Romano Vecchi
(NPG 1969-10-14)
Molte pagine del numero precedente sono state dedicate al grosso problema della programmazione educativa sviluppando questa linea di metodologia: la programmazione è valida solo quando tiene conto, in armonico equilibrio, di tutta la completezza pastorale e quindi si muove organicamente lungo «le energie che movimentano il cuore dell'uomo», per incontrare la persona da salvare, integralmente nel settore della coscienza, dell'attività, della comunitarietà.
Questo studio esamina il tema del gruppo, per invitarci a riflettere sulla sua efficacia educativa e sui limiti che può assumere quando non diventa carico di valori in circolazione.
Le prime due parti riprendono in sintesi una riflessione già più volte presentata: la necessità del gruppo come momento di esperienza della mentalità di fede e della comunione ecclesiale.
Nella terza parte, l'accento è posto su due grossi problemi che tormentano (o dovrebbero tormentare) l'educatore:
* il dramma dei gruppi eternamente secondari: vengono avanzate proposte di soluzione nella «spontaneità guidata» e nell'impegno di ideali;
* il dramma dei gruppi eternamente marginali rispetto alla comunità, perché privi di un respiro di interazioni e di circolazione di valori.
Lo studio ci pare molto interessante per dettagliare a livello di quotidiano, il problema di una programmazione valida in campo di associazionismo. È facile la traduzione al proprio ambiente educativo: dall'oratorio all'istituto.
L'AMBIENTE EDUCATIVO AREA DI CIRCOLAZIONE DI VALORI
L'azione educativa mira a formare l'uomo dall'interno. Essa, attraverso dialoghi di scuola e di predicazione, mediante testimonianze personali e comunitarie, e con modi di pensare nei fatti del giorno, tende a penetrare di valori la realtà personale del giovane, cogliendolo nel vivo delle sue situazioni di vita.
E penetrare di valori la vita significa inserire motivazioni umane e cristiane nel «guazzabuglio delle stimolazioni quotidiane». È la situazione propria di ogni uomo: circostanze concrete di vita gli destano dentro aspirazioni umane fino a far sorgere un progetto di azione promettente soddisfazione. A questo punto o si prende la linea meccanicistica fino alla effettuazione del progetto «perché portato dalle cose», o si imbocca la via motivazionale che tronca o porta ad esecuzione la aspirazione, «perché intimamente convinti della sua bontà o della sua dannosità».
Rispetto a questo processo educativo l'ambiente è area in cui l'agire viene sospinto nella linea motivazionale, perché in esso:
* c'è ampia circolazione di contenuti, sempre presentati come soluzione e salvezza dei problemi umani dell'io in situazione sfidante.
Vi risponde la funzione pastorale di formare la coscienza attraverso la catechesi occasionale e sistematica;
* rimane costante un modo di ragionare che innesti i valori salvifici nel vivo delle situazioni vissute.
Si mette cioè in moto un processo di azione ben preciso: dal comportamento tentato o vissuto si risale alle cause, alla quantità di vero e autentico in esso contenuta nel controluce umano-cristiano, fino alla progettazione di un nuovo comportamento.
Vi risponde la funzione pastorale dell'azione liturgica quale centro operativo della mentalità di fede;
* sono presenti, e talora premono, la dinamica di gruppo e i modelli di comportamento, quest'ultimi realizzati da leaders con la loro semplice testimonianza o da singoli animatori che testimoniano e spiegano, o più ancora dalla comunità intera che «fa comunione». Vi risponde la funzione pastorale di formare comunità attraverso una profonda esperienza di Comunione ecclesiale nei gruppi.
LA DINAMICA DI GRUPPO: PORTA PRINCIPALE AD UNA EFFICACIA EDUCATIVA-PASTORALE
Tutti e tre i dinamismi pastorali (catechesi, liturgia, comunità ecclesiale) sono fondamentali e complementari per un'azione pastorale, ma la porta di ingresso a tutto il sistema, oggi, sembra essere l'esperienza cristiana-comunitaria vissuta nel gruppo con relazioni di comunione. Da una buona impostazione di questo terzo dinamismo può dipendere il «pieno» o il «vuoto» dei primi due.
I gruppi non rispondono solo al vecchio adagio «divide et impera», non sono neppure principalmente soluzioni al secolare dilemma educativo «educazione di massa-educazione a singolo».
La dinamica di gruppo, oggi, si impone fondamentalmente:
* come spinta profonda al «vivere insieme» con rapporti amicali primari, per una socialità autentica: sono condizione di avvicinamento dei giovani stessi;
* come pressione-forza che fa leggere la realtà con gli occhi del gruppo e fa agire a nome e con lo slancio di tanti.
