I giovani vogliono le prove



    Nino Barraco

    (NPG 1969-04-44)

    I giovani cercano l'autentico. Contestano o rifiutano, per il desiderio di svecchiare un cristianesimo decantato e accomodante. Anche se lo fanno con l'ardore incontrollato dei vent'anni.

    UN MEA CULPA PER TUTTI NOI

    Avremmo dovuto dirle prima, queste parole: «Mea culpa»! Accettiamo non soltanto il processo, ma la condanna, riconoscendo senza sforzo le conseguenze dei nostri limiti e delle nostre imperfezioni. Dopotutto... vuol dire che l'idea che abbiamo cercato di amare, il Cristianesimo, non è una «nostra» idea. E più grande di noi: l'avremmo altrimenti esaurita nelle nostre dimensioni.
    Cristianesimo è la scoperta del valore infinito di ogni singolo uomo e l'affermazione integrale della sua libertà personale; è l'ottimismo cosmico sgorgante dal presupposto della creazione di ogni cosa ad opera di un Dio che è buono e non può volere il male; è la perfettibilità dell'individuo, impegnato a collaborare per sé e per gli altri alla liberazione apportata da Cristo; è, soprattutto, l'amore che permea tutto il resto, rendendolo cristiano.
    La crisi odierna si spiega tenendo presente l'insufficiente penetrazione di questo ideale cristiano nel mondo. A causa della nostra ignavia che ne ha sciupato la fulgente bellezza e la meravigliosa forza; a causa, forse, dell'errato modo impiegato, talora, in passato, per propagarlo: confusione con i poteri civili, imposizione più che convinzione.
    A causa del nostro esasperato desiderio di sapere, non sostenuto sempre dall'amore. Si hanno, sì, tante prove in più, ma si bevve tanta acqua prima di sapere come fosse composta. E poi: la conoscenza può essere di pochi, l'amore è invece qualcosa che possiamo dare a tutti. Non è come la scienza, il denaro, la bellezza. L'amore è a portata di mano.
    In profondità ed in alto, il nostro tempo ha fatto dei progressi incredibili. Barnard ha sostituito ormai il cuore; abbiamo sollevato i templi di Abu Simbel dalle acque del Nilo; nazioni giganti come l'America e la Russia si accingono a costruire delle piattaforme nello spazio, eppure, d'un tratto, basta un niente, una vertigine per ridimensionare quest'uomo che sembrava aver dominato l'universo. Dominatore dell'universo: sono rapporti che si intuiscono a volo. Ci vorrebbe qui la risposta di Enrico Medi per accendere di bagliori le proporzioni!
    Il sole come volume è circa un milione di volte più grande della terra; esso a sua volta è uno dei cento miliardi di stelle che costituiscono la nostra città celeste, la nostra galassia. Ebbene, nelle sue dimensioni, il sole è, rispetto alla galassia, come un granello di borotalco rispetto a tutto l'Oceano Pacifico. La terra, rispetto all'universo, è nelle proporzioni di un nucleo di un atomo rispetto a se stessa. Povera, piccola terra.
    veramente tanto piccola che si perde nell'universo. Se il Signore dicesse ad un angelo: «Vammi a cercare la terra», l'angelo non la troverebbe, ma il Signore sì, perché sente il pulsare del cuore degli uomini. Ma gli uomini non sentono più Dio. Non abbiamo saputo «ripeterlo». La nostra condotta ci allontana da Lui. Occorreva la gioia di uno spettacolo di vita veramente autentica, libera, che sapesse distaccare quanti si lasciano travolgere da un andazzo materialistico, servile ed avido; occorreva l'esempio – dentro e fuori casa nostra – di una esistenza semplice, pulita, radiosa, per far sentire l'impaccio, la vischiosità, la malinconia di una condotta immorale. I rimproveri, i divieti, i richiami, i quaresimali sono misera cosa. Ci vuole uno specchio per provocare il disagio di un viso deforme! E, talvolta, uomini politici cattolici sono più disonesti di gente senza religione, mariti e mogli reciprocamente infedeli, industriali egoisti e completamente insensibili, apostoli ai piedi delle divinità pagane.
    «Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa!...». È il peccato che accuso dinanzi al tribunale del Concilio. È il peccato di quanti abbiamo allontanato il fratello da Cristo. Ogni disamina del nostro mondo che non voglia essere una liquidazione sommaria, deve affermare una verità importantissima: il mondo non è vero che trovi un ostacolo nel Cristianesimo. Un ostacolo, la mentalità del mondo lo trova nella insensibilità frettolosa di quei cristiani che non sanno stabilire il senso del Corpo Mistico, il valore della Liturgia, la continuità tra la società spirituale e la sociale, quella terrena e l'eterna; nell'unilateralismo di coloro che infieriscono senza indulgenza magari contro la moda e poi vanno ad accomodare, con estrema semplicità, il loro egoismo al confessionale, lasciando un operaio nell'ingiustizia o un ammalato nell'abbandono.

