Gian Paolo Meucci
(NPG 1969-04-05)
• La crisi attuale della società è, per molta parte, crisi della famiglia?
• Che rapporto c'è tra crisi della famiglia e contestazione giovanile?
• Quali sono i termini di crisi della famiglia, oggi?
Le domande sono inquietanti. Perché, ci piaccia o no, ci siamo dentro tutti noi, fino al collo. E non possiamo tirarcene fuori, nonostante un innato desiderio di comodismo o di supervisione tranquilla dall'alto.
Il mondo che i giovani più disponibili vogliono capovolgere è questo nostro mondo.
Risponde agli assillanti interrogativi un esperto, qualificato per preparazione specifica e per vocazione professionale.
L'A., molto noto in Italia, è attualmente presidente del Tribunale di Firenze, e coautore di rubriche televisive, ove trasfonde la sua sensibilità ai problemi giovanili, psicopedagogici e sociopolitici.
In questo studio, preparato con calore appassionato (anche una lettura affrettata ne dà conferma) per la nostra Rivista, intende analizzare la situazione attuale della famiglia in Italia: la panoramica è evidentemente generale e risente della quotidiana esperienza dell'A. Di grande interesse ci sembrano le sottolineature relative ai riflessi che la crisi educativa familiare ha nei confronti degli adolescenti e dei giovani.
Le soluzioni avanzate in linea prospettica possono risultare stimolatrici di profonda revisione di strutture sociali in risposta e soluzione della contestazione giovanile: l'accento è continuamente posto sulla necessità di una socializzazione più piena e più mordente nella realtà storica dell'oggi.
I genitori li chiamano per nome: Gianni, Piero, Lorenzo, Mario, e cosi via: sono i «loro» figli: il nome come atto di possesso, come certezza conoscitiva dell'essere che è a loro più vicino. Sorriderebbero se si dicesse loro che essi sono in realtà degli estranei, degli sconosciuti, a loro stessi ed ai loro genitori. Degli sconosciuti oggi assai più di ieri, perché, almeno, ieri v'era la possibilità di una loro conoscenza, si direbbe, per interposta persona, attraverso gli specchi che la società offriva per riflettere la loro identità, a loro stessi ed ai loro genitori.
FAMIGLIA IN CRISI: MASCHERE NON RUOLI
Mi trovo ad avvicinare continuamente gruppi familiari: eccoli, entrano, ciascuno come vestito in maschera, nella maschera di ruoli inesistenti. La maschera della madre rivestita dei panni istintuali dell'apprensione, dell'ansia: ci si accorge agevolmente che i suoi occhi rivolti al figlio non riescono a vedere altro che un infante che ancora si tiene per mano e delle cui esigenze fisiche unicamente ci si preoccupa. La maschera del padre, verboso, sufficiente, tremendamente frustrato, che si preoccupa di dimostrarsi «padre», il che significa per lui esser capace di dimostrare di avere dei «princìpi», di essere all'altezza dei suoi compiti e di sapere bene-dove sta il giusto e l'ingiusto, il bene ed il male, la colpa e l'innocenza: lui innocente, il figlio colpevole; lui il positivo, tutti gli altri il negativo.
La maschera del figlio: il silenzio, la passività, la estraneità, lo sguardo di chi ha paura di sapere di più e la certezza di non sapere niente.
Maschere, non uomini, non ruoli
La famiglia è in crisi, si dice: cosa pretendete: è già molto che ancora nel nostro paese risultino esistenti le forme, se non la sostanza, dei ruoli. Sulle trasformazioni della famiglia conseguenti all'avvento della nuova società è già stato scritto tanto e non è nostro compito riproporre certe tematiche. Trasformazioni, non però crisi, almeno a non voler ritenere che solo perché un essere umano cresce e si trasforma, si debba gridare alla crisi, si debba lamentare il venir meno di certi modi di essere legati ad una certa situazione, si debba assumere l'atteggiamento di Cassandra, tanto amato dal mondo cattolico.
