Giovanni Bottasso
(NPG 1968-10-35)
Ecco un piccolo sussidio per preparare la Giornata Missionaria Non è un concentrato di missionologia.
Neppure una trattazione elementare ma sistematica e completa de problemi missionari d'oggi.
Sono semplicemente degli spunti, raggruppati secondo dei temi Quindi sarà facile trovarvi delle lacune, delle accentuazioni esagerate, delle ripetizioni. Le singole affermazioni vanno viste nel l'insieme, perché se vengono isolate sarà facile incriminarle.
Non si tratta neppure di un programma per una serie di otto conferenze. Sono punti che possono essere utilizzati diversamente secondo il pubblico cui ci si deve dirigere. Potranno servire come temi per degli incontri, delle tavole rotonde, delle conversazioni delle conferenze.
È evidente che deve trattarsi di un pubblico abbastanza maturo altrimenti questi temi non destano nessun interesse.
Potranno anche sembrare un po' astrusi o troppo impegnativi. Ma quando si parla per suscitare delle adesioni e forse un ingaggi personale decisivo, bisogna tentare di dare della realtà il ritratto più fedele possibile.
1. Che cosa sta cambiando in campo missionario?
Tutta l'umanità ha la sensazione di vivere un momento di evoluzione rapida; questa impressione deriva anche dal fatto che gli adulti erano abituati ad un altro ritmo: il cambio di velocità viene avvertito molto più della velocità stessa in termini assoluti.
Nella Chiesa questo è particolarmente vero. Il Concilio ha sbloccato delle situazioni già un tantino indietro coi tempi e sono sorte delle reazioni. Esse, quindi è evidente, fanno opera di rottura, non di sintesi. Le esagerazioni sono spiegabili.
Ma limitiamoci al campo missionario. Che cosa si muove? Quali sono le nuove prospettive? Segnaleremo alcuni punti.
* Il Concilio ha approfondito la teologia dell'episcopato. Si era abituati a vedere la nomina del vescovo in una missione come il coronamento di una lunga opera di evangelizzazione, condotta da Istituti o Società missionarie. Ma non era sempre stato così nella storia della Chiesa. Non c'è bisogno di risalire ai primi secoli. L'affermarsi del Patronato (l'evangelizzazione affidata ai poteri politici) e la reazione contro questo sistema, avevano condotto alla situazione attuale.
* Ma in questo mondo radicalmente trasformato dal tramonto del colonialismo e dallo sviluppo dei mezzi di comunicazione e nella Chiesa rinnovata dal Concilio, non è più l'Occidente che invia i suoi missionari fuori della Cristianità per dilatarla. È il vescovo locale che fa appello a dei collaboratori, fin quando non avrà impiantato sul posto una Chiesa autosufficiente. Questi collaboratori devono inserirsi con un senso profondo di provvisorietà, protesi cioè a preparare chi li sostituisca quando verranno a mancare (chiamati altrove, morti o allontanati dai Governi). Non si può negare che l'era colonialistica aveva lasciato la sua orma sui sistemi missionari.
* Responsabile della Missione è l'episcopato. Anche questa è una acquisizione del Vaticano II.
Il Codice (c. 1350, 2) riservava la responsabilità dell'Evangelizzazione alla S. Sede. Quasi tutti gli Istituti missionari, sorti come opere diocesane, erano diventati di diritto pontificio. Popolo e clero diocesano avevano perduto (e come lentamente lo stanno riacquistando!) la coscienza della loro vocazione messianica. Si aveva l'impressione che questo compito fosse delegato a degli specialisti, cui ogni tanto si elargiva un appoggio, per un'opera ottima, ma non sentita come propria.
* Chi dedica tutta una vita alle missioni non può improvvisare. Deve fare degli studi specifici. Non può giungere direttamente sul posto come maestro, ma deve prima penetrare la mentalità, gli usi, la lingua... Possibilmente quindi gli ultimi anni di formazione dovrebbe farli nel territorio dove dovrà lavorare, prepararsi gomito a gomito con coloro con cui dovrà dividere le fatiche e le responsabilità.
Esistono quasi ovunque (o si devono creare) buoni Istituti di formazione. Non sono e non devono più essere concentrati in Europa. I professori di valore possono spostarsi con facilità. Anche economicamente è preferibile fare viaggiare loro che eserciti di seminaristi. Non è conveniente che questi vengano allontanati dalla loro terra per compiere gli studi in paesi di antica Cristianità. Anche per loro è essenziale formarsi nella cultura del loro popolo. Potranno (anzi sarà utilissimo) uscire dal loro paese per una specializzazione.