    BASTA CON UN CRISTIANESIMO DA PARATA!

    Non v'è responsabilità maggiore. I cristiani da parata o da anticamera sono la pietra d'inciampo del Cristianesimo. E il dovere della testimonianza quello che importa. Ed è questo che implica scomodità fisiche, sentimentali, intellettuali, che impegna a rimanere, anche quando sarebbe più agevole spezzare i contatti e lasciare definitivamente tra noi e quanti non ci capiscono una porta sbattuta.
    Dovremmo avvicinare i poveri, capirne i problemi, prenderli a cuore, farli nostri («E c'era un mendìco, di nome Lazzaro, il quale pieno di piaghe giaceva sull'uscio di lui, bramoso di sfamarsi delle briciole che cadevano dalla tavola del ricco...»); dovremmo avvicinare i ricchi, per i quali la salvezza è molto difficile, poiché Gesù non va incontro se non a quelli che Lo desiderano («Guai a voi che siete sazi, perché avrete fame»); dovremmo avvicinare quelli che faticano, senza demagogia, ma diffondendo e difendendo la necessità e la dignità del lavoro («Il regno dei cieli è simile ad un padre di famiglia che uscì sull'alba a prendere a opera dei lavoratori per la sua vigna»); dovremmo avvicinare tutti i sofferenti: la tendenza, infatti, verso la gioia, la pace, la giustizia, non sono bazzecole («Beati i poveri di spirito... i mansueti, i piangenti, i misericordiosi, i puri di cuore, i pacifici, i perseguitati...»).
    Sarà necessario, per questo, pazienza: che tu non sia uno dei tanti ripetitori di verità estranee, ma sia qualcuno che ha fatto della fede linfa della sua anima. I nostri conoscenti, le persone che incontriamo non ci accettano spesse volte e non ci diventano amici, proprio perché vogliamo parlare sempre noi e da oracoli, perché non sappiamo cogliere il lato più solido delle loro argomentazioni, perché portiamo, talvolta, il dogmatismo anche nel campo dell'opinabile, perché non riusciamo ad avere rispetto dello stile, delle abitudini, dei gusti altrui.
    Per tutto questo, io penso che dovremmo essere più umili nell'esporre la verità. Un'idea può essere giusta e può essere sostenuta, invece, da prove e da argomenti sbagliati; succede, talvolta, che l'avversario – nel cui campo, spesso, ci buttiamo indifesi col paracadute – usi parole diverse dalle nostre, eppure esprime la stessa verità, mentre, altre volte, pur usando le nostre stesse parole, dà a loro un significato diverso dal nostro.
    Dovremmo impegnarci nella battaglia con lo studio, il sacrificio e con la lealtà di una fede vissuta e consapevole. Invece, per salvare il patrimonio cristiano dagli attacchi e dalle degenerazioni, non troviamo di meglio, spesso, che armarci come tanti buffi giannizzeri e andare all'assalto con una polemica fatta di giambi e di presunzione.
    La mentalità moderna rifiuta le affermazioni categoriche: ha bisogno di essere interrogata, di sentirsi ripetere l'alternatività della sua tesi. Dovremmo fare in modo che il nostro interlocutore persuada se stesso ad accettare la nostra idea, trovi in essa un addentellato con la sua opinione, e, quindi, ne resti convinto; ci veda disposti ad accettare volentieri le critiche, esperimenti la nostra leale ricerca della verità, ci riconosca pronti a cambiare opinione in seguito a migliore conoscenza o a più approfondita meditazione.

