Come i giovani vedono la Chiesa oggi



    (NPG 1969-01-51)

    Credo che uno dei segni dei tempi più caratteristici della gioventù italiana d'oggi sia la loro profonda, franca, coraggiosa riflessione sulla Chiesa.
    Un tempo – e non è affatto necessario scorrere troppo all'indietro le pagine del libro della storia – ci si poneva, nei riguardi della Chiesa, quasi obbligatoriamente in posizione antitetica: o si accettava, tutto, in blocco, con ardore, con le maniche rimboccate per una difesa ad oltranza; o si rifiutava, tutto, egualmente in blocco, con consapevolezza più o meno convinta, con acredine più o meno accesa, o, più spesso, con disinteresse, teorico e pratico.
    Il discorso teologico era totalmente lasciato al clero: solo le sfumature e i risvolti problematici potevano arrivare al mondo giovanile. Oggi i giovani che si sentono Chiesa – compaginata di pietre vive – parlano, studiano, discutono, contestano strutture, idee, movimenti, non per riformismo innato o per prurito di distruzione: lo fanno per potersi sentire più totalmente, più sinceramente Chiesa. Con preciso rifiuto di ogni superficialità: il loro discorso assume toni di attenta riflessione teologica; ogni loro azione, anche quella facilmente targhettabile di intemperanza, nasce da sofferta ricerca della propria verità nella Chiesa.
    Hanno fatto così i giovani di Firenze, quelli di Brescia, quelli di Parma, quelli di Milano (e forse, mentre sono lette queste righe, l'elenco potrà essere stato, da più recenti avvenimenti, notevolmente aggiornato).
    Penso che non sia saggio chiudere gli occhi, di fronte a questo evento nuovo: non sia «farsi attenti alla lettura dei segni dei tempi» (Gaudium et Spes, n. 4), non sia scoprire il volto di Cristo vivente, lungo i bordi della storia.
    Come penso non sia saggio, fare di questi fermenti un fascio, da rifiutare con la battuta ironica o il sorriso di chi contempla immobile e dall'alto, il lento decorrere del tempo; o catalogare genericamente per disobbedienza, un desiderio di maggior autenticità, anche se spesso ne assume il volto esteriore.
    Come non sarebbe egualmente né saggio né prudente, per fame di novità, accogliere tutto, senza vagliare, immergersene fino al collo, far nostre (di noi «presbiteri» = anziani) espressioni di linguaggio e atteggiamenti, solo perché stimolano venature nascoste di irrequietanza che da tempo cercava uno sbocco collaudato, o per una inconsapevole «coscienza» di un biglietto da pagare per assicurarci il diritto d'ingresso nel loro mondo.
    Molto del linguaggio dei «giovani teologi» è crudo, è anti-tecnico, risente dell'evidente impreparazione teologica, ha netto sapore contestativo: molte situazioni sono esasperate e portate allo stato di punta (evidentemente per sfondare resistenze); altre ripetono in termini nuovi realtà pacificamente comuni.
    Molte realizzazioni sanno di intemperanza: potranno essere bollate con termini più o meno violenti.
    Eppure il filone di pensiero che percorre tanti documenti giovanili su questo tema, è fresco, profuma della gioia di scoperte esaltanti, ha il coraggio di esigere un pagare di persona.

    * * *

    Sono questi i motivi che ci spingono a pubblicare il documento che segue – uno dei tanti, molto vicino, del resto, a quello preparato dai contestatori di Parma, e alle riflessioni di molti gruppi giovanili – redatto da alcuni gruppi giovanili bresciani, in occasione della visita pastorale del Vescovo per la zona di Darfo-Pisogne-Lovere. In questa relazione, sui problemi più urgenti della vita religiosa (il discorso, dai termini locali, si apre continuamente a dimensioni più vaste e universali), «sono contenute alcune proposte concrete che rendono evidente la linea di impegno e il modo di intendere il cristianesimo che è proprio di questi gruppi».
    Lo pubblichiamo con commenti, per indicare con chiarezza i limiti della nostra accettazione e del nostro rifiuto. E per invitare a cogliere ciò che pare valido e ciò che invece è eterodosso; a discernere le intemperanze verbali, spesso legate ad un vocabolario strettamente giovanile e facilmente caduco (la maturità delle forme spazzerà via da se stessa molti spigoli, senza l'urgenza di nuovi anatemi) da quelle più strettamente contenutistiche.
    Ci pare che la Rivista offra così ai sacerdoti ed educatori di giovani un servizio pastorale urgente per una guida attenta e riflessiva alla lettura dell'inquieto mondo giovanile: è questo impegno di servizio, l'unico demente determinante la nostra scelta.