* Nuovo aspetto della Congregazione per l'Evangelizzazione (v. schema 8).
2. C'è una crisi delle missioni?
Oggi la parola crisi la si applica a quasi tutti i settori, ma in campo missionario è particolarmente visibile, anche perché le statistiche parlano ben chiaro di un calo quasi verticale degli effettivi, soprattutto in quei paesi che sono stati tradizionalmente missionari. La flessione è assai più marcata di quella che interessa le vocazioni in genere.
Riportiamo alcune spiegazioni che a volte vengono citate per spiegare il fenomeno.
* La scristianizzazione nei paesi di antica fede ha assunto proporzioni imponenti. Non sarà un po' ingenuo partire a portare una fede che sta perdendo terreno in casa propria?
* La promozione del dialogo e la valorizzazione delle religioni non cristiane fanno nascere degli interrogativi. Se «si salvano lo stesso», perché andiamo ad inquietarli. Bisogna ammettere che certe imprudenze di linguaggio (chiamiamole pure «apertura») anche in campo cattolico, hanno giustificato il sorgere di un certo indifferentismo.
* Le strutture stesse della Chiesa missionaria appaiono a molti sorpassate. La Congregazione di Propaganda infatti è evoluta ben poco da quando è stata fondata nel 1622. Le Pontificie Opere Missionarie sono sconosciute alla maggior parte dei Cristiani e funzionano con sistemi (tesseramenti...) che non hanno più mordente con i giovani. Gli istituti Missionari rispecchiano la mentalità ed i sistemi dell'Europa del XIX secolo in cui sono nati, un'Europa che non esiste più...
* Si diffonde l'impressione che certe religioni siano più adatte per certi popoli. Sono anche gli esperti a dire che per es. l'Islamismo, con la sua semplicità in campo dogmatico e morale è una grossa tentazione per la mentalità africana.
* La stessa parola «missione» per alcuni sa di colonialismo e ricorda i tempi in cui, per forza di cose, le missioni erano inserite in un sistema politico oggi accantonato e ricordato con amarezza.
* I giovani sono sensibili alle sollecitazioni di una maggiore solidarietà umana in campo internazionale, ma sempre meno all'appello in favore dell'evangelizzazione.
Queste motivazioni non hanno tutte lo stesso valore e in misura diversa sono tutte discutibili. Alcune interessano settori ben più vasti e crisi che travagliano tutta la Chiesa o l'intera cultura occidentale. Altre riflettono una difettosa impostazione teologica. L'elenco degli «appunti» fatti alle missioni potrebbe continuare a lungo. Le pubblicazioni in questo campo sono numerosissime.
Questo in sé è un buon segno. L'esame di coscienza, il cercare nuove vie sono sempre stati segni di vitalità, anche se, come contropartita e momentaneamente, possono condurre a delle battute di arresto o a dei rallentamenti. Ma se fino ad ora si è incorsi nel pericolo di avanzare alla cieca, con entusiasmo ma con poca profondità, bisogna evitare adesso l'altro eccesso di suscitare problemi a tutti i costi, con un dilettantismo sterile e vuoto.
3. A che punto è l'evangelizzazione del mondo?
Non si tratta - neppur lontanamente - di sciorinare una lunga serie di statistiche.
Sono solo alcuni punti che illustrano parzialmente la situazione ed invitano a riflettere.
* Da quando Cristo è venuto sulla terra la maggior parte degli uomini è vissuta e morta senza conoscerlo. Oggi stesso una parte preponderante dell'umanità non sa nulla del Salvatore.
* I cattolici oltrepassano i 500.000.000, ma in questo numero sono compresi tantissimi atei teorici e pratici. Qualcuno calcola che siano al più 150 milioni coloro per i quali la fede cattolica significa qualche cosa.
* La percentuale dei cattolici del mondo va calando: 1954 - 19,1 %; 1956 - 18,8 %; 1958 - 18,2 %... Si calcola che nel 2000 dei 6 miliardi di uomini, 4 miliardi non saranno ancora raggiunti dal Vangelo.
* Il 55% degli uomini sono asiatici. Di loro (se si eccettuano le Filippine, che sono un caso particolare) l'1% sono cattolici.