    CRISTO E GLI ALTRI

    Dimenticando la verità per il gusto della lotta, ci accade, invece, talvolta, di convogliare nella condanna delle nostre filippiche il valore della ragione e la legittimità della scienza, di difendere ad oltranza posizioni magari sbagliate, e di confondere infine l'autorità divina con le nostre opinioni umane e personali.
    Al rapporto più impegnativo, Cristo e gli altri, a un certo punto ci capita di non volere tanto affermare Cristo quanto una nostra personale teoria, astratta, di volere stabilire il confronto e la vittoria delle nostre idee.
    La conseguenza è questa, che mentre aggrovigliamo di più l'errore, ci facciamo, a nostra volta, trasmettitori di idee inesatte, apparendo agli altri come evocatori di civiltà defunte, pigmei impigliati nel complesso di inferiorità di coloro che per salvare la grazia negano la ragione, quando invece la Chiesa ci ha sempre assicurato che le conoscenze naturali sono legittime, valide e buone, anche se di natura inferiore.
    Non facciamo che gettare, insomma, le nostre ombre sulla luce di Cristo, impedendo agli altri di vederlo, avendolo noi reso irriconoscibile con le nostre sofisticherie, avendolo impicciolito negli schemi aridi del nostro pseudointellettualismo, e tradito nella condotta ipocrita di una spiritualità tutta formule e pratiche standard.
    L'atteggiamento del cristiano è positivo: di fronte alla natura, alla storia, alla scienza, alla filosofia, alla tecnica, alla società, alla Patria. Nessun quietismo rinunciatario, come, d'altra parte, nessuna presunzione nelle sole forze della natura; nessuna maledizione del tempo e della terra, come nessun infeudamento nella realtà che passa. Ricco di cielo, il santo prende possesso, con prudenza e coraggio, della terra e l'accosta al lembo della veste di Gesù. Né la pigrizia inerte che pretenda di risolvere i problemi senza il coraggio di una revisione rigorosa e concreta, né l'utopia che prospetti retorici e demagogici richiami all'avventura, né la presunzione che finisce per tarpare le ali e rinchiude in una conclusione di allarme e di fallimento.
    Dice il Vangelo che gli Apostoli presero Gesù nella barca «così com'era». È il nostro impegno. Il Vangelo non va adattato, ridotto in pillole, in formato tascabile, mutilato: non è l'ultimo libercolo di grido. È uno: non ci sono mille ricette come per la cucina! Ed è, purtroppo, tristissimo come la bontà sia stata ridotta per molti ad un segno negativo; il cristianesimo ad una religione di uomini chiusi al palpito di una sensibilità nuova; la Chiesa ad una società di ritardatari, attaccati a vecchie pareti di sagrestia per calcolo o per grettezza.
    Contro questa ingiuria bisogna gridare: Dio non è una creazione dell'uomo disossato che voglia dare a se stesso una spina dorsale; Cristo non è il profeta dei falliti; la sua Chiesa non è una raccolta di gente ammuffita. Ma Dio è una realtà vera, ontologica, effettiva; Cristo è quell'Uomo-Dio che è entrato nella storia degli uomini; la Chiesa non teme il tempo ma lo precede in novità, e la sua vita, anche in secoli contrassegnati dal sangue, si è sempre svolta fuori, all'aperto.
    Le catacombe non sono il cristianesimo. Esse erano necropoli sotterranee destinate principalmente alla sepoltura e non servirono come luoghi di rifugio se non, forse, talvolta in tempi di violente persecuzioni. I cristiani – testimonia Tertulliano – frequentavano, come gli altri, il foro, i bagni, le officine, le botteghe, i mercati, le piazze pubbliche; esercitavano le professioni di marinai, di soldati, di coltivatori, di commercianti. Quanti presentano il Cristianesimo come una teoria di rinnegamento, fanno un torto, anzitutto, alla verità: nessun altro ideale, infatti, è più eroico e più tragico del Cristianesimo. La tragicità è in ogni decisione, in ogni istante: fare per non putrefare, volare per non strisciare. O ascendere o discendere: il volo non si può fermare. Una santità esaurita non è santità perché si blocca e si distrugge in un atto di superbia. Il cristiano non ha mai raggiunto la perfezione, ma solo da un certo momento della sua vita ha cominciato a tendervi e fino all'ultimo è chiamato a perseverare.
    In ogni ora l'impegno è decisivo: il rischio è l'eternità. L'eroismo del cristiano è estremo: per fare come Catone può bastare l'esaltazione momentanea dell'alcool: per fare come il Battista è necessario l'eroismo di ogni pezzo di vita. Voglio dire che è molto più facile spaccarsi il petto, che diminuire, spegnersi come una lampada; più facile sfasciarsi le ferite che accettare il proprio annullamento.