    IL PROFILO DELLA CHIESA UFFICIALE

    Dopo la novità rappresentata dal Concilio Vaticano II, la Chiesa Cattolica si presenta a noi con una ambiguità di fondo
    a) mentre da un lato si sottolinea che nella sostanza, la Chiesa è il popolo di Dio, (unità profonda di credenti ai quali si riconosce una identica dignità pur nell'esercizio di diverse funzioni)
    b) dall'altro si mantiene, di fatto, la medioevale identità Chiesa-Gerarchia. Tale identità si realizza:
    1) in richieste di collaborazione e di appoggio da parte dei laici non a livello di studio e di decisione, ma a livello di semplice esecuzione (vedi costruzione del seminario di Brescia);
    2) nella diffidenza e nella dichiarata mancanza di fiducia nelle nuove organizzazioni e nei giovani gruppi, decisamente laici, impegnati in un programma di lavoro riguardante le questioni che interessano l'uomo e la trasformazione della società;
    3) in una serie di pronunciamenti ufficiali che si dicono vincolanti e per tutti i cristiani anche su problemi di natura politica, economica, sociale, soffocando così la libera e responsabile scelta di ogni cristiano.

    Le precise affermazioni iniziali, che formano del resto un po' la filigrana di tutto il documento, tradiscono un doppio atteggiamento che pare importante rilevare:

    a) Un elenco di difetti (più o meno presunti) e di affermati sconfinamenti di autorità, inducono una sfiducia, profonda, nella istituzione-gerarchia, a favore dell'aspetto carismatico - «di popolo», nella Chiesa. È un po' un segno... dei tempi di ogni organizzazione.
    L'autorità è fatta oggetto di contestazione; gli interventi negativi saltano agli occhi, immediatamente; ogni funzione di adattamento, di riflessione è considerata come azione frenante, la sua presenza è praticamente definita «alienante». Questo non può essere accettato.
    Ma non è tutto torto dei giovani: troppo spesso dobbiamo, con coraggio evangelico, batterci il petto: quanto i giovani, con accenti forti, ci contestano (ad un «noi» generico, in cui ciascuno può trovare lo spazio della propria responsabilità) non è solo frutto di riformismo ad oltranza...

    b) Si nota un'assenza quasi totale di una visione soprannaturale della realtà, o meglio, di integrazione esistenziale di vita teologale, liturgica ed ecclesiale.
    Tutto è considerato in termini strettamente tecnici, interventistici: è un pragmatismo che rifiuta ogni apertura di fede - speranza - carità, ogni discorso sul dopo.
    La vita ecclesiale in essi ha assunto toni considerevoli: vi è una sensibilità nuova, prontissima a stendere una mano a chi soffre, desiderosa di collaborare per la costruzione di un bene comune al massimo di potenziale: questi giovani si sentono capaci – e quindi vogliosi – di fare (e forse lo sono davvero, almeno molto di più delle generazioni che li hanno preceduti).
    Ma dal documento non si ricava un'identica carica teologale e liturgica. E questo è pauroso: fa pensare.
    Perché un'azione che non sia animata e sospinta da una sofferta interiorità di fede, da una viva esperienza di preghiera, sfocia troppo facilmente nell'arrivismo e nell'arrembaggio all'esteriore.
    Anche qui, non tutta la colpa è loro: a noi più anziani è mancata in gran pare la traduzione pratico-operativa della nostra fede e della nostra preghiera: è mancato il coraggio dell'azione «rivoluzionaria». Proprio a causa di un soprannaturalismo che edulcorava, vanificandolo, ogni sforzo umano, si è optato per un tecnicismo che vede solo la realizzazione afferrabile, con le mani di tutti i giorni.
    In queste pagine, manca, insomma, il discorso, concretissimo, sulla Risurrezione che si fa nel ritmo della storia, quello, per in tenderci, della Gaudium et Spes.

    PROBLEMI DELLA CHIESA D'OGGI

    Ma la Chiesa tradizionale che sta spegnendo tutti i fermenti conciliari non riesce, nonostante il persistere di forze conservatrici, a far tacere l'urgenza dei gravi problemi che la travagliano.

