Giovanni Martinetti S.J.
(NPG 1968-05-41)
Il centenario della nascita di San Luigi Gonzaga e della morte di San Stanislao Kostka – due santi «giovani» a cui l'ascesi giovanile è stata per tanto tempo, giustamente, ancorata – offre all'A. la possibilità di indicare alcune linee di ripensamento per rendere postconciliare anche questo nostro tipo di formazione.
Sono indicazioni quasi frettolose, ma che nascono certamente da un'attenta riflessione del testo conciliare sul significato attuale del culto ai santi.
«Mentre infatti consideriamo la vita di coloro che hanno seguito fedelmente Cristo, per un motivo in più ci sentiamo spinti a ricercare la città futura (cfr. Ebr. 13, 14 e 11, 10) e insieme ci è insegnata una via sicurissima per la quale, tra le mutevoli cose del mondo, potremo arrivare alla perfetta unione con Cristo, cioè alla santità, secondo lo stato e la condizione propria di ciascuno. Nella vita di quelli che, sebbene partecipi della nostra natura umana, sono tuttavia più perfettamente trasformati nell'immagine di Cristo (cfr. 2 Cor. 3, 18), Dio manifesta vividamente agli uomini la sua presenza e il suo volto. In loro è Egli stesso che ci parla, e ci mostra il contrassegno del suo Regno, verso il quale, avendo intorno a noi un tal nugolo di testimoni (cfr. Ebr. 12, 1) e una tale affermazione della verità del Vangelo, siamo potentemente attirati» (L.G., 50).
Si celebra nel 1968 il IV centenario della nascita di S. Luigi Gonzaga (9 marzo 1568) e della morte di S. Stanislao Kostka (15 agosto 1568). Ci si può domandare in tale occasione se sia opportuno oggi parlare ai giovani di culto dei santi. Non ci sono per la loro vita religiosa necessità più urgenti? Non sembra necessario aiutarli prima a credere in Dio Creatore, poi in Cristo Salvatore e almeno in alcuni punti importanti della morale cristiana che a malapena vengono da essi accettati?
Possiamo anche chiederci se sia utile presentare ai giovani la vita di santi che sono vissuti in un ambiente e con una mentalità così diversi dai nostri. Non potrebbe avere l'effetto proprio di rendere loro antipatica la santità?
E infine le celebrazioni centenarie sono sì di attualità ma purché si tratti di artisti, scienziati o eroi che hanno contribuito in larga misura allo sviluppo della civiltà umana. Anche di santi, magari, ma purché abbiano meriti speciali nei riguardi del progresso culturale e sociale. O almeno se abbiano compiuto storiche imprese di apostolato e siano uomini d'azione e di forte influsso sull'umanità.
Ma non troviamo nulla di tutto ciò nei due giovani Luigi e Stanislao: sono figli del tempo e certamente il loro modo di pensare differisce immensamente dal nostro nei campi artistico, scientifico, sociale e anche in quello religioso; non eccellono per speciali meriti culturali e la morte in giovane età ha impedito loro di svolgere una qualsiasi azione nel mondo. Eppure nonostante questi handicap credo che Stanislao e Luigi abbiano anche oggi come nei secoli precedenti un messaggio da consegnare ai giovani.
È l'iconografia che deve cambiare facendosi più fedele alla verità storica. È soprattutto l'agiografia che deve aggiornarsi separando più nettamente la santità essenziale dai suoi aspetti legati al mutare dei tempi. Oggi più che nel passato si nota in molti giovani la crisi di tutti i valori tradizionali della vita, una noia e un senso di vuoto nei confronti del denaro, del sesso (nonostante tutto), del successo egoistico e della stessa azione sociale. I giovani cercano qualcosa che meriti veramente e, non trovandolo, assumono atteggiamenti strani, violenti e ribelli.
Anche nel giovane moderno esiste l'attrazione verso la grandezza, l'eroismo, la perfezione morale l'amore spirituale e, se la conoscessero in modo adatto, verso la santità.
In Stanislao e Luigi quest'ultima si presenta distaccata da quegli elementi concomitanti (azione culturale sociale) che possono attrarre l'attenzione del giovane moderno ma che possono anche facilmente sviarla dalla comprensione della sua più intima essenza.
Questi due ragazzi presentano in se, al di sopra delle forme di devozione dovute al tempo in cui sono vissuti, la fede nello scopo supremo della vita, hanno trovato la perla evangelica e lo prova il fatto che hanno venduto tutto per comprarla. La rinuncia al principato è, in questi due giovani normali e psicologicamente ben dotati, una testimonianza fulgente del supremo valore del Regno di Dio.
Perciò la fede e la gioia di cui essi danno prova sono forse convincenti per i giovani d'oggi più che molti complicati ragionamenti astratti sulla dannosità del divorzio e della fornicazione, sulla divinità di Cristo e sull'esistenza di Dio.
O almeno la testimonianza di giovani santi (siano essi antichi o moderni, poco importa, perchè la natura umana è di tutti i tempi) deve accompagnare la nostra esposizione della Rivelazione ai giovani come esempio stimolante da opporre alla cronaca scandalistica e come dimostrazione che la vita secondo il Vangelo è, non solo possibile, ma porta di fatto quei frutti di vita che promette.
Nei giovani santi presenteremo non un Cristianesimo teorico e disincarnato, oppure centrato sull'azione sociale, ma vissuto e praticato socialmente cominciando dal suo centro vitale: la Fede, la Speranza e la Carità.
Luigi Gonzaga, nato nel 1569, erede al principato di Castiglia, paggio di Filippo II a Madrid, destinato dalla nascita e dalle doti umane ad avere una parte importante nella storia politica d'Europa, rinuncia al principato ed alla carriera ed entra dopo lunghe lotte nella Compagnia di Gesù per dedicarsi all'apostolato ed evitare le dignità ecclesiastiche con gli onori e gli agi ad esse legati. Studente di teologia a Roma, essendo scoppiata la peste, si offre al servizio dei malati e muore a causa del suo servizio il 21 giugno 1591.
Stanislao Kostka, nato nel 1568, figlio d'un senatore e principe polacco, studia nel Collegio di Vienna abitando in casa d'un protestante. Maltrattato dal fratello maggiore a causa della sua vita di preghiera e della sua vocazione religiosa, affronta un avventuroso viaggio a piedi attraverso l'Austria, la Baviera, il Tirolo, le Alpi e gli Appennini per poter entrare nel Noviziato della Compagnia a Roma dove muore nel 1568.
Nella santità di questi due giovani appare in tutto il suo splendore la fermezza di volontà, la costanza, la coerenza nel perseguire un entusiasmante ideale di amore spirituale, si manifesta la reazione contro il fasto e il lusso, l'amore alla povertà e ai poveri con Cristo povero, l'anticonformismo in opposizione alle idee decadenti del loro ambiente. Tutte qualità che potrebbero essere utilmente valorizzate come esempi per i giovani d'oggi.