    DIETRO LA GRATA

    Fino a quando io pregherò perché «sono in forma» e sono in forma perché tutto mi va bene, Iddio mi è padre e gli incontri con l'amico mi consolano, sarò un povero cristiano a terra. Michele Quoist prega: «Vorrei salire molto in alto, o Signore, al di sopra della mia città, al di sopra del Mondo, al di sopra del Tempo. Vorrei purificare il mio sguardo e avere i Tuoi occhi».
    Fino a quando avrò soldi per far crescere i ninnoli sullo scaffale e i soprammobili dentro la casa, più difficile sarà liberarmi dalla situazione di uomo diminuito in catene. L'Abbé Pierre insorge: «Il Cristo è muto nel Tabernacolo. Ma non tacerà per sempre. Un giorno riprenderà la parola...».
    Fino a quando avrò tanta fretta da lasciarmi sopraffare dagli impegni, da vivere continuamente sotto pressione, da correre senza fermarmi, da attendere il domani per «vivere», senza capire il presente, sarò un uomo stanco che ha perso il suo tempo e non ha capito la felicità. Veyergans spiega: «La vita farraginosa della città, il telefono, le riunioni, le visite, ogni specie di attività fanno della casa una piattaforma girevole, ove la vita di ognuno converge come in un nodo ferroviario... bisogna fermarsi un momento, sedersi non importa dove, magari su un gradino della scala, per riprendere fiato, parlare con calma, riflettere, abbracciarsi e ricominciare».
    Fino a quando sarò tanto superbo da non convincermi che la mia dignità è costituita dal mio limite che mi rimanda a Dio, allora protesterò sempre per il dolore che mi vince, mi troverò davanti ad un muro e vi cozzerò con la testa e con il cuore: non avrò la calma per attendere la lotta, la forza per misurarla, la gioia di offrirla al Signore.
    Mi resterà il topo morto nell'armadio! Se volessi ringraziare il Signore, non mi resterebbe il tempo di chiedere qualche cosa. Sventure, disgrazie, fame! Quante sofferenze, intorno! Ha ragione Padre Leppich: «Il Vangelo non è un sonnifero, ma una dinamite. Mentre vi parlo migliaia di uomini muoiono, migliaia di uomini soffrono negli ospedali. In questo stesso istante decine di migliaia di profughi vivono nella disperazione e nella miseria. Non molto lontano, centinaia di migliaia di uomini vivono nei campi di concentramento... e voi vorreste che vi augurassi Buona Notte? Se non avete ancora fatto nulla per i fratelli che soffrono, io non posso augurarvi che una cattiva notte».
    Ho sentito un cristiano che gridava: «Sul monte hanno inchiodato un uomo!». Gridava per un Dio crocifisso. Fino a quando non avrò capito queste cose, resterò come uno scheletro senza respiro. E mi mancherà la gioia di chi, dopo aver visitato le strade del dolore, rientra con una notizia nuova, felice: «Mi sono incontrato con Gesù!».
    Ha ragione Green. Un giorno si pensava che Cristo se ne stesse attendato dall'altra parte della sponda, giudice implacabile in attesa della nostra morte. Cristo, invece, circola per le nostre povere strade intrise di polvere e di sangue. Ha seminato l'amore divino nel cuore dell'uomo come un'infezione. Il germe attraverso il quale si sviluppa questa infezione, nella maggior parte dei casi, è il dolore.
    Non hai tu incontrato questo Cristo sotto la grande pioggia, nel deserto della paura; tra il delirio della febbre; appeso al filo spinato dei campi di concentramento; nel volto disperato, senza pane, all'angolo della
