il livello culturale rimane basso, poiché il 25 per cento non hanno conseguito nemmeno la licenza elementare. Più interessanti di questi dati statistici sono i capitoli consacrati alle motivazioni del comportamento della gioventù, i problemi dell'inserimento nella società moderna. Il rapporto, a tale proposito, Traccia un quadro ottimistico, la situazione è giudicata soddisfacente, in ogni caso non peggiore di quella di cento o di cinquanta anni fa. Il desiderio di differenziarsi dagli adulti traduce il rifiuto della condizione infantile, e questa spiega, fra l'altro, le stravaganze vestimentari e certi eccessi. Manifestazioni che vengono spesso fraintese dagli adulti, e i giovani si lamentano per l'atteggiamento di diffidenza mostrato verso di loro.
    Questi malintesi compromettono le possibilità di un vero e proprio dialogo, tant'è che la maggior parte dei giovani intervistati ha dichiarato che preferiscono confidarsi con amici o addirittura con estranei piuttosto che con i genitori.
    Per quanto riguarda i divertimenti, la radio e la TV hanno soppiantato il cinema, che era la distrazione preferita dei giovani degli anni cinquanta.
    La radio arriva al primo posto, le trasmissioni più seguite sono quelle di musica yé-yé. «La radio è per noi un rumore di fondo che rallegra la vita quotidiana», hanno dichiarato alcuni. Sessantaquattro per cento dei giovani praticano un'attività sportiva.
    I giovani non credono molto alla possibilità di un conflitto mondiale, eppure la maggioranza non mette in causa il servizio militare. Settantatré per cento dei ragazzi e ottantuno per cento delle ragazze ritengono che il servizio di leva sia uno cosa utile, sebbene sia necessario riformare i principi. Settanta per cento degli interrogati ritengono infatti che dovrebbe esistere, accanto al servizio militare tradizionale, un «servizio civile» nazionale.
    La gioventù, in Francia, consuma pochissime bevande alcoliche. Aranciate e Coca-Cola sono le bibite di prammatica per le festine del sabato sera. I ragazzi e le ragazze sono meno spendaccioni di quanto si pensi. Sessantatré per cento fanno dei risparmi, i maschi per comprare la moto o l'automobile, le fanciulle per farsi il corredo.
    Grande importanza hanno assunto nella vita sociale della gioventù, in questi ultimi anni, le «bande» di amici. Per' divertirsi, non bisogna essere più isolati, occorre far parte di un gruppo.
    (Gioventù Italiana)

    La posta di BIG

    Riportiamo domande e risposte della rubrica di colloquio con i lettori di BIG
    (5 gen. 1968), uno dei più diffusi settimanali «giovani».
    Ogni commento è superfluo.

    TRE SOLUZIONI

    Il mio è un caso disperato. Ero la ragazza di Paolino, sino a pochi giorni fa (ho tredici anni), e poi a una festa mi sono innamorata di Marco. Mi baciò ed io glielo permisi. Sono passati due giorni. Proprio oggi mi ha detto una tremenda parola e se n'è andato. Cosa mi consigli di fare?
    OLGA, Firenze

    Due soluzioni: restituirgli la parolaccia (magari al maschile), oppure fingere un'improvvisa otite e far finta di non aver udito nulla. Ci sarebbe una terza soluzione: piantare Marco. Ma questo non credo che ti garbi. Perciò non te lo consiglio. Auguri.

    BASTA CAPIRE PERCHÉ

    Sono stufo di tutto e mi sento inutile, perché incompreso. Lettere come questa te ne arriveranno molte, lo so, ma non è questo un atteggiamento retorico, credimi. Già diverse volte volevo scriverti, ma poi ho lasciato perdere perché questo mondo, tra le altre cose, mi ha reso abulico. BASTA! Basta con tutto. Ma che vita è questa? Vado a scuola (4° anno Istituto Tecnico), ma non ne ho una gran voglia, perché mi accorgo che ho sbagliato tutto. Troppo tardi, dirai. No, perché quattro anni fa non ero certo in grado di stabilire il mio vero tipo di scuola (dovevo prendere Belle Arti). Già, ma ora sono qui e devo finire. Se non altro per i miei. E domani m'impiegherò. Forse qualcuno mi darà un calcio e andrò anch'io ad infoltire quella schiera di fannulloni che stanno dietro una scrivania a leggere i «gialli». Che schifo! C'è gente che suda una vita e poi non prende una cicca... Mi sa tanto che un calcio lo darò io a tutta questa vita ipocrita! Mi diverto solo ad osservare la gente che mi sta attorno. Tu non sai come si pensa a stare a letto! Forse questa mia insoddisfazione è dovuta alla mancanza di uno, o meglio di una che sappia CAPIRE. A volte mi domando il perché di tutto questo. PERCHÉ, Paola?
    SERGIO IL POETA, Bologna