È una influenza formidabile sull'individuo, sulle idee, sui suoi atteggiamenti, sulle sue norme morali, sul suo comportamento, sul rendimento scolastico e lavorativo...: sono condizione di formazione;
* come esperimentazione e banco di prova della mentalità di fede e del sistema motivazionale nell'agire: sono condizione di efficacia;
* come esperienza di comunità ecclesiale, che partendo dall'amicizia e ritemprandosi nella liturgia, sfocia nell'impegno cristiano: sono condizione di impegno ecclesiale.
Come si può, dunque, in un ambiente educativo, prescindere dal dinamismo dei gruppi, dalla utilizzazione educativa delle strutture di gruppo, dalla preoccupazione di fare esperienza di comunità?
Un ambiente educativo senza gruppi potrebbe facilmente essere paragonato a un magnifico impianto elettrico capace di condurre alte tensioni e produrre magnifiche illuminazioni, ma che per diverse circostanze viene innestato ad una sorgente a bassa tensione, e il tutto si risolve in una luce sbiadita e rossastra: i risultati non ripagano il consumo e non viene raggiunto il fine per cui l'impianto era stato creato.
I giovani, in questi casi, parlano di anonimato, di apatia, di indifferenza, quando, addirittura, non riscoprono la nausea e la ribellione. L'educatore si demoralizza.
È questo uno dei caratteristici casi in cui la Chiesa e con Essa Cristo stesso rischiano di perdere l'appuntamento con la gioventù moderna: non si è verificato l'incontro di Emmaus, benché si sia camminato per anni nello stesso ambiente.
UN PUNTO DA RICUPERARE NELLA PROGRAMMAZIONE: IL CLIMA COMUNITARIO E L'ESPERIENZA DI UN GRUPPO
Talora capita di incontrarsi con educatori sfiduciati della loro efficacia educativa. Dalle loro labbra raccogliere frasi come questa: «... ma questi giovani, in fin dei conti, cosa vogliono... abbiamo dato loro... abbiamo permesso... abbiamo...».
In quel preciso momento nella mente dell'ascoltatore attento si intrecciano due considerazioni: «... sono autentiche le espressioni sofferte dell'educatore... ma forse è altrettanto autentica la presenza di "un qualche vizio" nel sistema educativo».
Per facilitare la verifica dell'eventuale «guasto» nell'azione educativa, riportiamo una breve considerazione di come Don Bosco superò il medesimo ostacolo.
D. Bosco intuì che tutta la catechesi e la vita liturgica dei giovani doveva incrociare il clima e il calore della famiglia, e l'attivismo generoso dei gruppi giovanili.
«Ragioni psicologiche, storiche e religiose portano D. Bosco alla convinzione che l'educazione è anche opera di ambienti e di esemplarità, oltre che azione individuale, e che l'educazione si realizza in un ambiente di famiglia, oltre che in un rapporto».
Inoltre è risaputo che l'ambiente educativo dell'Oratorio, si distingueva per il fiorire di gruppi «focolari di pietà e coefficienti di buon ordine». «Questi gruppi nascono precisamente da elementi essenziali di vita di ogni casa-famiglia salesiana. Il primo elemento è rappresentato dalla libertà ragionevole e ordinata, che in ogni raggruppamento non rigidamente inquadrato, permette il formarsi di minori unità associate, vincolate dall'amicizia e dall'intesa nel bene e negli ideali.
L'altro elemento è l'attivismo apostolico e religioso... I gruppi giovanili, ideati e realizzati, sotto lo sguardo, l'ispirazione e la collaborazione di D. Bosco, conferiscono così al suo ambiente educativo un dinamismo particolare, che avvolge il giovane, orientandolo ancor più nettamente verso un consapevole e virile Cristianesimo, fatto di carità e impegno» (Pietro Braido, Il sistema preventivo di D. Bosco, PAS-Verlag, 1964).
Nel sistema educativo di D. Bosco ritroviamo due intuizioni pedagogiche che ci sembrano quanto mai valide e attuali ancor oggi, e che non dovrebbero sfuggire a una programmazione educativa.
- Il clima di comunità o di famiglia
che permetta a ciascuno di esprimersi nel pensiero e nell'azione, di sentirsi accettato e amato così com'è, di essere ideale di vita da parte degli educatori, di avere dentro tutto un mondo da realizzare.
È la gioia di vivere insieme che fa da soglia umana alla gioia pasquale dell'Eucaristia.
Un tale clima è fondamentale per i giovani di oggi troppe volte ipercritici e disadattati.