Oggi la famiglia è una famiglia e basta; non un gruppo sociale dalla pluralità di valenze. I genitori sono soli; sono, si direbbe, genitori e basta; non anche, l'uno, capoccia primogenito, pater familias e, di conseguenza, l'altra, madonna, angelo dei focolari; come i parenti sono tali e non titolari di poteri di supplenza del ruolo di genitori nei confronti dei figli, non sono famiglia ed i ragazzi li considerano, di regola, più estranei e più lontani di molte altre persone con le quali le famiglie hanno rapporti improntati a ben diversa sincerità ed ad una più valida amicizia.
ASPETTI DI UNA CRISI DI EDUCAZIONE
Non interessa, allora, parlare della storia della famiglia, delle sue attuali trasformazioni le cui cause ormai sono note a tutti: interessa dare per ammesso che oggi esiste una famiglia, il cui valore e la cui solidità, come si esprime la Costituzione conciliare Gaudium et Spes, «prendono risalto dal fatto che le profonde mutazioni della odierna società... molto spesso rendono manifesta, in maniera diversa, la vera natura dell'istituto» (n. 47); e che essa è «una scuola di umanità più completa e più ricca» (n. 52).
Guardiamo, allora, più da vicino questi genitori, questa famiglia, perché solo così può essere compreso il giovane ed il suo ruolo, superate ormai (affermazione pacifica della scienza), le acquisizioni freudiane, frutto della stagione delle rivendicazioni dell'individualismo. Non è, infatti, sufficiente guardare all'individuo per conoscerlo, identificarlo, ma occorre guardare anche ai modi in cui la società, e, prima di tutto, la famiglia, riescono ad alleggerire i conflitti, riescono a rinforzare i valori dell'Io attraverso i contributi ai contenuti della complessità cosciente del Super-Io ed attraverso forme di sicurezza e di integrità nel cui terreno può iniziare il suo sviluppo la tenera pianticella dell'identità dell'adolescente.
La famiglia, come gruppo nel quale si manifestano e si rendono operanti i ruoli paterno, materno e della coppia - esiste, non dimentichiamolo, questa realtà trinitaria della famiglia nella quale la coppia, come espressione di un legame, nel suo essere un rapporto, si ipostatizza in un ruolo separato da quello del padre e della madre - si trova, oggi, per i noti motivi accennati, in difficoltà nell'essere e nell'esprimersi come gruppo sociale, come agenzia di socializzazione.
È per questo che essa si presenta come carente, come pedagogicamente poco valida, venendo meno ai gravi compiti.
Come poi meglio vedremo, la particolare fragilità psichica dei ragazzi, spesso marcati da componenti manifeste di nevrotizzazione, deriva da alcuni fatti comuni alla più parte delle famiglie e di cui i giovani hanno ormai consapevolezza con gravi conseguenze.
* Prima di tutto la famiglia non riesce più a dare, a quello che fa il ragazzo, un significato sociale. L'unico aggancio fra la sua attività, la società e la famiglia, è oggi costituito dalla ripetuta e pesante affermazione che egli deve studiare per acquistarsi una posizione sociale economicamente apprezzabile; cioè una posizione che egli non riesce nemmeno ad immaginare e che non ha nulla a che vedere con la sua immediata esperienza familiare e di gruppo.
Consensi e divieti, lodi ed ammonimenti, dall'infanzia all'adolescenza vengono percepiti come privi di ogni significato. Dall'igiene personale alla disciplina di gruppo e di studio, i loro correlativi divieti od i consensi puramente esteriori al valore intimo degli atti, finiscono per essere motivi negativamente incidenti nel processo di formazione della personalità. Niente è infatti più frustrante di ciò che viene imposto senza che se ne possa comprendere il significato, e con ciò senza la possibilità di un suo assorbimento razionalizzato.
Nella famiglia contadina l'apporto del ragazzo assume una chiara significazione sociale, anche per l'ampiezza del gruppo familiare. Nella famiglia nucleare urbana il ragazzo, fin dai primi anni, non riesce mai a comprendere il valore della struttura, personale e sociale, in quanto non comprende, prima di tutto, il valore del suo apporto.