    1) Il rapporto Chiesa-mondo

    ♦ È giunta l'ora per noi cristiani, di centrare il nostro interesse sul rinnovamento del mondo. Il mondo infatti è l'oggetto dell'amore di Dio (Cristo venne, visse e morì nel mondo). Per il cristianesimo non bisogna uscire dal mondo per avvicinarsi a Dio: si trova Dio, lo si deve trovare nel centro del mondo. La religione cristiana non è più il ghetto del sacro, il cristianesimo distrugge le barriere che facevano della religione un recinto chiuso e assume tutto il profano, il mondano, rendendolo sacro. Questa sacralizzazione del profano, pretesa dal cristianesimo, è una penetrazione nel mondo per dargli un senso finale. Di conseguenza la tensione sacro-profano non può essere condizionata dalla esistenza di due accampamenti, di cui uno pretende di sopprimere l'altro. Questo è il concetto di «cristianità» come degradazione del vero cristianesimo. Il sacro non è un doppiaggio del profano; il sacro non ha più un «santuario», i ministri del sacro «non hanno dove reclinare il capo»: loro casa è il mondo.
    Ciò che richiama la nostra attenzione nel leggere la Bibbia è l'identificazione tra ruolo religioso e impegno creativo dell'uomo. Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, domini sopra i pesci del mare e gli uccelli del cielo e su tutta la terra (Genesi 1,26). Un fatto fondamentale in tutta la storia biblica è la liberazione degli israeliti dalla schiavitù egiziana. Di quale schiavitù si tratta? semplicemente di quella che noi chiameremmo con l'espressione moderna «alienazione del lavoro». «Allora vennero loro imposti dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli con i loro gravami... Resero loro amara la vita con un duro lavoro...» (Esodo 1,9-14).
    Che pensa Dio di questa situazione angosciosa di «alienazione del lavoro» nella quale è caduto il suo popolo d'Israele? Verranno i sacerdoti e i profeti a predicargli la rassegnazione passiva e la felicità celeste dell'oltretomba? Annunceranno, a suon di tromba, nel nome del Signore, alcuni premi ultraterreni per quelli che accetteranno quelle terribili ingiustizie? No!
    Dio si è cercato un profeta; è Mosè, un israelita di razza che abbandona la corte e si unisce al popolo da cui proviene. E Dio parla a Mosè: «Ho udito il lamento dei figli d'Israele asserviti dagli egiziani... e Vi sottrarrò dalla catena degli egiziani, Vi libererò dalla catena degli egiziani» (Esodo 6,5-8).
    Oggi la Chiesa aiuta a liberare l'operaio dalla catena di montaggio, dallo sfruttamento brutale del sistema di fabbrica, dall'intensificazione dei ritmi di produzione, dalla schiavitù economica? Solleva nel suo popolo profeti che abbandonano la corte e si uniscono al popolo proletario?

    Le riflessioni sul rapporto Chiesa-Mondo contengono interessanti considerazioni, ma appaiono purtroppo ancora molto embrionali e non sufficientemente organiche.
    È considerevole che un gruppo di giovani abbia preso coscienza di una realtà che sta dibattendosi anche a livello di studio, che affermi l'urgenza di soluzioni operative, che essi si sentano immediatamente chiamati in causa, presi dentro il vortice, per non tradire la verità della propria appartenenza.
    Ma è poco ridurre tutto lo slancio profetico della Chiesa al problema sociale. È vivissimo; è inderogabile (troppo ormai, a nome magari della prudenza, si è procrastinato, si è temporeggiato!); è quello che i giovani sentono insorgente, dal più profondo di se stessi; non è risolvibile con belle parole (ne abbiamo già dette tante, infinitamente troppe: le belle parole sono un po' il nostro alibi, di gente benpensante, che chiede di non essere scomodata eccessivamente): ma non adegua tutta la testimonianza della Chiesa, «segno levato tra le nazioni».

    ♦ Inoltre dobbiamo rilevare che la Chiesa non ha ricevuto dal Cristo la missione di creare delle tecniche politiche, sociali o culturali. Questo è il compito dell'umanità come tale, anteriore all'insediamento della Chiesa nella società umana. Per questa ragione la Chiesa non deve creare una politica cristiana, una cultura cristiana, una società cristiana e tanto meno un partito cristiano. La Chiesa ha per missione di offrire il servizio del Vangelo; la Chiesa è un ambito puramente religioso e non deve accettare di assumere i compiti del potere civile. Quando la Chiesa viene a patti con il potere temporale accettando privilegi o esenzioni che la compromettono, essa diminuisce la sua libertà religiosa, la sua capacità profetica di denuncia di fronte agli abusi. Se il popolo interpreta in modo massiccio l'azione della Chiesa nelle strutture sociali come guidata dall'ambizione, dall'egoismo, dal potere, vuol dire che essa ha cessato di essere «segno» di Dio nel mondo.
    Oggi, come in vari momenti della storia, la Chiesa si è lasciata ridurre solamente al linguaggio liturgico all'interno dei templi, ha tenuto le labbra sigillate perché non le sfuggisse il grido profetico della protesta, non ha imitato il Cristo che proclamava beati i poveri, gli oppressi e malediceva i ricchi, gli oppressori.