    Che belle quelle parole scritte a caratteri cubitali! Hai visto, Sergio caro, come spiccano bene? Le vogliamo ripetere? BASTA CAPIRE PERCHÈ. Ecco, involontariamente siamo riusciti a comporre una frase di senso compiuto. La soluzione di tutti i tuoi problemi è proprio racchiusa in queste tre parole: «basta capire perché» siamo al mondo. Siamo al mondo per vivere. Per vivere nel modo più decente. Tutto qui.

    VECCHIO

    Ho vent'anni: che dici, sono vecchio? il mio dramma è sentirmi eternamente annoiato. Come posso fare? Ti stimo e ti abbraccio.
    FABRIZIO, Palermo

    Non sei vecchio, amico mio. La noia si combatte in diversi modi, uno dei quali è l'amore. Ti consiglio di prendere una bella cotta. Ciao, «vecchio».

    Muore una scuola

    All'Assemblea Generale della FIDAE (Federazione Istituti Dipendenti dalla Autorità Ecclesiastica) tenutasi in Roma alla fine dello scorso dicembre, fu data notizia che nello scorso anno si souo chiuse 48 scuole cattoliche, 25 del le quali medie, cioè comprese nella fascia della scuola dell'obbligo.
    Se si eccettua un trafiletto dell'Osservatore Romano della Domenica (14 gennaio 1968), non mi pare che la notizia abbia fatto cronaca.
    Ne hanno taciuto i laicisti, i quali in questo periodo preelettorale, non vogliono troppo dispiacere alle masse cattoliche, oppure perché ormai lo slittamento della scuola cattolica verso il basso (non qualitativamente, ma quantitativamente) è irreversibile: è questione di tempo, ma si va verso la fine della scuola cattolica in Italia. Infatti le statistiche danno un calo rilevante nel numero degli alunni frequentanti le Scuole Cattoliche da noi: la percentuale relativa della popolazione scolastica nel settore secondario dal 13% nell'immediato dopoguerra è scesa a meno del 6%. Parlarne dunque significherebbe destare un allarme nocivo: è meglio allora il silenzio: non si deve disturbare chi lentamente sta morendo!
    Non ne hanno parlato i giornali nostri o del partito di maggioranza, orgoglioso dell'appellativo di cristiano, se non di cattolico. Ma perché? Forse per vergogna e per rossore di responsabilità. Troppi anche fra i cattolici pensano finito il compito della scuola cattolica, mentre ritengono più utile che si partecipi nella scuola di Stato alla formazione di più numerose masse giovanili. Ma di fronte alla stessa scuola pubblica è necessaria la presenza di una qualificata scuola privata, se non altro per la forza di stimolo che verrebbe dal pluralismo scolastico, col risultato di un fecondo progredire. Troppo spesso si lamentano nella scuola gli inconvenienti sottolineati, se pur in forma troppo cruda e talora ingiusta, dal romanzo di Budini: La scuola si diverte. Immaginarsi poi se la scuola fosse una sola, senza gli utili confronti e il contributo di validi insegnanti, che verrebbero a mancare, se la scuola diventasse un organismo di potere totalitario ed esclusivo.
    – Ma c'è la Costituzione che col suo articolo 33 sancisce la libertà scolastica! – si dice. Ma lo stato oggi offre al cittadino la possibilità di valersene? Lo stato aiuta i giornali, il cinema, il teatro e mille altre iniziative private purché si prefiggano l'ideale d'una espressione di libertà. Che cosa c'è di più utile di una scuola?
    «Perché – si chiede Antonio Fugardi, sull'Oss. Rom. della Dom., già citato – si rifiuta di aiutare, anche indirettamente, le scuole gestite da privati, dove, sotto il necessario controllo degli organi statali per ciò che riguarda gli ambienti e la capacità e la serietà dei dirigenti e degli insegnanti, si vuole dare ai giovani (e lo si dice apertamente) un tipo di educazione che sottolinea certi valori ovviamente messi in ombra nelle scuole statali? Non si tratta anche qui di un vero e proprio aiuto alla libertà?
    Invece, no. Invece, anche da parte di coloro che propugnano tutti i tipi di libertà, ci si ostina a negare ogni aiuto alla scuola non statale, come se i ragazzi che la frequentano non fossero cittadini con gli stessi diritti degli altri».
    Nella vicina campagna elettorale bisognerebbe tener presente questo problema vitale della scuola privata e anzitutto di quella cattolica, che per la sua tradizione e la sua storia, offre le garanzie di un servizio utile a tutti.
    «A Noi sembra – disse il Papa ai partecipanti l'Assemblea FIDAE il 30 dicembre 1966 – che debba mancare alla società italiana l'affermazione, vivente ed effettiva, che voi rappresentate della libertà scolastica; a Noi non sembra che debba venir meno alla Scuola Italiana il contributo spontaneo, disinteressato, amoroso, esemplare, che voi intendete offrirle...».
    I genitori dunque dovranno mandare al Parlamento uomini non solo fedeli allo spirito della Costituzione, che sancisce la libertà scolastica, ma anche attaccati alle tradizioni cattoliche del nostro paese. Allora soltanto si potrà sperare che dal nuovo parlamento, sulla base dei principi fondamentali della Costituzione e dei diritti del cittadino, genitore-alunno, e della scuola libera, esca quella legge tanto desiderata sulla scuola paritaria e si trovino qui sussidi, che garantiscono vita di sviluppo e di riqualificazione della scuola privata.
    (Ivo Paltrinieri)