* Una tale deficienza è aumentata dal fatto che, di regola, la famiglia è oggi costituita da pochi figli, uno, due, tre al massimo. Ciò impedisce l'attualizzarsi della comprensione dell'esistenza di una sfera di diritti e di doveri a ciascuno particolari; cosa che, invece, avviene nella famiglia numerosa ove, per necessità, i genitori sono costretti a ricorrere all'apporto di ciascuno dei figli e, quindi, ad un modo di presenza nella vita dei figli che è di consiglio e di collaborazione. Senza una tale scuola, il ragazzo cresce senza avere una solida consapevolezza di tale sfera con la conseguenza di essere gravemente vulnerato nelle proprie future capacità di autonomia e, quindi, nella capacità di raggiungere una avvertita e sostanziale identità (il figlio unico è riconoscibile nella sua fragilità e nelle manifestazioni di infantilismo che lo segnano per tutta la vita, proprio perché non ha avuto la possibilità di maturare in famiglia certe definizioni).
* L'aspetto, però, più negativo della attuale vita familiare, è quello per il quale essa finisce per non distinguersi da una istituzione, da un collegio (la nostra non è una ricerca diretta alla qualificazione dei ruoli parentali od alle cause della deficienza dei ruoli paterno e materno, ma solo una ricerca sulle condizioni più caratteristiche della vita familiare che ricadono in maniera negativa sulla evoluzione della personalità dell'adolescente e non ci interessa, pertanto, approfondire il perché od i rimedi a tali condizioni).
Tutti d'accordo nel ritenere, comunque, deleteria l'istituzionalizzazione di un ragazzo; ma la famiglia non è oggi una istituzione, in quanto tale creante una ambientazione negativa allo sviluppo dell'adolescente? Molti sono i motivi per i quali l'istituzione è quel fatto negativo da tutti lamentato e molti di essi naturalmente non esistono nella vita familiare. Ne esiste però uno che, anzi, oggi, si presenta assai di frequente tanto che può dirsi che molti dei nostri ragazzi è come se vivessero in collegio! È quello della inesistenza di interessi che non siano riconducibili alle espressioni elementari della vita. La uniformità e la banalità della vita del collegio derivano infatti da tale inesistenza, o meglio dall'esistenza di interessi accettati da tutti che non riescono mai, appunto per la natura del gruppo, ad indirizzarsi ad altri obiettivi che non siano quelli della vita vegetativa e disciplinare.
Oggi i componenti di una famiglia trovano il massimo comune denominatore su una crescente banalizzazione dei loro interessi comuni; non si va al di là di preoccupazioni economiche e di svaghi in comune unicamente realizzantisi nello spettacolo della TV. Il padre e la madre si sono ormai autoristretti nell'opaco orizzonte di certi adempimenti di lavoro ed il loro unico appello, la loro unica tensione è verso un presunto «dovere» di lavorare che, in quanto collegato e motivato solo dal desiderio di avere una remunerazione in denaro, non può apparire tale, risultando anzi uno strumento di mortificazione di quella dignità alla quale i genitori fanno continuamente appello.
FAMIGLIA UGUALE ISTITUZIONE?
I silenzi fra padre e madre; l'inesistenza di ogni rapporto di gruppo che, certo, non si forma stando seduti, in silenzio, innanzi alla TV; l'assenza di ogni interesse che non sia quello ricordato; tutto ciò rende tragicamente analoga la famiglia di oggi alle istituzioni la cui caratteristica essenziale è quella di essere veicoli di paura e non di sicurezza. I ragazzi dei collegi hanno paura perché nessuno, sovente, nell'ambiente, dà loro la possibilità di procedere nella sicurezza; ma oggi anche i ragazzi di famiglia sono nelle stesse condizioni perché i loro genitori non hanno una personalità integra e sono i primi ad avere paura. E prima di tutto hanno paura della morte come sottolinea un noto psicologo (chi ha la ventura di assistere ad un funerale in uno sperduto borgo ancora vivente nei termini della civiltà contadina, si rende conto cosa significhi l'accettazione della morte e come essa costituisca l'humus più fecondo per una sicura accettazione della vita).
Eppure i genitori hanno sempre più bisogno dei figli (perché, infatti, tante domande di adozione di bambini abbandonati da parte di coniugi senza figli?). Un bisogno che l'adolescente avverte e che sarebbe estremamente positivo per la costruzione della sua personalità se i genitori lo sapessero razionalizzare e partecipare ai figli.