    Sembra difficile conciliare l'affermazione che «in nome dell'amore cristiano, una rivoluzione per la giustizia e la libertà... deve essere incoraggiata», con la negazione (che condividiamo) di una sociologia cristiana, di una cultura cristiana, di una politica cristiana.
    Non ci pare coerente (e tanto meno funzionale) richiedere alla Chiesa apparati, direttive tecniche, soprattutto dopo averne contestata la competenza.
    La Chiesa fa un discorso di amore, un discorso che per essere vero non può evidentemente rimanere generico e qualunquista, precisa i termini morali dell'intervento: è l'uomo-cittadino che ne fa le applicazioni alla realtà, sconvolto nella sua tranquillità dal messaggio di Cristo.

    ♦ Se la Chiesa ha perso il mondo del lavoro è perché ha smesso di lottare contro le ingiustizie. Dove l'ordine costituito contiene il massimo della violenza, dell'ingiustizia, dello sfruttamento, allora, in nome dell'amore cristiano, una rivoluzione per la giustizia e la libertà del «più piccolo tra fratelli» non può essere vietata, ma deve essere incoraggiata.

    ♦ Il compito dei cristiani del XX secolo è distruggere un certo tipo di chiesa che anziché schierarsi con i poveri, fornisce la copertura religiosa al potere economico e politico. Il cristiano deve capire che il mondo (e non la chiesa) è il campo dell'azione rinnovatrice e liberatrice di Dio. La Chiesa partecipa a questa liberazione solo nella misura in cui partecipa al mondo.
    Allora risulterà facile e possibile la cooperazione con forze o con gruppi non cristiani per un fronte comune di lotta contro tutte le ingiustizie e le oppressioni. Solo allora la Chiesa riacquisterà la sua ansia missionaria e sarà «segno di salvezza» per tutti. Allora la Chiesa riuscirà a realizzare un corretto rapporto col mondo: «dovendo essa estendersi a tutta la terra entra nella storia degli uomini e insieme però trascende i tempi e i confini dei popoli» (costituz. dogmatica sulla Chiesa - Concilio Vaticano II). Cioè la Chiesa (come popolo di Dio) deve necessariamente inserirsi in una dimensione umana facendo una scelta precisa a favore di tutti gli oppressi, ma non si identifica con nessuna forma storica determinata e non può cristallizzarsi in forme giuridiche rigide e immutabili.

    2) La povertà

    a) Natura della povertà

    La povertà dei laici ha senso in quanto è partecipazione alla povertà di Cristo e della Chiesa – che non può essere altro che la povertà dei poveri di oggi – cioè la povertà degli affamati, degli sfruttati, degli esseri posti al margine e senza possibilità di difesa, dei poveri che lottano per emergere dalla loro miseria.
    La povertà non è un problema di maggiore o minore distacco in cui si sommano o si sottraggono elettrodomestici o doni natalizi. Come virtù evangelica è il volto visibile del servizio umano verso coloro che soffrono oppressione e fame. Per il cristiano essere povero è un'esigenza della propria lotta contro l'ingiustizia, contro lo scandalo sociale che suppone l'accettazione da parte della Chiesa di alcune strutture incentrate nei rapporti oppressori-oppressi. Povertà significa lotta contro ogni alienazione umana. Il popolo di Dio (Chiesa) deve essere un popolo in marcia, e questa marcia ha un senso: la giustizia.
    Se la Chiesa povera non si occuperà del predominio temporale delle sue istituzioni, questo la renderà più libera per pronunciare la parola profetica che annienti l'ingiustizia e l'oppressione dei potenti. Nello stesso tempo questa nuova Chiesa animerà il cristiano perché, nella sua lotta collettiva, si inserisca liberamente nei movimenti liberatori di ogni povertà, di ogni sfruttamento. Allora la gerarchia avrà finito definitivamente di profferire inutili pronunciamenti vincolanti i cristiani su problemi non di sua compotenza, su questioni economiche, politiche, sociali.