    piazza; non l'hai tu visto sotto la valanga di fango e di bombe, non ricordi il suo volto? Ecco. Avanza a testa bassa sulla trazzera di fango, portando in spalla le sue masserizie; piange ai bordi della strada, nascondendo il viso tra le mani; sospira cercando qualcosa tra le macerie. Non l'hai tu visto chiedere una coperta, presentarsi alla Croce Rossa, alla cucina da campo con la scodella in mano? Era Lui, Cristo, col volto emaciato, con la barba non rasa, con gli abiti a brandelli, che si aggirava smarrito tra i soccorritori, che chiamava per nome i bambini, che cercava i congiunti tra i soldati e i vigili del fuoco. Lui, che piangeva i suoi morti, che riconosceva ad una ad una le salme e le deponeva nella bara. Cristo moltiplicato, Cristo centuplicato nelle tendopoli che ne ospitano, quasi tabernacoli, la divina presenza!
    E fino a quando non avrò raggiunto in questa adorazione la più perfetta tranquillità spirituale, avrò fatto poco. Perché ha ragione il personaggio di Claudel: «Mio Dio, tu m'avevi dato il potere di far sì che chiunque mi guardasse avesse voglia di cantare, come se io gli indicassi sotto voce il tono». Poiché non si può adorare né amare senza gioia; perché la malinconia rattrista lo Spirito Santo.
    Capisco quanta ragione abbiano i giovani: ci siamo abituati al sangue, siamo ingiusti verso i fratelli, abbiamo paura di soffrire e di comprometterci, di assumerci tutte le nostre responsabilità, costi quel che costi. Diciamo parole. I Missionari invece scrivono col sangue. Cosa sono per noi, parole quali «testimonianza», «solidarietà, «presa di coscienza», se non dei buoni esercizi di lingua? San Francesco Saverio scriveva dal lontano Oriente all'Università della Sorbona non per dotte dissertazioni, ma per invitare professori e studenti a lasciare ogni cosa e a partire per le missioni. Il Cardinale Frings nell'aula conciliare: «Ad ogni laico è affidato un pezzo di mondo che egli deve santificare con l'aiuto dello Spirito Santo».
    Ci siamo abituati al sangue. E non abbiamo neppure la gioia di quel personaggio di Chesterton che per evitare, appunto, l'abitudine e la conseguente opacità del sentimento, amava talvolta entrare in casa (oh! la casa del Padre!) dal camino, come un ladro e, vedendola dall'alto e da un'entrata così singolare, scoprirla tutta daccapo, apprezzare il ( alare di un focolare, la bellezza e l'amabilità di una donna così accogliente, la gioia di accorgersi che quella donna era sua moglie e quei bambini così carini erano i suoi figliuoli!
    Siamo colpevoli. Così Bruce Marshall: «La nostra religione è così vera, ma il nostro modo di viverla la fa apparire così falsa!». E sentite Maritain. Fortemente: «Se un tempo bastavano cinque prove per la esistenza di Dio, oggi l'uomo le ritiene insufficienti e ne vuole una sesta, la più completa, la più autorevole: la vita di coloro che credono in Dio».
    Siamo ingiusti, ci scandalizziamo per gli altri, e non guardiamo a noi stessi. Per noi, gli altri sono il male. Eppure da una pozzanghera d'acqua sporca possono balzare riflessi meravigliosi di cielo. Bellissimo il racconto del Maestro che venne a trovarsi un giorno vicino ad una carogna. Dissero gli Apostoli: «Che puzza!». Ma Gesù rispose: «Che denti bianchi!». Siamo tutti figli di Dio, ecco la grande «perla». Ed il Figlio dell'Uomo ci diede l'esempio di questo amore instaurando un rapporto di sdegno tutt'altro che con il figliuol prodigo, ma proprio con il fratello «buono»! Ricordo Paolo VI ai Netturbini di Roma, rispettoso del loro mestiere e della loro spiritualità: «Ed ora... chi vuole faccia il segno della Croce». Chi vuole! Nel cuore del peccatore c'è sempre un altarino: dove è in noi questo rispetto degli altri?