* L'Islamismo avanza in forma spettacolare. Un esempio: In Africa nel 1930 su 145 milioni 44 erano musulmani nel 1950 su 200 milioni 80 erano musulmani nel 1964 su 225 milioni 95 erano musulmani
* In America Latina i protestanti hanno fatto più proseliti negli ultimi dieci anni di quanti ne abbiano fatto i cattolici in Africa negli ultimi sessanta.
Non si vuol dire (per carità!) che chi passa al protestantesimo sia perduto per Cristo, ma questo facile cambio di Credo denuncia una certa situazione religiosa.
* Regioni immense del mondo sono interdette al Vangelo: i paesi d'oltre cortina, la Cina, l'Afghanistan, il Nepal, l'Arabia,... In non pochi vi è in atto una persecuzione violenta o subdola: Sudan, Guinea, Ceylon, Birmania... E la lista si allunga ogni anno.
* Asia, Africa e Oceania insieme nel 1963 avevano 40.000 preti, molte migliaia di meno della sola Italia.
In Belgio ci sono 2000 preti in più che in tutta l'Africa. In Francia (dove pure la crisi di vocazioni è così sentita) ci sono 35.000 preti in più che in tutta l'Africa.
* Non si può ignorare un segno positivo: il cristianesimo sta diffondendosi per altre vie, oltre la predicazione diretta.
È innegabile che in tutti i paesi del mondo vanno imponendosi dei valori che sono nettamente cristiani: maggior rispetto per l'individuo e la vita umana, elevazione della donna, senso della libertà e della giustizia... La voce del Papa non è mai stata ascoltata come adesso.
Un esempio. In Giappone, anche se i battezzati sono poche centinaia di migliaia, nel censimento vari milioni si sono dichiarati cristiani. La Bibbia è uno dei libri più venduti.
4. Mancano davvero le vocazioni missionarie?
Stando alle statistiche la diminuzione è fuori di dubbio. Ma come si spiega?
Si trovano candidati per tutte le professioni, per tutti gli sport, anche i più arrischiati.
Tra i giovani le iniziative che richiedono generosità e sacrificio trovano rispondenze sorprendenti.
* Le vocazioni esistono. Dio non abbandona il suo popolo, ma secondo una famosa osservazione del Card. Garrone, queste vocazioni muoiono. E la colpa è di quelli che dovrebbero sostenerle.
* È anzitutto nelle famiglie che la prospettiva missionaria deve rimanere aperta. Ai bambini questa scelta difficile e nobile non deve essere presentata come una vita eccentrica, ma come uno degli orientamenti possibili dell'esistenza, uno dei più alti e generosi, un dono insigne di Dio.
* Anche la scuola cristiana ha il suo compito. Ciò che la famiglia suggerisce, tocca alla scuola illustrarlo. C'è la storia della Chiesa, la storia civile, la geografia...
* La parrocchia non deve dimenticare che il missionario che la lascia (chierico o laico) non è un emigrante, né un disertore. È un parrocchiano di pieno diritto, mandato sugli avamposti. La parrocchia deve sentirsi debitrice verso di lui. Espatriato, isolato, egli sentirà spesso nostalgia dei luoghi cari: ha bisogno di sentirsi seguito e sostenuto.
* Tutti: padri e madri, educatori e sacerdoti devono chiedersi se hanno assolto diligentemente il compito di far sentire alle generazioni che stanno salendo verso la vita l'urgenza dell'opera missionaria. I giovani d'oggi non sono meno generosi di quelli che li hanno preceduti.
* Ogni cristianità deve far risuonare - ed ascoltare - l'appello alla missione. Un appello adatto al presente: più teologico, più spoglio di termini romantici, ma ugualmente esaltante. Non si parlerà più del pioniere che fa penetrare la civiltà occidentale nei paesi barbari, ma del testimone di Cristo, che va ad aiutare, a far sorgere una chiesa autoctona per poi ritirarsi, onorato dell'ospitalità di paesi dalla civiltà forse più antica e raffinata della nostra.
* Sarà opportuna anche una distribuzione più razionale delle vocazioni. Con l'attuale tragica scarsità di sacerdoti è piuttosto difficile spiegare come mai a volte ci si ostini a trattenere in zone che hanno un sacerdote ogni 500-600 abitanti, degli individui che sarebbero dispostissimi a partire. È noto che in Italia i vescovi più generosi di personale sono coloro che hanno compiuto dei sopralluoghi nei paesi di missione ed hanno visto le necessità con i loro occhi.