    b) La disuguaglianza economico-sociale è sacrilegio eucaristico

    Nella lettera ai Corinti, l'apostolo Paolo usa con lo stesso senso le parole uguaglianza religiosa e uguaglianza sociale «quando convenite alla riunione ecclesiale, non è quello il modo di mangiare la cena del Signore; perché ognuno si affretta a mangiare la propria cena e c'è chi ha fame... Tenete in così poco conto la Chiesa di Dio riunita da umiliare coloro che non posseggono? che volete che vi dica? Debbo rallegrarmi con voi? In ciò non vi lodo» (1 Corinti 11, 17-34).
    Continuando Paolo ricorda l'istituzione del rito eucaristico e insiste sul potere di coesione che ha la partecipazione allo stesso pane e allo stesso vino: è questo il valore del pane e del calice del Signore, la sola forza unitiva della comunità dei credenti. È intorno all'altare che i cristiani devono essere uniti, non intorno all'urna politica. Perciò «chiunque mangia il pane o beve il calice del Signore senza dare ad essi il loro valore, dovrà rispondere del corpo e del sangue del Signore». In altre parole: la partecipazione allo stesso banchetto eucaristico non esige una uguaglianza puramente spirituale, ma una autentica comunicazione di beni materiali.
    «In una parola l'unità di culto e religione esige imperiosamente un livellamento sociale ed economico nell'ambito profano in cui si sviluppano i credenti. Una Chiesa che ammette indiscriminatamente alla mensa eucaristica sfruttati e sfruttatori senza denunziare efficacemente questa degradante situazione, non fa che «mangiare e bere senza discernere il corpo del Signore», ossia senza attribuire al cibo e alla bevanda eucaristica il loro valore di coesione sociale e pertanto commette un tremendo sacrilegio: «mangia e beve il proprio castigo» (Concilium, n. 6-1968, pag. 76).

    Anche il tema della povertà è tra quelli più sentiti, oggi: le suggestioni del Concilio stanno tracciando un faticoso ma deciso cammino in avanti.
    D'accordo circa l'identificazione, nella Chiesa, di povertà con umiltà e con servizio.
    D'accordo pure con le affermazioni che riportano l'idea di povertà nei termini di lotta contro le ingiustizie sociali. L'ansia per chi soffre, per il terzo mondo, ha finalmente trascinato all'azione; alle parole, i giovani hanno sostituito i fatti, alle tavole rotonde, il lavoro manuale e la vicinanza effettiva. Tutto questo è davvero povertà, sulla linea del Vangelo.
    Ma non è ancora tutto. Esiste un altro aspetto della povertà che non dobbiamo dimenticare. È quello che «ci prende dentro tutti», che ci chiede di pagare di persona, prima o contemporaneamente alla voce di denuncia (del resto il discorso sulla Chiesa aveva preso l'abbrevio dalla identità Chiesa-popolo di Dio e quindi Chiesa-noi: non è il problema della povertà, una... specifica competenza della Chiesa-gerarchia).
    La povertà è testimonianza ed è segno: quella effettiva, che fa sanguinare (perché è antitetica all'egoismo). Una testimonianza (che è commisurabile anche con gli elettrodomestici e i doni natalizi) per dare valore alle nostre parole.
    Ed un segno della nostra fede, nella certezza che i problemi sociali, anche quelli più indifferibili, hanno la soluzione nella convergenza dell'intervento umano e divino (il secondo condizionato, storicamente, alla «realtà» del primo).
    In altre parole, la povertà è una questione teologale, prima che sociale. Dobbiamo avere il coraggio di andare al di là della scorza delle cose (anche se l'aspetto esterno è molto fascinoso e tale da prenderci totalmente): questo non è vanificare ma inverare.

    ♦ Perciò noi proponiamo

    a) una chiara lotta contro la logica capitalistico-borghese, contro le istituzioni che la realizzano e la sostengono sia sul piano nazionale che sul piano internazionale, contro le forze che ne costruiscono l'assenso, contro le forze imperialistiche che impoveriscono i popoli cosiddetti «sottosviluppati», contro tutte le moderne forme di colonialismo.

    È molto pericoloso legare queste affermazioni ad un «perciò» consequenziale con le analisi teologiche precedenti.
    La fede non può essere vuota manipolazione intellettualistica: «è risposta alla domanda divina: dov'è tuo fratello?», come dice Gonzalez-Ruiz.
    Ma non è una tecnica di lotta di classe, non è riducibile alla sola «questione sociale». 

    b) una chiara dichiarazione che il credente è libero di prestare la sua opera in forma non necessariamente cristiana, ma nei modi più efficaci quand'anche si realizzassero in una collaborazione e in una lotta comune con forze provenienti da matrici ideologiche diverse, ma realmente interessate ai disagi dell'uomo d'oggi.

    Il documento sul «Dialogo» è già chiaramente su questa linea.
    Anche se, come in ogni intervento in cui è chiamato in causa l'uomo, il discorso non può essere mai assoluto e incondizionato.
    Il problema del fine va letto in chiave morale secondo la scelta dei mezzi: solo così abbiamo una realtà concreta e non utopica; da questo nascono i limiti e le precauzioni necessarie (anche quelle che sembrano studiate apposta per addormentare l'entusiasmo dell'iniziativa).
    Non è sufficiente la retta intenzione a giustificare l'azione, né un fine decisamente buono: la valutazione morale è complessa – rimane problema di coscienza, proprio perché complesso – perché è intervento umano.
    Ma tutto questo non vuoi dire «prestare la propria opera in forma non necessariamente cristiana». Cristiano è tutto ciò che è umanamente valido e qualificato: il rifiuto delle «strutture cristiane» espresso precedentemente, dice proprio questo. Altrimenti si ritorna all'accettazione pratica del ghetto, all'«odore di sacrestia». Questa infelice espressione può essere frutto di un vocabolario che ormai si è connaturato con noi, tanto da essere usato anche dai più sensibili...