    IL RISCHIO DELLA FEDE

    Navighiamo, volenti o no, sulla corrente di una rivoluzione universale. L'Asia si sveglia, l'Africa è in piedi. Popoli prostrati nel letargo, come il russo, l'indiano, il cinese stanno trasformando le loro strutture. L'Occidente si apre verso nuovi orizzonti. Il mondo si muove. Sentiamo noi il dramma, la responsabilità della nostra fede? Ecco Paolo VI: «La fede comporta un pericolo, un rischio, forse un attentato alla propria tranquillità e alla propria incolumità». È così per noi?
    Siamo vecchi. Ammonisce Claudel: «Quando avrai ospite Dio dentro di te, avrai l'ospite che non ti dà riposa». Ritorna Maritain: «Non credete che Cristo vi condanni a morire... È il peccato che annoia». Santa Caterina: «Se voi sarete (mi ricordo di Paolo VI ai Cooperatori Salesiani: "Siate quello che siete"), se voi sarete quello che dovete essere, voi incendierete il mondo». Don Bosco: «Noi non ci fermeremo mai, vi è sempre cosa che incalza cosa... dal momento che noi ci fermassimo, la nostra Opera comincerebbe a deperire». Ed eccoti Tarsis, lo scrittore russo al quale il governo sovietico ha tolto la cittadinanza: «Da allora presi a leggere ogni giorno la Bibbia che, posso dirvelo con certezza, è il libro più pericoloso e seducente del mondo... a riempirsi della saggezza della Bibbia non rimane altro che ridere a crepapelle di tutte le rivoluzioni di questo mondo... avrei seguito volentieri Cristo, però soltanto se mi avesse indicato una via facile, ma invece guarda un po', eccoti il Golgotha».
    Il Golgotha? Altro che Golgotha! Per noi il Cristianesimo è letto di rose. Sentite: è un testo terribile, ed è un'accusa per quanti abbiamo nascosto Cristo tra le pieghe della superstizione farisaica, dietro la maschera del privilegio ingiurioso, rendendolo invisibile o, peggio, irriconoscibile. In uno dei suoi discorsi, Paolo VI ha citato la confessione di un'anima non ancora battezzata che dice della sua avversione alla Chiesa: «La meschinità delle pratiche devote sentiva della muffa degli ambienti male aerati, e poi il fasto esteriore, il gusto del lusso, dell'apparato, la professione delle devozioni ai Santi... Qualche settimana prima del mio battesimo mi pareva ancora assai penoso entrare in una collettività così eterogenea che porta gravi responsabilità nel corso della storia. Io conosco tanti cattolici, spregevoli, amorfi, indifferenti alle ingiustizie commesse sotto i loro occhi.
    «Quante simili denunzie – prosegue il Papa – potrebbero essere citate! Come mai dunque la Chiesa non mostra la sua virtù di segno, la sua bellezza, la sua prerogativa di presenza di Cristo? Rispondere sarebbe lungo. Anche il Signore non da tutti fu riconosciuto. Ma possiamo accontentarci di indicare due punti: 1. La Chiesa appare oscura e non diversa dalle cose umane a chi la guarda solo di fuori, a chi non la conosce, a chi non vuole riconoscere in Lei un suo segreto trascendente. 2. La Chiesa in certi suoi momenti, in certi suoi aspetti, non è bella, non è splendida, non è significativa e parlante perché i suoi figli non Nono esemplari, non vivono da veri cristiani».
    Non c'è che fare. Bisogna decidersi, una volta per sempre, ad accettare una realtà molto scomoda. Ha ragione Berdiaeff: «La più grande obiezione contro il Cristianesimo sono gli stessi cristiani». Un momento, però! Voi non avete il diritto di scambiare per cristiani i parassiti che tic ne stanno in pantofole; gli sciocchi che considerano il Cristianesimo come una suppellettile di cui si possa far pompa nei giorni di festa; i furbi che, dopo aver assistito a Messa, alla più grande esecuzione capitale cioè, s'abbottonano sulla fede il panciotto avido di iniquità e di ingiustizia; i vili pronti a convertire il sangue di Cristo in acqua tiepida e il fuoco divino in terra rossa da spargere sull'intonaco; i disfattisti solleciti ad alzare cumuli di gas tossici e muraglie di indifferentismo contro ogni entusiasmo; i cultori del «ne quid nimis», che amano la virtù purché non impegni troppo e odiano il vizio solo se eccede!
    Lasciate che il giovane gridi queste cose: le membra morte non fanno parte di quell'organismo vivo che è la Chiesa! Il Cristianesimo è vita, è perenne giovinezza, rigenerata da un Dio che si fece carne un giorno sulla terra e morì per vincere la morte. La folla, allora, lo seguiva; rinunziava pure al pane, mirabilmente conquistata dall'amore e dalla sua forza. Una grande folla trascinata dal fascino, dal mistero, dai miracoli, dalla parola del Cristo; trent'anni! Capite? Così giovane!

    CHE COSA FANNO I GIOVANISSIMI

    – Studiano 3.167.000 53,8%
    – Studiano e lavorano stabilmente 193.000 3,2%
    – Lavorano stabilmente, pagati 1.623.000 27,8%
    – Lavorano stabilmente, non pagati 338.000 6,5%
    – Lavorano saltuariamente, pagati 142.000 2,4%
    – Non studiano e non lavorano 275.000 5,7%

    Per giovanissimi si intendono i giovani dai 13 al 19 anni; la tabella riassume i dati di una indagine statistica compiuta dall'istituto Doxa per conto dell'Unione delle Camere di Commercio (cfr. La Stampa, 17 maggio 1967).