È un elemento caratteristico della maturità il bisogno di sentirsi necessario per qualcuno e per qualcosa. Il bisogno di un rapporto di amore come mezzo per avere la prova della pienezza della propria identità attraverso lo specchio dell'altro, del diverso da sé. Nell'apprezzamento di una crescente estraneità verso le cose. di un crescente sentimento di alienazione, si ricerca in quello che si pensa essere il proprio prodotto più genuino, il figlio, il termine di una dialettica di liberazione. Si attende così nel figlio una guida, molto più che nel passato.
Fatto fisiologico in sé; ma che agevolmente diventa patologico quando diventa un rapporto esclusivo, l'unico esistente, e quando, anziché un sostegno ed un incoraggiamento, si attende dal figlio quello che non potrà mai dare ed a cui egli stesso anela: la guida per poter mantenere e comprendere la propria identità.
I RIFLESSI NELLA VITA DELL'ADOLESCENTE
Questi sono gli aspetti che ci sembrano più caratteristici della vita familiare nel tempo attuale per quanto riguarda i suoi riflessi nella vita dell'adolescente. Questi con molti altri, ben lo sappiamo; ma da essi non si può prescindere per osservare l'adolescente di oggi, colui che attende - la generazione dell'attesa - di veder maturare quel processo dell'età evolutiva nella pienezza di coscienza della propria identità.
* Il senso dell'identità del proprio lo è il culmine del processo dell'evoluzione verso la maturità, come senso del riconoscimento consapevole di una propria dignità e riconoscibilità rispetto a se stesso ed agli altri.
Si parla, come è noto, in filosofia, di identità come uguaglianza di un oggetto rispetto a se stesso e nel campo della psicologia se ne parla, appunto, come dato indicatore del raggiungimento della propria maturità in quanto il soggetto raggiunge il traguardo di una personalità che è uguale a se stessa, integra e non dispersa, superati i momenti della propria identificazione negli altri e raggiunto l'equilibrio dell'Io quale armonico accordo con la realtà emergente nella personale esperienza storica, con la sua capacità di selezione, di previsione, di scelta.
* Un reale e sostanzioso senso di identità può, però, raggiungersi solamente ove l'adolescente riesca ad avvertire l'esistenza di consensi sociali al suo sforzo di identificazione, e, soprattutto, riesca a vedere ed apprezzare nell'età adulta una promessa di compimento e l'esistenza di valori ideali sociali che possano autenticare il valore delle componenti la sua identità. Per questo si afferma che il giovane ha una mentalità ideologica e che è portato ad essere, come si dice, intransigente ed intollerante, fino al limite di essere particolarmente sensibile alle sollecitazioni di ideologie totalitarie, addirittura razziste.
Ora è indubbio che proprio nel momento più delicato dell'età evolutiva, il periodo dell'adolescenza, oggi viene meno al giovane l'aiuto della famiglia: di quella società che resta essenziale in quanto, soprattutto nel nostro paese, unica, nell'assenza di altre strutture socializzanti; non essendo certo tali la scuola come oggi si presenta, e non esistendo forme profondamente educative di associazionismo giovanile diffuse.
* Se agli adulti non facesse velo l'ignoranza e la sufficienza, essi si accorgerebbero agevolmente di quanto determinante sia la componente della frustrazione conseguente alla lamentata carenza di rapporti sociali alla formazione della loro identità, nei giovani che oggi tumultuano nelle nostre strade. Proteste, come invocazioni di aiuto, anche se mai confessate; proteste come dimostrazione di attese restate prive di risposte e che ancora restano senza risposte finché si riterrà che ad esse debba rispondersi col paternalismo e con la repressione violenta; proteste come dimostrazione di fragilità, di angoscia, di debolezza che gli adulti apprezzano in modo del tutto antitetico, attribuendo loro un significato politico, e confermando i giovani nella convinzione che esse abbiano un significato ed un valore adulti e maturi.
ISOLAMENTO E INCERTEZZA
Esaminando più da vicino il fenomeno, i pericoli e le attese in ordine al senso di identità, ci si accorgerà della verità dell'assunto e come, quindi, il ruolo del giovane nella famiglia non trovi nella famiglia stessa i necessari apporti per potersi concretizzare ed esprimere in tal senso.