    3) Il rapporto gerarchia-laici e il Magistero della Chiesa – La comunità parrocchiale

    ♦ Il concetto di successione apostolica soffre di limitazione clericale perché si è distaccato dalla Bibbia. «Come fondamento sta la successione apostolica della Chiesa intera e di ogni singolo membro; tutta la Chiesa ubbidisce agli apostoli quali primi testimoni e messaggeri.
    Ciò significa:
    a) negativamente – Considerare la successione apostolica partendo unicamente dalla successione degli uffici ecclesiastici, rappresenta una restrizione clericale.
    b) positivamente – Che si tratta della Chiesa intera. Tutta la Chiesa deve collocarsi nella successione degli apostoli. E siccome la Chiesa non è un apparato istituzionale ma la comunità dei credenti, ciò vuol dire che anche ogni singolo fedele deve trovarsi nella successione apostolica (Concilium n. 4-1968, pag. 39-40). Allora la successione apostolica dei pastori deve verificarsi in una comunità che pratichi il reciproco servizio per la Chiesa e il mondo. 
    «Secondo la concezione della Chiesa espressa nel nuovo testamento, l'ingresso nella successione apostolica dei servizi pastorali dovrebbe normalmente avvenire mediante una cooperazione tra pastori e comunità» (Concilium n. 4-1968, pag. 44). Solo così il pastore viene legittimato come colui che è autorizzato ad esercitare il servizio ministeriale in forma particolare per gli atti pubblici della comunità. La compenetrazione tra ministero pastorale e comunità è fondamentale sullo sfondo del comune sacerdozio del popolo di Dio e si deve considerare la vocazione speciale ad un Servizio pubblico verso la comunità come tale (Concilium n. 4-1968, pag. 42).
    «A questo proposito è indispensabile ricordare la realtà della Chiesa carismatica, di quella Chiesa costituita dai carismi (cioè i doni che lo Spirito concede ad ogni cristiano in ordine alla edificazione della Chiesa). È una limitazione non conforme alla Bibbia quella di una gerarchia di pastori che si vantano di avere lo spirito in possesso esclusivo. Si può capire perciò la possibilità di «un ordinamento carismatico della Comunità senza uno speciale insediamento di un ministero (ordinazione) come ad esempio nella primitiva Chiesa di Corinto dove non si notano né episcopi, né presbiteri, né ordinazioni, bensì soltanto dei carismi che si manifestano liberamente» (Concilium n. 4-1968, pag. 46).

    Le citazioni da Concilium, certo molto vere, sono però parziali e frammentarie: la scelta ci pare condizionata un po' all'atteggiamento di fondo rilevato in apertura. Il contesto dell'articolo di Concilium è meno intransigente.
    Spesso, per ottenere un po' di spazio vitale, si deve lavorar di gomito: questo che può esser vero nelle organizzazioni umane, non può essere trasportato di peso nella comunità ecclesiale.
    La Chiesa è un popolo in marcia: i rapporti tra gerarchia e laicato sono legati alla funzione di servizio e determinati dall'amore: non certo dalla lotta di classe (la storia ci può presentare talvolta un quadro un po' meno ottimista: purtroppo si è frequentemente accentuata una parte della realtà a scapito dell'altra; ma la soluzione dottrinale – quella a cui si fa cenno indiretto nel documento – non può che camminare su questi binari).
    Siamo tutti nell'ansiosa attesa di tempi migliori, dell'attuazione pronta dei documenti e dello spirito del Concilio, anche in questo ambito. Certo il cammino è faticoso e difficile, perchè cozza contro mentalità arroccate su posizioni praticamente intransigenti: da una parte e dall'altra.
    La prudenza può far molto, nel non esasperare le situazioni.
    La carità (quella vissuta e predicata da Papa Giovanni, che sa vedere l'aspetto buono, favorevole, «ciò che unisce», prima dei termini di contrasto), sposata con la giustizia, farà il resto.
    E in questo, un compito decisivo grava sulle spalle dei giovani, nella realizzazione di un ricambio di mentalità, nel forzare la marcia in avanti, nell'ardore della scoperta, nella fiducia accordata ai responsabili, nell'accettazione dell'altro (che è «povero», è Cristo, anche se non appartiene al terzo mondo), nella carità e nella verità.