    Ancora su la scuola cattolica

    Il 16 novembre u.s. è uscito un importante documento dell'Episcopato Cattolico degli Stati Uniti: la Dichiarazione sulle scuole cattoliche.
    «Noi dichiariamo che le scuole cattoliche oggi, elementari e secondarie, sono una componente della totale missione della Chiesa nei confronti della educazione negli Stati Uniti. Noi pertanto faremo la nostra parte per continuare, migliorare e rafforzare queste scuole». Fatto il punto sulla situazione presente, soprattutto se rapportata sul passato «glorioso», i Vescovi sottolineano la validità dell'apostolato scolastico.
    «A volte abbiamo ascoltato asserzioni secondo cui l'insegnamento in una scuola cattolica non è più un vero apostolato e che i doveri delle aule scolastiche non meritano più la dedizione consacrata di sacerdoti, fratelli (religiosi), suore. Alcuni sono stati portati a credere che non c'è nulla di veramente apostolico nell'essere insegnante in una scuola. Noi con grande calore vogliamo riaffermare la dichiarazione esplicita del Concilio Vaticano II che gli insegnanti nella scuola cattolica sono ingaggiati «in un vero apostolato che i nostri tempi rendono estremamente utile e necessario e che simultaneamente rende un autentico servizio alla società».
    Perché i risultati possano dirsi migliori in fatto di educazione e formazione, i Vescovi insistono perché sia responsabilizzata la famiglia ai problemi educativi. «Gli insegnanti riconoscano che i loro migliori sforzi saranno come tanti semi piantati su terreno sterile, se i genitori dei loro alunni mancheranno di dare di rinforzo lezioni di vita cristiana. Per avere successo nelle aule scolastiche gli insegnanti hanno bisogno dell'appoggio delle famiglie, dove la virtù è praticata, Io studio serio è incoraggiato e l'autorità della scuole è sostenuta».
    In conclusione la scuola e per gli insegnanti e per i genitori, diviene un problema di responsabilità apostolica: è in questa impostazione intima di educatore-apostolo e di genitore-testimone che l'educazione troverà il suo mezzo di efficacia per poter incidere con profitto nell'animo inquieto della gioventù di oggi.
    (i. p.)