* Il giovane oggi, di regola, ha paura di perdere il proprio Io: lo si vede nel suo crescente isolamento. Egli è un isolato anche se è in gruppo, tanto che è facile notazione sociologica la crescente inefficacia del meccanismo sociale per il quale emerge il «capo». I grandi campi di hippies sono raggruppamenti di isolati, ridotte le relazioni alla esteriorità di una celebrazione in comune di atti liturgici, caratterizzati dalle forme di regressione infantile. L'intimità come capacità di stabilire rapporti profondi ai quali donarsi integralmente, è bruciata dalla paura e dall'angoscia e diventa anch'essa isolamento, fin tanto che non si annulla nel rifiuto come volontà di opposizione a forze e persone che si percepiscono come estranee e nemiche.
E la famiglia non è oggi scuola di intimità, ma di isolamento; in certi casi, di rifiuto. Nella assenza di una reale intimità nella coppia, esistono per il giovane scarse possibilità e povere potenzialità di stabilire un valido rapporto con i genitori che, a loro volta, non riusciranno a far crescere la loro integrità ed intimità proprio per il venir meno del ruolo del giovane come elemento essenziale della dinamica del rapporto coniugale. Il senso di isolamento e di rifiuto che oggi spesso si respira nelle famiglie è quanto di più drammatico possa essere sperimentato. Ogni adolescente che finisce dinanzi ad un Magistrato minorile ha dietro di sé - sempre - una famiglia che, nel migliore dei casi, non è stata capace di sostenere l'intimità del giovane e di valorizzarla socialmente.
* Ma v'è una componente ben più determinante nella formazione della personalità del giovane, nell'acquisizione del senso della propria identità, che viene oggi ad essere frustrata nella famiglia e nella società: la componente che il giovane non può che recepire dalla società e che è costituita dalla certezza di seguire la strada giusta. Il giovane è davvero come un viandante che sa che deve arrivare ad una destinazione, che ha dubbi sulla strada da seguire, ma che non ha il coraggio di chiedere espressamente a qualcuno informazioni. Eppure ha bisogno di avere, via via, certe sicurezze, certe informazioni; ma queste deve riceverle indirettamente, perché devono essere gli altri a dargliele senza che egli le domandi. Singolare e drammatica situazione che può farci a volte sorridere, ma che dovrebbe sempre farci tremare nella consapevolezza di poter venir meno ad una simile attesa.
A togliere al giovane la disperazione, l'angoscia in quel suo camminare senza certezza di significazione e di traguardo, non può essere che la famiglia, la sola capace di dare contenuti spirituali e di perseverare nell'offerta di fiducia e di sicurezza.
I mezzi di trasporto moderni hanno dato anche una figurazione visiva al ruolo di viandante del giovane: l'autostop che finisce per far andare dove non si vuole; il gran girare senza meta e senza rapporti reali con la gente; la sciattezza nel fisico e nell'abbigliamento; il porsi come un ideale di vita quello del barbone. La società accetta un simile ruolo nel giovane; la famiglia lo contrasta senza comprenderne il perché, e tentando la speculazione del ricatto affettivo che ha come unica conseguenza di confermare nel giovane l'unica certezza che finisce per avere, quella della necessità di una autonomia di vita e della necessità di dover amare in un modo diverso, rispetto a quello che l'esempio dei genitori gli fornisce.
NESSUNO PUÒ DARE CIO' CHE NON HA
Gli è che oggi gli adulti sono soprattutto mancanti di simili certezze come conseguenza non solo della assenza di una accettata gerarchia di valori, ma della insicurezza in ordine al significato delle proprie azioni e della propria vita. Anche loro soffrono, come i giovani, della incertezza in ciò che si deve credere, nelle sollecitazioni ambigue e contrastanti di un vorticoso divenire della società sempre più oscuro, misterioso, privo di significati. Sempre più rare sono ormai le professioni che possano avere una loro significatività a livello dell'esperienza giovanile, ma anche per lo stesso adulto. Il lavoro di un artigiano è un lavoro significativo: il mio babbo è un falegname, quel mobile l'ha fatto lui: il giovane percepisce la capacità del padre, la vede, si direbbe, spazializzata. Ma chi può dire con orgoglio «mio babbo è un impiegato di banca o il saldatore in una catena di montaggio»?