    ♦ È necessaria ancora una parola sulla realtà attuale del sacerdozio che chiarifichi la nostra radicale opposizione allo spreco di miliardi per la costruzione di seminari. La crisi innegabile delle vocazioni sacerdotali e del singolo sacerdote è l'indice più eloquente della crisi di un sistema, cioè della istituzione ecclesiastica tradizionale.
    «Questo sistema si chiama clericalismo e consiste nel tentativo di sottrarre i fedeli alle influenze extra-ecclesiastiche per reintrodurli in una comunità separata dal mondo... Ad esempio tanta parte della pastorale si spreca nel tentativo di preservare il fedele da esperienze definite pericolose per la sua fede: gli si vuol solo stampa cattolica, gli si procura un divertimento in ambienti cattolici, gli si costruisce un partito cattolico, gli si propone una cultura cattolica. Basti osservare l'andamento di una parrocchia modello: un battezzato avrebbe dovuto nascere e morire all'interno di una fittizia società: visto che si deve vivere nel mondo, il sistema clericale tenta di costruirne uno su misura del cristiano per suo uso esclusivo. Questo comporta uno sforzo enorme: le forze disponibili non servono tanto per annunciare il Vangelo fuori della Chiesa, quanto per conservare le strutture ecclesiastiche della cristianità.
    La maggior parte del clero resta impegnata in compiti burocratici e amministrativi. Poi si lamenta la scarsità del clero che non basterà mai per questo compito che non è quello autentico del sacerdote, (come abbiamo detto prima) e si invita a pregare perché Dio mandi più vocazioni ecclesiastiche. In altre parole, come scriveva Mons. Illich «ci chiedono di pregare Dio perché mandi più «impiegati» alla sua Chiesa e ispiri i laici a pagarne le spese» (vedi Regno 1 giugno 1968,n. 160-11).

    Non ci sentiamo d'accordo con quanto si può leggere tra le righe a proposito del sacerdozio.
    Il sacerdote ha funzione di servizio, a favore della comunità: non è quindi un privilegiato, una categoria a sé, né tanto meno può essere un isolato, un arroccato - lontano - dal - mondo, nella torre d'avorio della sua dignità.
    Da questa affermazione però, a qualche sottolineatura del documento, il di-corso è lungo.
    Che i seminari non debbano essere un ambiente di lusso, che crei talora esigenze per cui il futuro sacerdote non saprà inserirsi nella comunità locale a cui sarà mandato; che il costruire enormi e dispendiosi apparati, sproporzionati alle esigenze reali e a quelle in prospettiva, abbia lo stinto sapore del trionfalismo, e sia un affronto ai poveri, è verissimo...
    Che ci sia parecchio da riformare, con coraggio, nella loro struttura e nella loro impostazione, è egualmente vero. Tanto che il Concilio ha detto una parola decisiva e i provvedimenti sono in corso (con un ritmo di velocità variabile, legato a convinzioni personali e a situazioni locali).

    Noi ripetiamo che nel nuovo testamento il sacerdozio appartiene a tutta la Chiesa (distinguendo il sacerdozio comune dei fedeli da quello ministeriale per gli atti pubblici della comunità in quanto tale) ed ha come compito di far trasparire la presenza di Dio nel mondo. Se non fa questo la Chiesa perde la sua trasparenza sacramentale di «segno», tradisce il suo compito di essere «germe di unità, speranza, salvezza» e non realizza la sua missione nel mondo.

    Che i laici debbano essere chiamati a esprimere il proprio parere nello studio e nella realizzazione di queste riforme e non solo nel sovvenzionamento dei progetti da altri preparati, è verità che fu esplicitamente richiesta in una mozione finale del Congresso Mondiale dell'Apostolato dei Laici e che si va facendo lentamente strada. E si deve dire un coraggioso grazie a chi, a costo di incomprensioni e malintesi, con accenti più o meno violenti, cerca di consolidare questa piattaforma. Che la concezione di servizio per una concreta comunità debba portare all'ascolto delle esigenze della stessa, per non imporre dall'alto chi è deputato a servire, senza prevedere o sentire il gradimento di chi deve ricevere il servizio, è ancora molto vero. Ma tutto questo non significa rifiuto della gerarchicità del sacerdozio cattolico, della necessità di una formazione specifica e adeguata, dell'opportunità quindi di seminari e istituti appositi, di «strutture», proprio per le qualificazioni di sacerdoti, più sacerdoti e meno burocrati.