5. Cosa si può fare nelle le missioni stando in patria?
Un esercito che avesse il 5% degli effettivi al fronte ed il 95% nelle retrovie non sarebbe certo nelle condizioni migliori per avanzare! Ebbene: in un certo senso questa è la situazione della Chiesa. Solo il 5 per cento dei sacerdoti si trova nelle missioni.
Il paragone è antipatico ed assolutamente improprio, in tutti i sensi, anche perché la missione in nulla deve avere le apparenze della crociata, della conquista, dell'impresa. Essa non si espande nel deserto, ma trova sul suo passo «strutture di attesa», costituite dalle tendenze anche inconsce verso il Cristo, che sono una preparazione al Vangelo.
Ad ogni modo le percentuali riportate dicono qualche cosa. Tanto per cominciare dicono che si è esagerato troppo quando si è dichiarato e scritto che un numero eccessivo di sacerdoti va in missione, che i sacerdoti cominciano ad essere insufficienti in patria. Se quest'ultimo fatto in certi casi è vero, non è certo a causa di quei pochi che sono partiti.
È sperabile inoltre che quando si parla della parte attiva della Chiesa non si debba più accennare solo ai sacerdoti.
* Molti di loro, che pur sarebbero disposti a partire, sono trattenuti in patria da occupazioni che potrebbero essere egregiamente svolte da laici.
* La stampa missionaria raggiunge un pubblico limitatissimo. Non si tratta di aggiungere ancora altre pubblicazioni periodiche alle esistenti. Tocca ai laici portare l'idea e l'ansia missionaria al livello dei grandi mezzi di comunicazione: la cattedra, la grande stampa...
* Le Università europee sono piene di studenti del terzo mondo. In Italia sono migliaia gli afro-asiatici. Spesso si sentono isolati ed incompresi. Molti, che pure si sono formati nelle scuole delle missioni, lasciano facilmente la pratica e la fede. Non si tratterebbe di pensare di più a loro? Domani saranno i dirigenti, i ministri, gli intellettuali... Avranno nel loro paese un influsso incomparabilmente maggiore di quello che possono avere dei laici stranieri, inviati per alcuni anni, che forse torneranno in patria prima ancora di essersi completamente orientati.
È un'opera delicata. Ai sacerdoti riesce difficile raggiungerli, perché in genere rifuggono dall'essere incasellati in associazioni o attività confessionali. Ma i compagni possono fare molto di più.
* Le famiglie facoltose potrebbero fare uno splendido servizio a certe missioni, offrendosi al vescovo per ospitare uno studente. Così il vescovo potrebbe essere coadiuvato nella formazione di coloro che domani saranno il laicato attivo della sua diocesi, i medici, i professori...
* Anche il turismo oggi stabilisce dei contatti prima impensabili tra i popoli, contatti che con un po' di iniziativa e di buona volontà possono essere utilizzati a fini apostolici.
* L'amore e l'interessamento nascono da una conoscenza profonda. Specialmente tra gli studenti si può risvegliare un maggiore interesse per le culture ed i popoli della terra, i loro problemi sociali... Che diffusione hanno nei nostri ambienti le pubblicazioni dell'UNESCO, della FAO? Che cosa si sa delle attività di questi organismi?
* Si possono aiutare le missioni anche economicamente. Si è messo questo per ultimo perché effettivamente l'importanza di questo mezzo non deve occupare il primo posto. Troppe volte si sono presentate le cose in modo che sembrasse proprio così. Troppe volte le 500 lire date nella Giornata Missionaria sono stato l'alibi che ha scusato la maggior parte dei cristiani dall'intervenire in qualsiasi altra maniera in favore delle missioni.
6. Perché tanta incomprensione?
Ultimamente non pochi buoni cattolici sono stati scandalizzati dell'«ingratitudine» di certi paesi beneficati con generose donazioni.
La stessa reazione nasce nei confronti di quelle nazioni che allontanano (o ammazzano) i missionari da cui hanno ricevuto ingenti benefici.
C'è poi un fenomeno cui ormai siamo quasi abituati: gli U.S.A. fanno elargizioni favolose e non destano che rancore e risentimento. Le loro ambasciate sono minacciate in permanenza.