Se gli adulti accettano la propria vita, lo fanno unicamente in vista di finalità estranee alla vita, per evadere alla vita che non può essere, invece, che realtà accettata e totalizzata di tutte le sue espressioni. E ciò mentre il giovane è alla ricerca di una simile accettazione per integrarla fra le componenti del proprio lo, in un consapevole senso della propria identità. Così, oggi, il giovane finisce per essere il genitore culturale dei propri genitori, con una inversione di ruoli spesso causa di gravi distorsioni della sua personalità, fino al limite del disturbo psichico.
Il giovane sollecita interessi e significati culturali di cui i genitori non avvertono l'esistenza ed il bisogno. Fossero almeno capaci di accogliere in umiltà certe sollecitazioni, essi sarebbero ancora in grado di segnalare, senza scoprirsi, quelle indicazioni nella strada che il figlio attende, avvalendosi della loro maturità. Di regola, invece, essi rigettano le proposte del figlio, come rigettano le proposte di santità a livello dell'impegno religioso, o le proposte di impegno sociale; ed impongono l'affermazione del tutto verbale di una certa scala di valori che non è nemmeno per essi tale, privandosi della possibilità di essere un modello significante.
Non è certo con queste notazioni che può ritenersi esaurito l'esame di un quadro dai complessi elementi. Potremo concludere che il ruolo del figlio è un ruolo di mobilizzazione delle stesse relazioni familiari, è un elemento di dinamica perché egli è un essere diviso, composito, costituito da elementi che si muovono con velocità e frequenza diverse... La famiglia non è comprensibile che in lui, proprio perché essa costituisce una realtà in movimento, un microcosmo le cui particelle si compongono e si muovono intorno al nucleo costituito dal figlio; nucleo a sua volta composto e costituito di particelle in movimento. I miracoli della scienza ci hanno aperto i misteri dell'atomo, della sua composizione, del suo essere un microcosmo. Occorre che genitori e figli prendano consapevolezza di processi che in altri tempi non era necessario conoscere, perché pochi erano gli attentati alla loro integrità.
UNA VISIONE PROSPETTICA CHE PARTA DALL'OGGI
Come si bombarda l'atomo e lo si spezza, così oggi il giovane con la sua famiglia è soggetto-ad un bombardamento che può anche terminare in una esplosione.
È l'esplosione che sparge per le strade del mondo i giovani in cerca di quella identità che gli adulti non hanno saputo dar loro. E il movimento, la dinamica, non può essere che generatrice di conflitti: quei conflitti che di regola appaiono ai genitori e ai responsabili delle organizzazioni sociali come dannosi e come frutto di una situazione patologica. Niente di più inesatto. Il conflitto è una forma di socializzazione e si manifesta in maniera maggiore laddove non si realizzano le normali forme di socializzazione.
Per questo oggi il conflitto dilaga fra tanto allarmismo: dilaga perché scadenti o inesistenti sono i meccanismi, diremmo, tradizionali della socializzazione.
* I gruppi hanno bisogno, per raggiungere un loro armonico equilibrio, anche del momento della disarmonia, della dissociazione e, quindi, del conflitto, perché la sua inesistenza significherebbe che si è in presenza di un gruppo senza progresso e senza struttura, non essendo altro la struttura che la forma organizzativa dinamica di tensioni e di conflitti. Le famiglie che appaiono prive di tensioni, sono quelle più povere di componenti positive, le più ipovalide sul piano pedagogico, perché staticamente strutturate su un atteggiamento autoritario del padre.
Sono gruppi privi di una reale interazione sociale, e per ciò stesso non gruppi, ma agglomerati, pensionati, occasionali coagulamenti di persone, prive di un reale e fecondo rapporto fra loro. Diremo di più: soprattutto il conflitto in seno alla famiglia permette uno sbocco allo scarico dell'ostilità di cui ognuno è portatore. Ove tale scarico non avvenga, il componente del gruppo si sente oppresso in maniera intollerabile, fino a desiderare e ad attuare il proprio progressivo distacco, e a rivolgere la sua carica di aggressività al di fuori del gruppo, nei confronti della società.