Occorre dunque:
* la disponibilità paterna di ogni educatore; disponibilità espressa nel dialogo e nella prossimità affettiva, ricreativa, culturale, religiosa;
* occorre poi che la comunità degli educatori sia «segno» di amore e dedizione;
* si possono quindi aggiungere tutti quei mezzi che hanno ottima forza coesiva nell'animo giovanile.
La psicologia li chiama climatizzanti di gruppo; possiamo tradurli facilmente in nomi già conosciuti: serate, canti, gite, cenette, giochi, incontri di preghiera, revisioni di vita... ecc.... L'occhio dell'educatore deve essere sempre pronto a prevenire o almeno riconoscere quei momenti personali e comunitari in cui la lancetta del «morale» indica depressione. E in questo senso si mette in moto o ripropone nuovo lavoro alla seconda dinamica comunitaria di gruppo.
- L'esperienza di gruppo
si pone nell'ambito di una comunità giovanile come dinamica-base che crea:
* dinamismo di ambiente
* esercizio graduale di libertà personali e sociali
* spinta a un cristianesimo consapevole e maturo
* stimolo di vocazione.
Tuttavia perché ciò si verifichi in pieno occorre che la comunità educativa studi la formazione di veri gruppi e la loro partecipazione alla vita comunitaria:
1) Il dramma dei gruppi eternamente secondari: che non diventano mai gruppo
Non basta, infatti, unire per interessi immediati e per circostanze contingenti per avere un gruppo.
Non è il far parte della stessa scolaresca, il ritrovarsi tre volte al giorno insieme a mensa, il giocare in un medesimo cortile o il dormire nella stessa camerata, non è neppure l'andare a Messa tutti i giorni nella stessa Cappella che di per sé «crea gruppo».
Che anzi talora queste forme di convivenza dettate e programmate dal l'esterno sono principio di massificazione e cameratismo.
Il gruppo nasce e si rafforza nell'incontro da persona a persona (faceto-face), per fatti interni che superano il semplice contatto materiale.
Ora una programmazione educativa deve far leva sui veri gruppi, fondati sulle relazioni primarie.
Ciò comporta una particolare attenzione a:
- Il fatto spontaneo
L'amicizia, la simpatia, l'affinità, il bisogno psicologico di sicurezza sono potenti fattori di coesione di gruppo.
Dove questi sentimenti hanno facile circolazione sarà anche facile l'individuazione di una costellazione di gruppi più o meno raccolti intorno ad una persona o a un interesse.
- Il fatto guidato
La saggezza pedagogica dell'educatore stimola e raccoglie queste tendenze affettive del suo ambiente per guidarle verso una «spontaneità fruttuosa».
In questo preciso momento la prospettiva di interessi specifici diventa nuovo fattore di coesione di gruppo, e l'amicizia si fa funzionale ed educativa.
La comunità organizza gruppi intorno a uno o più interessi e attività. La presenza dell'educatore nel gruppo farà sì che questo micro-organismo maturi verso il terzo passo: l'impegno.
- Il fatto impegnato
L'interesse e l'attività sono binari psicologici e metodologici per arrivare più agilmente ai valori, con un continuo confronto e una continua ricerca del «perché» di certe azioni, del «vale la pena», del «che cosa direbbe o farebbe Cristo» nella stessa situazione, di come si può essere «Chiesa viva».
E tutto questo partendo anche da una semplice raccolta di francobolli o carta straccia per il Biafra, oppure organizzando una gita, o cercando il modo giusto di vivere insieme.
Come pure attraverso l'esercizio dei valori e lo stile di comunione si fa strada quella che D. Bosco chiamava la «pedagogia spirituale»: santità e donazione; santità cristiana è trionfo della carità, dell'amore di Dio e del prossimo.
La massima espansione di santità si realizza nel massimo di impegno di amore e di collaborazione per la costruzione del Regno di Dio. È perciò che i santi hanno fatto fruttificare la loro interiorità nell'azione esteriore, nelle opere di carità.
«Il punto culminante della vita santa è l'azione» (Joly).
Il gruppo scopre la dimensione missionaria e prendendone coscienza diventa Chiesa.
Questa constatazione ascetico-teologica trova riscontro nella indagine psicologica, la quale ci rivela che l'uomo ad ogni momento della vita, costruisce e alimenta la sua personalità nel e mediante il contatto con gli altri.
Come nel piano bio-chimico, l'organismo si conserva e si espande in contatto dov'esso assimila e reagisce, l'uomo pure sviluppa e espande la sua personalità sociale e psichica in svariate forme attive e passive in contatto con gli altri.
È sentendosi amato e stimato, sostenuto e riconosciuto, e soprattutto mediante il dono attivo nell'oblio di sé che l'uomo raggiunge questo risultato... L'uomo tanto più si conserva e si sviluppa quanto meno direttamente egli concentra la sua attività su se stesso e si apre agli altri.