E cosa succede?
* Bisogna distinguere l'atteggiamento dei governi da quello delle Popolazioni. Si sa che le dichiarazioni ufficiali devono tenere conto di molti fattori: gli umori dell'opposizione, gli alleati di altri blocchi...
* In ogni caso ci vuole molto tatto per far la parte dei benefattori. È facile usare un linguaggio che denoti un complesso di superiorità. Molti paesi stanno facendo appello a tutte le loro energie, stanno premendo su tutte le molle psicologiche (una delle principali è il nazionalismo) per far accettare alle masse sacrifici enormi ed imporsi dei balzi che altri paesi hanno compiuto in secoli; è naturale che non vedano con simpatia quegli sbandieramenti degli aspetti deteriori della loro situazione che spesso si fanno all'estero, per muovere a compassione e suscitare la generosità. È più che comprensibile.
* Come lo è il fatto che nazionalizzino le scuole e le sottraggano ai missionari che le avevano fondate con grandi sacrifici.
Mancando solide tradizioni ed il senso dell'unità nazionale, fatalmente i governi tendono all'autoritarismo ed usano tutti i mezzi per avere saldamente in pugno le nuove generazioni.
Non mancano esagerazioni ed assurdità. Ma la Chiesa si sforza di comprendere queste situazioni e, abbandonando rivendicazioni pur legittime, si mette lealmente ed umilmente al servizio delle comunità tra cui è presente. A volte è persino contenta di abbandonare ad altri una funzione che si era assunta in mancanza di chi la esercitasse e di poter dedicare al ministero diretto le ingentissime forze che impegnava nella scuola.
Il problema certo è delicato, perché essa non può rinunciare alla sua missione di educare nel senso cristiano. Ma cercherà di farlo parallelamente e non in concorrenza.
* Le atrocità che qua e là si sono commesse non si possono ascrivere ad intere popolazioni, altrimenti ciò che è accaduto in Europa durante l'ultima guerra la collocherebbe in blocco nello stadio della più efferata barbarie.
* Il problema dell'accoglienza fatta agli aiuti americani e di altra origine, ha una spiegazione assai diversa. Intanto spesso gli aiuti si sono elargiti con pochissima intelligenza, così da finire nelle tasche di pochi mestatori, senza costituire un contributo tangibile al bene del paese.
Poi bisogna ammettere che tantissimi paesi in via di sviluppo sono il teatro di sfrenate concorrenze di indole politica ed economica. Cosa c'è sotto certe dichiarazioni ufficiali? Chi controlla i mezzi di comunicazione e di propaganda? Fino a che punto sono esenti da trucco certe manifestazioni di indole collettiva?
Del resto ormai le popolazioni sanno che certe gratifiche non sono che una magra ricompensa per i grossi guadagni realizzati a spese delle loro materie prime.
7. Come ci vedono i paesi di missione?
Al n. 6 si è già detto che certe «ingratitudini» sono (almeno in parte) comprensibili.
Uno sforzo ulteriore va fatto per capire l'atteggiamento generale dei popoli del mondo verso l'Occidente e per superare quell'incorreggibile complesso di superiorità da cui siamo affetti, che può viziare ogni rapporto.
È vero che l'Occidente ha dato molto all'umanità. Le sue conquiste sono state decisive per l'intero pianeta. I suoi meriti vanno ascritti anche ai valori cristiani da cui la civiltà occidentale è inseparabile. Ma l'Occidente non può solo considerarsi benefattore e creditore.
* Il colonialismo ha avuto i suoi aspetti oscuri e brutali. Anche la «Populorum progressio» ne riconosce i «misfatti» (n. 7). Paesi interi deperivano mentre le navi partivano per l'Europa cariche di prodotti. L'Industria europea si è creata in parte sullo sfruttamento monopolistico delle ricchezze di altri paesi.
Spesso si è negato deliberatamente alle popolazioni locali l'accesso agli studi superiori per prolungare uno stato di dipendenza.
In questo secolo anche l'America del Nord ha fatto ingresso al club delle potenze colonialiste.