Fenomeni, questi, che ognuno ha sotto gli occhi, oggi, quando si trova in 'presenza di gruppi familiari non capaci di assorbire il conflitto, e soprattutto, quando si osserva la organizzazione sociale che non si preoccupa di dar vita ad istituzioni capaci di essere l'occasione per i giovani di scaricare i loro sentimenti di ostilità e di aggressività.
Come è noto, i conflitti si distinguono in realistici e non realistici, i primi presentandosi come mezzi per perseguire una finalità ben precisa, i secondi come fine a se stessi, cioè quali manifestazioni del bisogno di scaricare la propria tensione. Ora è evidente che in seno alla famiglia si presentano ambedue i tipi di conflitto, ben più gravi i secondi in quanto non sono spesso identificabili e non è agevole risolverli. Alla loro base v'è sempre una situazione di frustrazione, ed essi potranno essere affrontati e risolti prima di tutto nella comprensione di ciò che ha dato origine a tale situazione, senza preoccuparsi dell'atto terminale che ha reso manifesto il conflitto latente.
Non si deve poi dimenticare che, particolarmente nell'ambito della vita familiare, si manifesta più acutamente l'ambivalenza dei sentimenti, proprio in conseguenza della intimità dei rapporti interfamiliari. L'odio e l'amore sono, quindi, spesso simultanei e indistricabili, proprio perché in tali rapporti più imponenti sono le implicazioni affettive ed è solo la superficialità di noi genitori che può farci stupire perché a volte notiamo nei figli una simile ambivalenza e avvertiamo tensioni di odio nel rapporto con loro.
* L'unità della famiglia è, quindi, in qualche maniera, affidata anche alla esistenza di occasioni di conflitto, perché essa è un po' come la sanità del corpo a volte affidata a reazioni febbrili dell'organismo. È evidente che l'integralità del rapporto familiare in tanto sarà realizzata in quanto si riesca a far rimanere il conflitto al livello, si direbbe, dell'occasione, del suo manifestarsi come potenzialità. Nel caso in cui il conflitto realmente esploda, significa che i meccanismi del suo assorbimento non hanno funzionato e che esiste una situazione di pericolo per la unità del gruppo e per l'integrità di colui, il figlio, che si trova nella delicata posizione di avere necessità di materiali per la costruzione della propria personalità.
Quel che interessa notare è che mai un conflitto deve preoccupare laddove esista una comune e sentita accettazione da parte di tutti i membri del gruppo - della famiglia - del significato e del valore della loro comunità.
La famiglia divisa, disgregata per il conflitto aperto fra i genitori, è destinata a veder attuarsi nel suo seno conflitti con i figli e fra i figli non su base comunitaria, per la mancata accettazione del valore e della finalità di quel gruppo familiare. È per questo che tale tipo di famiglia è il terreno più fecondo per l'insorgere di conflitti non risolti che i figli portano al di fuori del gruppo familiare: in loro stessi, come componenti della distorsione e dei disturbi della loro personalità; ed all'esterno, nelle forme di aggressione e di ribellione verso la società.
CONCLUSIONE
Si diceva all'inizio che oggi la famiglia è famiglia e basta; e che essa si manifesta nella sua nudità di gruppo primario, di comunità di generazione e di educazione. Si comprende, allora, come quella che appare una connotazione del costume del tempo, cioè la esistenza di conflitti fra genitori e figli, non sia affatto qualcosa di particolare a questo tempo e un aspetto della presunta patologizzazione dei rapporti all'interno della famiglia, o fra la famiglia e gli altri gruppi.
I giovani adolescenti nel cammino verso la maturità non possono che vivere intensamente il momento del conflitto come espressione più diretta e genuina del loro sviluppo che si dinamicizza nell'urto: un po' come se giuocassero a biliardo: i punti non si fanno mai con il gettare la propria palla sui birilli, ma raggiungendo i birilli colpendo la palla dell'avversario e battendo una o più volte nelle sponde!
Più difficile il mestiere di genitori, più razionalizzato e sofferto il ruolo di figlio.
Vorremmo sentire meno lamentele e vorremmo che tutti si persuadessero che la più genuina avventura umana è quella della generazione e della educazione perché si sostanziano in atti di amore che sono immagine e somiglianza dell'atto perenne di creazione divina.