È quanto si constata nel timido e nell'uomo preoccupato di sé: proprio perché concentra la sua attenzione direttamente su se stesso, egli riesce meno bene nella vita sociale.
Su un piano prettamente soprannaturale occorre ricordare, a questo proposito, le parole del Vangelo «chi vuol salvare la sua vita, la perderà; chi invece la perde per me, per il regno di Dio, costui la troverà» (Lc., 9,24).
Dal gruppo e per mezzo del gruppo, lungo una traiettoria pastorale: amicizia-interessi-valori-esperienza di Chiesa, si può arrivare ad una autentica scuola di orientamento vocazionale.
2) Il dramma dei gruppi eternamente marginali rispetto alla comunità: che non diventano mai «mediatori di vita e di esperienza cristiana»
Ho letto sulla storia di molti gruppi: «Sabato prossimo... ore 19,30 riunione di gruppo: sono all'ordine del giorno la lettura del verbale della adunanza precedente, breve pensiero formativo dell'assistente, scelta della mèta settimanale, attività amicale». Dopo i sabato sera si sono susseguiti domeniche, lunedì, martedì... in cui la scuola, gli orari di vita, le attività ricreative e formative hanno avuto una organizzazione tutta loro, mentre giovani e assistente cercavano disperatamente di infilarci dentro qualche mèta educativa, almeno ogni sabato...
Visti così i gruppi giovanili restano al margine della vita catechistica, liturgica e comunitaria; essi non rientrano come gangli vitali da cui dipende la promozione e l'animazione pastorale dell'ambiente. I gruppi esistono, ma sono fuori gioco pastorale. Perché essi, qualunque sia il criterio di formazione (scolastico, amicale, per interessi...), possano assolvere alla loro funzione mediatrice della vita comunitaria e potenziatrice della formazione, devono far parte del tessuto sociale-educativo dell'ambiente. Fino al punto che parlare di un giovane dovrebbe richiamare subito il suo gruppo-famiglia, e fissare una mèta educativa equivale richiamare in causa la mediazione dei gruppi.
Questa centralità dei gruppi rispetto a tutta la conduzione dell'ambiente educativo va promossa e favorita in una duplice direzione: orizzontale-coordinativa, e verticale-intensiva.
- Studio dei rapporti con l'organico della comunità: linea coordinativa
Ma massa e gruppi vanno coordinati dall'esterno, nelle loro esigenze, manifestazioni e attività.
A tale scopo sembra che la comunità educativa nel programmare la vita comunitaria debba tenere in particolare considerazione due organismi complementari:
- Il consiglio giovanile
È formato da rappresentanti di tutti i gruppi impegnati nell'ambiente; tanto di guadagnato se nella scelta di questi rappresentanti di gruppi emergessero quei giovani leaders maggiormente impegnati nella animazione interna.
La funzione di questo consiglio, benché condizionata dall'età biologica ed evolutiva dei giovani stessi, resta fondamentalmente quella di collaborare:
* nella diagnosi giovanile iniziale
* nella puntualizzazione delle mete
* ricerca dei mezzi di attuazione
* nella messa in opera di mezzi e tecniche nella revisione periodica della programmazione.
- Il consiglio educatori-animatori
È formato da tutti coloro che sono a diretto contatto con i gruppi (animatori e promotori) e da coloro che hanno specifiche funzioni di coordinamento (coordinatori di settori e di tutta la comunità), o che in qualunque altro modo rientrano nell'azione educativa.
La funzione di questo consiglio è di saper accogliere le esigenze giovanili, ripensarle in funzione pastorale-educativa, e tradurle in mete, mezzi e tecniche educative.
- Studio dei rapporti fra i vari gruppi: linea intensiva
Oltre il coordinamento dell'azione, ai gruppi che operano nel medesimo ambiente si impone il compito di evitare sovrapposizioni di impegni, dispersioni di forze, appiattimento di ideali, e, in senso positivo, la ricerca e l'esercizio coordinato dei valori.
Tutte queste relazioni interne di intergruppo sembra siano assicurate, più che da tecniche particolari e nuove infrastrutture, dal contatto ravvicinato e approfondito di un nucleo di leaders più decisi nella testimonianza, più sicuri nelle idee, più coraggiosi nelle iniziative, più penetrati da spirito missionario.
È il lievito che aggredisce la massa dal ti dentro, di ogni singolo gruppo con la forza della testimonianza personale e la intensità delle idee.
È lievito che aggredisce i gruppi dal di dentro per un coordinamento di servizi e tensioni giovanili nell'intera massa.