    4) La realtà dei gruppi spontanei nella Chiesa

    Mentre nella gerarchia si fa tanto allarmismo sulle vere o presunte audacie teologiche di questi gruppi, c'è chi scrive: «Raccomanderei che si guardasse con fiducia e benevolenza ai cosiddetti gruppi di avanguardia, ci sono sempre stati nella Chiesa e quasi sempre sono stati provvidenziali. È vero che scandalizzano i farisei e fin qui niente di male... a me sembra che qualche po' d'audacia serva per infrangere il muro che era diventato così spesso. Alle volte la Chiesa viene identificata con la gerarchia: mai nella rivelazione, mai nei padri della Chiesa, ma solo in certa mentalità nata forse dalla paura della gerarchia e dall'inerzia di altri» (mons. Baldassarri Vescovo di Ravenna su «7 giorni» n. 16, 1° Ottobre 1967).

    CONCLUSIONI E PROPOSTE

    Le conclusioni sono evidentemente relative alle premesse. Per questo crediamo opportuno non farle oggetto di un commento specifico.
    Sono condivise, totalmente, o parzialmente, o rifiutate, nella proporzione in cui si riferiscono ad affermazioni precedenti accettate o rifiutate.
    Ciò che non può essere sottovalutato è lo spirito che anima gli estensori di questo documento: il desiderio acceso di autenticità, il coraggio di una coerenza, certo richiesta a se stessi prima che agli altri, un more vero anche se talvolta intemperante alla Chiesa.

    Questa analisi, non certo completa, non ha altra pretesta che quella di proporre una visione del cristianesimo diversa da quella tradizionale, rispettosa del pluralismo all'interno della Chiesa. Noi crediamo che la Chiesa, come si presenta oggi, nel suo aspetto giuridico e istituzionale, è profondamente alienante, inserita com'è nel meccanismo di una società che tende a distrarre l'uomo da se stesso. La Chiesa gerarchica contribuisce a distogliere il credente da un effettivo impegno nella trasformazione del mondo perché è impegnata ad appoggiare con paraventi religiosi l'ordine costituito; rafforza la mentalità individualistica ed egoistica di ciascuno predicando la necessità di procurare la propria salvezza.
    Per questo noi vogliamo lavorare per cambiare questa realizzazione storica della Chiesa e desideriamo avanzare alcune proposte che riassumono quanto detto ed indicano una linea di impegno per la Chiesa locale:

    ♦ Il primo impegno di una Chiesa veramente missionaria è l'aiuto al terzo mondo, ai popoli della fame, combattendo non solo gli effetti, ma soprattutto le cause della povertà mondiale (cioè lo sfruttamento imperialista. Perciò tutti gli sforzi economici della diocesi devono essere diretti a questo fine: altre spese per lo sfarzo della Chiesa sono scandali. Il nostro compito storico è lottare per eliminare le disuguaglianze economico - sociali a livello internazionale e locale.
    ♦ Scelta chiara e definitiva a favore della classe sfruttata e presenza dei cristiani nelle lotte sociali che tentano di realizzare un mondo più umano. Solo così la Chiesa potrà avvicinarsi al mondo del lavoro.
    ♦ Partecipazione democratica e responsabile di tutti i fedeli alla gestione dei problemi che interessano la comunità dei credenti. I consigli pastorali, che devono essere eletti dall'assemblea della comunità e non nominati dall'alto devono avere solo funzioni di studio e di elaborazione. Le decisioni rimangono affidate alle assemblee dei credenti.
    ♦ Il riconoscimento dei carismi propri dei fedeli con l'abolizione del vizio clericale delle organizzazioni operanti nella parrocchia e nella diocesi.
    ♦ Decisioni delle assemblee e richiesta di pareri di tutte le componenti ecclesiali per quanto riguarda l'assegnazione della radicale trasformazione della figura e funzione sacerdotale. Accettazione del pluralismo all'interno della Chiesa e ricerca comune (di gerarchia e laicato) della verità.
    ♦ Rinnovamento liturgico: con la possibilità di un commento dell'annuncio evangelico attraverso la mediazione e discussione fatta da laici che vivono la pienezza della dimensione secolare e dell'impegno terreno.
    ♦ Snellimento delle strutture della Chiesa gerarchica (vedi curia e suoi impiegati, vedi nunzi apostolici e diverse rappresentanze, ecc.) con mutamento nelle forme di ministero sacerdotale.
    ♦ Trasformazione di bollettini parrocchiali che devono troncare ogni conformismo e diventare il momento di elaborazione comunitaria su argomenti esclusivamente religiosi.

    Solo un radicale cambiamento riuscirà a ridare un senso alla Chiesa, solo la creazione di una coscienza impegnata a ripensare a fondo la sostanza della fede darà un significato al nostro chiamarci cristiani.

    Gruppi spontanei e gruppi giovanili di Lovere, Pisogne, Darfo e della Bassa Valle Camonica 
    (introduzione e commento a cura di r. t.)