* Il rispetto per le culture locali è un valore che si sta acquistando solo ultimamente (il rimprovero viene rivolto anche alle missioni). Favorito dallo spettacoloso sviluppo della sua tecnica l'Occidente si è convinto che la sua civiltà fosse la Civiltà e che tutte le altre non fossero che gradini da superare per raggiungere l'ideale già ottenuto dall'Europa. A volte anzi si è arrivati a pensare che certe razze fossero incapaci di raggiungere (per lo meno da sole) certi livelli di progresso e lo si è ripetuto tanto che anch'esse hanno finito per convincersi.
* Il razzismo non è un'invenzione occidentale, ma non si può negare che qui abbia raggiunto delle punte ed una sistematicità che hanno prodotto e producono catastrofi spaventose.
* Per secoli interi delle potenze europee (all'inizio esclusivamente cattoliche) hanno strappato milioni di africani alla loro terra, per portarli ad estrarre le ricchezze di terre sottratte ad altri uomini e fare così la prosperità dell'Europa. Hanno sconvolto così in modo tragico la storia di un continente ed hanno creato in un altro le premesse di sconvolgimenti che incombono sulla generazione attuale.
* L'elenco potrebbe continuare. Quelli che si sono riportati sono solo degli esempi.
Si può anche osservare che è ingiusto far gravare sulla presente generazione le conseguenze degli errori di quelle che l'hanno preceduta.
Questo è vero. Ma si chiede solo che queste cose non vadano dimenticate. Meditarvi genererà un senso di umiltà ed un desiderio di maggiore comprensione.
Non si può agire come se nulla fosse accaduto, ben sapendo che tante ferite sono ancora aperte.
8. Una missione nuova per i tempi nuovi
Questa nel 1963 è stata l'insegna del Congresso missionario di Lione. Da allora qualche cosa è già cambiata e il resto è in movimento. Nel frattempo c'è stata la pubblicazione del decreto «Ad Gentes divinitus» del Concilio Ecumenico.
* Fino a pochissimo tempo fa i poli dell'attività missionaria erano solo due: Roma e gli Istituti missionari. Nelle prospettive conciliari gli agenti principali dovranno essere quattro: Roma, le conferenze episcopali dei diversi paesi, gli Istituti missionari, il laicato organizzato.
* Anche la Congregazione di Propaganda Fide (detta ora dell'Evangelizzazione) sta rinnovandosi. Il suo ruolo ridiventa direttivo, oltre che amministrativo. Responsabili di tutte le parti del mondo prenderanno parte alle sue decisioni ed elaboreranno in comune i piani di azione.
* Un rilancio delle direttive dell'Enciclica «Fidei Donum» permetterà ai sacerdoti secolari di prendere parte in forma sempre più attiva al lavoro missionario, mediante prestazioni temporanee o permanenti.
* Lo zelo missionario si ispirerà a due principi in apparenza contraddittori: il dovere improrogabile di evangelizzare che incombe su tutta la Chiesa e allo stesso tempo il riconoscimento delle possibilità di salvezza dei non cristiani, nei loro sistemi religiosi. Riconoscere i valori religiosi «non cristiani», non vuol dire dimenticare che anch'essi, come ogni realtà umana, sono segnati dal peccato e che quindi hanno bisogno di purificazione.
* Ogni sforzo per rinnovare l'ardore missionario dell'Occidente cristiano non deve far dimenticare che in questo settore l'Occidente non può ormai fare tutto e che sarà sempre di meno l'agente preponderante.
È ben chiaro che l'Asia non sarà totalmente convertita ed evangelizzata che dagli Asiatici e l'Africa dagli Africani. Ma intanto ci vengono ancora chiesti dei forti contributi di solidarietà e di supplenza. Un continuo scambio di personale, di mezzi e di iniziative, sarà ad ogni modo sempre necessario in questo mondo che va unificandosi.
* La preoccupazione missionaria va inserita nella pastorale d'insieme. La partecipazione cioè all'evangelizzazione del mondo è una parte normale dell'attività cristiana, individuale e collettiva. Se questo fosse sentito si organizzerebbe un'attività al livello di parrocchia, di collegio, di associazione, di diocesi e di nazione, risparmiando ai missionari il compito di essere dei questuandi perpetui di mezzi e di personale, con un enorme dispendio di tempo.
* Le chiese locali, anche appena fondate, devono sentire la preoccupazione missionaria, e non lasciarsi assorbire esclusivamente dalla pastorale tra i convertiti. «La fiamma si spegne se non si comunica; la verità viene meno nelle nostre mani, se non diventa missione» (J. Guitton).

